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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


25 novembre 2010

Il Belpaese e la scuola: spiegare la guerra di ieri, oggi, domani

 

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA: spiegare la guerra di ieri, oggi, domani

I miei venticinque lettori da tempo conoscono  i miei crucci sulla scuola che oggi in tempo di tagli alla spesa sociale e di riarmo forzato e di creazione di nuovi arsenali distruttivi assume per me il valore di uno specchio sul quale compaiono deformi i segni di questo inquieto presente.

Come docente che insegna storia e precisamente storia contemporanea ed Educazione Civica ho trovato un ragionevole compromesso con la realtà di oggi nella quale, scanso equivoci e dubbi, il Belpaese è in guerra con le sue forze armate in Afganistan e combatte contro forze ostili. Cerco di spiegare la guerra e il fatto militare in modo analitico, argomentando e considerando i fatti e non cadendo nella retorica compassionevole o peggio moralistica, non so se ci riesco ma è quello che mi sento in dovere di fare. Il moralismo straccione e cialtronesco ha suscitato in Italia le peggiori giustificazioni politiche e ogni sorta d’ipocrisia e d’inciviltà nella vita sociale, in fondo lo temo perché la tentazione di farsi assorbire da esso è fortissima in coloro che son parte delle disperse genti del Belpaese, talvolta esso è una strategia di  sopravvivenza. Quindi per evitare la tentazione maligna mi sforzo di spiegare la guerra di ieri, oggi domani come fatto tipico e caratteristico della civiltà umana: la tecnologia che crea, le ricadute scientifiche e culturali che determina, la legittimazione dei poteri politici e religiosi che forma  e plasma cerco di leggerli alla luce delle forme con cui si manifestano la civiltà umane su questo pianeta azzurro nello spazio e nel tempo. Oggi sono però davanti a un motivo imbarazzo che riguarda la prima parte della Costituzione Italiana, e segnatamente uno degli articoli che determinano i principi di fondo di questa presente Repubblica. Si tratta dell’art. 11 “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente in condizioni di parità con altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.  L’articolo fu scritto in un tempo nel quale per le minoranze che vivevano di politica nel Belpaese le guerre presenti che vengono combattute oggi non erano concepibili. Queste guerre hanno almeno tre caratteristiche peculiari: 1) eserciti professionali e mercenari combattono forze irregolari, terroristi, miliziani con una grande sproporzione di potenza e addestramento fra le due parti in lotta, 2) Le vittime di queste guerre sono perlopiù civili e fra essi donne e bambini perché il controllo della popolazione civile è uno scopo strategico delle parti in lotta 3) Sono guerre costose che coinvolgono interessi finanziari e industriali e criminali, criminali nel senso che questi conflitti sono strettamente collegati alla produzione, distribuzione e consumo di stupefacenti, alla vendita illegale di armi, al riciclaggio di denari di provenienza illecita o mafiosa, al finanziamento del conflitto e ai favolosi profitti bancari che comportano i debiti contratti per far la guerra. Lo scenario della guerra oggi è quanto di più lontano possa esistere, scontata ovviamente la presenza occasionale di eventuali figure eroiche e straordinarie che possono presentarsi in una situazione bellica, dal mondo degli ideali, della verità, della libertà, degli Dei e degli Eroi.  Oggi mi trovo a dover far i conti con un editoriale della rivista RAIDS, rivista di cui non approvo la linea ideologica “ultratlantista” ma alla quale riconosco di aver dato conto di notizie e immagini  passate sotto silenzio nel Belpaese,  e precisamente l’articolo del numero di ottobre 2010 dal titolo” Cosa accade realmente in Afganistan”. Afferma questo che pare essere un editoriale:”Prendiamo la notizia del ferimento di tre elementi della mitica (in tutti i sensi) Task Force 45, giunto alcuni mesi or sono. Proviamo a ricostruire la vicenda per sommi capi, in quanto quelli delle forze speciali sono muti anche “sotto tortura”. Una sessantina di loro, si dirigono sempre nell’area sud-orientale del nostro schieramento. Gli UAV hanno segnalato qualcosa di sospetto e bisogna investigare da vicino. La segnalazione è esatta ma, vuoi perché dall’alto è sempre difficile identificare i miliziani dai civili, vuoi perché giungono altri elementi, i nostri giunti con gli elicotteri, si trovano di fronte   la bellezza di 400-500 miliziani, con mortai, mitragliatrici da 12,7 mm e via proseguendo. Nei film i protagonisti in 5-6 minuti sistemano tutto ma nella realtà la situazione è decisamente difficile. I nostri non si perdono d’animo, chiamano l’appoggio di elicotteri MANGUSTA e velivoli da combattimento e iniziano a darci sotto sfruttando la precisione del loro fuoco, attenti a economizzare i colpi ( memori dei 10 francesi uccisi due anni or sono vicino Kabul anche perché rimasti senza colpi). Grazie anche all’appoggio dei MANGUSTA, mettono in fuga i miliziani che lasciano sul campo 60 caduti, 12 prigionieri e una trentina di feriti ( a giudicare dalle tracce di sangue e dalle parti ritrovate sul terreno alcuni gravi), oltre a un cospicuo bottino di armi e munizioni…” L’articolo prosegue con una precisa analisi delle armi e della tipologia di armamenti in dotazione e di quel che sarebbe bello far arrivare ai soldati impegnati in Afganistan. Che l’articolo non sia invenzione lo dimostra il fatto che anche il Sole 24 ore si è occupato di questa unità incaricata di effettuare  missioni di guerra e formata da soldati scelti provenienti dalle forze speciali. Quindi la guerra per quanto limitata per numero di forze combattenti e mezzi è un fatto quotidiano in questa Seconda Repubblica e quando si pensa al Belpaese questo fatto non dovrebbe, come spessissimo avviene, presso i mezzi informazione  e nel dibattito politico  oscurato senza spiegazione apparente.  Tre motivi fondamentali mi spingono ad affermare questo: 1) in guerra si uccide e  si viene uccisi, oltre alle distruzioni materiali, quindi come evidenzia l’articolo di RAIDS chi opera sotto le insegne del Belpaese rischia forte e lascia dei morti sul terreno e questo va giustificato politicamente e in via di principio. 2) la guerra costa e se si spende per uccidere o per non essere uccisi non si può indirizzare quei milioni di euro nelle spese sociali o per la scuola 3) la guerra anche in forma sottile e occulta muta il fatto politico, sociale e talvolta determina ricadute tecnologiche dalla produzione e ricerca militare alla vita civile. E’ straordinario come i nostri retori,i politici di professione,  i nostrani mezzibusti televisivi, gli editorialisti illustri e ben informati non collegano il fatto politico e sociale con il fatto militare.  Alle volte quando faccio lezione e metto assieme la società feudale del medioevo con le crociate cercando di far capire il legame fra fatto militare, cultura politica e religiosa, interessi territoriali ed economici osservo che mentre per il passato remotissimo pare semplice arrivare a saldare i vari aspetti del fatto bellico al contrario qui in questo presente l’evento militare pare un fulmine che turba e cielo, rompe l’armonia della pioggia che cade e colpisce alla cieca. In questo fatto banalissimo e assolutamente evidente leggo la solita evidenza del fatto che la maggior parte delle genti del Belpaese ha deciso di sfuggire totalmente o in parte alla presente realtà creando  una finzione parziale o assoluta che copre il reale che è reale e offre un comodo autoinganno. Quindi la rimozione del fatto militare favorita dai mezzi di comunicazione di massa, e  gradita al presente  sistema di produzione e consumo che ha bisogno di consumatori ignari e quieti e non allarmati o disturbati, va avanti comodamente provocando in me quel senso di persistente fastidio che colpisce la mia attività professionale e la mia vita quotidiana perché percepisco le notizie e leggo il presente in modo spesso radicalmente diverso dal senso comune. Chiudo questa riflessione osservando una didascalia della rivista RAIDS la quale a proposito dei nostrani elicotteri da guerra AW-129 Mangusta  afferma che son stati ribattezzati dai miliziani talebani “La morte nera”.

