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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


22 marzo 2011

Sulla comune identità italiana

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Brevi note cronologicamente infilate una dietro l'altra


L’Italia Unita

 

1861-  Il Risorgimento

L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce e che è privo di alcune regioni si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze.

1861- 1876   La destra Storica al potere

L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire  e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la stragrande maggioranza degli italiani e le minoranze al potere.

1876-1887  La Sinistra Storica

La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha diritto di voto cerca di avvicinare le masse popolari con misure sociali e edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887-1896  L’età Crispina

L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la formula di creazione degli italiano è combinata da riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere un nazionalismo esasperato e forze socialiste diffidenti del concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia.

 

1898-1900  Sangue e fango sull’Italia.

L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove  spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani s’allontana. La politica diventa aspra, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango  cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901- 1913  L’Età di Giovanni Giolitti

L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, aperture alle forze sociali e operaie nel Centro-Nord. Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914  L’Italia del Dubbio.

L’Italia è l’unico paese  fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e  industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto coche comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria-Ungheria, il parlamento è contrario  alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti popolari impauriti.  Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole e la Corona per motivi di prestigio internazionale e  di potere.  

1915-1918  L’Italia della Grande Guerra.

L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza di nazionalisti politicizzata e organizzata e di estremisti politici di destra politicizzata e organizzata a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei debiti contrati e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

 

1919-1920  Il Biennio rosso

L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi identità patriottica. Emerge la reazione quadristica,  armata e terroristica  fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di patria  e di Stato.

 

1922-1924  Il Fascismo al potere

Mussolini riesce a trasformare i fasci di combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato che segue la “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico.

1925-1935  Il  Regime fascista

Il fascismo cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica.  L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo.

1935-1939  Anni Ruggenti

Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista. Tuttavia le vittorie in Etiopia e Spagna spengono il dissenso. Intanto Hitler con il suo Terzo Reich inizia la seconda guerra mondiale, è il 1 settembre del 1939.

 

 

1940-1943  La guerra Fascista

Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE.  Le disfatte del 1942  del 1943 in Russia e  Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani nel luglio del 1943 determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia resa di pubblico dominio  il giorno otto settembre 1943. L’esercito si dissolve nel giro di pochi giorni e la truppa scappa, si arrende o viene catturata dalle  forze germaniche.

1943-1945  La Resistenza

Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale.

1946-1947  Il Dopoguerra

L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a  Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto , Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica.

1948-1953 L’Italia Democristiana

L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e  comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico.

 

 1954-1963 Il Miracolo economico

L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e  di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e  monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica nel Mezzogiorno d’Italia.

1963-1968 Il primo Centro-Sinistra

L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori.

1969-1976 L’Italia della Strategia della tensione

L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976-1990  L’Italia di Craxi

Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito la distanza fra masse popolari e  potere politico, il famoso Palazzo, si riduce e aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo il PCI viene ridimensionato l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore social o umano non di natura mercantile, pesante indebitamento  dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991-1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico  riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994-2000 L’Italia della Globalizzazione

Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata  negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001-2011 L’Italia della crisi globale

Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane, gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e  terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia vi partecipa con sue forze. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 




15 febbraio 2010

Antichi incubi e nuove paure

 


