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5 luglio 2012

I primi appunti sul processo - note e scritti su un testo tutto da scrivere-

Assedio di I. Nappini




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

I primi appunti sul processo

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Ripetevo gli stessi gesti, in modo nervoso e un po’ seccato. La camera presa in affitto mi sembrava maledettamente piccola e la mia raccolta di vocabolari e di testi mi sembrava inadeguata.    Andavo dalla scrivania dove avevo collocato il computer  per scrivere i miei appunti e le mie note al materiale cartaceo. Non ne uscivo fuori, rimanevo incastrato in cattive immagini, mi perdevo in pensieri oziosi, in visioni deludenti, in letture parziali; in breve perdevo tempo. La mia curiosità e il mio interesse si disperdeva in mille cose diverse. Poi arrivai alla prima domanda seria. Perché loro?

Perché proprio degli esseri squallidi, dei guitti dell’informazione e dello spettacolo, dei personaggi vissuti di pubbliche relazioni, di pubblicità commerciale e propaganda travestita da notizie vere, di delazioni vergognose, degli squallidi pubblicisti al soldo di chi paga dovevano essere al centro di un processo esemplare. Perché proprio loro. Sulle prime pensai a un processo ridicolo, ai capri espiatori, a una sorta di sacrificio animale. Poi mi resi conto che la cosa  era più complicata. Volevano quelli lì e proprio quelli. Dovevano esser messi davanti ai loro delitti, alla loro miseria morale, al loro  vendersi per soldi o per qualche favore; dovevano essere l’esempio negativo. Il senso del processo era la messa in stato d’accusa di tutto il passato “occidentale” di queste popolazioni, ciò che era stato prima doveva prendere l’aroma della vergogna  e della truffa, dietro questo regime nuovo più o meno rivoluzionario non doveva restare nessun punto di ritorno, nessun tempo delle origini. Ma perché allora proprio delle cialtrone televisive, dei giornalisti venduti, dei pubblicisti usi alla menzogna. Poi compresi. Quelle categorie umane erano state per decenni l’immagine della cultura popolare della lega più bassa e vile, ma erano stati un pezzo del quotidiano e  del vissuto, i servi squallidi delle minoranze al potere e degli alieni nemici degli Xenoi e intrattenitori della popolazione di questo paese. Non le rovine degli antichi, i ruderi delle fortezze medioevali, le ville del Rinascimento o le meraviglie architettoniche dell’età Industriale,  ma al contrario i miserabili della televisione e della stampa e della rete erano il passato da stroncare, il passato pericoloso. Pericoloso perché molti non si ricordavano di coloro che avevano costruito la ferrovia, il mercato coperto, il castello, la villa reale, il rudere dei cavalieri crociati o la villa romana, le mura cittadine. No i molti si ricordavano del tale che si era presentato nel salotto televisivo con la cravatta color aragosta, della presentatrice bellicista con la minigonna e la magliettina, del demagogo sudato e  cialtronesco nel discorso con la canotta militare presa al mercatino etnico, della cicciona volgare della televisione che insultava a destra e a manca, del politico che si presentava alla tribuna politica con i colori della squadra della città o della nazionale di calcio. Il cretino televisivo e la scema di turno  da film amatoriale erano i campioni della civiltà da poco scomparsa e quelle dovevano essere le bestie da uccidere, il lupo al quale doveva esser fracassata la testa per far felici pecore e pastori. Era così evidente che mi son chiesto perché non avevo capito subito la cosa, ma questo poi mandava la mia persona a sbattere contro un diverso problema.  Una volta stroncato questo modello scellerato con cosa sarebbe stato poi sostituito? Cosa volevano fare di questi popoli? Come volevano integrare gli alieni Xenoi dentro la popolazione locale? Quel processo conteneva molte risposte. Una delle cose che gli eserciti fanno durante un conflitto è conquistare appoggi presso le popolazioni invase con la propaganda di guerra o manipolare con soldi, corruzione, ricatti, favori associazioni umanitarie, gruppi culturali, minoranze religiose per far passare come cosa buona e giusta la loro impresa militare e i loro propositi di conquista. In particolare nella guerra a bassa intensità è vitale per un esercito occupante costruire attorno alla sua presenza una rete di consenso. Qui era però diverso. Questa non era esigenza di guerra, e neanche un tentativo di stroncare qualche gruppo di dissidenti o di ribelli locali distruggendo la rete di complicità e la loro credibilità. Questa era volontà di mettere una sepoltura su un tempo finito e di criminalizzare l’immagine del passato. Ciò che era stato il precedente regime in blocco era quella cosa lì: l’ultimo esito e tragico esempio umano di decomposizione civile e morale. Questi i nomi: Michele Tito Stano, Giorgio Meschini, Gano Serrat, Pina Riccobaldo da Ferrara, Maurizia Pigalle, Maria Battista de Melis e infine Puddu Maligni. Quattro uomini e tre donne messe davanti al fallimento del loro regime e della loro esistenza. La sentenza di morte era già scritta, il problema era come ci sarebbero arrivati. So come ce li voleva portare il comandante Giosia: in ginocchio, anzi strisciando fino al patibolo.