IANA per FuturoIeri






3 agosto 2010

L'italiano educato dagli stranieri invasori- settimo discorso





De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- settimo discorso

Quando i Re di Francia e di Spagna lottavano per imporre la loro egemonia sul continente Europeo all’inizio dell’Età Moderna in pochi fra le genti d’Italia erano consapevoli dell’esistenza dei fatti politici e si dividevano fra filo-francesi e filo-spagnoli. Per tutti gli altri la logica era il solito “Franza o Spagna purchè se magna” e l’eterno “Dove c’è Pane   c’è Patria”, quest’ultimo motto più letterario che storico, è stato messo in bocca a un cavaliere mercenario in un romanzo dell’Ottocento,  riflette bene la naturale inclinazione degli italiani. A parte alcune minoranze fortemente politicizzate perlopiù istruite e parte dei ceti medi la maggior parte della popolazione del Belpaese è estranea a qualsiasi passione che non sia lo strettissimo interesse privato o della famiglia d’origine. Le ultime vicende palestinesi con lo scontro fra incursori israeliani e pacifisti arrabbiati su una nave turca che portava aiuti umanitari dovevano di per sé scuotere la politica e l’opinione pubblica. La maggior parte delle genti d’Italia hanno mostrato encefalogramma piatto e solo delle minoranze fortemente politicizzate hanno dato luogo a manifestazioni o a qualche forma d’interesse che non fosse il fastidio o la sorpresa per l’ennesima violenza medio-orientale che arriva dal televisore. Così i giornali politicamente orientati si schierano a favore o contro l’incursione dei commando dalla stella a sei punte sulla base della polemica politica italiana, dei suoi mal di pancia sociali, della sua arretratezza cultuale, delle sue allucinazioni giornalistiche che scambiano uno scontro militar-religioso che dura dal 1949 con i fatti e gli schieramenti faziosi di casa nostra. Il dramma palestinese diventa la solita occasione per schierarsi a favore o contro talune minoranze politiche italiane, per far paragoni forzati e strambi, per confondere le grandi tragedie altrui con le farse e le carnevalate di casa nostra. Ecco oggi come ieri le genti del Belpaese fanno il tifo per questo o per quello, c’è nella cultura italiana un bizzarro istinto di sopravvivenza proveniente dal passato remoto che spinge a cercar protettori stranieri o a cercar di compensare la prepotenza di uno di questi con il calunniare o il cospirare contro di lui assieme ai suoi nemici. Come ai tempi dell’Imperatore Carlo V e del Re Francesco I il Belpaese è un terreno di conquista psicologico e culturale prima ancora che militare o politico. Lo straniero dominante troverà sempre partigiani e nemici perché in fin dei conti per l’Italiano il nemico è sempre e comunque il connazionale; lo straniero prima o poi varcherà le alpi o prenderà il mare ma il proprio simile è qui per rimanere e contendere ai suoi simili la roba: donne, soldi, impieghi, protezioni, terreni, case. Fra noi ci conosciamo, per questo coltiviamo l’odio e il disprezzo; tuttavia devo esser chiaro su un punto che mi sta a cuore: oggi le difformi genti d’Italia continuano a comportarsi come se la Penisola fosse sotto un  regime straniero. A mio avviso non ci può essere abiura più forte e strisciante del sistema della Repubblica di questo banalissimo agire culturale e politico che attraversa tutti i ceti e diventa banale forma del vivere e modello di comprensione dei fenomeni della globalizzazione e della presenza delle comunità straniere nel Belpaese.  

