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4 ottobre 2009

Una lettera da Nader


L'amico dottor Franco Allegri mi fa avere questa sua traduzione di uno scritto di Ralph Nader, ancora una volta devo constatare la profonda differenza che si respira quando a parlare di USA sono statunitensi dentro i fatti del loro Impero a Stelle e Strisce e non i giornalisti nostrani. C'è qualcosa di nuovo e di strano in questo scritto. Per il comune lettore italiano suona come una novità una critica dagli USA verso il presidente Obama; forse è una lezione di democrazia quella che viene da questa lettera: nessuno neanche il punto più alto del vertice del potere politico è aldilà delle critiche in un sistema democratico bene ordinato.
 Buona lettura.


IANA


 
[24 agosto 2009]

Distribuitela, grazie.

Tra la Retorica e la Realtà

Di Ralph Nader

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La Casa Bianca di Obama - piena di consiglieri politici ritenuti intelligenti guidati dal Presidente del movimento campagna del 2008 "Change You Can Believe In" - è in disordine.

Le peggiori varietà multiple e confuse del disordine provocano la confusione pubblica, il conflitto interno al Partito Democratico, e il lento ritiro della fiducia in Mr. Obama da parte dei suoi sostenitori più forti in tutto il paese.

Due dei sostenitori più tenaci sui media - gli editorialisti Paul Krugman e Bob Herbert del New York Times si stupiscono dei piani di Mr. Obama.

Krugman ha replicato l'idea del collega saggista del Sunday Times F. Rich che ha scritto sulle "sciocchezze" dette da Obama ai sostenitori a sostegno dell'adozione subdola, opposta e stupefacente delle peggiori politiche aziendali e militari di Bush. Invece B. Herbert, preso dal piacere del suo eroe politico per il ciarlare e vagheggiare di riforma sanitaria, pubblicò tale valutazione riluttante:

"Quasi ogni giorno sento uomini e donne delusi che votarono con entusiasmo per Mr. Obama. Essi credono che le banche agirono come dei banditi nei salvataggi, e che l'iniziativa sulla tutela sanitaria possa divenire un pasticcio. Il loro più grande fastidio, quello che Mr. Obama sia molle, restio o incapace a combattere con una durezza sufficiente a respingere i responsabili per il cattivo stato della nazione, è forte".

Raramente c'è stato un tempo più propizio per trasformare una leadership presidenziale.

Il capitalismo aziendale disgraziato ha frantumato l'economia.

Le condizioni di vita di milioni di lavoratori e pensionati le cui tasse furono usate per salvare questi truffatori e speculatori di Wall Street sono tetre.

Invece di esprimere rimorso, i lobbisti aziendali arroganti lavorano sul Congresso con domande feroci, alimentate da idee politiche da registratore di cassa e pagarono comizi costosi nei Distretti congressuali.

Le grandi imprese e i loro comitati d'affari non vogliono una vera riforma dell'assicurazione sanitaria che ridurrebbe i monopoli e i profitti. Non vogliono che gli standard di efficienza energetica e di progresso interferiscano con il loro squallido inquinamento e con l'inefficienza.

Non vogliono riduzioni al bilancio militare gonfiato e circondato da squallore, dalla frode e dall'abuso di ciò che il Presidente Eisenhower chiamò "il complesso militare industriale" nel suo discorso di congedo al popolo americano.

I supremi aziendali non vogliono riforme nelle leggi fiscali deliberatamente complesse e oscure per favorire gli evasori e gli elusori aziendali e i paradisi fiscali per i super ricchi. In breve, le imprese globali vogliono che Washington, D.C. continui ad essere il loro grande liberalizzatore e la vacca grassa per continuare l'abbandono dei lavoratori americani, il saccheggio del contribuente americano e la frode al consumatore americano.

Dimenticate la legge aziendale e l'ordine di reprimere l'onda del crimine aziendale.

L'armonia, il Presidente bipartisan Obama e il suo capo squadra Rahm Emanuel le hanno messe nel sacco.

