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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


11 settembre 2017

Volentieri riceviamo e volentieri pubblichiamo

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

 

 

 

                                                                      

 




3 gennaio 2014

Sintesi: L'invincibile capitano vince ma non convince

L’invincibile capitano vince ma non convince.

 

Alla fine ci sono arrivato. Ho visto il film su Harlock.

L’invincibile capitano, qui quasi semidio vendicatore, è il protagonista di una nuova edizione delle sue imprese.  I temi tipici delle sue storie sono rifatti  e riconfigurati per adeguarsi al gusto di generazioni di giocatori usi da anni a smanettare con la playstation e il PC. Un Harlock in 3D quindi, messo a nuovo. Molti personaggi delle sue imprese sono assenti e il cast, per così dire, dell’Arcadia è ridotto al minimo; giusto il suo seguito più stretto ha una parte in questo film. La trama mi ha lasciato molto freddo, e così i colpi di scena. Il  capitano oscilla fra il semidio e l’eroe romantico che si lascia andare al suo destino; si fa persino tradire e catturare in una scena. Molto bene invece la critica ferocissima alla dittatura morbida, ma anche no, della solita sediziosa banda di vecchi cinici, abietti,  strapotenti e  prepotenti che con illusioni, inganni della politica e manipolazioni di ogni genere tiene in suo potere la solita umanità rimbecillita e sottomessa. Contro una simile abissale feccia il nostro scatenerà l’arma della verità nuda e pura aldilà di ogni possibile menzogna o falsificazione tecnologica. Tuttavia questa che è la parte che manda il messaggio più forte non è il punto di svolta della narrazione.  Il punto forte della trama si aggroviglia fra i grandi misteri della vita e della morte e dell’infinito, dove è il senso della vita e della vita come esseri umani a costituire il concetto narrativo trainante. Infatti è osservabile nel film un difficile bilanciamento fra la profondità dei concetti e la necessità di fare un prodotto  per un vasto pubblico.

Harlock eroe gotico e romantico mantiene l’aspetto da quadro dell’Ottocento dove la forza della natura e del cosmo è meditata con sofferenza e intensità dall’essere umano, dove la libertà diventa assoluta e diventa la ragione d’’essere di una vita assunta a simbolo universale.  Un classico del capitano bendato, peraltro. Eppure questa volta il capitano mi è sembrato combattere bene una battaglia grande, ossia  essere di nuovo una bandiera dell’animazione giapponese, con un film animato in 3D però non adeguato all’impresa. Sinceramente avrei preferito una riduzione della serie classica, anche perché il capitano da quando non mettono più in scena la Regina Raflesia non ha contro l’antagonista. A mio avviso da anni gli sceneggiatori non trovano l’antagonista adatto per lui. Per far risaltare il capitano orbo come il Dio Odino, e la similitudine non credo sia un caso, ci vuole il classico antagonista che lo rovescia come un calzino, come era nella serie classica -1978- . In quella serie era ottimo il duello fra due concezioni diverse semplicemente dell’esistere fra la regina aliena e il capitano bendato simbolo in questo caso di una coscienza umana libera e forte nonostante tutto e tutti. Qui è sacrificato a far la guerra a un pur dignitoso leader militare ma anche  paralitico, pieno di problemi psicologici e perdipiù assoldato da una cricca di vecchi malvissuti e a far da maestro di vita al giovane di turno. Giovane che deve decidere chi è davvero e giocarsi la vita per riuscire a distinguere il bene dal male, il vero dal falso. Forse l’aspetto del romanzo di formazione è quello che ha mantenuto uno stretto legame con le produzioni precedenti.

Ma del resto  come si può chiedere al capitano un’impresa al botteghino superiore alle potenzialità della trama?

Harlock vince anche stavolta perché è lui, e da solo può far il quasi- miracolo,  ma non convince qui in questa nuova impresa.

Degli effetti 3D non  dico nulla perché profano delle questioni e non so se esse siano in grado di sfidare la potenza degli effetti speciali  delle produzioni made in USA.