IANA per FuturoIeri




2 agosto 2010

L'italiano educato dagli stranieri invasori- sesto discorso



De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- sesto discorso

Cosa avrebbero dovuto fare gli eserciti stranieri che calavano o risalivano la penisola nel corso dei secoli? Hanno fatto quel che fanno gli eserciti in armi di tutti i tempi ossia i padroni in casa altrui. Del resto le genti d’Italia si son quasi sempre presentate divise  in fazioni o in piccoli regni retti da dinastie e oligarchie troppo deboli per competere con le potenze straniere e per unificare sotto un trono unico il Belpaese. Questo è un passato che pesa nel Belpaese perché unito alla grande abiura collettiva del fascismo e dell’esperienza coloniale, che si era in fin dei conti identificata con il regime, impedisce un sereno rapporto fra milioni d’italiani e la novità di quel 7% di nuovissimi  italiani provenienti da tutto il resto del mondo.  Le comunità straniere sono lette da milioni d’italiani sotto la lente deformante e interpretativa della nostrana millenaria storia d’invasioni. L’altro nel Belpaese se non è padrone, turista o invasore è qualcosa di strano; in qualche misura le occupazioni straniere hanno formato nella popolazione italiana un senso di sorda e persistente diffidenza verso l’estraneo che tutta la roboante retorica politica intorno alla civiltà occidentale e multirazziale e le sorti magnifiche e progressive dell’occidente cantate dalla pubblicità commerciale non ha intaccato. Del resto il modello di convivenza fra comunità diverse nostrano è una copia cattiva e malfatta di quello statunitense, ad oggi di fatto in crisi sotto  la pressione  della crisi globale e dei conflitti di “civiltà” che cercano una giustificazione teologica e spirituale. Del resto il modello d’integrazione statunitense si è più volte infranto davanti al razzismo interno, ai conflitti mondiali, ai momenti di psicosi nei confronti di categorie umane diverse. Penso ai linciaggi morali e fisici tardo ottocenteschi e novecenteschi che si sono dati contro gli italiani considerati in blocco come camorristi e malavitosi, l’ossessione anti-tedesca durante la Prima Guerra Mondiale, la deportazione in campi di concentramento dei nippo-americani durante la Seconda Guerra Mondiale, e la persecuzione di comunisti e sindacalisti durante la guerra fredda. Tutte cose arcinote, quindi è evidente che quel modello va bene quando c’è accordo sulle regole minime di convivenza civile e un mito delle origini che si proietta nel futuro. Proprio quest’ultimo fatto politico e sociale è assente nelle genti della Penisola prova ne sia che ancor oggi a livello di discorso comune e ordinario in molti si dividono su Mussolini e sulla Resistenza con fare da tifosi.  Quanto pesano oggi le invasioni del remoto passato?  Tanto, davvero tanto; anche se le genti del Belpaese talvolta negano l’evidenza di questo fatto banale.  Questo peso enorme e maligno del passato è mitigato solo dalla potente aggressione che il presente con la sua civiltà dell’intrattenimento e dello spettacolo porta a tutto il resto del tempo. Così la maggior parte delle genti del Belpaese vivono la diversità dell’altro fra la diffidenza e l’oblio.

 

IANA per FuturoIeri

 




