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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


2 novembre 2016

Una ricetta precaria N.22

Ricetta precaria

22. il numero undici raddoppiato.

Schiacciata, stracchino e salsiccia. Tutto messo assieme per una merenda volante mentre prendevo al volo il treno per Lucca uscendo da scuola. A questo punto non posso omettere da questo testo certe deviazioni alimentari del mestiere d'insegnante laddove la scuola ha il bar. Potrei ricordare il giro di dodici anni di precariato a partire dai bar delle scuole o dalle merende organizzate per la giornata di lavoro. Mi ricordo che a Sesto non era male il trancio di pizza. Mi ritrovai a ricevere i genitori in una strana aula vicino al bar, sembrava una specie di cantina. C'era una cattedra, la sedia per il docente, due per i genitori. Una volta una coppia mi sorprese mentre avevo organizzato una colazione al volo con un pezzo di pizza e un cappuccino; scena imbarazzante sembravo un Fantozzi di turno beccato sul fatto dal dietologo. Un ricordo legato alla Schiacciata farcita dell'Istituto di Scandicci fu quando ci fu la convocazione per le cattedre annuali. Vi partecipò anche la moglie di uno dei politici più in vista e arrivarono un codazzo davvero imbarazzante di giornalisti e affini. Mi ricordo che mangiai di gusto mentre quelli aspettarono otto ore il momento della convocazione della signora, mi facevano un misto di pena e ripugnanza. C'erano quel giorno persone con storie incredibili da raccontare sulla scuola, vite vere di lavoro anche sofferte. Ma loro erano lì solo per raccontare la loro storia patinata e non si sarebbero mossi fino al momento del dunque, erano lì ignorando volutamente storie vere per rappresentarne una tutta loro. Pensai a quanto fossero squallidamente fuori posto mentre masticavo e grano, sale, maionese, insalata e prosciutto si mischiavano nel mio palato; avuta la loro storia andarono via di fretta. Un'altra volta in un esame di maturità il Bar della scuola, di solito ben fornito, aveva solo dei donuts vecchi e semicongelati. Dato che non c'era tempo per andare a giro ne comprai un paio e li masticai controvoglia e li buttai giù con un paio di bicchieri di caffè della macchinetta. Sembravo un tipo da cartoni animati, mi venne in mente perfino il videogioco di Fallout Tattics quando uno dei protagonisti da un frigorifero abbandonato recupera dei donuts congelati in una base militare infestata da mostri velenosi. Strane associazioni d'idee fa fare il cibo alla memoria. Invece a Firenze a un linguistico c'era un bar con un giardinetto sul retro, niente d'eccezionale ma era comodo per passare una mezz'oretta su una panca e magari ragionare con i colleghi. Mi ricordo che avevano cornetti e sfoglie calde la mattina prima di entrare in classe se avevo tempo mi facevo sfoglia e cappuccino, non era male neppure il caffè. In effetti la mattina avere un poco di tempo per rilassarsi prima di riprendere in mano l'insegnamento può esser utile, distende per un attimo i nervi e affronti meglio la classe e la situazione con i colleghi. Fra l'altro fu quello un anno difficile perché avevo una cattedra spezzata ed era anche un periodo di accese rivendicazioni sindacali, fermarsi a ragionare su quel che capitava era utile e necessario. Per quel che mi riguarda mangiare è di solito anche pensare. La testa in fondo, oltre al resto, ha anche la bocca e il naso e anche ciò che si mangia è parte della propria storia perfino di quella lavorativa.