De Reditu Suo - Secondo Libro

                                        Antichi incubi e nuove paure

Ormai tre generazioni o forse quattro dividono questo tempo dalla Seconda Guerra Mondiale e dai suoi orrori e dalla sua dimensione totale. I massacri di intere popolazioni inermi, i bombardamenti a tappeto, le città distrutte o ridotte a torce che prendono fuoco nella notte si sono semplicemente spostate. La guerra con il suo potenziale distruttivo e tecnologico ha lasciato alcune zone dell’Asia e dell’Europa per trasferirsi altrove dove grande è la miseria e dove molti sono gli interessi economici e  commerciali. Le banche fanno affari con le industrie belliche e i cittadini buoni, onesti e democratici mettono i soldi nel sistema bancario che lucra sulla guerra e sulla povertà e perfino sui bisogni di milioni d’esseri umani. Ultimamente i poteri finanziari stanno cercando, fra l’altro, di cavar lucro dalla privatizzazione dell’acqua e dalle speculazioni nel mercato dei generi alimentari. Tutto questo è considerato dal moralismo dominate cosa buona e giusta. I buoni democratici d’Italia e d’Europa son troppo preoccupati dal loro privatissimo tornaconto per concepire o comprendere i fatti che sono evidenti. Talvolta ho il sospetto che si parli e si ragioni di cose futili per evitare il confronto aspro e duro con la banalità di questo presente. Comunque sia i bombardieri Anglo-Americani non trasformano più le città d’Europa in torce accese con le “tempeste di fuoco”, i giapponesi non massacrano più i cinesi a decine di migliaia, l’Armata Rossa non impone più il regime staliniano ai territori “liberati”, la Gestapo di Hitler non terrorizza più i popoli vinti, e  anche la Wermacht non esiste più. L’esercito tedesco ha infatti cambiato nome si chiama Bundeswehr ed è al fronte in Afganistan con l’alleato italiano, con i marines statunitensi e con i reparti speciali inglesi e combatte la nuova guerra a bassa intensità contro i nuovi nemici: insorti, terroristi e talebani. Proprio come capita agli italiani anche i tedeschi ogni tanto riportano a casa qualche “eroico caduto” con gli onori militari. La bara fa la sua scena assieme  ai soldati schierati con le divise stirate e l’immancabile elmetto accompagnata  dalla bandiera nera, gialla e rossa con  l’aquila germanica bene in vista sul coperchio.

Nel Belpaese si ragiona spesso di fantasmi con la svastica nera, eppure le nuove guerre e i nuovi caduti sono lì, se arriverà un disastro sociale e militare per i regimi democratici arriverà in conseguenza dei nuovi conflitti e non di ciò che ha lasciato un passato ormai remoto. Inoltre le conseguenze della spartizione del mondo operata dalla conclusione della Seconda Guerra Mondiale sono messe in discussione dalla presenza di più potenze imperiali in competizione fra loro. Avanzo l’ipotesi che dentro il Belpaese ci sia la volontà ferrea di scappare dalla realtà, di fuggire in mondi di fantasia, di creare mostri immaginari per non pensare alle mostruosità reali;  la fuga dalla realtà è come la peste medioevale può contagiare tutti dal popolano miserabile al potentissimo principe.