Quello che sconfisse H. Clinton lo scorso anno ha avuto successo nel dividere i Congressisti Democratici in progressisti, liberali aziendali e Conservatori di Blue Dog, i Repubblicani possono credere a mala pena alla loro fortuna e sono impegnati a sfruttare questi scismi.

L'On. Steny Hoyer, il numero due Democratico alla House, scredita il suo portavoce sul piano di "opzione pubblica" di Nancy Pelosi per l'assicurazione sanitaria.

Il Sen. M. Baucus - un Repubblicano mancato mascherato da Democratico Presidente della Senate Finance Committee - lavora d'amore e d'accordo con i Repubblicani di destra e con la Casa Bianca per varare una debole legge "bi-partisan" che creerà nuova debolezza dato che i Repubblicani aziendali aspirano ad aumentare la debolezza della Casa Bianca.

Nel frattempo, alla House dei Rappresentanti, i legislatori più progressisti accusano il loro vecchio collega, Capo di Commissione, Henry Waxman di aver venduto ad un Blue Dog spavaldo i Democratici nella sua Commissione.

Al contrario Mr. Waxman stesso deve essere seccato che persino la sua "opzione pubblica" di compromesso (che i Democratici potrebbero chiamare "scelta pubblica") sarà deragliata dalla legge che l'asse Baucus/Grassley/Obama presto svelerà al Senato. Gli elettori di Obama non conoscono quello che hanno creduto di sostenere.

Mai Obama si identificò con un'idea chiara di riforma sanitaria - per non menzionare il single payer (pieno accesso per tutti al Medicare), che lui avrebbe favorito se avesse "iniziato a legiferare".

Non c'è stato nulla per mobilitare i suoi sostenitori nel paese e radunarsi.

E' triste da dire che questo era predetto dal curriculum politico di Obama come Senatore dell'Illinois e degli USA.

Raramente lui ha preso posizione e combattuto contro i suoi avversari. Persino dopo che lui ha fatto un accordo con loro, essi continuano a indebolire la sua agenda.

Ancora, B. Herbert intuisce l'andamento disturbante:

"Sempre più il presidente è visto dai suoi sostenitori come uno che amerebbe compiacere tutti, che è incline di natura alla scelta della soluzione bipartisan, che crede che i suoi sostenitori più forti staranno sempre con lui perché essi non hanno un posto dove andare, e che si ritirerà ogni volta che i Repubblicani e la folla aziendalista lo inseguiranno". Mr. Herbert può parlare come un'autorità.

Egli ha scritto molti editoriali nei 18 mesi passati per riflettere sull'attitudine del "nessun posto dove andare". Se lui abbandonasse le battaglie di successo, molti lo seguirebbero.

Sarebbe meglio per Mr. Obama se si svegliasse e desse attenzione alla sua base prima che essa trovi un posto dove andare e/o resti a casa.

Questo accadde a Clinton nel 1994.

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Tradotto da F. Allegri il 29/09/2009