19 settembre 2016

Una ricetta precaria N.19

Ricetta precaria

19. Altro numero primo.

I fagioli che passione. Ho sempre dato per certo che il miglior accompagnamento di una padella di fagioli fosse la salsiccia. Questo mi ricorda una cosa della mia infanzia. Mi ricordo che ero molto piccolo e riconobbi l'odore di salsiccia e fagioli del pianterreno, e stavo al quarto piano. Così andai, da buon sfacciato, a disturbare l'inquilino del pianterreno. Il fatto che fosse mio nonno mi consentì di condividere la prelibatezza. Se devo indicare almeno un lato positivo della mia infanzia è stato la scoperta degli odori. Mi ricordo distintamente il profumo del rosmarino che mia nonna mi mandava a prendere in una specie d'orticello presso un giardinetto maltenuto. Il rosmarino era strategico per le operazioni culinarie con il pollo arrosto o per le patate al forno. Un odore di cucina che mi è gradito è quello del sugo per condire la pastasciutta, mi ricordo di aver imparato a riconoscere quell'odore caratteristico. Nel quartiere dove vivevo durante l'infanzia quest'odore si spargeva verso le 12, magari pochi minuti prima di dover rientrare. Mi ricordo di aver sentito anche il rumore delle stoviglie che usciva dalle finestre delle case. Credo che pochi odori comunichino un senso di vita domestica pari a quello del sugo al pomodoro per i comunissimi spaghetti. In certe giornate di primavera era davvero come il rintocco di una campana, segnava il tempo. Altro odore caratteristico era quello di fritto di patate o il comune odore di pollo arrosto, specie la domenica. L'odore del cibo non è mai una cosa neutrale, racconta molto dell'essere umano. Mi capita ancor oggi di sentire qualcuno di questi odori li associo spontaneamente alle abitudini della tipica famiglia italiana. L'umano non è solo ciò che mangia ma anche quel che annusa, di solito il ricordo degli odori che gli sono familiari è un tratto caratteristico della storia di una persona. Tornando ai fagioli mi ricordo che sono stati tante volte la sostanza di pasti fatti di corsa e in mezzo a tanti pensieri degli anni nei quali ero studente universitario, anni difficili. Per prima cosa fare una ricognizione e vedere cosa c'è. Se ci sono fagioli, sugo di pomodoro, sale, pepe e magari anche un cucchiaio d'olio e una salsiccia si può provare a far qualcosa. Prendete una padella tipica. Rovesciate nella padella sugo e olio, possibilmente d'oliva, un pizzico di sale e il pepe. Fuoco basso e aspettate che si manifesti il riscaldamento del composto a quel punto è il momento. La salsiccia apritela a metà o fate dei buchi in modo da far sciogliere un poco il grasso nel sugo e ovviamente mettetela nella padella dove il sugo è già bello caldo. Per chi piace ci sta bene anche un po' d'aglio o altro elemento che serve a dare un odore forte. Questo dipende dai gusti. Quando avrete impressione che la carne è cotta e gli odori si sono amalgamati rovesciate il tutto su piatto. Accompagnate il pasto con del pane o della schiacciata perché è nella natura della cosa, in fondo è un tegame che serve a riempire lo stonaco e a gratificare il naso. Se vi riesce pensate intensamente a un momento del vostro lontano passato o a qualcosa di familiare, con due bei bicchieri di rosso la cosa sarà più facile e avrete unito a un pasto casereccio ricordi lontani. E anche così avrete risolto.






30 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo

Stefano Bocconi: Vero. Maledettamente  vero.  Questa nostra società è priva di un punto fermo. Di un centro su cui convergono quelli che una volta erano i valori e le tradizioni.  Mi chiedo come si possa riconoscere un buon esempio, un buon insegnante, un…  Non  so. Ditemi un po’ come la pensate.

Paolo Fantuzzi: Un punto fermo diverso dal conto corrente. Chiedi molto. Oggi che la vecchia società è disgregata e disfatta manca proprio il terreno su cui dovrebbe poggiarsi un sano insegnamento o un vero discorso sul  mondo. Qui nel nostro tempo tutti i valori o sono oggetto di commercio o sono relativi, di conseguenza solo la legge nel senso della polizia e del tribunale può tener assieme una società disfatta sul piano sociale e priva di valori condivisi. Va da sé che tribunale, polizia, burocrazia sono poteri, sono poteri dello Stato e quindi le minoranze che controllano lo Stato sono il nuovo Potere che governa senza autentiche forze d’opposizione. Quello che salva un po’ la gente comune da una più grande oppressione è che queste minoranze al potere sono divise fra loro e piene di contrasti e spesso non riescono a far morire il vecchio per creare il loro mondo. Lavorare per una società umana disgregata è stato un loro successo, ma nello stesso tempo non son riusciti a metter assieme i pezzi. Bravissimi nel dividere e nel frammentare e nel trarre profitto da leggi svuotate di senso e da società in disfacimento ma pessimi nel costruire un loro mondo stabile e forte. Questa per me è la decadenza di oggi. Questo tempo di decadenza è reso più amaro dal fatto che c’è poca speranza, non si comprende come possa determinarsi un futuro migliore. Inoltre se si guarda sul serio il futuro si notano che queste guerre nuove e spettacolari fatte di spedizioni militari, lotta al terrorismo, lotta agli insorti e chi più ne ha ne metta s’avvicinano ogni anno sempre più pericolosamente ai confini dell’Europa e di riflesso del Belpaese.