In conclusione un buon film d’animazione, ben confezionato, pieno di citazioni per quel che riguarda astronavi, divise, ambienti, situazioni. Le citazioni sono prese con grande eclettismo dall’immaginario del cinema, dei videogiochi e dei fumetti e abilmente confezionate per il pubblico dei nostri anni.  L’Harlock della serie classica capace di far il salto oltre la sua ombra e trasformare una serie televisiva in arte, come ritengo accadde nel 1978,  a mio avviso è lontano. Anche perché manca l’antagonista che gli fa fare il salto, che deve essere una figura opposta e  più grande di lui, proprio per ingigantire e rendere leggendaria l’impresa. Finora Raflesia rimane insuperata in questo ruolo.

Alla prossima capitano.

 

IaNa




17 maggio 2013

Diario precario dal 4/5 al 6/5/2013

 

           

Data. Dal 4/4/2013 al  6/5/2013

 

Note.

Maggio.

Governo  nuovo, polemiche vecchie.

 Italia immobile.

 Così pare.

Correzione terze prove, siamo alle battute finali dell’anno.

Mi prende un senso di solitudine e di stanchezza.

Visto film di Myazaki: Kiki consegne a domicilio.

Dibattito scolastico all’assemblea con psicoterapeuta e ipnologo.

 

Considerazioni.

Il film di Hayao Miyazaki è una piccola perla ma è anche una dose sconvolgente di zuccherosi buoni sentimenti e positive azioni. Alcune osservazioni. Prima osservazione in trent’anni è cambiato poco o nulla l’animazione giapponese è ancor  oggi percepita come spettacolo per bambini e con mio grande imbarazzo mi son trovato con il mio bicchiere di birra in mezzo a famiglie e a bambini con il guanciale di supporto per alzarsi di qualche centimetro sulle sedie o con il   bicchierone  di pop-corn. Più o meno al tempo della mia infanzia le cose stavano così, l’animazione in generale e quella giapponese in particolare era ed è pensata come spettacolo per bambini e famiglie. Mi sono detto: “se qualcuno mi chiede qualcosa dico che sono qui per scrivere una recensione per un blog”.

Seconda osservazione l’Europa descritta dal nipponico studio Ghibli è di fantasia, è il regno delle fiabe rivisto e corretto dove al posto delle casette di zucchero e pan di Spagna e alle carrozze trainate da topolini c’è un mondo tecnologico ordinato, preciso, pittoresco pieno di animali, fiori, natura. L’Europa da cartolina illustrata, anzi da acquerello di quelli che si vendono ai turisti stranieri nelle città d’arte. Terzo va osservato che la protagonista è una strega tredicenne a cavallo di una scopa volante che va a giro per i cieli del nord Europa evidentemente, se c’è una categoria umana che nella storia d’Europa è stata massacrata e messa al rogo dall’ordine costituito è proprio la categoria delle streghe. Il che mi fa pensare che in fondo lo sdoganamento della strega dei nostri tempi che avviene per fini commerciali e di vendita di prodotti d’intrattenimento e giocattoli vari sia dovuto al fatto che per via commerciale la strega cessa d’essere soggetto culturalmente e socialmente pericoloso. In effetti quando c’erano davvero le streghe a giro per l’Europa torture, roghi, processi, pubblici pestaggi erano la regola. Calvinisti, luterani, cattolici, furono spietati nei confronti della stregoneria letta come fatto demoniaco  e sopravvivenza di culti pagani e quindi opposizione concreta all’ordine costituito di allora.  Le piccole streghe della civiltà dei consumi e dello spettacolo, con la scopa volante o chitarra elettrica a seconda dei casi e delle sceneggiature, evidentemente non sono pericolose per l’ordine costituito; la civiltà presente ha sdoganato quello che per secoli era percepito come una potente manifestazione delle forze del male e togliendo alla categoria ogni dimensione malefica ha rivestito il settore “streghette e maghette” di una dimensione positiva, si tratta di un riciclaggio ben riuscito di una categoria umana. In questo il maestro dell’animazione giapponese non è molto diverso da molti autori che hanno preso questo riciclaggio e ci hanno lavorato sopra per creare personaggi simpatici più o meno positivi.

Per il resto è un ottimo film d’animazione all’insegna dei buoni sentimenti, del romanzo di formazione, del pittoresco.

L’Europa ideale e bella  e l’Italia ideale e bella  sembrano confinate nelle fantasie e nei capolavori grafici del maestro dell’animazione giapponese.

Lunedì incontro con la psicologia, l’ipnotismo e la psicoterapia e perfino la grafologia all’assemblea d’istituto. Niente lezione del lunedì ma sorveglianza.