28 aprile 2009

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Questa nuova mania del controllo, del vigilare intasando le città nostrane di telecamere, di poliziotti privati antitaccheggio, di ronde più o meno politicizzate rivela una paura di fondo del potere politico e dei ceti dominanti che legano le loro fortune materiali e patrimoniali al sistema di potere ad oggi vigente. Controllare, reprime, investigare, dominare su un territorio sempre meno controllato, in mutazione continua, in perenne stato d’alterazione. Tutto cambia, il potere economico e politico dovrebbe accettare il fatto di dover cambiare uomini, mezzi e riti.  Di dover costruire i suoi poteri e i suoi valori da contrapporre a quelli dominanti che sono pubblicitari e finanziari. Il potere politico ha esaurito da tempo la sua capacità di dominio sulle persone per mezzo delle suggestioni ideologiche, le grandi narrazioni sui massimi sistemi e i grandi destini si sono lentamente dissolte. Alla dissoluzione del suo futuro si è sostituito un generico senso di fedeltà ai modelli pubblicitari e di senso comune dominanti, I ceti sociali che vivono di politica hanno sostituito la grande filosofia e l’economia politica con i consigli per gli acquisti e con le campagne pubblicitarie organizzate e portate avanti da esperti al soldo. Non ci vuole molto per capire che i mezzi della pubblicità commerciale hanno finito per dominare l’immagine della politica, il mezzo è diventato il fine; della politica i molti vedono l’aspetto della propaganda commerciale, i manifesti, gli slogan, le frasi fatte, i discorsi fatti per i giornalisti della televisione che si risolvono fra i venti e i trenta secondi di trasmissione televisiva.  Se poi osserviamo l’aspetto critico verso la società e il sistema vigente di produzione e consumo si osserva che l’aspetto critico oggi ricade su soggetti eccentrici, comici, giornalisti atipici  e artisti; ossia la riflessione sul presente è affidata a soggetti marginali e non deputati a far questo. E’ un fatto che Caparezza ha recentemente fatto uno spettacolo di grande richiamo nel quale prende in giro ferocemente: le Grandi Opere, i VIP, la politica, la criminalità organizzata , e molto altro ancora. Caparezza è un cantautore di successo che mischia sonorità rap alla tradizione musicale pugliese e classica. In un paese normale personaggi come lui non dovrebbero essere centrali nella critica del sistema , eppure...

 La politica sta scappando dalle sue responsabilità, in pratica interi ceti sociali vivono di essa e sopra essa e non hanno idea della sua intima essenza. La politica degli ultimi quindici anni di Seconda Repubblica è una gestione a mezzadria con i poteri finanziari e criminali da parte di mediatori sociali, più o meno abili, che gestiscono, più o meno rozzamente, il consenso politico di quelle masse di cittadini che riescono a raggiungere. Il controllo del territorio che ritorno ossessivo nel discorso politico lo percepisco da una parte come volontà di cavalcare le paure del signor Mario Rossi, dall’altro nell’incapacità dei poteri politici di vedere la realtà del Belpaese con gli occhi e le prospettive dei cittadini che non sono parte di minoranze al potere. Inoltre nessuno mi ha spiegato come integrare, o convivere, con i milioni di nuovi “ italiani” che catapultati da noi da tutti e cinque i continenti qui vivono, mettono famiglia e, secondo logica, non vogliono più andarsene.

IANA per FuturoIeri




25 aprile 2009

Ma la politica?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ma la politica?

Quelle grandi questioni, quelle domande fondamentali che agli inizi della Prima Repubblica erano parte della cultura politica e della vita sono di fatto un terreno affrontato da  chi vive di satira, d’arte, di musica. Mi riferisco alla critica della vita quotidiana, sociale e politica che traspare dalle opere di Caparezza, dall’impegno politico di Beppe Grillo, dalle vignette di Vauro, dalle imitazioni di Sabina Guzzanti. L’opposizione dura e graffiante, dissacrante e tenace sembra ormai il terreno di artisti a metà strada fra l’apparizione televisiva e l’impegno politico, ammirati e stimati da un pubblico loro di fedelissimi. Ma la politica, quella per la quale i cittadini di questa Repubblica pagano cifre enormi dove è finita? Non è forse compito del potere politico entrare in relazione con i problemi del quotidiano, osservare la montagna del potere dal basso e dall’alto per capire gli elementi di rottura, i pericoli, i percorsi difficili; comprendere quanto un sistema rischia di essere travolto dal discredito, dal disprezzo, dalla diffidenza, dai nemici che si moltiplicano e dalla diserzione di alleati e sodali. Eppure se si mettono assieme le sole opere recenti di questi artisti, e non ci sono solo loro, emerge un Belpaese che non è in grado di star in piedi sulle sue gambe, disgregato al punto da non poter essere più visto nella sua interezza tanto è diviso moralmente, politicamente ed economicamente.  Di che si occupa oggi la politica?