IANA  per FuturoIeri




20 novembre 2009

L'inverno nel Belpaese

De Reditu Suo

L’inverno nel Belpaese

Forse solo l’inverno fra le quattro stagioni riesce a comunicare l’esigenza del rinnovarsi della vita, davanti all’evidenza di una natura che è giunta al termine di un ciclo la mente umana capisce l’esigenza di rinnovamento. Questo tempo freddo, umido e un po’ triste mi porta ad associare il concetto di vita – morte - rinascita alle faccende politiche e culturali dell’Italia.  Credo che  questo nella vicenda pubblica si sia giunti all’inverno, sicuramente uno degli ultimi della vecchia Italia. Una sorta di tenebra fredda che nasconde la decomposizione delle cose morte nasconde la banalissima evidenza che tutto ciò che era stato prima ha cessato d’essere da tempo; vuoti simulacri e ombre del passato tormentano i viventi.  Quando questo freddo inverno della vita cesserà d’essere le diverse genti del Belpaese dovranno  restituire un qualche senso alla loro esistenza ed uscire da questa prigione di pregiudizio e paura che è tutta nelle loro teste. La morte del mondo di prima, delle sue ragioni, delle sue certezze, delle sue ideologie prepara il terreno al nuovo, la politica politicante del Belpaese e le minoranze al potere hanno finora avuto l’interesse a far vivere le diverse genti d’Italia entro i confini di una fredda fantasia da cultori dell’orrore e delle cose morte. L’illusione di un qualcosa d’’immutabile, di immobile che si ripete nelle trasformazioni di facciata dei poteri politici ed economici. Eppure non è così la  cella frigorifera buia e tetra nella quale son precipitate le genti d’Italia si sta sfasciando, le pareti cedono, il termometro sale, entra la luce dalle pareti rotte. In realtà da qualche anno vado pensando che da tempo proprio chi vive di politica sfrutti questa situazione e si faccia forte di cose morte per catturare un facile consenso e bollare come comunista o fascista non il rivale politico o il partito avverso ma il gentiluomo e la persona perbene che solleva critiche e perplessità davanti ad una gestione della cosa pubblica che ai molti appare criminale e criminogena. Questa cosa squallida, che aiuta gente anziana, impaurita e ignorante a far finta di vivere in un trapassato remoto stramorto e polverizzato, è forse l’arma più forte della politica politicante; chi fa osservare che l’inverno è finito e la primavera sta arrivando viene semplicemente zittito, offeso, preso per un demente o per uno che ha vissuto troppo tempo fuori dal Belpaese. C’è in tutto questo una forza d’inerzia nelle cose che si muove contro i lestofanti di casa nostra, una specie di movimento degli uomini e delle cose che sta togliendo la terra sotto i piedi a chi pretende di vivere in un tempo morto. Se conosco bene l’Italia e le sue disperse genti  so come andrà a finire: “un bel giorno tutto comincerà a crollare e arriverà un momento di schianto, a quel punto i fanatici propagandisti delle illusioni e delle fregature si trasformeranno nei più accesi lodatori del nuovo e di ciò che prenderà forma”. In fondo fare certi mestieri legati alla politica, alla pubblicità, alle pubbliche relazioni e alla persuasione politica e culturale è solo fare un mestiere. Perché stupirsi se un bel giorno certi personaggi cambieranno padrone o modello politico, o culturale; in fondo è solo una faccenda di busta paga, di arrivare bene alla fine del mese. Forse c’è una morale in tutto questo, solo che io personalmente non la vedo.

IANA per FuturoIeri






16 novembre 2009

Il risveglio in un altro tempo e in un altro luogo

De Reditu Suo

Il risveglio in un altro tempo e in diverso luogo

Nel Belpaese la libertà di pensiero è poco praticata, la maggior parte dei cittadini accetta più o meno passivamente ciò che arriva dalla televisione e dai giornali e riviste “popolari”, stavolta però c’è qualcosa di nuovo, l’Italia è cambiata moltissimo in vent’anni, è irriconoscibile. E’ cambiata la mentalità, i costumi e le logiche, perfino la politica e il lavoro. Quando metto assieme nella mia mente ciò che è vecchio con ciò che è nuovo, osservo qualcosa di strano. Mi pare che accostando i due tempi si verifichi n passaggio così forte che sembra di risvegliarsi in un altro tempo e in un altro luogo. E’ come se vent’anni da poco trascorsi avessero avuto una potenza tale da far fare alla società italiana un salto di oltre un secolo, come e le trasformazioni profonde della società del Belpaese fossero state accelerate. Così capita che un tranquillissimo signor Mario Rossi si svegli una mattina scopra che la realtà in cui credeva di vivere ha cessato d’essere tanti anni fa; inizia a quel punto la sua personale traversata verso questo presente così confuso e inquietante. Purtroppo chi dovrebbe condurre i pubblici affari per limitare i danni di questa traversata del deserto sono quelle centinaia di migliaia di “italiani” che vivono di politica e sulla politica; costoro sono orami un grande ceto parassitario che finge di far amministrazione e attività di mediazione fra le parti sociali ma in realtà ha come unico scopo la preservazione del proprio tenore di vita e talvolta di alcuni specifici privilegi. In realtà le diverse genti d’Italia sono abbandonate al loro destino, a questi temi scellerati e violenti senza alcun vero conforto o sostegno, la massima che spiega la psicologia profonda degli italiani ”ognun per sé e Dio contro tutti” si sta ritorcendo contro  tutta la  nostra gente prescindere dalle differenze. Il singolo isolato non può creare gli strumenti per interpretare e operare in questa complessità, ha bisogno di un sistema di valori e di relazioni, di capire se stesso e di salvarsi dall’inquinamento psicologico della pubblicità commerciale e della propaganda politica che lo condizionano pesantemente. Uno si può dare dei valori se ha una sua intima libertà di pensiero che esclude i pesanti condizionamenti di questo sistema di produzione e consumo. Non poi detto poi che questo bizzarro paese dei balocchi costituito da un rozzo impasto di  pubblicità, propaganda bellicista, interessi finanziari e plagio delle masse anonime di consumatori abbia davanti a sé i decenni su cui fa conto, il sistema è pieno di contraddizioni e fragile: basta una grave disgrazia a metterlo in discussione. Questo presente italiano che ha usurpato il passato non solo non è sacro ma non ha neppure delle solide basi; sembra un bivacco di affaristi e delinquenti, la sosta oltraggiosa delle orde barbariche sulle rovine di qualche antica città dell’impero romano d’occidente rasa al suolo. E’ molto probabile che il prossimo futuro sia diverso da questo presente così miserabile e chiacchierato, potrebbero prendere di nuovo forma quei deliri ideologici e sanguinari che seppelliscono i regimi scellerati e corrotti sotto un furore che reclama un rinnovamento anche a costo di ridurre tutta la realtà in una distesa di cenere e di rovine macchiate di sangue e fango.

  IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

Per un futuro?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro?

 

Il fanatismo e l’odio duro e puro contro l’altro, contro il nemico non è cosa da gente del Belpaese, in questo siamo diversi dalla maggior parte dei popoli dell’Europa e del Nuovo Mondo che sono in grado di odiare con straordinaria intensità. Gli altri hanno saputo dar prove in questo senso notevoli basta pensare alle guerre coloniali inglesi e francesi dei due secoli appena trascorsi, all’ecatombe di nativi del continente Americano per far spazio alla civiltà dell’uomo bianco, alla brutalità delle truppe germaniche nelle due guerre mondiali, alla spietata efficacia distruttiva del comunismo sovietico, e qui mi fermo perché l’elenco potrebbe prendere anche l’Asia, l’Oceania e  l’Africa. Il fascismo in modo limitato e artigianale, rispetto ai massacri tecnologici e scientifici attuati in scala industriale dai suoi alleati e dai suoi nemici, ha cercato di far indossare alle genti della penisola il volto feroce del guerriero e del conquistatore sanguinario. I risultati sono stati limitati e scarsi rispetto alle ben diverse prove ostentate in faccia al mondo intero dalle altre potenze imperiali che lottavano nella Seconda Guerra Mondiale. Forse il fatto di essere dei cattivi assassini su scala industriale può essere in prospettiva un elemento positivo, si può ragionevolmente pensare a un Belpaese che riesce a trovare il suo posto sul pianeta azzurro entro i termini di una politica non aggressiva e distruttiva come è stato per i precedenti imperi. Scrivo questo in un momento di "reggenza di fatto" nel Belpaese. I vecchi poteri declinano, i nuovi non prendono forma e il dominio dell’Impero Anglo-Americano che aveva per decenni controllato la Penisola, ufficialmente per “salvare le genti d’Italia dal Comunismo e dai Soviet”, mostra i suoi limiti; perfino un leader come Berlusconi si permette ironie sull’abbronzatura del presidente Obama e della sua gentile signora. Questa condizione di semi-colonia culturale di Londra e New York del Belpaese è destinata a mutare, lentamente ma necessariamente si farà strada l’idea di una nuova forma d’identità e civiltà italiana altra e diversa da quelle precedentemente conosciute; è da auspicare la presa di distanza delle genti della Penisola da questo presente politico che è una massa informe di mezze verità, ideologie strane, idee marce, memorie perdute e di vicende private di alcuni singoli che cavalcando ciò che è morto e decomposto hanno cercato per sé una soluzione attraverso la carriera politica. Un Belpaese rinato deve per sua intima natura intraprendere, spero per primo, la difficile via d’uscita dal fallimento morale e biologico cui sta andando incontro la razza umana a causa di processi industriali e  capitalistici privi di ogni controllo e di qualsiasi senso del limite. L’Italia deve tornare ad essere una civiltà perché c’è e ci sarà bisogno di una civiltà alternativa, di una via d’uscita dalle troppe follie che ha regalato al mondo un capitalismo aggressivo e senza regole, che indica a tutti la via di una crescita infinita in presenza di risorse grandi ma limitate. La possibile civiltà italiana dovrà individuare il senso del limite dello sviluppo, capire gli errori del sistema, trovare l’equilibrio che è necessario per creare una convivenza fra le differenze interne al Belpaese, oggi aggravate dalle comunità di recente immigrazione, in un’ottica di condivisione di alcuni valori comuni e forse di qualche obiettivo politico e di affermazione di civiltà alto e nobile.