3 giugno 2010

Si fa presto a dire scuola: il mio discorso superfluo sul vero


De Reditu Suo - Terzo Libro

Si fa presto a dire scuola: il mio discorso superfluo sul vero

Ora mi trovo a dover giustificare la mia posizione personale sulla scuola italiana, cosa molto difficile perché chiama in causa la mia persona e mi forza a fare un discorso in parte apologetico. Credo che molti dei problemi attuali della scuola arrivino da processi di lungo periodo nel quale la scuola è stata dissociata nella fantasia dei molti dalle concrete possibilità d’ascesa sociale. Il rigore, la disciplina, il valore dello studio in un mondo umano come quello del Belpaese tutto impostato su valori materiali e sulle ambizioni, più o meno decenti, d’ascesa sociale non può reggersi sulle sue gambe. La scuola assume forza e importanza se la società umana ove è collocata concorda nell’attribuzione di senso e valore alla sua attività. Nel Belpaese questo è possibile solo se la scuola e segnatamente quella media superiore si raccorda con l’accesso alle Università, oggi perlopiù sbarrate dal numero chiuso e dai quiz d’ingresso,  e se offre vere possibilità all’interno del mondo del lavoro o in subordine dell’apprendistato. Le genti d’Italia sono genti oltremodo pragmatiche in materia di quattrini e di beni da acquistare e possedere e per spingere le genti d’Italia a far istruire e a mettere sotto sui libri la loro prole occorre far vedere che la scuola serve, è utile, non è un Kindergarten per diverse fasce d’età. Questo è il mio  discorso superfluo sul vero. La morale è rozza: nel Belpaese la scuola è amata se la stragrande maggioranza vi vede la possibilità concreta che essa porti a una promozione sociale o di lavoro all’interno della propria famiglia o se serve a mantenere per i figli nella collocazione sociale dei padri e delle madri. Oggi stanno avvenendo tre fenomeni che disgregano questo ruolo: la crisi economica che spezza progetti di vita di ascesa sociale, la mercificazione del sapere che valorizza e dà rilevanza sociale al le forme d’istruzione parallele alla scuola pubblica come corsi di lingua o le  vacanze-studio o un anno di studio in un college statunitense o inglese, il nepotismo e il clientelismo che rendono inutile il merito e le capacità, a che serve logorarsi gli anni migliori della gioventù se passerà avanti il figlio del docente universitario, l’amante del direttore,  il “cocco” dell’onorevole, l’amico degli amici che se vien tagliato fuori dalla spartizione dei pani e dei pesci va dal giudice e racconta tutto quel che sa. Se pensate che queste affermazioni siano esagerazioni leggetevi qualche libro-inchiesta sul Belpaese e sul livello della corruzione fuori da ogni possibile parametro umano. I nemici della scuola sono molti ma quello più grande stavolta è la direzione generale che hanno preso le genti ricche del Belpaese che con il loro agire privo di scrupoli hanno generato dei processi di decomposizione della vita civile e sociale, la scuola può far molto per tutti ma non contro tutto e tutti.

IANA per FuturoIeri




26 maggio 2010

Io ho avuto un maestro di arti marziali



De Reditu Suo - Terzo Libro

 Io ho avuto un maestro di arti marziali

Parlare dei propri maestri è difficile, sembra di compiere un furto e di rubare serietà, vita e saggezza a uomini morti da tempo che non possono  semplicemente smentire quel che affermi con una telefonata o una battuta. Voglio correre il rischio e scrivere sul mio maestro di un tempo recente ma già lontano. Il maestro è scomparso ai primi di gennaio del 2009 quello che mi ha mostrato in vita era una lezione di coerenza perché  l’uomo, l’artigiano e lo sportivo erano aspetti del vivere integrati nella sua persona. Ritorno con la memoria all’ultimo periodo del suo insegnamento; molto spesso le lezioni del maestro  avevano un inizio ma non una fine. Di solito le lezioni in un Dojo iniziano con un inchino formale e si concludono allo stesso modo. Per alcuni mesi di fila le nostre iniziavano con il saluto sul tappeto, poi non terminavano con il saluto di congedo.  Era un po’ come se la lezione di Ivo avesse sempre un inizio e mai una fine, come se il suo insegnamento, sempre interrotto dal fattore tempo, dovesse rincominciare di nuovo in una sorta di continuità, in una specie di unità ideale d’azione e di pensiero. Era qualcosa di singolare ma in qualche modo mostrava quell’assoluta unità di cui lui era interprete. Non c’era scissione fra Ivo artigiano, Ivo atleta, fra Ivo maestro e Ivo uomo di tutti i giorni. La sua lezione era precisa, il suo metodo chiaro, la sua azione coerente e generosa. Quest’unità è oggi utopia. Il suo insegnamento era certo quello d’insegnare a lottare: ma con le regole e nelle regole, mai contro di esse. Poi il momento del saluto conclusivo è arrivato davvero, al suo funerale con tutti gli amici e i tanti allievi giunti da ogni dove per onorarlo. La sua lezione era finita, l’esempio che ha dato, invece, è  destinato a durare presso coloro che vorranno far tesoro del suo insegnamento sportivo e formativo. Oggi scrivere di questi personaggi, delle persone singolari, per onestà, coerenza, impegno tradisce la nostalgia, l’illusione o peggio la volontà di fuggire nel trapassato remoto o semplicemente suscita il sospetto nello sconosciuto che ascolta che colui che parla eserciti una qualche ipocrisia farisaica. Il Belpaese è così lontano dagli Dei e dagli Eroi e dalle grandi e sovrane passioni che in molti non possono più  capire il senso intimo di una vita, di una causa, di una ragione profonda, di una questione di principio onesta e filantropica. Ho avuto un maestro e questo è un piccolo privilegio non quantificabile in cruda moneta.

   

                                                                     IANA per FuturoIeri




24 maggio 2010

Vecchie e nuove tenebre ripubblicato

De Reditu Suo - 2° libro: Vecchie e nuove tenebre

Giordano bruno

De Reditu Suo - Secondo Libro
Vecchie e nuove tenebre

08/02/2010
Del Prof. I. Nappini
A parte qualche ateo, qualche anticlericale e qualche filosofo per professione o presunto tale chi ricorda più Giordano Bruno e la sua testimonianza della libertà di pensiero portata avanti anche difronte a sette anni di carcere, alla tortura e al rogo voluto dalla Santa Inquisizione Romana?
PERFINO CHI MUORE PER PRINCIPI COME IL LIBERO ESAME O LA LIBERTÀ DI RICERCA E DI PENSIERO DEVE SUBIRE LA VIOLENZA DI ESSER OGGETTO DEL DISCORSO DI PARTE IN ITALIA.