Certamente non della realtà e della banalità di un vissuto quotidiano delle diverse genti del Belpaese, non delle minute difficoltà del signor Mario Rossi, non delle molteplici inquietudini che prendono alla gola milioni d’italiani che in questi anni si sono impoveriti o che semplicemente vedono il loro piccolo mondo mutato oltre ogni più fantasiosa previsione. L’impressione generale è che la politica italiana ai grandi livelli parli di se stessa e ragioni delle sue questioni interne, sia lontana dai cittadini e dalla vita banale perché essa è collocata in un limbo di privilegio, in una condizione sociale straordinaria. Alla fine l’apparenza del potere politico crea i suoi riti e le sue ragioni e cerca di mascherare la realtà concretissima di un paese in sofferenza in qualcosa che somiglia al Belpaese, in una mascherata permanente, in una finzione che vorrebbe essere collettiva ma in realtà è solo la recita grottesca orchestrata da esperti di pubblicità, di giornalismo e di pubbliche relazioni perlopiù prestati alla politica ma in verità a libro paga dei veri poteri che sono finanziari. Come dimostrano gli ultimi anni della vita di Montanelli l’editore che paga conta più del direttore del suo giornale. La finzione, la grande recita ha un suo limite: l’impatto con questo mondo reale e concreto; prima o poi quella realtà volutamente ignorata o mascherata , edulcorata o colorata si riprende la sua dura rivincita e presenta il suo conto. Per tutti. A tutti!

 IANA per FuturoIeri




20 aprile 2009

Cieli grigi e notti nere


Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Cieli grigi e notti nere.

I poteri che dominano nel Belpaese sono estranei alle difficoltà delle diverse genti del Belpaese, ultimamente questa caratteristica di banchieri, finanzieri, ambasciatori di potenze straniere, grandi faccendieri che si muovono fra la politica e i poteri economici occulti o palesi che siano, si è accentuata.  Le vicende del terremoto aquilano e le censure la Santoro per la sua trasmissione rivelano quanto l’illusione di un paese irreale e virtuale cerchi di essere più forte di qualsiasi richiamo alla realtà. Anche quando esso parte dal sistema televisivo. L’irrealtà dell’Italia rappresentata travalica la dimensione del piccolo schermo. Negli ultimi due decenni le trasformazioni dovute al crollo delle grandi narrazioni ideologiche, l’infamia che è caduta sulle classi dirigenti e sulla politica al tempo di tangentopoli, le innumerevoli mutazioni che hanno trasformato la vita quotidiana, l’incapacità di riconoscere i luoghi della propria vita sottoposti ad un’incessante cambiamento hanno rotto la continuità fra l’italiano e la sua storia personale. Il Mario Rossi di turno vive in un paese che fa fatica a riconoscere, i cambiamenti sono arrivati come arrivano i ladri negli appartamenti quando i proprietari sono in vacanza. Un bel giorno si è accorto che ciò che conosceva, che credeva, che pensava è, ed era, falso, distorto, non più parte del suo vivere.  L’amarezza per una realtà italiana difficilissima da decifrare con i suoi processi di trasformazione subiti e imposti dagli eventi e dai cambiamenti tecnologici ha preso il posto della capacità di pensarsi come parte di una realtà unitaria e forse comunitaria. Per questo la rappresentazione di un Belpaese finto, non conflittuale, non dominato dall’odio fra ceti sociali, non fazioso e disfatto nella sua capacità di star assieme, è apprezzato. La finzione irreale è un rimedio contro il male di vivere, è la grande fuga da ciò che non può più essere compreso, il Belpaese è orami indecifrabile. Così al posto della nuda verità di un mondo umano in conflitto e di egoismi sociali violenti e potenzialmente dannosi si ha una specie d’immagine rassicurante, di finzione allegorica del mondo reale, di racconto edificante e moralistico sull’Italia felice e capace, solidale, forte, rispettata nel mondo. Confesso che questo modo di rappresentare il Belpaese me lo rende odioso, preferirei assistere al nudo dramma del conflitto economico, all’esposizione delle passioni di parte, alla durezza di visioni del mondo diverse. Invece vivo al tempo della grande finzione, del racconto virtuale televisivo di un mondo che  non mi appartiene, un modo che riesce ad uscire dal televisore per inquinare il vissuto quotidiano. La finzione televisiva viene amplificata e ripetuta dai giornali, dai politici e poi diventa luogo comune, discorso banale, frasi fatte. Da anni spero di veder cambiare qualcosa ma temo che solo un risveglio traumatico e doloroso come una grande catastrofe aprirà ai molti gli occhi sulla realtà.