Franco:  Infatti eccoci qui a lamentarci. Almeno nel medioevo le confraternite potevano fare una bella e collettiva recitazione di preghiere e processioni varie allo scopo di incorrere nella benedizione e nell’intervento della Madonna e dei santi.  Vi ricordo che è l’essere umano colui che dà senso alla sua vita, e in questo giudizio e personale convinzione sono confortato dai numerosi testi di religione e mistica che ho letto e studiato. Quindi anche se l’evidenza ci comunica la nostra marginalità davanti ai grandi poteri del mondo occorre ammettere che esiste uno spazio interiore che è il primo luogo da liberare e da far nostro. Ripeto. Occorre prima liberarsi dal pregiudizio e dalla pigrizia e dall’ignoranza, e dopo si potrà costruire un proprio sapere e una propria visione del mondo umano e della natura. Oggi  i molti desiderano e vogliono comprare verità preconfezionate, seguite da qualche evidenza, da immagini edificanti o terrorizzanti. Insomma chiedono non percorsi spirituali o culturali da seguire e su cui impegnarsi ma miracoli, profezie di santoni, magie facili e popolari, in una parola illusioni. Di sicuro occorre qualcosa di più di qualche illusione, di qualche gioco intellettuale per trovare un punto fermo nel divenire delle cose di oggi.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ho l’impressione che sia opportuno tacere. Sento che al tavolo del professore stanno parlando di qualcosa di simile. I maestri di arti marziali stanno ragionando del loro maestro defunto. Credo ci riguardi. So che non è da  gran signori. Ma intuisco che sia opportuno ascoltarli facendo finta di niente. Aspettate sta arrivando anche il capo.

Il padrone del locale: signori tra poco faccio portare la bistecca, ho preso dei bei pezzi dal mio fornitore, per voi ho messo a cuocere la migliore.  Aspettate e sarete ben serviti, la faccio semplice ma buona.

Clara Agazzi: Questa bistecca è più che altro vostra.

Paolo Fantuzzi: Aspettate un momento mi pare che al tavolo in fondo il tuo amico il professore stia per prendere la parola. Ci vuole altro vino. Altro vino per favore!

Stefano Bocconi: Accidenti sono confuso. Mangiare o ascoltare. Non riesco a far bene tutte e due le cose.

Franco: Fate quel che vi pare, per quel che mi riguarda voglio proprio sentire cosa dice.

Si sente la voce del professore. Si rivolge ai maestri e ai vecchi allievi del suo defunto maestro di Judo.

Ora voi avete rammentato il maestro ricordandolo in molti modi. Ora poiché tutti avete parlato e raccontato qualcosa adesso tocca a me. Confesso un certo imbarazzo perché devo scendere nei ricordi personali, proprio come avete fatto voi. Questo è necessario  per sviluppare il mio discorso. Il mio ricordo è questo ed è molto lontano nel tempo. Ero nei primi anni dell’adolescenza quando stanco per l’allenamento e l’esercizio cercai di andar via dal tappeto. Il maestro mi fu subito addosso e mi disse che dovevo restare, perché ero sul tappeto e non potevo andar via. Sarei andato via quando lui l’avrebbe stabilito. Quella per me fu una lezione importante di vita. Perché in quel caso il carisma del vecchio Ivo fece il suo effetto. Mi resi conto allora che nella vita, anche nei fatti apparentemente banali, ci sono dei momenti nei quali non ci si può sottrarre, non ci si può ritirare o nascondere dietro una scusa. Non si può uscire dal tappeto quando fa comodo. Questa è la morale di questo ricordo. E qui devo tornare su una cosa che era un po’ sospesa nei vostri discorsi. Ossia la differenza fra un comune docente e un maestro. Il maestro diventa parte della propria esperienza di vita. Questo non sempre si può dire del docente, dell’insegnante, del professore i quali sono figure che istruiscono, che giudicano, che formano ma non sempre sono maestri. Questo perché la figura tipica del maestro che oggi onoriamo è per l’allievo formazione del fisico, del carattere, è stare dentro le regole del judo, seguire la vita di palestra, è esperienza viva e concreta che si trasmette e si fortifica nelle prove, nelle competizioni,  e nella pratica sportiva. Il maestro è più di una somma di risultati sportivi o di ricordi di tempi passati, è parte della costruzione fisica e mentale di un praticante di arti marziali. Il docente. Il professore è una figura che è simile al maestro sotto molti punti di vista  ma che spesso non ha il carisma, o le condizioni, o la cultura, o l’ambiente giusto e ovviamente la considerazione per  assumere l’importanza che ha la figura del maestro di arti marziali verso i suoi allievi.  L’insegnate spesso è una figura di passaggio nella vita dell’adolescente e di solito non si tratta di una scelta. Per caso questo o quello in qualità di docente entra nella vita di ciascuno. Il maestro di judo si segue o si lascia. Quindi c’è differenza fra i due casi.