Cominciai a vedere la cosa nel suo complesso; questo non era un caso minore, uno studio da tesi o da ricercatori di seconda fila, dietro questi fatti c’era il senso di un passaggio di stato. Era la mia occasione, poteva essere il mio biglietto per la carriera accademica se fossi riuscito a trovare il senso politico e propagandistico di questo processo. Inoltre la sfortuna aveva fatto sì che molti degni compari e complici di questi sette fossero dispersi, stati linciati, massacrati dalla folla, uccisi sul posto. Avevo trovato la ragione del mio lavoro, del mio studio e una forse carriera.




12 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Creare il proprio Mito Bellico


CREARE IL PROPRIO MITO BELLICO



La storia si ripete? Forse no e di sicuro identica mai, almeno il colore dei calzini di qualcuno cambia ogni tanto. Ma il vizio di creare la memoria pubblica di un popolo o di una comunità è cosa comune e praticata da quanti si trovano in mano il potere politico in congiunzione con la repressione poliziesca e il controllo di gran parte dei mezzi d’informazione.

Ho passato più di dieci anni della mia vita a studiare il caso della Firenze del primo dopoguerra e ho potuto individuare qualche meccanismo di creazione di mito politico e di costruzione della memoria pubblica e di rimozione e disgregazione delle altrui ragioni o dei ricordi scomodi. Ritengo che oggi i meccanismi di costruzione del discorso pubblico sulla guerra e sull’identità collettiva siano più blandi e più scomposti di quelli usati da nazionalisti e fascisti  ma non per questo scomparsi. Al posto di una retorica patriottica  pesante, schiacciante la coscienza e incentrata su eroi sanguinolenti e martiri della Patria oggi si usano i trucchi spesso sporchi delle società di pubbliche relazioni che costruiscono in collaborazione con i servizi segreti del caso l’immagine tremenda del nemico di turno e di riflesso la propria. Gli esempi si sprecano, in questi ultimi vent’anni il sedicente occidente è stato tempestato da notizie e informazioni su orribili mostri politici e militari tanto armati quanto  aggressivi, che si sono rivelati alla prova dei campi di battaglia e dei bombardamenti NATO dei despoti e tiranni male armati e isolati militarmente. E’ tuttavia interessante osservare come gli strumenti di propaganda solitamente impiegati per colpire il nemico esterno si rivelino efficaci anche contro quello interno. Offro quindi qualche scritto del mio duro lavoro a beneficio del lettore sperando non che ne tragga auspici ma che meditando sul passato possa circoscrivere certi fatti del presente che solo in apparenza sembrano normali o frutto del caso ma che in realtà corrispondono a calcoli e a meccanismi precisi della politica e della comunicazione fra le caste al potere e le masse di elettori o di credenti in fedi politiche o religiose. Oggi non mi sento d’invocare Dio, non è proprio il caso ma per certo è bene  augurarsi buona fortuna perché in questi anni le tenebre dell’adorazione del Dio-denaro che spezzano pietà umana e ragione sembrano farsi marea e tutta la terra appare allagata da una forza incontenibile che disgrega, corrompe e apre le porte a qualsiasi avventura. Allora è questo il tempo per non perdere la ragione, per meditare, riflettere, ascoltare perché potrebbe arrivare il momento in cui ciò che è comunemente chiamato male si presenterà e dovrà esser riconosciuto per ciò che è. Ma per vedere l’abisso che si apre quando le tenebre del Dio-denaro sommergono il mondo umano occorre conoscere qualcosa del passato, capire almeno in parte da dove si viene. Se non si sa da dove si arriva e la natura della strada da percorrere  con difficoltà si potrà sperare di arrivare alla propria destinazione.