Comunque per i pochi miei lettori che non conoscono la vicenda mi limiterò a dire che il filosofo, scienziato, erudito ed ex frate Giordano Bruno fu incarcerato, interrogato, processato, torturato dalla Santa Inquisizione per le sue affermazioni e i suoi scritti e infine venne bruciato vivo a Roma in Piazza Campo dei Fiori nel 1600.
Almeno il vecchio potere inquisitorio aveva il coraggio di entrare nel merito degli argomenti, di verificare e forse perfino di capire le questioni portate dai nemici della fede e dei re per Diritto Divino.
OGGI I NUOVI POTERI SONO INQUINATI DA UN POTERE CHE È PER SUA NATURA ILLEGITTIMO QUANDO HA A CHE FARE CON LA POLITICA ED È IL POTERE DELLA FINANZA.

Questo nuovo potere non può entrare nel merito e deve difendersi con il silenzio, con la frode e con la calunnia.
Nessun regime politico, con la sola eccezione di qualche signore della guerra o di qualche bandito un po’ meglio organizzato rispetto ad altri può pretendere di governare in nome della finanza, ci vuole una foglia di fico sui genitali del potere. Occorre qualche scusa religiosa o patriottica.
IL POTERE CHE CEDE ALLA LOGICA DI SERVIRE LE PICCOLISSIME MINORANZE DI RICCHI SI CANDIDA A NON ESSERE UBBIDITO NEL MOMENTO DEL BISOGNO O DELLA DISGRAZIA, È QUINDI UN POTERE DEBOLE CHE SPESSO TROVA PESSIMI CAMPIONI E PESSIMI CAPI E NESSUNA AUTENTICA FEDELTÀ.

La fede in qualcosa è a pensarci bene il primo degli ingredienti per creare la civiltà e per dare senso ad una realtà collettiva di natura politica.
LE NUOVE TENEBRE SONO PEGGIORI DI QUELLE PASSATE PERCHÉ IGNORANO I LORO LIMITI E LA LORO NATURA, L’IGNORANZA CHE VIENE DAL SERVIRE IN POLITICA L’EGOISMO DEI POCHISSIMI È ANCOR PIÙ VILE E DISTRUTTIVA DEL DOGMA E DEI VALORI ARISTOCRATICI.

Il suo non conoscere limiti rende illimitata la sua portata distruttiva, la sua capacità di demolire ciò che era prima certo e di creare al suo posto cose fragili e incerte disgrega ogni valore morale o di convivenza civile che non sia una trovata pubblicitaria o l’esaltazione di sentimenti egoistici e auto-distruttivi.
La censura avviene semplicemente oscurando i microfoni e le telecamere e pagando esperti di comunicazione e della politica perché rovinino la reputazione e l’opera dell’eretico di turno sia esso un contestatore professionale come Beppe Grillo o il leader di qualche associazione di  consumatori truffati.
Talvolta dove non può arrivare l’arbitrio del silenzio arriva lo studio legale con  le querele e le diffide non appena si presenta il minimo appiglio legale o anche meno.
Il nuovo potere non ha un livello morale perché è per sua natura estraneo alla morale, esso è l’estensione brutale del potere meccanico del Dio-denaro e delle potenze scatenate dalla terza rivoluzione industriale.
Si tratta di una macchina titanica senza guida e senza meta
; chi pensa dominarla è ancor più pazzo di chi finge d’ignorarla, come la morte alla fine travolgerà tutti siano essi re o mendicanti.

Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it




20 maggio 2010

Ripubblicata la fine della Repubblica di Nessuno

20 Mag, 2010

De Reditu Suo - 2° libro

 La fine prossima della Repubblica di Nessuno


 


De Reditu Suo - Secondo Libro
La fine prossima della Repubblica di Nessuno

02/02/2010
Del Prof. I. Nappini
Odisseo l’eroe greco famoso per il valore e l’astuzia ingannò per salvarsi la vita e per salvare i suoi compagni di sventura il ciclope Polifemo mostro antropofago e nemico dell’ospitalità cara al Dio Zeus.
Quando l’essere enorme cercò di conoscere il nome del suo nemico e truffatore per trovare chi potesse vendicarlo l’eroe rispose che il suo nome era “Nessuno”, così il ciclope quando chiese ai suoi fratelli di punire nessuno fu abbandonato al suo dolore perché essi non compresero l’inganno nel quale era caduto l’empio gigante che aveva appena dichiarato che “nessuno” l’aveva oltraggiato e mutilato.
Oggi la Repubblica italiana sta per fare la fine di essere abbandonata al suo destino perché non ci sono forze politiche disposte ad accollarsi le responsabilità dei troppi fallimenti del primo vero tentativo di dare alle difformi genti del Belpaese un regime democratico almeno nei principi.
Alla fine della Prima Repubblica si era diffusa l’illusione che sarebbe venuto in essere un miglioramento per i ceti sociali poveri GRAZIE AL COLLASSO DEI VECCHI PARTITI PIENI DI LADRI E DI FURBASTRI E ALLA FINE DEL CONFRONTO ARMATO FRA NATO E PATTO DI VARSAVIA, tutto questo è finito nel cestino delle amare illusioni.
Nulla pare essersi salvato delle migliori intenzioni e delle belle speranze del breve biennio 1989-1990.
L’egoismo sociale, l’inquinamento dell’economia legale ad opera della criminalità organizzata, lo sfascio della società e di ogni antica morale, le guerre quasi permanenti hanno avuto la loro vittoria schiacciante sulle troppe ingenuità di tanti umani volenterosi e buoni, ma dispersi e senza alcuna guida.
ADESSO LA CRISI ECONOMICA TRASCINA CON SÉ LA CRISI POLITICA E MORALE DELLE GENTI DELLA PENISOLA, TUTTA LA REALTÀ ITALIANA PARE UNA MASSA INFORME DI ROVINE DI CONVIVENZA CIVILE E DI SPERANZE PERDUTE.