Quattro settimane e la scuola è finita. Devo spingere al massimo il programma.




29 agosto 2012

Il Vangelo secondo Marcione





Il Vangelo secondo Marcione

 

Devo come prima cosa spiegare ai lettori il perché di un  titolo così singolare per la mia nuova raccolta di scritti. Il motivo è semplice. Dietro il disfacimento progressivo e potente dei miti morti e dei costumi ereditati dal Novecento emerge il bisogno di forme nuove di credenza e ragioni di vita adeguate ai tempi. Questo farsi di un mondo di valori altro e di ragioni altre non può essere impresa di pochi, sarà una creazione che verrà in essere per mezzo di molti che vivono nel disagio e di masse di umani delusi da questo presente. Quel che posso fare io a partire dalle piccole tribune virtuali per le quali scrivo di solito è provare a circoscrivere e a delimitare. C’è  il passato che è passato e non è più qui e ora  e c’è la proiezione verso il futuro. In mezzo il concretissimo presente. Quello che cerco con questi scritti è la circoscrizione di questo tempo meschino dominato da forze finanziarie e corporative senza volto e da pochi supermiliardari e la visione di un tempo altro possibile. Ovviamente come in molti miei scritti il passaggio da un tempo a un tempo diverso è qualcosa di distruttivo e di crudele, è anche il disvelamento del fallimento totale delle illusioni e delle promesse politiche del tempo morto. Intendo quindi con questi scritti affidare il mio discorso sul futuro da un lato al trapassato remoto, a ciò che è lontano e antico e dall’altro alla proiezione fantastica nel futuro. In questo modo spero di riuscire a limitare e delineare il più possibile questo presente e  a cogliere in modo intuitivo i processi di trasformazione  in atto.  

In questo momento mi pare improbabile poter delineare visioni di carattere probabilistico o matematico, preferisco, alla luce dei miei mezzi, intuire e delimitare quel che è possibile; anche la suggestione, l’intuizione, l’interpretazione di fatti antichi o di futuri immaginari può essere utile per capire e forse agire. Al lettore e alla lettrice auguro di trovare qualcosa di buono o di suggestivo da questa mia fatica.

 Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007

Recensione

Parte prima

Questo testo esige due sforzi interpretativi da parte del lettore, uno è volto a ricostruire il mondo storico sul piano umano e materiale nel quale si muoveva Marcione, l’altro è lo sforzo di capire perché l’autore ha profuso così tante energie intellettuali per scrivere la storia della Chiesa Marcionita. L’autore è stato un teologo e storico tedesco protestante di grande spessore intellettuale[1] di orientamento politico liberale e borghese vissuto fra l’ascesa del Secondo Reich e gli anni della Repubblica di Weimar. La forza della sua riflessione storica e teologica è quella di riscoprire le origini del cristianesimo e di mettere in discussione ogni pretesa dogmatica e quindi ogni limitazione autoritaria alla ricerca seria e motivata. La sua personalità di studioso rigoroso e sistematico emerge da questo suo testo così complesso e difficile. Basti pensare questo: non esiste un testo ufficiale della dottrina e della chiesa marcionita, ciò che si sa deve essere ricostruito a partire dalle molte informazioni che sono pervenute dai critici e dagli avversari cristiani di Marcione. Harnack ha rimesso assieme tutto quel che si conosceva fra gli studiosi del settore  fra fine Ottocento e anni venti del Novecento per ricostruire la teologia marcionita e la storia di questa Chiesa Cristiana. L’autore parte da quattro fonti: I resoconti e gli scritti che i suoi avversari hanno scritto contro di lui, la conoscenza della dimensioni e delle parti dei testi sacri che compose per sostenere le sue idee, la conoscenza precisa della sua critica biblica, alcune parti trascritte delle sua opera teologica Antitesi. Quello che lega queste quattro parti è la profonda conoscenza dell’autore della storia del cristianesimo e la sua volontà di distinguere, di capire per dare ai suoi lettori qualcosa di più delle tracce e dell’ombra della Chiesa di Marcione e di delinearne i fondamenti e le ragioni storiche; impresa intellettuale fatta a distanza di circa diciotto secoli dai fatti.