 

 

 

La costruzione politica della memoria pubblica.

 

Le bande militari, la Martinella, la campana del Bargello e le campane di tutte le chiese di Firenze suonarono assieme il 4 novembre 1918: era  l’annuncio della fine della Grande Guerra per gli italiani.

 “Alle 18 dalla torre di Palazzo Vecchio la storica Martinella con lunghi rintocchi dà segnale alle altre campane, ed a essa risponde quasi subito la campana del Bargello e tutte le altre numerose chiese della città. Le musiche militari che sono giunte sulla piazza trascinandosi dietro una vera fiumana di popolo suonano gli inni della Patria mentre la folla applaude entusiasticamente gridando: Evviva l’Italia! Evviva l’Intesa! Evviva Trieste. W Trento

E’ un momento di vera intesa d’irresistibile commozione.”

 “Il Nuovo Giornale”, quotidiano fiorentino nazionalista e interventista, usò queste parole[1] per sottolineare l’intreccio formatosi fra rito civile e rito religioso e la gioia cittadina per la fine vittoriosa della guerra.  La conclusione del conflitto mondiale avrebbe di lì a breve costretto i fiorentini e tutti gli italiani a confrontarsi con il senso  di quel conflitto[2], con i cambiamenti  che  aveva operato nella società e nella percezione della propria identità nazionale.

A partire da quella giornata gli strumenti[3] della propaganda bellica, costruiti durante il conflitto, sarebbero stati utilizzati per creare un mito e una memoria pubblica  da parte degli appartenenti alle  forze politiche conservatrici fiorentine; essi  si erano mobilitati  per attuare numerose iniziative di carattere filantropico,  politico e culturale[4] a sostegno dello sforzo bellico. I loro interessi politici e il loro nazionalismo s’integravano nella realizzazione di manifestazioni di propaganda patriottica nelle quali il concetto del sacrificio della vita in guerra era ricorrente perché idealmente santificava la patria e attribuiva, di riflesso, alle classi dirigenti una legittimazione alta e nobile in quanto la Nazione era resa sacra dal sangue versato. Il discorso politico in Italia fin dal periodo Risorgimentale[5] trovava nei morti in battaglia per la Patria l’espressione più alta della sacralità, infatti il sacrificio e la morte in guerra erano elementi fondamentali del Nationbuilding ottocentesco. Questo senso del sacrificio era la base tradizionale sulla quale era possibile costruire una pedagogia patriottica e politica rivolta alle masse popolari.

Durante il conflitto l’Italia aveva conosciuto forme di propaganda rivolte alla totalità della popolazione, in un contesto di diffidenza e contrasto fra “paese reale” e “paese legale”. L’immane conflitto –  soprattutto per effetto della disfatta di Caporetto – aveva insegnato che la costruzione del consenso di massa era indispensabile per fare la guerra. L’esperienza avrebbe presto insegnato che era indispensabile anche per governare la pace.

Porsi il problema del cercare il consenso significava fare i conti con due pesanti condizionamenti: uno riguardava il fatto che lo Stato era stato costruito in opposizione alla Chiesa, e sotto la spinta di minoranze divise anche sul progetto generale[6], che aveva lasciato irrisolto il problema dell’identità nazionale delle masse popolari; l’altro, più grave, era il profondo divario fra le diverse classi sociali e fra città e campagna. Un divario accentuato dalla diversa velocità dei tassi di alfabetizzazione e di conoscenza della lingua nazionale.  La costruzione di una memoria pubblica della Grande Guerra a Firenze iniziò con la prima deliberazione del Comune[7] favore dei futuri decorati in guerra assunta nel novembre del 1915. Essa si concretizzò con la deliberazione di apporre di una targa commemorativa nel loggiato degli Uffizi in modo da legare i nomi dei decorati al luogo ove erano poste le statue degli uomini illustri. Con l’avanzata del conflitto e dell’ecatombe di uomini che esso produsse emersero i limiti dei riti e delle cerimonie allestite dalle classi dirigenti cittadine soprannominate anche la “consorteria”. La “consorteria” con la sua cultura e con il richiamo alle glorie Risorgimentali non riusciva a trovare gli strumenti propagandistici e politici per governare la società di massa che si era formata negli anni del conflitto nonostante si fosse impegnata in una catena d’iniziative volte a trovare un consenso popolare.