IANA per FuturoIeri




18 febbraio 2009

Anche il passato fugge dal Belpaese

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Anche il passato fugge dal Belpaese

Alle volte preferirei scrivere recensioni o commenti sui cartoni animati e i manga giapponesi piuttosto che ritornare di continuo su questa penisola e sulle sue genti. Si fa un gran discutere di Seconda Guerra Mondiale, foibe, Mussolini, scontro di civiltà, si confondono le date e i discorsi. Il grosso dell’uso pubblico della storia e dell’appropriazione della memoria da parte di coloro che fanno discorsi di parte è poco più di un rozzo parlare da ubriachi o da invasati. Si vuol usare la storia e segnatamente la tragica e remota storia del secolo appena passato per un rozzo discorso di stampo elettorale che non convince nessuno, ma serve a far polveroni, a non annoiare un pubblico elettorale di vecchi e di giovinastri. I quali non amando essere richiamati alle gravi responsabilità che chiamano le difformi genti d’Italia davanti alla triplice crisi sociale, economica e militare si trastullano con cose che restano dove sono: nel trapassato remoto . La riflessione sul passato, l’assunzione di responsabilità, la riflessione sulla storia divengono quindi per i molti un comodissimo trucco regalato dalla politica nostrana ai più per non riflettere, per non pensare, per non capire il presente. E’ l’ennesima tragica fuga dalla realtà, è il rimandare i gravissimi drammi che le diverse genti d’Italia devono affrontare. Il discorso sulla storia del Novecento diventa un diversivo, un divertimento nel senso peggiore del termine. Eppure proprio da quel passato remoto potrebbero arrivare strumenti per riflettere, materia per capire meglio questo presente e le troppe debolezze delle genti della penisola che rischiano di nuovo di essere schiacciate da qualche novella calata dei Lanzi. In verità anche il passato ci sfugge e quasi fugge dal Belpaese di oggi, ormai propenso nella stragrande maggioranza dei suoi cittadini/sudditi a disfarsi di ogni morale e di ogni responsabilità nei confronti di se stesso e degli altri. Il passato stesso nella sua complessità e nel suo essere storia sembra sfuggire il Belpaese e il suo posto viene preso dalla chiacchera dal discorso fazioso, dalla predica dell’ubriaco e dell’invasato. L’Italia di oggi ha perso il contatto con se stessa e con la realtà, adesso la crisi, lentamente ma fatalmente pone le genti discordi a un bivio: cambiare in fretta o accettare che emerga un qualche nuovo padrone straniero che imporrà la sua volontà a tutti quanti.

Dove sia l’Italia che ho conosciuto nel pasato non lo so, questa è così diversa che a pensarci bene sembra una nazione straniera, tanto per dirna una si compone di decine di comunità straniere che l’emigrazione selvaggia di questi ultimi due decenni ha portato sulle nostre spiagge. Mi chiedo che cosa pensano questi stranieri che da decenni vivono in Italia delle nostre questioni di storia patria, stranieri che da anni si candidano a diventare cittadini e a pesare molto con il voto a tutti i livelli. Sono latori di una storia loro molto diversa dalla nostra, in queste condizioni non credo che prenderanno ripetizioni di storia dagli italiani.