L’oggetto di tanto lavoro intellettuale è Marcione di Sinope passato alla storia come eretico ma anche come fondatore di una chiesa sua[2]. Marcione (85 d.C – 160 d.C) era originario di Sinope una città sul mar Nero fondata da coloni greci e già patria di Diogene il filosofo,  oggi la città si trova in Turchia. Secondo l’autore[3] Marcione era armatore di navi e questo suo mestiere spiega perché cercò di farsi accogliere dalla Chiesa di Roma in cambio di una cifra notevole 200.000 sesterzi che al momento della rottura religiosa e teologica gli vennero resi. L’autore dà per certo che vi sia stato un dibattito formale dove la dottrina Marcionita è stata ricusata e vista come pericolosa, il fatto fu tale che rimase famoso nella chiesa Paleocristiana. La cosa, secondo l’autore, è così singolare che potrebbe esser vera e rivela l’intenzione di questo personaggio di portare dalla sua parte la Chiesa di Roma. In effetti la sua dottrina prefigurava due divinità il Dio Straniero annunciato dal Cristo e il Dio del Vecchio Testamento che Marcione riteneva fosse davvero il creatore del mondo e quindi il male e il dolore del mondo e della condizione umana erano vincolati alla sua opera e non al Dio annunciato da Cristo. La scelta di Roma era forse dettata dalla speranza di trovare in quella comunità cristiana un terreno favorevole alla separazione netta che voleva proporre sul piano teologico.  Occorre capire che la Chiesa Antica prima dell’imperatore Costantino non era unitaria[4], quindi Marcione poteva sperare che la sua visione teologica rifiutata probabilmente a Sinope potesse esser accolta a Roma. Marcione riteneva di dover portare alle sue conseguenze la predicazione dell’apostolo Paolo, ossia la separazione netta fra cristianesimo ed ebraismo, fra la dottrina cristiana e  le leggi mosaiche. La teologia di Marcione segnava questo una separazione e un togliere alla vicenda di Cristo ogni riferimento al mondo ebraico. Marcione, secondo Adolf von Harnack, era un conoscitore[5] della Bibbia ebraica e anzi suppone che egli potesse aver avuto fra i parenti degli ebrei; non aveva le caratteristiche intellettuali di uno gnostico o di un filosofo pagano. Infatti l’adesione di Marcione a una visione teologica che va oltre San Paolo in quanto a superamento della Legge del Vecchio Testamento e fondazione di una nuova fede fa pensare a un percorso simile a quello dell’Apostolo folgorato sulla via di Damasco. Per far comprendere il centro della visione Marcionita Harnack scrive nell’introduzione: “Nei primi secoli della nostra era, ad Atene e ad Roma, probabilmente anche in altre città, si potevano leggere iscrizioni che recitavano “Agli Dei sconosciuti” oppure “ agli Dei dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa, agli dei sconosciuti e stranieri” e forse anche “Al Dio straniero”. Queste iscrizioni erano motivate dal timore e avevano il compito di prevenire attacchi sgradevoli da parte di divinità ignorate o straniere (religio eventualis) (…) A un simile Dio avevano pensato solo coloro che con la loro pavida e subalterna pietà avevano innalzato sull’altare “il Dio sconosciuto e straniero”. L’uomo che annunciò questo Dio è stato il cristiano Marcione di Sinope. I cristiani credevano di sapere di essere già stranieri su questa terra. Marcione corresse questa credenza: Dio è lo straniero che li conduce da questa patria d’oppressione e miseria nella nuova Casa del Padre. Di cui non hanno sentito parlare prima d’ora.” Il Dio di Marcione non era il Dio della Bibbia e fondatore assieme a Mosè del popolo d’Israele, era qualcosa di nuovo ed estraneo al mondo materiale e  a questo mondo che non aveva fatto lui; egli si fa annunciare attraverso il Cristo e offre la possibilità si salvarsi per una generosità e bontà divina sua in quanto è estraneo al male e al suo esser presente come parte costitutiva della vita e della natura. Di conseguenza Marcione passa anni a scrivere dal 139 al 144 per chiarire ed esporre la sua teologia; il suo sforzo va in due direzioni da una parte cerca di costruire un canone neo-testamentario costituito dal Vangelo di Luca[6] amputato di ogni riferimento al mondo ebraico e da alcune lettere di San Paolo e un testo le “Antitesi” incentrato sulla palese evidenza, per mezzo del confronto diretto fra i testi, delle grandi differenze fra il Dio ebraico di carattere Nazionale e locale e il Dio universale e spirituale del cristianesimo nascente. Per l’autore Marcione intese essere restauratore[7]  e critico dei testi cristiani che circolavano allora, anzi probabilmente il concetto di Vangelo inteso come libro e non come messaggio contenuto in scritti diversi si deve proprio a questa sua creazione di un Vangelo epurato dall’elemento ebraico e da quello che pensava essere la falsificazione portata avanti da falsi maestri e falsi cristiani.