Fin dal novembre del 1915 la giunta del sindaco Orazio Bacci[8] organizzò la mobilitazione cittadina e l’attività di propaganda bellica. Le prime iniziative come la celebrazione per Battisti nel 1916 con la prima targa posta in suo ricordo, la deposizione di fiori freschi a spese del comune nel cimitero di Trespiano o le letture rituali dei nomi dei caduti in Consiglio comunale, appaiono ancora prive di un indirizzo politico capace di trasformarle in una pedagogia politica di massa. Toni nuovi, comunque, emersero con chiarezza nel novembre 1916 nel modo in cui fu progettato l’evento della riconsacrazione dell’arco dello Jadot in Piazza della Libertà. La solenne festa del compleanno del Re fu l’occasione nella quale il Comune fece partecipare alla cerimonia le scolaresche e le associazioni patriottiche con l’intenzione di creare un disciplinato seguito[9] di massa.  Questo sforzo continuò anche nel 1917 ma la mancanza di un rapporto di carattere continuativo e non occasionale con le masse pesava sulla qualità degli eventi; il problema certo non poteva essere “superato” e risolto continuando nella politica delle targhe dedicate a singoli personaggi o agganciando le vicende di quel conflitto agli eroi risorgimentali o ad una lettura della guerra in corso in chiave di “Quarta Guerra d’Indipendenza”. Nell’ultimo anno di guerra a Firenze lo sforzo propagandistico si intensificò e diede i massimi risultati, grazie anche all’impegno del Comune. Esso ebbe due denominatori comuni: l’uso delle forme della ritualità mutuata dai riti cattolici anche attraverso l’appoggio e la mobilitazione del clero[10] e la volontà, e forse la necessità, di far apparire salda l’alleanza e l’integrazione con le altre potenze dell’Intesa attraverso la presenza di loro rappresentanze nelle iniziative più importanti. Nel corso del conflitto nella vita sociale italiana e cittadina la pietà per i morti con il necrologio funebre prese  forme che rispecchiavano la società di massa e la serialità della produzione industriale con foto di volti e storie congelate in poche righe così simili le une alle altre da sembrare sempre uguali. La loro ossessiva presenza[11]  si sarebbe protratta, del resto, anche dopo la  fine della guerra.

Come i  resti di  un  naufragio che arrivano  dopo  giorni sulle spiagge, alcuni di questi necrologi continuarono, infatti, ad essere pubblicati, ben oltre l’armistizio, via via che i corpi dei caduti al fronte venivano riconosciuti e ritrovati.



[1]Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1918. Ai reparti in linea la notizia della fine del conflitto  fu comunicata alle tre di notte del 4 novembre 1918, mentre, fu di pubblica ragione a Firenze nella mattinata. Cfr. “La Nazione”, 5 novembre 1918. 

 

[2] Sul nesso Grande Guerra e identità italiana cfr: Oliver Janz e Oliver Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria, La celebrazioni dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008 e Mario Isnenghi (a cura di) , I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Bari, 1997.

 

[3] Sulla propaganda bellica in Italia durante la Grande Guerra. Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 240 – 246.

 

[4] Sul valore dato dalle classi dirigenti cittadine alla cultura attraverso le diverse espressioni con cui si manifestava e al particolare accento nazionalistico che esse assunsero nel periodo della guerra e in quello del decennio precedente: cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi d’Italia, Associazioni di cultura a Firenze nel primo Novecento, Angeli, Milano, 2000,. pp. 206 - 224.

 

[5] Cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, pp.IX-XI.