 

IANA per FuturoIeri




11 ottobre 2009

Quale Italia fra reggenza e crisi dell'Impero?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Quale Italia fra reggenza e crisi dell’Impero?

Il Belpaese uscirà da questa strana vicenda politica che vede poteri politici deboli che si baloccano con uno Stato Italiano in profonda crisi e con la chimerica influenza che esercita sulla penisola l’Impero Statunitense ex garante della tranquillità dei ricchi nostrani dalle minacce e dai pericoli derivati dal bolscevismo sovietico.   Se si preferisce il grande impero è stato il garante effettivo dei privilegi delle minoranze al potere nello Stivale insidiate da quelle masse di cittadini che durante la Prima Repubblica guardavano con simpatia alle forze di sinistra e votavano per i comunisti italiani, e talvolta per i socialisti, nella speranza di cavar fuori qualche beneficio economico e di limitare gli abusi di un sistema sociale e politico votato a fare gli interessi di alcuni ricchissimi e in generale dei ceti sociali più elevati. Non quindi la speranza di una rivoluzione mondiale o la prospettiva di eliminare fisicamente il nemico di classe come è avvenuto aldilà della cortina di ferro, ma al contrario il comunismo nostrano e le forze di sinistra affini hanno operato per dar corpo alla speranza di far colare fin ai livelli più bassi della società italiana i quattrini del sistema Italia e i benefici della civiltà industriale. Adesso il gigante a Stelle e Strisce è in sofferenza i suoi rivali più forti cinesi, russi, indiani gli contendono il potere mondiale e  le risorse strategiche, i vecchi alleati prendono le distanze; perfino il Brasile dà dei dispiaceri, l’attribuzione delle Olimpiadi tanto per fare un esempio,  alla presidenza USA.  Fra i nuovi poteri emergenti c’è chi accarezza l’idea di poter far a meno in futuro del dollaro come moneta degli scambi internazionali, se questo pio desiderio prendesse corpo il gigante USA sarebbe forzato a riconsiderare al ribasso la sua potenza culturale, finanziaria e politica nel mondo a vantaggio dei suoi concorrenti. Del resto il Giornalista Robert Fisk sull’Indipendent, l’articolo è tradotto in italiano dall’Internazionale della seconda settimana di ottobre, conferma che il progetto di sganciarsi dal dollaro da parte dei paesi arabi produttori di petrolio e da parte  dei loro clienti è in cammino e si concretizzerà entro il 2018. Quindi il Belpaese è in strato di reggenza, l’impero straniero che garantiva i ricchi non può più farlo o quantomeno non può farlo come prima, inoltre lo Stato italiano è troppo debole per imporre la sua volontà ai ceti privilegiati e il pagamento delle tasse, non a caso è stato votato l’ennesimo scudo fiscale per il rientro dei capitali fuggiti all’estero. Personalmente auspico che questo stato di cose cessi il prima possibile, le genti del Belpaese hanno il sacro diritto e il giusto dovere di essere messe in condizione di ricostruire la loro civiltà, di poter tornare a dare un senso complessivo e sano del loro vivere qui e ora in una Penisola al centro di un mare che mette in comunicazione tre continenti. Legittimamente è perfino auspicabile si dia in un futuro lontano un qualche contributo tangibile alla civiltà umana da parte delle disperse e difformi genti che abitano la penisola.