Per l’autore questa posizione di Marcione è supportata dall’influenza delle lettere di
San Paolo  e in particolare della “Lettera ai Galati [8] dove si trova scritto: “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate a un altro vangelo. In realtà però non ce n’è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo.” (Gal.1,6;Gal 1,7). In fondo se il Dio del Vecchio Testamento aveva una sua “Littera Scripta” anche questo Dio straniero doveva averne data una, di sicuro preferiva non fidarsi della tradizione orale, ma neppure di quella scritta in quanto dubitava delle attribuzioni dei Vangeli agli Apostoli[9]. Questo Vangelo doveva esser da qualche parte e Marcione provò  a ricostruirlo con una riscrittura sulla base delle sue convinzioni e dei suoi studi a partire dal Vangelo di Luca, forse il primo che aveva studiato nella sua Patria. Quindi la sua opera dopo l’espulsione dalla Chiesa di Roma fu la creazione di una Chiesa propria, diversa, con una morale rigida, i cui fedeli erano pronti ad accettare il martirio quando arrivava per mano delle autorità. Una Chiesa quindi, con tanto di luoghi di culto, comunità, vescovi e non una setta gnostica o  un cenacolo di filosofi che discutono di teologia.

 

(Prosegue nella seconda parte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]Il profilo intellettuale dell’autore è esposto su http://it.wikipedia.org/wiki/Adolf_von_Harnack.

Dell’autore fra l’altro si sottolinea:” La sua opera maggiore (il Lehrbuch der Dogmengeschichte in tre volumi), manuale di storia dei dogmi pubblicato fra il 1886 e il 1890, fu ripubblicato più volte. In quest'opera Harnack evidenziò il sorgere del dogma, concetto con il quale egli intende il sistema dottrinale autoritativo del IV secolo e i suoi sviluppi fino alla Riforma protestante. Egli sottolineò che, alle origini, la fede cristiana e la filosofia greca erano così intrecciate che molti elementi non essenziali al cristianesimo penetrarono nella dottrina cristiana. Secondo Harnack, dunque, i protestanti non soltanto sono liberi di criticare i dogmi (in questo senso, per essi, il dogma neppure esiste) ma devono criticare ogni concezione dogmatica.”

 

[2] Sul Marcione di Sinope quale interprete e scrittore dei Vangeli Cfr. Corrado Augias, Mario Pesce, Inchiesta su Gesù, Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo, Mondadori, Milano, 2006, pag. 16. Sulla biografia di Marcione  http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione e http://www.treccani.it/enciclopedia/marcionismo_(Dizionario-di-Storia)/

 

[3] Esistono versioni diverse sulla biografia di Marcione e sul senso che si può attribuire  all’accusa di esser stato cacciato dal padre per aver sedotto una vergine, o al fatto che il padre fosse vescovo e forse lo fosse lui stesso. In generale si consiglia al lettore di prendere in esame più punti di vista. Cfr: http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione e http://www.treccani.it/enciclopedia/marcionismo_(Dizionario-di-Storia)/

 

[4] Sulla Chiesa delle origini e la sua formazione Cfr: Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, TEADUE, Forlì, 1992, pp. 318-326.   Ad una domanda di Augias sui primi nuclei organizzati del cristianesimo il professor Pesce osserva:” Questi nuclei organizzati, dicevamo, non hanno ancora un’autorità centrale che li amministri e non sono neppure federati fra loro. Il Cristianesimo nascente è fatto di tante comunità, dove nessuno esercita una funzione direttiva centrale. Certo, le comunità hanno rapporti fra loro, sentono di essere componenti dell’unica Chiesa di Cristo. Mano a mano che il tempo passa, tra la fine del II secolo e l’inizio del III, alcune sedi – Alessandria, Antiochia, Roma, Cartagine e naturalmente Gerusalemme – che coincidono, ad eccezione di Gerusalemme, con le grandi metropoli, acquistano una sorta di supremazia.”Cfr. Corrado Augias, Mario Pesce, Inchiesta sul Cristianesimo, Come si costruisce una religione, (Smart Collection),Mondadori, Milano, 2008, pag.114 .

