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14 settembre 2009

La destra all'arrembaggio di capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La destra all’arrembaggio di Capitan Harlock

 

E’ un fatto che ha scomodato perfino qualche commento giornalistico, una parte della destra italiana e segnatamente quella più arrabbiata ha assunto come eroe preferito il buon vecchio Capitan Harlock. Scanso equivoci vorrei far osservare che è singolare come da parte di una certa destra si cerchi di far di Capitan Harlock un proprio simbolo, invece altrove nessuno si pone il problema di far propri i simboli di un certo immaginario della "generazione  Mazinga".

Invito i gentili lettori a digitare su un motore di ricerca insieme i termini “Harlock”, “Destra”.
Per la verità c'è qualcosa che spinge in quella direzione: il simbolo dei pirati, la provenienza degli antenati di Harlock dalla Germania (c'è pure un nazista nel suo albero genealogico), i riferimenti certissimi dell'autore a Wagner e quindi di riflesso al tardo-romaticismo e al niccianesimo, e la critica radicale alla corruzione nella società umana e al cretinismo di una società dissoluta manipolata dalla televisione e dai divertimenti di massa.

Solo che occorre considerare, per amor del vero, che l'Harlock preso da destra non è esattamente quello della serie del 1979, la serie classica contro la regina Raflesia, ma piuttosto quello di una serie di gran lunga più infelice del 1982 nota come SSX, e segnatamente un OAV dal titolo: "L'Arcadia della mia giovinezza". In questo singolo OAV va in scena il suo antenato, il quale è con ogni evidenza un capitano della Luftwaffe, e assieme a lui appare anche l’antenato del suo amico e compagno d’avventure il giapponese mezzo samurai e mezzo ingegnere aereo-spaziale Tochiro.  Anche l’antenato del figlio del sol Levante si ritrova anche lui sul fronte occidentale in quella primavera del 1945. Entrambi gli antenati rimasti da soli contro tutti con l’ultimo aereo rimasto fanno amicizia e scappano in Svizzera. Scanso equivoci occorre rammentare che  le vicende del capitano si collocano nel 30° secolo e non nel 20°, nonostante ciò è proprio quella comparsata di dieci minuti a fronte di una produzione di anime su o con Harlock stimabile in un centinaio di ore, più o meno, che dà a quest’appropriazione da destra una qualche plausibilità.


E' curioso come la povertà di miti politici credibili crei un vuoto tale al punto tale che sui forum si discute se sia legittimo meno questo possesso politico del Capitano del 30° secolo.
La cosa appare piratesca, fra l'altro mi chiedo cosa ne possa pensare il creatore e detentore dei diritti del capitano Akira Leiji Matsumoto che è fortemente interessato al suo Copyright. Inoltre l’artista e

creatore del pirata spaziale da tempo lavora per far passare l’idea che i fumetti in generale, e quelli giapponesi in particolare, sono forme d’arte; l’accostamento tra il suo Harlock  e la  destra politica rischia di creare dei nemici a un ragionamento intellettuale pieno di dignità e buonsenso.
Io non credo che sia una cosa da balordi quest'accostamento all’insegna della politica, chi lo fa sa cosa fa. Penso alla necessità di trovare eroi, esempi, e miti; mancando quelli credibili e concretamente reali si può fuggire negli eroi dei prodotti d'intrattenimento, negli eroi virtuali.

Questo però mi fa pensare da un lato a un processo di surroga, viene a mancare il titolare di un posto e arriva il sostituto, dall'altro a una novità di una società in rapida trasformazione dove reale e virtuale si legano e s'intrecciano in forme nuove e totalizzanti.


IANA per FuturoIeri




13 settembre 2009

Sulla serie classica di Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

Sulla serie classica di Capitan Harlock

Al giorno d’oggi vengono sfornati dall’industria del’intrattenimento decine di rifacimenti di serie animate famose, di cartoni animati che diventano film; il senso che mi trasmette tutto questo è di un calo di creatività e di volontà di rischiare sul nuovo. Per questo voglio tornare con la mente al remoto passato.