La Prima Repubblica defunta sotto le rovine di Tangentopoli ha lasciato il posto ad una Seconda Repubblica che è un malvagio amalgama di COSE MORTE E DI DEFORMITÀ VIVENTI che coincide con la vicenda politica dell’Imprenditore e Cavaliere del Lavoro e Onorevole Silvio Berlusconi.
Il problema è cosa sarà della Seconda Repubblica davanti a un probabile post-Berlusconi?
SARÀ FORSE LA REPUBBLICA DI NESSUNO
, una realtà politica che non ha sue ragioni e che deve appoggiarsi alla carta Costituzionale della Prima dalla quale ci separano ormai sei decenni che sembrano sei secoli viste le mutazioni che ha subito il Belpaese in sessant’anni.
COSA FARÀ UNA SIMILE REPUBBLICA DAVANTI A GRAVI PROBLEMI COME UNA GUERRA PIÙ DURA E TRAGICA DEL SOLITO O UNA CRISI SOCIALE ED ECONOMICA PERDURANTE?

Temo che alla fine di questa storia le diverse categorie di abitanti del Belpaese faranno pubblica abiura ostentando estraneità al presente regime politico secondo un vile, logoro e sporco canovaccio già visto ai tempi della caduta del fascismo.
La Repubblica dei partiti e poi di Berlusconi sarà come il male che punì Polifemo per la sua malvagità diretta contro le leggi degli Dei e degli uomini, ossia l’opera di nessuno.

Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazion.ilcannocchiale.it




4 maggio 2010

L'Italia della presente miseria

 

De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italia della presente Miseria

“Sono Povera con due bambini senza casa e lavoro aiutate mia famiglia con un poco di soldi per amor di dio grazia , dio di Protegga” così recitava il biglietto di una signora che chiedeva l’elemosina ai pendolari del treno Firenze - Pistoia in questo aprile 2010. Forse c’è accattonaggio patologico e professionale o forse c’è  una realtà di vera miseria che sta dietro al biglietto. Non saprei che cosa pensare. Comunque ho associato questa cosa patetica a un diverso ricordo. Si tratta di un quadro, una cosa certamente dell’Ottocento che ho visto due o tre volte nella facoltà di lettere nella sala dove di discutono le tesi di maturità e si proclamano dottori i candidati. Il quadro rappresenta un borghese ottocentesco forse è stato un antico barone universitario o forse un personaggio illustre della vita cittadina, la sua figura è immersa in un corridoio buio, in un nero quasi innaturale. Il volto dell’uomo lascia uno sguardo severo nella direzione di chi osserva, dall’alto di un tempo diverso e dell’immobilità del dipinto. Quella figura con i suoi vestiti impeccabili, con il suo volto pulito, con la sua pancia  e la calvizie ormai prossima  sembra giudicarti, quasi fosse un ulteriore membro della commissione di laurea che trapassa con gli occhi tutta la vita del candidato. Ecco quest’immagine paternalistica e autoritaria che racconta due evidenze della vecchia Italia: la prima è che si trattava di società borghese che pretendeva di reggersi sui suoi valori e di giudicare con giustizia sulla base di essi, la seconda è che questa società è entrata tutta nel corridoio nero delle cose finite e morte. Qui le due immagini quella del biglietto della mendicante e quella del ritratto del “Borghese” della sala dove si discutono le tesi si confondono mettendo assieme passato remoto e immediato presente.  Il mondo di prima con le sue certezze è stramorto, polvere di cose morte dispersa dal vento da decenni, quello nuovo si sta forgiando nell’incertezza e nella paura della povertà da parte proprio di quei ceti piccolo-borghesi e borghesi che prima erano il cemento sociale ed elettorale che permetteva ai “galantuomini” di giudicare il mondo umano dall’alto dei loro privilegi e delle loro certezze più o meno razziste e scientifiche. Leggo il biglietto della mendicante e il ritratto appeso in facoltà come i due estremi di una  vicenda umana: il mondo borghese  è avanzato giudicando, distruggendo, creando, ricostruendo e a furia di scaraventarsi in avanti è arrivato al capolinea in questo tempo. Questi anni sono post-borghesia perchè tutto è già finito e quel mondo borghese forte e originario oggi privo di veri antagonisti ha smarrito le sue ragioni più profonde e la sua natura e si è corrotto assumendo atteggiamenti e modi d’esistere e di stare la mondo che non erano i suoi ma quelli della delinquenza e della stranezza. Mi riferisco al modo con cui si è “borghesi” oggi: basta essere ricchi e possibilmente famosi a prescindere da come i denari siano arrivati, da quale sia la provenienza sociale, la storia personale, le origini della famiglia e della nazionalità. Ma questa non è più “Borghesia” ma altro.