Prima o poi le genti del Belpaese ritroveranno l’Italia.

IANA per FuturoIeri




8 ottobre 2009

La guerra: il gioco dei forti e il Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

La guerra: il gioco dei forti e il Belpaese 

Il Belpaese ha la ventura di lanciarsi talvolta nelle guerre altrui. Questo è accaduto nelle vicende serbe, afgane e irachene, per fortuna la questione irachena non ci riguarda più, in ex Jugoslavia una fortuna mostruosa ci ha salvato da conseguenze funeste, in Afganistan si combatte e si muore. Tuttavia una riflessione viene spontanea: un vaso di coccio come il Belpaese va a fare le imprese dei vasi di ferro. C’è da preoccuparsi, gli altri sono abituati all’idea della guerra e della morte per loro è normale perdere delle vite fra i loro soldati di professione, schiacciare i civili altrui sotto i bombardamenti, e massacrare coloro che resistono. Nella civiltà Anglo-Americana c’è un confine netto, segnato dalla propaganda di guerra, fra i tuoi e i loro. Gli altri sono malvagi strani, mostruosi, maligni nella natura e nelle intenzioni, i nostri buoni, belli eroici, giusti e virtuosi e votati alla vittoria. Nella civiltà atlantica la propaganda di guerra coincide con la visione del mondo. Non si può distinguere la verità in quanto verità dall’immagine del nemico e dei propri soldati che lo combattono veicolata dai militari e dai propagandisti. Questo modo di procedere non riesce a far presa fino in fondo nel Belpaese, complice un sottofondo di diffidenza nei confronti dei forestieri e un certo universalismo culturale già dell’Impero Romano che la Chiesa Cattolica ha, quasi per sbaglio, raccolto. Di solito nell’italiano non c’è quell’abito psicologico duro e forte per cui il confine fra bene e male è nettissimo, dove il compromesso è impossibile e l’eliminazione fisica necessaria; lo stesso fascismo dopo venti lunghi anni di retorica e preparazione psicologica alla guerra constatò i risultati limitati del suo tentativo di creare un Belpaese guerriero e sanguinario. Eppure proprio la propaganda bellicista delle guerre di Clinton e dei Bush è penetrata nel Belpaese portando a un risultato paradossale: le genti disperse del Belpaese son state forzate a ragionare in termini di Nazione e di potenza militare, a pensare la guerra sia pure contro nemici poveri e disorganizzati. Il gioco dei forti ha cambiato qualcosa: le disperse genti del Belpaese vedono che esiste l’altro ed è irriducibile alle nostre logiche e ai nostri comportamenti. Questo impone dei ripensamenti anche negli italiani che sono cattolici perché il povero o il “nemico” adesso non è detto che sia cattolico o che possa o voglia convertirsi. Il gioco dei forti e la sua propaganda sta cambiando lentamente lo Stivale, gli abitanti da secoli presenti nella penisola si sentono catapultati in un Belpaese non più soltanto loro, dove la paura e la minaccia prendono forme quasi metafisiche, irreali; ma ora possono far ricorso a un qualcosa di elementare e primitivo: nella guerra ci sono i nostri e i loro. C’è una barriera invisibile che scinde il proprio bene dal male altrui, non è solo propaganda è qualcosa di remoto, di antropologico, quasi animale nel suo darsi.

Credo che la conclusione naturale di questo processo culturale sarà la nascita di un principio di nazionalismo italiano, diverso da quello pseudo - risorgimentale e da quello fascista, si tratterà  del darsi  di forme d’appartenenza al Belpaese che fatalmente metteranno un discrimine fra le difformi genti della Penisola e i popoli che vivono nell’altra sponda del Mediterraneo, nel Nord - Europa e da quelli che son separati dal continente dalla barriera dell’oceano Atlantico.