IANA per FuturoIeri




21 settembre 2008

LA PAURA DEL FUTURO

Qualche giorno fa mi sono messo a riflettere sul fatto che il nostro cinema rispetto a quello Giapponese o Statunitense ha una clamorosa povertà di titoli fantascientifici, fatte salve le opere farsesche come "Totò sulla Luna". Il cinema italiano è uno specchio deforme di ciò che è questa cosa detta popolo italiano, fa cose magari straordinarie, ma tutte ripiegate sulle antiche e domestiche glorie, sul passato, o sulle proprie nevrosi, sui propri piagnistei. Manca una seria proiezione, magari anche presuntuosa e a tratti ridicola, verso il futuro, verso la fantascienza. Questo a mio avviso rivela un lato poco piacevole delle genti della penisola che è il ripiegamento su se stessi, la fuga verso il passato per una sorta di ancestrale terrore del futuro.
Non è neanche un amare questo presente, è semplicemente la paura del futuro, è l'assenza di un rapporto, magari critico e conflittuale, con gli sviluppi della scienza e della tecnologia, con una prospettiva nella quale si vede se stessi proiettati in un mondo altro spostato in avanti nel tempo. Personalmente darei via un paio di film di Fellini per una dozzina di film di serie B giapponesi degli anni sessanta con i mostri di gomma e le astronavi  o per un paio di serie animate di successo degli anni settanta. Questo perchè l'arte del maestro finisce ripiegata su se stessa a tormentare i sogni di un pugno di critici e interpreti mentre quelle trovate si rivelano fertili in quanto una volta opportunamente amministrate e ripensate producono una serie di prodotti come giocattoli, videogiochi, cartoni animati, ossia lavoro, influenza culturale e quattrini. Infine quella fantascienza di serie B racconta qualcosa che rappresenta un futuro, certamente falso e immaginario, ma un futuro. Comprendere il proprio passato per capirsi bene è importante ma costringersi a piegarsi continuamente su di esso è una cosa autolesionista, da Fantozzi. La politica italiana in questo suo essere piegata sul passato è simile alle genti che rappresenta e al nostro cinema. La tracimazione del dibattito politico nella meschinità del presente e la relativa  fuga nel passato è anche un guardare con terrore a un possibile domani, dove quello che è stato creato dovrà rivelare ciò che è stato e dove sta andando. Ossia svelare un punto nello spazio e nel tempo dove non è più possibile portare maschere, trucchi, travestimenti, dove ciò che si è finirà rivelato per la naturale forza delle trasformazioni del mondo umano. Del resto coloro che fanno politica hanno con la storia un rapporto strumentale finalizzato alla raccolta del consenso durante le elezioni o a costruire una polemica su un passato remoto per finalità di propaganda o peggio. Il passato non morde, i poteri defunti da decenni o da secoli non operano nel presente e non possono vendicarsi dei torti, i morti non si levano dalla tomba per chiedere conto ai vivi di quanto si attribuisce loro; quindi perchè esitare: sia polemica. Tanto che costa!
Come sostenevano gli antichi: Chi fugge non può reclamare il potere e la gloria. Quando finirà la fuga delle genti del Belpaese dalla realtà e da una decente immagine del proprio futuro? Dovremmo forse arrivare a un anno zero dove resterà solo la nuda terra? Si può scappare per sempre?
Un giorno mi sveglierò e questa presente condizione scellerata, imbelle, vile e dissoluta sarà solo una macchia nera su una storia ben più grande di lei.