24 novembre 2013

Un muro...un mondo morto.

Mi è capitato domenica di passare dal quartiere della mia infanzia. Ho ritrovato un vecchio muro, dalle parti della  scuola elementare. Nel muro c'era del muschio. Il muro  aveva un non so che di vecchio. Ho capito che era per me quel muro era il segno di una ovvia evidenza: il mio vecchio mondo è morto. Ciò che era venti o trenta anni fa è cessato perchè il senso di quel mondo umano e politico non ha più posto o senso nell'Italia del qui e ora. Mi sono fermato a pensare di esser vivo mentre i miei vecchi mondi umani che ho attraversato hanno cessato d'essere. Quindi sono un viandante che da un passato finito attraversa questo presente che mi pare mostruoso e ripugnante in  molte delle sue manifestazioni; il buonsenso mi porta a pensare che dal momento che il mondo di ieri è finito anche questo tempo dovrà prima o poi cessare e ciò che è stato potrà esser pesato e giudicato come tutte le cose finite e inerti. Finchè questo presente esiste, finchè le sue logiche e il suo culto del DIO-DENARO sono viventi e in sviluppo non si può pesare e giudicare se non in  modo approssimativo e sull'onda delle emozioni o dello spirito di parte. In fondo se il passato si è dissolto nel presente e si è suicidato perchè ciò che davvero aveva da dire non si è compiuto o si è trasformato nel suo opposto o è altro da sè perchè questo tempo non dovrebbe a sua volta subire lo stesso processo? Davvero questo mondo umano incentrato sul dio-quattrino è l'ultima civiltà? Sinceramente non mi pare possibile. Il problema è come il presente del qui e ora s'avvia a tramontare e a diventare una delle epoche finite del passato? Un mondo umano può morire e lasciare delle eredità culturali, morali, di convivenza civile, di tradizioni, perfino di bellezza estetica. Sinceramente spero che questo presente lasci il meno possibile. Non ha a mio avviso la dignità di star assieme con le epoche del passato siano esse nostrane o forestiere. Mi pare evidente che tutto lo strapotere tecnico e intellettuale dei grandi imperi di oggi perlopiù degenera o si mette al servizio dell'egoismo più sfrenato e delirante di pochi potentissimi individui o si fa servo dei complessi militar-industriali. Inoltre  le nazioni  che per dignità e cultura potrebbero cercare delle ragionevoli alternative all'antica legge del pugno - dominio del più forte-  e del dio-quattrino - tutto è in vendita- s'accodano o si fanno servi dei potenti del momento. No, questo tempo è il regno dell'esser avidi ma in  una forma patologica e potenzialmente suicida  e tendente all'infinito perchè pensa una crescita infinita del modello di produzione, consumi e creazione di ricchezza in presenza di un pianeta dalle risorse grandi ma limitate. Io attraverso un tempo e un mondo umano che disapprovo e al quale auguro di esser pesato e giudicato con una severità pari alla durezza delle recenti guerre combattute per denaro e per il possesso illegittimo di beni altrui.