 Nel lontano 9 aprile 1979 alle 19.15 Capitan Harlock faceva la sua comparsa nel piccolo schermo della penisola, sembra passato più di un secolo da allora, tutto è cambiato dai dischi in vinile si è passati al digitale, i gettoni marroncini per il telefono della SIP sono sostituiti dai cellulari con i quali si naviga nella rete, i trasferelli e le figurine da attaccare sugli album sono sostituiti dai videogiochi e dai giochi di carte collezionabili con i mostriciattoli e gli eroi della serie animate di successo.

La stessa gente del Belpaese non è più la stessa, la presenza poi di numerose e diversissime comunità straniere ha moltiplicato il senso d’estraneità che si prova ritornando alla memoria agli anni dell’infanzia.

Allora ritornare a qualcosa di quel passato è oggi possibile senza cadere nel ridicolo, si tratta di un pezzettino del passato, di qualcosa che non è più e che è stato, un passato che può servire per ragionare su cose che considero importanti.

E’ interessante osservare una delle logiche del Pirata del 30° secolo: secondo lui è giusto intercettare le merci e i beni perché le ricchezze che finiscono in mano a gente corrotta non andranno mai a coloro che ne hanno davvero bisogno; infatti l’eroe teme che l’umanità cada preda di una catastrofe alimentare o di qualche forma di carestia a causa del modo dissennato con il quale sono gestite le risorse. La guerra contro l’alieno popolo di Mazone fa sì che la probabile restituzione ai poveri e ai bisognosi, alla Robin Hood tanto per capirsi, debba esser rimandata; comunque quella sembra la sua intenzione. Il trinomio che viene a formarsi nella storia vede la coincidenza dell’eroe, dell’uomo libero e del giusto entro i limiti del pirata fuorilegge Harlock, il che presenta di fatto una situazione nella quale l’esempio e la salvezza per gli umani non può arrivare da un regime corrotto, o da una sua improbabile auto-riforma, ma solo dall’esterno e in coincidenza di fatti tremendi e distruttivi al massimo grado. Del resto il governo terrestre e gli sciagurati abitanti del pianeta azzurro, fatte alcune eccezioni di coraggiosi che sui fanno perlopiù ammazzare, rimangono passivi davanti alla catastrofe che s’avvicina e si volgono alla fuga dal pericolo solo quando è troppo tardi e l’attacco è già in essere con tutta la sua portata distruttiva. C’ è nella storia un senso di contaminazione: il potere politico imbelle e scellerato inquina tutti i suoi cittadini, sudditi e funzionari; porta gli umani alla catastrofe annunciata e nota con largo anticipo, e tutto questo in nome del quieto vivere di un regime iniquo che preferisce rischiare la sua totale distruzione che modificare qualcosa di sé per far fronte alla violenza del nemico. L’eroe salva, a fatica e grazie alla fortuna, l’umanità e forse il mondo ma è forzato a darsi l’esilio, il suo messaggio di coraggio e valore è affidato ai pochi che sono stati con lui nella speranza che riescano a smuovere un’umanità sempre pronta a cadere nella corruzione e nella follia. L’umanità corrotta e il potere in mano agli scellerati si sostengono a vicenda in questa serie animata e le follie dei corrotti e dei rincretiniti sono pagate da tutti i terrestri a caro prezzo.

Oggi che è passato così tanto tempo mi rendo conto che quella serie di 42 puntate è stata una punta  massima dell’animazione giapponese, in particolare mi colpisce come la trama presenti così tanti spunti al punto che può essere meditata con un certo interesse anche nella maturità. Forse è un piccolo, grande classico.

IANA per FuturoIeri




15 aprile 2009

Chi non siamo più, chi non saremo..?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi non siamo più, chi non saremo…?