 

[6] Antonio Gibelli, La Guerra degli Italiani 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 92-93

 

[7] ASCFi, f. 4445,  doc. 114

 

[8] Uno degli elementi che distinsero la politica della giunta Bacci fin dall’inizio fu l’attività del Comune indirizzata ad onorare ufficialmente i caduti in guerra. Per ciò che concerne le onoranze funebri: cfr. ASCFi, f. 4445, doc. 119; sul l’impegno della municipalità in occasione scopertura della targa a Battisti: cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 112

 

[9] Questa cerimonia in particolare è studiata nel secondo capitolo. Essa fu articolata e complessa e segnò uno dei massimi risultati propagandistici della giunta Bacci. Cfr. Bargellini, III, p. 145. ASCFi, f. 4445, doc. 114; Bullettino, CFi, Novembre 1916; “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1916.  Per quello che riguarda la mentalità e la sensibilità comune una simile messa inscena deve esser sembrata abbastanza ragionevole in quanto:” La pedagogia patriottica del periodo dell’Italia liberale ha usato il concetto di sacrificio per la Patria. Si ritrova l’idea di ,morte per la Patria anche nel libro Cuore e in generale nella letteratura scolastica…” cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, Pag.XIV.

 

[10] Cfr. Simonetta Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità ad oggi, La Toscana, Giorgio Mori (a cura di), Einaudi, Torino, 1986,  pp. 414 – 415, dove l’autrice osserva come tale atteggiamento patriottico nel clero si generi durante la guerra e verso la fine subisca una svolta; in particolare: “nella primavera del 1918 (…) si sarebbe giunti a chiedere esplicitamente al clero di farsi carico in prima persona e in modo diretto della propaganda in favore della continuazione della guerra fino alla vittoria delle armi italiane, in un crescendo che avrebbe fatto la gioia dei moderati toscani della cerchia di Lambruschini, e che era la più evidente riprova dell’inettitudine dello Stato e dei suoi terminali periferici a gestire una politica che si caratterizzava per una inusitata intensità e minuziosità prescrittiva in campo sociale, e che poneva con urgenza problemi di coinvolgimento e di consenso di grandi masse popolari”.

 

[11] Cfr. “La Nazione”, 10 – 15 marzo 1918, 30 luglio, 19 novembre 1918. Cfr. “Il Nuovo Giornale” 14 - 17 settembre 1918,  7 - 16 novembre 1918.

 


IANA




25 agosto 2010

Questo mio ritorno è finito


De Reditu Suo - Terzo Libro

Questo mio ritorno è finito

Devo chiudere il mio scritto sul ritorno perché questo mio viaggio  nel passato, nei luoghi immaginari e nei simboli deve concludersi, inoltre è doveroso  ringraziare la pazienza e la curiosità dei miei lettori. Il mio ritorno è stato immobile e, cinicamente, con poche speranze e povero di poesia. Quindi un ritorno diverso da quello che ha fatto Namaziano l’autore antico al quale è simbolicamente dedicata questa mia raccolta di scritti. Il viaggio del poeta antico è stato una cosa ai confini dell’avventura in un Impero Romano d’Occidente allo sfascio, percorso dalle orde dei goti, in piena crisi economica e religiosa e con un vertice politico-militare vile e inetto e il suo poema è il racconto di un presente dove le miserie quotidiane si sommavano al ricordo di tempi lontani gloriosi e felici. Un viaggio concretissimo il suo nella memoria e nello spazio  lasciandosi alle spalle probabilmente per sempre la patria della maturità e degli onori ossia la Roma dei Cesari per la patria delle origini: la Gallia. Il problema che ho indagato nel mio ritorno è se è possibile districarsi nel groviglio assurdo di invenzioni, illusioni, falsi eroi, simboli truffaldini per aprire la mente alla possibilità di una visione credibile intorno a una futura civiltà italiana, oggi remota chimera. Del resto oggi si continua a narrare con mille mezzi e mille modi  la favola del nostro esser parte di una misteriosa civiltà Occidentale e non so proprio come potrà affermarsi una civiltà originale creata dalle genti del Belpaese, di cui forse c’è bisogno nel mondo umano vista la gravità della crisi di questi anni. Personalmente riconosco un solo impero occidentale degno di questa qualificazione geografica ed è quello finito nel 476 D.C.  Se i retori nostrani dicono che Israele è occidente allora rispondo l’ultima sinagoga d’Europa è più occidente dell’Arco di Tito a Roma, se mi dicono che la civiltà dello spettacolo  di matrice statunitense è occidente allora i parchi a tema della Disney sono più occidente dell’Università di Bologna, se mi dicono che l’inglese è la lingua dell’Occidente allora l’ultimo telecronista sportivo londinese è più occidentale di Dante. Potrei continuare per intere pagine ma mi fermo qui; occorre riconoscere una diversità nostra non riconducibile al modello di vita e di sviluppo dell’impero inglese e statunitense. Gli imperi non si possono tenere con le preghiere e le belle parole e quindi chi vive in quella civiltà ha una dimensione di forza e durezza  che non ci appartiene. L’occidente di cui si favoleggia nel Belpaese è solo l’impero degli altri, nella misura in cui siamo parte dell’impero altrui allora siamo occidentali nel senso comune del termine.  Non sarebbe male poi distinguere e sottolineare l’estraneità delle genti nostre agli effetti perversi di quel modello: inquinamento planetario, guerre, alte spese militari, centralità del potere finanziario, la cittadinanza ridotta a una questione di capacità di produzione e consumo, pesante condizionamento delle masse ad opera della pubblicità commerciale e della propaganda religiosa e politica. Le genti della penisola potrebbero creare qualcosa di originale e diverso ma esse dovrebbero per prima cosa prendere coscienza di sé, sapere chi sono e di conseguenza saper distinguere se stesse da ciò che non sono e non potranno mai essere: i cittadini di quest’impero straniero. Impero che ha già  i suoi valori e la sua cittadinanza e non sembra aver bisogno di qualcosa di diverso.