7 febbraio 2010

La manifestazione del futuro

De Reditu Suo - Secondo Libro

 La manifestazione del futuro

Se guardo indietro negli anni, alla distanza di due o tre decenni con particolare riferimento a ciò che era opinione comune osservo che non si sono verificate né le profezie catastrofiche di terze o quarte guerre mondiali e neanche si è realizzato il migliore dei mondi possibili, e neppure un compromesso fra queste posizioni. Il catastrofismo da distruzione totale in una guerra nucleare non è arrivato ma si son avute tante guerre a bassa intensità e a conflitti armati che nascondono evidentemente dietro di essi la mano di finanziatori occulti e mercanti di armi. Le speranze di natura positivistica che vedevano nel futuro una dose abbondante di progresso e benessere per tutti si sono arenate davanti alla crisi e all’arricchimento senza precedenti di alcune minoranze di ricchissimi che hanno manipolato l’informazione e la grande politica per trarre enormi vantaggi sociali ed economici. Il futuro quando si è manifestato come presente ha spiazzato un po’ tutti, anche le meraviglie del computer hanno preso una forma inimmaginabile con Internet e con l’I-Pod e presto con questo I-Pad. La macchina con il suo sapere universale pare disponibile e non remota o magica e soprattutto vicina attraverso una strumentazione semplice  che rende disponibile il sapere, scritti, immagini e suoni. Del resto per quanto amaro possa essere devo ammettere con me stesso che la vita di Steve Jobs il genio di Silicon Valley e co-fondatore della Apple ha mutato più cose nel mondo umano di sessant’anni di politica internazionale della Repubblica Italiana. Oggi come oggi 150 anni d’Italia unita non valono il peso specifico degli ultimi trentacinque anni di sviluppo scientifico, tecnologico, finanziario, industriale del solo Stato della California. La creazione di un modello nuovo di mettere in relazione gli esseri umani con l’intelligenza artificiale ha visto proprio alcune personalità geniali e alcune grandi multinazionali statunitensi protagoniste di una rivoluzione tecnologica che è una linea di divisione fra la storia e la cultura la civiltà umana di prima e quella che sarà. L’Italia mentre si creava il nuovo mondo umano si consolava con qualche vecchio cialtrone che declamava rozzamente il fascino di secoli perduti e con il ricordo di antiche occasioni mancate mentre interi settori strategici, rappresentati anche dall’Olivetti, venivano smantellati o ridimensionati e tante attività industriali, commerciali e di ricerca chiudevano o si trasferivano all’estero. Forse è per non essere travolti da questo fallimento assoluto e collettivo che ogni anno decine di migliaia di cittadini del Belpaese cercano di trovar lavoro specializzato e ben remunerato altrove in Stati civili dove il merito conta qualcosa e dove il valore del singolo non è rimesso al capriccio di alcuni potenti o peggio degli interessi dei loro familiari o protetti. Perché un umano dovrebbe legare la sua vita e la sua fedeltà a un Belpaese che non può e non sa mantenere vincoli  di natura civile, sociale o di sangue. Non è possibile che da una parte ci siano solo doveri del cittadino e dell’italiano e dall’altra dei privati che usano la politica per diventar ricchi e difendere i loro privilegi strappati alla malvagità del mondo o di nascita. Fuggire è l’ultimo dei trentasei piani quando il male si fa marea e il nemico copre la terra con i suoi armati e i suoi servi, allora il guerriero deve salvar se stesso per poter un giorno di nuovo tornar a combattere. Talvolta morire è inutile almeno quanto vivere.

IANA per Futuroieri




12 luglio 2008

GENTE MIA DOVE SIETE?

Mi capitò quando ero liceale di leggere un racconto nel quale Dio chiedeva a Caino conto dell’uccisione del fratello. Lo chiamava chiedendo dove fosse.

Il luogo ove era Caino non era solo fisico ma anche morale, era il nascondiglio del fratricida.

Io non so se davvero c’è un Caino ma mi sono convinto da tempo che non ritrovo più l’Italia della mia infanzia, l’Italia di trent’anni fa. Non so dove sia oggi ciò che pure ho visto, ho annusato, ho ascoltato. Quella di oggi è un qualcosa di strano, di deforme, che assomiglia solo per l’evidente sovrapposizione dei luoghi e del territorio a quel mondo umano e sociale che avevo conosciuto da bambino. L’Italia di oggi non riesco a capirla, non sembra neanche più un paese unitario ma un mettere una su l'altra  culture diverse, alcune di esse addirittura di recente immigrazione.

Non sono Dio ma mi verrebbe voglia di dire: Gente mia dove siete!