Il tempo maligno, cinico e baro regala alla gente come me l’evidenza di mutazioni che mi rendono alieno il mio stesso paese, il territorio, i luoghi dell’infanzia. Quasi trenta anni di tempo sono trascorsi dagli anni settanta, la grande politica dopo il crollo dell’URSS e la recente crisi del sistema economico statunitense è irriconoscibile. Se una macchina del tempo trascinasse un’assessore comunista di qualche comune toscano del 1979 nella realtà fiorentina di oggi dell’anno 2009 costui non capirebbe più nulla. Nell’apparente immobilismo italiano tutto è cambiato, radicalmente; e come al solito il Belpaese non ha avuto il buongusto di mettere nero su bianco la sua trasmutazione in un corpo informe ma del tutto nuovo. L’Italia del Belpaese di trenta lunghi anni fa non esiste più, anche i volti sono cambiati. Nel Parco delle Cascine osservo una notevole presenza delle comunità straniere presenti in città; mi ricordo che l’ultima volta che sono stato in quel parco mi sono soffermato a considerare che al principio del secolo appena passato su quel gran prato i primi gruppi di appassionati del calcio si adunavano proprio lì. Una targa apposta negli anni settanta ricorda quel periodo primo novecentesco. Oggi a far quella cosa ci sono soprattutto i nuovi arrivati, e forse è nella natura delle cose che l’immigrazione sia anche sostituzione fisica di qualcosa che prima c’era e oggi non c’è o si vede di meno. Questo piccolo dettaglio di colore è per me l’evidenza di un violento cambiamento anche nel quotidiano, se in prima elementare qualcuno mi avesse raccontato che fra trenta anni il computer, che si vedeva allora di solito solo nei cartoni animati giapponesi tipo Capitan Harlock, si sarebbe diffuso nelle case private, nei luoghi di lavoro e di studio e che messo in rete avrebbe collegato centinaia di milioni di esseri umani con internet l’avrei preso per un visionario o per uno che raccontava storie. O forse no. Già perché trent’anni fa c’erano molte speranze nel futuro e qua e là c’era qualche forma di proiezione verso il futuro, di speranza. Questo oggi manca ed è forse l’elemento più vistoso del Belpaese, noi come italiani non siamo un popolo che si proietta verso il futuro, i film di fantascienza, i cartoni animati  e i fumetti che hanno descritto orrori e meraviglie del lontano futuro alla mia generazione sono in massima parte di origine giapponese e statunitense. La mia generazione è stata, felicemente secondo me, colonizzata dall’immaginario dei manga giapponesi. La mancanza della percezione del futuro è il grande male del  popolo italiano, perché è più della semplice rappresentazione di un popolo che ha perso la capacità d’immaginare e di vivere nel lontano futuro; è l’evidenza palese di un deficit di capire e pensare il presente, di una condizione di minorità. Non ci vuole un Platone redivivo, basta il buonsenso di chi ha annusato le culture che pensano in termini di futuro per capire che il Belpaese non è più quello di prima per una sua mancanza di capacità di capire e di mettersi in rapporto con la storia e con la vita.  Non ci vuole un Cartesio per comprendere come il Belpaese si condanni all’incapacità di gestire il presente non avendo più un rapporto sano con il passato che ha dimenticato o peggio acriticamente abiurato; questo non credere più nei modelli del passato si è dato senza che ve ne fosse uno credibile diverso da quello del consumismo più becero e straccione possibile. L’Italia di oggi non sarà più quella del remoto passato, che a onor del vero non è remoto dal momento che è anche il tempo della mia infanzia, non sarà nemmeno quella pensata in questi ultimi anni o mesi perché la “grande politica” e i grandi interessi non riescono più a leggere e a capire le diverse genti d’Italia, l’Italia sarà l’incognita con cui dovremo vivere. Questi anni saranno una grande X, un qualcosa d’incalcolabile perché la capacità di pensare il futuro di tutti si è perduta. Rimane solo il futuro dei privati, talvolta neanche più quello delle famiglie ma solo dei singoli. In questo caso il futuro di tutti è il futuro di nessuno.

IANA per FuturoIeri



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