 

[5]   Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 31-33

[6] Sulla questione di una fonte comune a Marcione e al testo del Vangelo di Luca cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione. E http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo.

 

[7]   Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 48-49

[8] Il riferimento è stato preso da La Sacra Bibbia, Edizione Ufficiale della CEI, Edizioni Paoline, Roma, 1980. L’autore cita la lettera ai Galati e in particolare Gal 1,7 a proposito della vicenda di Marcione.

 

[9]   L’autore ritiene che circolassero al tempo di Marcione i Vangeli attribuiti agli Apostoli, tuttavia Marcione riteneva che gli apostoli non avessero scritto i Vangeli, cosa piuttosto probabile, e che l’attribuzione apostolica fosse arbitraria. Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 54-55






5 giugno 2010

Un pezzo su libri e crisi del lavoro di Franco Allegri


Pubblico questo scritto di Franco Allegri già comparso su Empolitica certo di far cosa gradita ai lettori.


03 Giu, 2010

Morti Bianche. Diario dal mondo del lavoro

Scritto da: F. Allegri In: Politica in generale| Segnalazione disservizi al cittadino

 


I CONVEGNI DELLE FESTE DEMOCRATICHE
Morti Bianche. Diario dal mondo del lavoro

02/06/2010
Di F. Allegri
Martedì sera sono stato alla festa democratica è assistito alla presentazione del libro di Samanta Di Persio “Morti Bianche. Diario dal mondo del lavoro”.
La serata è stata condotta con garbo da Silvia Vannelli che abbiamo conosciuto il mese scorso nel corso del dibattito tenuto a Ponzano con Gramolati della CGIL e Fassina economista del PD.
Ho conosciuto Samanta prima del dibattito e mi ha colpito il suo sorriso poi l’ho vista sul palco e ho apprezzato la sua grinta, la sua lucidità e la sua determinazione.
Ho capito che aveva le doti morali necessarie e il coraggio per scrivere questo libro: lei ha buttato giù dei muri culturali, di quelli spessi e alti.
Samanta ha parlato dei processi che seguono molti casi di morte sul lavoro dovuti a ragioni perseguibili a livello penale e civile, è andata oltre la normale informazione.
Lei mi ha detto: “Non si investe sul precario, il lavoratore diviene un pezzo”.
Aggiungerei usa e getta, o usa e rimpiazza, parliamo del lato oscuro del lavoro inventato da Clinton e importato in Europa da Blair, questa è una mia considerazione!
Silvia ha chiesto alla nostra giovane scrittrice di raccontare due storie emblematiche.
Samanta ha scelto un caso di silicosi (fra i tanti) della nostra zona e una storia accaduta a Ortezzano in una fabbrica di frontalini per lavatrici dove morì un ragazzo di 23 anni perché una pressa che doveva avere 3 sistemi di sicurezza non ne aveva nessuno.
Due dirigenti dello stabilimento furono condannati a 8 mesi con la condizionale.
Questo ragazzo non riposa nemmeno in un loculo tutto suo, fu sepolto in un sito prestato da un’amica di famiglia che era anziana e s’era premunita.
Se ho capito bene, è partita una mobilitazione per acquistare un forno in un cimitero! Il fatto è triste da ogni prospettiva.
Subito dopo Samanta ha parlato delle morti sul lavoro in Spagna: in quel paese gli infortuni sono calati del 40% dopo varie riforme. In Italia abbiamo avuto un milione di infortuni e i morti sono passati da 1300 a 1200. Come dire, si poteva e doveva fare meglio; qualcuno si è mosso come i gamberi (nell’attuale governo). I morti nell’edilizia sono 600.
Qui aggiungo un pezzettino che ho ripreso da una mia traduzione recente degli scritti di Ralph Nader (Sullo stato dell’Unione del 29/01/2009) e lo faccio perché nessuno dispone di dati provenienti dagli USA. Ecco cosa disse Nader al punto 8: “…. sulla guerra in Iraq, arrivò al massimo, dichiarando “non sbaglio: questa guerra è finita e tutte le nostre truppe stanno venendo a casa.” Non per davvero. Sia Bush che Obama hanno deciso che 50.000 soldati rimarranno in Iraq indefinitamente, con molti altri nella regione del Golfo Persico. I contribuenti americani pagheranno quasi $800 milioni all’anno solo per sorvegliare l’ambasciata USA e il suo personale a Baghdad. Tale cifra da sola è più grande sia dei bilanci annuali dell’OSHA ($502 milioni per occuparsi dei 58.000 morti sul lavoro in USA) o del NHTSA ($730 milioni per occuparsi degli oltre 40.000 morti sulla strada). Mando tale editoriale alla Casa Bianca…”.