Forse sono solo ombre, parti della mia mente aggredita dalla nostalgia di un tempo lontano, o forse no. Davvero quel mondo umano si è perso, quella società si è trasformata al punto di diventare qualcosa di assolutamente irriconoscibile. Mi manca quell’essere noi stessi che coincideva con il sentirsi parte di una storia perlopiù maledetta ma comune, quel riferirsi in qualche modo a vicende se non condivise almeno comuni, che in qualche modo ti scusavano in un certo senso e giustificavano il tuo essere qui e ora in questo sciagurato mondo di viventi in conflitto. In particolare faccio riferimento a un certo qual senso comune che portava a pensare in termini di futuro, di mondo possibile, di una storia personale da costruire. Certo l’infanzia fa brutti scherzi specie nei ricordi, le cose cattive possono venir obliate, quelle buone ingigantite, ma pur considerando le molte cose che parlano a sfavore di quel tempo mi sento comunque libero di affermare che quel mondo umano aveva nel complesso una visione più rosea del futuro, questa mia affermazione non è una statistica è una mia percezione. Oggi non trovo più la mia gente. La cerco, ma intorno tutto è finito anche le tracce del passato sembrano dissolte, restano alcune cose tangibili che perdurano negli anni come la cattedrale, le piazze principali, i ponti, i parchi cittadini ma intorno è come se fossero passati non trenta ma cento e più anni, tanto è cambiata la società.

Ci sono giorni in cui mi sento in esilio, non è che non capisco questo mondo umano, è che non lo sento più come mio, come se nel corso della mia vita avessi già attraversato almeno due epoche diversissime e lontane.

Mi manca quel mondo trapassato perché oggi posso dire che, a ragione o a torto, esso era un pò anche mio.


IANA per Futuroieri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/liber.htm




13 dicembre 2007

UN RICORDO LONTANO

Tanti anni fa quando ero alle prime classi delle elementari nella mia zona passava ogni tanto un tale che vendeva il formaggio a domicilio, a ripensarci oggi a distanza di tanti anni da quei ricordi lontani e sbiaditi degli anni settanta una cosa mi resta impressa che segna una differenza.   Quel tale che vendeva il formaggio si fermava a parlare con mio nonno che era anche suo “cliente”, in una certa misura il venditore aveva un rapporto personale che andava oltre lo stretto interesse.   La differenza è che oggi il cliente è un consumatore rappresentato dal codice a barre, il quale corrisponde ad una serie numerica di 0 e 1 dentro dei programmi che lo misurano, lo calcolano, lo pensano, ogni cliente e consumatore è integrato in una statistica, in un gruppo umano, in un segmento di mercato.  Il rapporto personale e di autentica comunicazione è finto, è un trucco pubblicitario, è un obbligo del rivenditore, oppure è impossibile.   Provi il gentile lettore a dialogare con una delle sue tante carte-fedeltà delle imprese di distribuzione, o ragionare dei casi suoi con una statistica che lo include nel numero degli umani presi in considerazione.  Chi scrive non vuole idealizzare il passato sia perché sarebbe ipocrita, sia perché non è giusto scappare all’indietro nel tempo cercando un comodo sollievo ai problemi del presente.  Chi scrive intende solo rimarcare la grande differenza che passa fra un cittadino, ossia di un umano integrato in un sistema di relazioni economiche e di vita, e un certo modello di consumatore che è un soggetto perlopiù passivo, plagiato dalla pubblicità e che facilmente può essere misurato, analizzato, e in una certa misura controllato attraverso ricerche di mercato e simili.   Occorre ripensare il concetto espresso dalla generica parola libertà anche per quelle genti che credono di averla a portata di mano, in questo inizio di nuovo millennio; è evidente che degli umani misurati, calcolati, indirizzati, scrutati dal loro sistema di consumo, vita e lavoro hanno in mano una libertà di qualità del tutto nuova che merita l’attenzione dei filosofi e degli storici e forse anche della pubblica opinione.   Sempre che quest’ultima voglia svegliarsi non più dal sonno della ragione, ma dallo stordimento quotidiano degli innumerevoli “consigli per gli acquisti”.  Forse sarà il fatale incontro di un sistema economico e di consumo che prevede una crescita infinita con i limiti delle risorse mondiali a far svegliare nel più brusco dei modi questa umanità fintamente e stupidamente felice e ricca.

IANA per Futuroieri



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