 

IANA per FuturoIeri




30 settembre 2009

La resurrezione del Belpaese prossima ventura


La valigia dei sogni e delle illusioni

La resurrezione del Belpaese prossima ventura

 

Chiedendo preventivamente scusa ai miei venticinque lettori se son quasi forzato a scrivere perché credo che si avrà prima o poi una resurrezione del Belpaese al termine di questo ciclo funesto di decadenza e decomposizione dei valori e delle facoltà mentali delle diverse genti d’Italia. Ritengo che saranno gli stranieri a imporre alle nostre disperse genti di ripensare alla loro condizione e di trovare le ragioni del loro stare assieme. Semplicemente gli stranieri, cosa del resto scontata e ordinaria, metteranno una barriera fra ciò che è simile a loro e ciò che non lo è. L’italiano in fin dei conti sarà forzato a causa della sua estraneità alla cultura e alla civiltà altrui a darsi una propria forma di esistenza.  So che questo disturberà alcuni fra i miei venticinque lettori, che qui saluto e ringrazio, ma occorre andare oltre le frodi della comunicazione pubblicitaria e televisiva: gli altri sono diversi fra noi e in fondo al cuore non ci vogliono fra loro e non si vogliono mischiare con noi. Non lo sforzo di un pugno d’eroi, non una fantomatica e inesistente dimensione culturale, non la lingua scritta e meno che mai quella parlata o memorie antiche stimate e onorate (ma quando mai!) faranno il miracolo. Nulla di tutto questo può ricomporre le disperse genti del Belpaese. Solo il disprezzo dei forestieri e il disgusto con il quale si osservano nel mondo le vicende del Belpaese sarà il collante delle disperse genti della Penisola. Questa condizione di estraneità a un consorzio civile più ampio imporrà dolorosamente ma necessariamente il darsi di una Nazione italiana adeguata ai tempi; personalmente sarei ben felice se questa nuova identità s’identificasse con simboli più forti e consapevoli rispetto a quelli ereditati dalle passioni risorgimentali dell’Ottocento. Temo che questo processo di creazione di un nuovo mondo umano per il Belpaese potrebbe vedermi ridotto in polvere, come è oggi polvere triste e fredda di cose morte e perdute il mondo umano che ho conosciuto nell’infanzia. Non so quanto tempo ci vorrà perché le genti dello Stivale si sveglino da questo sogno delirante, da questa incapacità di distinguere i contorni della realtà. Si farà strada prima o poi l’evidenza che le genti d’Italia non sono riconducibili ai popoli Balcanici, che sono lontane dagli antenati del mondo antico, diverse dalle genti di Spagna e di Grecia e molto distanti per cultura e indole da quelle del Nord - Europa o della Scandinavia. Le genti del Belpaese sono altro, e questo altro non ha ad oggi né un nome né un volto. Del resto i partiti e i gruppi politici che ci hanno governato negli ultimi sessant’anni avevano i loro riferimenti nella Russia Sovietica, nell’Impero Britannico, nella civiltà Statunitense, e qualcuno timidamente osservava interessato cosa accadeva nelle socialdemocrazie nel nord del Vecchio Mondo; c’era tutto nei punti di riferimento del Belpaese perfino qualche estremista che s’interessava pure della Cina Maoista. Tutto meno l’Italia. Il Belpaese è questa cosa strana che sfugge a ogni ordinario ragionamento e che ancor oggi per definirsi deve capir cosa non è e in cosa è differente dagli sfortunati vicini del Nord-Africa e dai ricchi popoli dell’Europa. Del resto neanche gli altri sanno bene che fare, in qualche modo percepiscono che  l’Italia è parte dell’Europa e nello stesso tempo non lo è. Credo che il nodo insidioso debba esser risolto dalle nostre disperse genti, le quali prima o poi dovranno trovare quel minimo di compattezza che doni ad esse un nome e un volto.

IANA per FuturoIeri



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