                                                                                IANA per FuturoIeri




25 aprile 2010

Ripubblico due pezzi su Politica e spettacolo

De Reditu Suo - Secondo Libro
 La politica sottomessa allo spettacolare
Non piacer alle genti D’Italia sentirsi dire cose spiacevoli, ma talvolta è necessario farlo per non crollare dentro l’abisso delle menzogne, delle mezze-verità e delle pietose finzioni. Oggi ciò che è politico assume forza solo se si combina con la dimensione dello spettacolare, anche l’artista che intende esercitare una critica sociale e politica deve dar prova di suscitare emozioni e suggestioni sul suo pubblico. La politica prende la via dell’irrazionale, del sentimento,  della lettura parziale e faziosa estranea al ragionamento e al calcolo. Quando il politico di professione esce dal circuito limitato dei contatti con i poteri che contano siano essi istituzionali, forestieri, clericali, finanziari o politici in senso stretto deve presentarsi al vasto pubblico e nel caso dei suoi elettori motivarli e galvanizzarli Quindi il politico deve ricorrere alle forma della politica che è spettacolo e dello spettacolo che s’intreccia con la politica. Avviene quindi una pericolosa scissione fra ciò che è calcolo e interesse politico e l’immagine che di sé costruisce il soggetto politico sia esso un partito o un singolo che ha intrapreso quella carriera. Questa divisione delle parti in commedia può creare disagio e sconcerto nel pubblico quando l’evidenza dei fatti espone il politico alle critiche e allo smascheramento. Mentre si consuma questa doppiezza fra l’immagine pubblica e la vera e solida attività politica che oggi è ridotta ad amministrazione e mediazione fra poteri finanziari e di casta e plebi elettorali emerge una novità curiosa: comici e giornalisti fanno spettacolo e si occupano di politica spostando centinaia di migliaia di voti. Mi riferisco a personaggi come Marco Travaglio e Beppe Grillo, ma anche a Luttazzi e ai due Guzzanti e nel settore della musica giovanile il rapper Caparezza. Recentemente ho visto i video del rapper pugliese su Youtube e personalmente credo, anche se non posso dimostrarlo, che ha spostato più voti lui a sinistra di tutta la vicenda umana e professionale di Walter Veltroni. Infatti all’interno della sua opera è presente una fortissima critica sociale  e al sistema di produzione e consumo che colpisce la sensibilità anche del telespettatore più insensibile. L’emergere di potenzialità politiche nel mondo dello spettacolo non è una cosa nuova, infatti fin dagli anni ottanta ha fatto da ambasciatore del reaganismo duro e puro in Italia il film Rambo 2 e poi Rambo 3;  pellicole fanaticamente anticomuniste ed esaltatrici dell’eroe a stelle e strisce per definizione e della civiltà statunitense in tutte le sue asprezze belliciste. Quindi non è una cosa nuova che l’arte del cinema si presti ad operazioni di propaganda politica ora sottili ora aperte, a maggior ragione il fumetto, la satira, il teatro civile o la manifestazione di piazza sono strumenti politici. Solo che stavolta qualcosa è cambiato, la politica diventata professionale si è piegata su se stessa e deve inseguire lo spettacolare sul suo terreno, deve fare, oltre al suo ordinario lavoro di ricerca di consenso e di seguito popolare, un lavoro nell’ambito di ciò che è spettacolo, invenzione televisiva, evento pubblico.
  Lo spettacolo permanente dei nostri tempi sta ingoiando la politica e la sta trasformando, in qualcosa che può essere drammaticamente provvisorio e temporaneo, lo spettacolo ha bisogno di continue emozioni e di mutare i personaggi e la scenografia, la politica se si contamina può trasformarsi in qualcosa d’irragionevole e di grottesco.
IANA per Futuroieri


De Reditu Suo - Secondo Libro
 La fine prossima della Repubblica di Nessuno

Odisseo l’eroe greco famoso per il valore e l’astuzia ingannò per salvarsi la vita e per salvare i suoi compagni di sventura il ciclope Polifemo mostro antropofago e nemico dell’ospitalità cara al Dio Zeus. Quando l’essere enorme cercò di conoscere il nome del suo nemico e truffatore per trovare chi potesse vendicarlo l’eroe rispose che il suo nome era “Nessuno”, così il ciclope  quando chiese ai suoi fratelli di punire nessuno fu abbandonato al suo dolore perché essi non compresero l’inganno nel quale era caduto l’empio gigante che aveva appena dichiarato che “nessuno” l’aveva oltraggiato e mutilato.  
Oggi la Repubblica italiana sta per fare quella fine di essere abbandonata al suo destino perché non ci sono forze politiche disposte ad accollarsi le responsabilità dei troppi fallimenti del primo vero tentativo di dare alle difformi genti del Belpaese un regime democratico almeno nei principi. Alla fine della Prima Repubblica si era diffusa l’illusione che sarebbe venuto in essere un miglioramento per i ceti sociali poveri grazie al collasso dei vecchi partiti pieni di ladri e di furbastri e alla fine del confronto armato fra Nato e Patto di Varsavia, tutto questo è finito nel cestino delle amare illusioni. Nulla pare essersi salvato delle migliori intenzioni e delle belle speranze del breve biennio 1989-1990. L’egoismo sociale, l’inquinamento dell’economia legale ad opera della criminalità organizzata, lo sfascio della società e di ogni antica morale, le guerre quasi permanenti hanno avuto la loro vittoria schiacciante sulle troppe ingenuità di tanti umani volenterosi e buoni  ma dispersi e senza alcuna guida.  Adesso la crisi economica trascina con sé la crisi politica e morale delle genti della penisola, tutta la realtà italiana pare una massa  informe di rovine di convivenza civile e di speranze perdute.  La Prima Repubblica defunta sotto le rovine di Tangentopoli ha lasciato il posto ad una Seconda Repubblica che è un malvagio amalgama di cose morte e di deformità viventi che coincide la vicenda politica dell’Imprenditore e Cavaliere del Lavoro e Onorevole Silvio Berlusconi. Il problema è cosa sarà della Seconda Repubblica davanti a un probabile post-Berlusconi? Sarà forse la Repubblica di Nessuno, una realtà politica che non ha sue ragioni e che deve appoggiarsi alla carta Costituzionale della Prima dalla quale ci separano ormai sei decenni che sembrano sei secoli viste le mutazioni che ha subito il Belpaese in sessant’anni. Cosa farà una simile Repubblica davanti a gravi problemi come una guerra più dura e tragica del solito o una crisi sociale ed economica perdurante?
Temo che alla fine di questa storia le diverse categorie di abitanti del Belpaese faranno pubblica abiura ostentando estraneità al presente regime politico secondo un vile, logoro e sporco canovaccio già visto ai tempi della caduta del fascismo.  La Repubblica dei partiti e poi di Berlusconi sarà come il male che punì Polifemo per la sua malvagità diretta contro le leggi degli Dei e degli uomini, ossia l’opera di nessuno.
 