IANA per FuturoIeri




28 marzo 2008

ORIZZONTI DI GLORIA

 

Fra le dotte analisi del portamento regale della coppia Sarkozy-Bruni, gli urli di dolore dei nostri perché le mozzarelle alle diossina sono respinte sia alla dogana nipponica che a quella coreana (ci mancherebbe altro del resto), e gli editoriali dei nostri volenterosi giornalisti pro generali statunitensi in Iraq che ogni fine mese proclamano di avere la vittoria in pugno, quasi viene sepolta in questa ultima settimana di marzo, quella notizia che nel nostro Belpaese eroina ed ecstasy sono emergenze nazionali. La Dcsa (Direzione Cetrale per i Servizi Antidroga) ha reso noti alla stampa i dati sul 2007 ed essi sono parsi allarmanti. I quotidiani gratuiti City e Metro del 26/03/08 ne danno ampia notizia, per il quotidiano City i soli sequestri sono aumentati del 200% nel 2007 ed è ancora emergenza. Il mercato degli stupefacenti illegali è il secondo in Europa per il quotidiano Metro. Questa la nudità della questione, ora c’è da chiedersi se il sottoscritto sia l’unico pendolare che si è accorto della profonda dissonanza fra la gravità di questi segnali che registrano un malessere profondo e una decomposizione della società e il “circo triste” dell’informazione radiotelevisiva e dei giornali per così dire quelli seri, dei gruppi editoriali e dei partiti politici. Qui il malessere profondissimo delle nostre tapinissime genti è misconosciuto nella sua gravità e ignorato nel suo manifestarsi, fossero almeno ben rappresentate altre notizie importanti come gli eventi legati al dinamismo delle economie indiane e cinesi e il loro impatto sull’economia europea e nazionale. Forse sono io che non ho capito nulla: probabilmente l’Italia è una regione della faccia nascosta della Luna e io non me ne sono mai accorto, quindi ciò che qui accade non ha relazione con le note vicende del pianeta Azzurro. Perché quello che accade ed è accaduto di recente è stato il non riconoscere i gravi problemi quotidiani della popolazione comune e le grandi questioni della politica nazionale. Faccio due esempi: la legge elettorale e i molti conflitti d’interessi fra politica, affari e mondo delle professioni di questo Belpaese. Oggi qui come in Francia la politica sembra una vicenda di singoli personaggi sospesi fra finte polemiche, questioni private sbandierate in pubblico e cronaca rosa, con la variante italiana della cronaca giudiziaria, perché dopotutto fra noi e i cugini ingrati d’oltralpe c’è differenza. Sempre il quotidiano City del 26/03 fa osservare che “ Nei prossimi due anni l’Europa, e quindi anche l’Italia potrebbe essere inondata da un nuovo fiume di eroina prodota al 93% in Afganistan. Più pura , più a basso prezzo, e quindi, potenzialmente più e letale”. Ora io mio domando e dico, ma in quella terra maledetta da Dio e dagli uomini non sono schierati gli eserciti NATO, incluso il nostro, che fra l’altro dovrà pur avere un costo in quattrini. Come è posssibile che aerei, satelliti, compagnie corrazzate e blindate, elicotteri, reparti speciali non riescano a trovare questi maledetti campi di papavero, cosa ci stiamo a fare in Afganistan con le forze armate tricolori se nemmeno si riesce di fare il nostro egoistico interesse nazionale ed europeo. Chi può davvero pensare di costruire una Nazione afgana sul modello dei paesi Anglo-Americani?  Se queste coltivazioni sono una minaccia dovranno pur essere da qualche parte, di sicuro non si trovano sulla Luna. Forse si deve solo scegliere, dal momento che a quanto pare quest’Afganistan non si ricostruisce né da solo né con la forza, se scappare o provare a vincere questa maledetta guerra. Ma a quanto pare il Belpaese non sa o non può scegliere, aspetta che altri scelgano questo per lui. Forse la cosa è ancora pù grave, è evidente che come collettività abbiamo perso il senso profondo della realtà e dell’essere noi stessi, per questo tanto disinteresse per i veri nodi della vita politica e sociale, e forse proprio per questo smarrimento totale la droga avanza grazie alla  nostra spaventosa assenza di futuro. Il grande malato siamo noi italiani con la nostra confusione mentale con la leggerezza con cui viviamo, con la stoltezza del pensare e dell’agire quotidiano, non gli afgani che a modo loro ci combattono tutti i giorni in nome del loro dio e del loro papavero da oppio.

IANA per Futuroieri



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