Subito dopo Samanta ha affrontato la questione dei sindacati.
Il primo colpo l’ha scoccato contro la UIL che la ricevette con fastidio quando andò a parlare con alcuni dirigenti del suo progetto.
Alla CGIL l’invitarono a rivolgersi all’INAIL. Solo i COBAS e il RDB CUB sono stati disponibili con lei.
In tema di controlli mi ha dato delle informazioni che conoscevo: le asl possono fare un controllo ogni 33 anni per azienda, nella nostra zona siamo a uno ogni 11. Se questa è la verità forse sarebbe il caso di prevedere il controllo obbligatorio per inizio attività. (mia proposta).
Gli infortuni invalidanti sono 40.000 all’anno.
Samanta ha raccontato anche il caso Mulas, una madre di 5 figli che ha visto morire sul lavoro, prima un figlio e poi anche il marito. Ci furono 2 processi, entrambi prescritti: nel caso del figlio per fallimento della ditta mentre nel caso del padre c’è stata la prescrizione consueta.
Nel 2001 partì dalla Sardegna e andò a vivere a Bergamo dove nel mese di luglio una trave cadde da una gru manovrata dal padre.
La famiglia si trasferì a Varese con gli altri 4 figli, 15 mesi dopo il marito chiamò la donna per chiederle di denunciare all’ASL l’impalcatura della ditta dove lui lavorava in quel periodo.
Dopo una settimana ricevette la risposta dalla Asl che non aveva i mezzi per fare controlli preventivi: il marito della signora era già caduto e morto.
Fra le soluzione che Samanta propone c’è un principio: facciamo come in Svezia, diamo più potere al responsabile per la sicurezza.
Ci ha anche ricordato che il governo Prodi aveva proposto un fondo per i familiari delle vittime sul lavoro: non è mai stato finanziato e come avete letto sopra c’è anche in USA.
La legge sul patteggiamento ha creato delle ingiustizie ulteriori, nessuno va più in galera, nemmeno per pochi mesi.
Lo scandalo italiano è l’ILVA di Taranto che in questi anni ha avuto 40 morti, un processo ha portato a una condanna per 14 mesi, ma poi è seguita la prescrizione, non è un fatto noto, a mio avviso.
Il grande processo è un altro, quello della Tissenkrupp, ma Samanta ci invita a non illuderci: sicuramente non farà scuola e nemmeno giurisprudenza.
Bisogna lavorare per educare alla sicurezza sul lavoro e ho appreso con fastidio civile che la Lombardia e la Toscana sono le maglie nere nella classifica degli infortuni sul lavoro.
Pubblicherò questo scritto anche nel mio diario sulla crisi: il tema mi sembra pertinente. Anzi questo scritto farà da spartiacque tra i pezzi scritti prima del crollo greco e quelli che farò nei prossimi mesi.
Alla fine io e un sindacalista abbiamo posto alcune domande, io ho introdotto la questione del salario minimo mentre l’altro interlocutore ha parlato della RLS e ha difeso l’impegno dei sindacati toscani e della FIOM.
L’argomento va tenuto vivo, si deve parlare di difesa preventiva. Io farò il nodo al fazzoletto e ho deciso di mantenere i contatti con questa scrittrice.

Franco Allegri è presidente dell’associazione Futuroieri e laureato in scienze politiche e si dedica alla libera informazione politica ed economica anche traducendo gli scritti e le lettere di Dennis Kucinich, Michael Moore e Ralph Nader, l’avvocato e antropologo giuridico e sociale americano. Per approfondire visita il sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri e cercare il suo diario sulla crisi. Su Facebook puoi fare amicizia con lui cercando Futuro Ieri.




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