IANA per Futuroieri
 




14 aprile 2010

Gli amici hanno editato un mio vecchio scritto

12 Apr, 2010

De Reditu Suo - Il falso nel ridicolo: ideologie in Italia

Scritto da: F. Allegri In: De Reditu Suo| Professore Iacopo Nappini e letto 31 volte.

 
De Reditu Suo
Il falso nel ridicolo: ideologie in Italia

05/01/2010
Mi tocca sospendere una cosa che mi stava a cuore intorno al concetto di donna come soggetto vittima delle novità della terza rivoluzione industriale per fare un ragionamento urgente SUI DELIRI FINTI che cercano di devastare l’animo di tanti che nel Belpaese HANNO CRUCCI BEN PIÙ GRAVI.
La follia ideologica che ogni tanto prende l’Italia, di cui quella di queste feste di fine 2009 oltre ad essere l’ennesima stanca, sporca e triste replica di cose già viste e udite a mio avviso è qualcosa di orrendamente concreto: IL MERITO NEL BELPAESE CONTA POCO E QUINDI LA POLITICA DIVENTA UN POTENTE ASCENSORE SOCIALE.
Fare tifo politico o far parte di un gruppo organizzato è una difesa dei propri interessi o un mezzo per potenziare i propri personali strumenti per strappare alla malvagità del mondo umano qualche favore o qualche posizione di prestigio.
Questa discrezionalità potrebbe innescare oltre alla divisioni e agli odi che già impestano l’Italia anche l’astio di quelle comunità di nuova immigrazione che hanno difficoltà a integrarsi le quali a breve per compensare, per così dire, la malasorte non esiteranno a chiedere il diritto di voto.
Il criterio politico è una variante delle opzioni per le strategie economiche e sociali, ovviamente la cosa non avviene in modo lineare perché sarebbe una cosa troppo ragionevole per le genti del Belpaese ma in modo contorto, perverso, strano come se un pazzo avesse messo mano al pennello e avesse corrotto ciò che era dritto colorando sopra di esso ogni sorta di segno e di simbolo frutto della propria fantasia malata.
IL PIANO DELLE ILLUSIONI, QUELLO DELLA VOLONTÀ DI POTENZA E IL ROZZO CINISMO di sedicenti classi dirigenti e il QUOTIDIANO dei diversi popoli d’Italia che si arrangiano alla meglio si confondono, s’incrociano e talvolta si sovrappongono.
Le ideologie, l’appartenenza politica si distinguo in due fasce in modo piuttosto netto: I POVERI E GLI IDIOTI CHE CI CREDONO E I FURBASTRI DA TRE LIRE O I CINICI CHE CI LUCRANO SOPRA MANIPOLANDO LA GENTE.
Un po’ come nel gioco del calcio quando i giocatori in campo se ne fregano della squadra del cuore, per loro conta il contratto e i bonus, mentre i tifosi al contrario sarebbero disposti a far a botte, o peggio, per dei colori e dei simboli che appartengono non a loro, ma al proprietario della squadra di calcio che spesso è una società quotata in borsa.
Centinaia di migliaia di tifosi si eccitano e straparlano di qualcosa che è una proprietà di uno o più miliardari che vivono in un mondo estraneo e alieno rispetto al vissuto di tanti disgraziati che sfogano i loro dispiaceri la domenica quando si sintonizzano sulla partita.
FORSE LA PARTITA DI CALCIO DELLA SQUADRA DEL CUORE SPIEGA IN PARTE IL MECCANISMO IDIOTA DELL’IDEOLOGIA IN TEMPI IN CUI LE IDEOLOGIE NON ESISTONO PIÙ MA REGNANO INCONTRASTATI SOLO GLI INTERESSI DELLE PICCOLE E GRANDI OLIGARCHIE E LE LOGICHE DI POTERE.
Tuttavia nel credere a ideologie morte o alle loro pietose caricature è prevalente un senso di cosa ridicola che suona falsa, SOLO LA CAPACITÀ DEGLI UMANI DI NEGARE LA REALTÀ GIUSTIFICA QUESTA DIMENSIONE DI FOLLIA.
L’ILLUSIONE DI ESSERE PARTE DI QUALCOSA DI GRANDE E FORTE PREVALE SUL SENSO D’APPARTENENZA A QUESTA REALTÀ, L’IDEOLOGIA MORTA CHE AGITA LE SUE OMBRE È L’ALTRO ASPETTO DI UNA CIVILTÀ DI CONSUMATORI E DI CREDENTI NELLA PUBBLICITÀ.

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Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it



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