IANA per FuturoIeri





30 luglio 2010

La natura seconda e le nostrane pietose finzioni



De Reditu Suo - Terzo Libro

La natura seconda e le nostrane pietose finzioni

La natura intima di questa terza rivoluzione industriale sta mostrando il suo volto aggressivo e duro con questa aspra e lunga crisi e con le nuove guerre. E’ una rivoluzione industriale come le altre due precedenti  proprio come le sue sorelle cambia il mondo umano distruggendo ciò che è stato prima e rimodellando il presente. Si tratta di un fenomeno noto  per certi aspetti scontato nella sua brutalità. Questa terza rivoluzione però ha un elemento di novità perché colpisce con puntualità e brutalità il vissuto quotidiano e la cultura rimodellandola secondo le sue esclusive necessità di profitto e di creazione della propria potenza. Chi è ai vertici del processo ovvero gli esecutivi delle potenze imperiali, i dirigenti massimi delle grandi compagnie finanziarie, delle multinazionali, delle banche, la ristretta minoranza di miliardari con interessi in decine di grandi compagnie è davvero felice perchè vede l’‘opera che crede propria mentre prende forma nello spazio e in questo tempo, il resto degli umani è materia vivente atta ad attuare o ad assistere  questo titanico esperimento di ingegneria sociale e di creazione di profitto e tecnologia. Questo esiste e si forma in anni nei quali il Belpaese sembra impazzito, qui si ragiona di comunismo, fascismo, antifascismo, e liberalismo come se il 2010 fosse il 1970. Oggi 21 maggio 2010  i giornali rendono conto del fatto che la ricerca genetica è vicina alla creazione di forme di vita artificiale, l’annuncio della avvenuta  manipolazione genetica con DNA artificiale di alcuni batteri viene dagli Stati Uniti ed è nello spirito dei tempi. Questa rivoluzione industriale cambia addirittura non solo il concetto di uomo e natura ma proprio la natura e l’essere umano nel suo essere concreta realtà materiale dotata di vita propria. Davanti a quel che è enorme e clamoroso vedo un dibattito politico stanco e infelice legato a cose squallide e brutte come il coltivare antichi dissapori e miti perduti per tenersi fette di elettorato pieno di idee confuse e nostalgiche da usare strumentalmente come forza ausiliaria per vincere per qualche punto percentuale lo schieramento politico avversario. La politica italiana degli onorevoli, dei cavalieri al merito e dei commendatori da tempo non pensa più il  tempo di tutti e si accontenta di amministrare il suo tempo e se stessa e i suoi piccoli e grandi interessi; la grande finanza non può per sua natura trasformarsi in un soggetto politico in grado di sostituire i vigenti ordinamenti democratici e si accontenta di manipolare e indirizzare la grande politica nazionale e internazionale. Le enormi masse di umani che sono cittadini di Stati democratici devono cimentarsi con il problema di una condizione di civile libertà ferita ripetutamente dalla crisi globale e dalle diverse forme di autoritarismo che emergono in queste nuove guerre. Di fatto non c’è indirizzo e controllo nella crescita del potenziale tecnologico, le mutazioni anche notevoli e invasive come i telefonini tuttofare, internet o l’E-book arrivano, si consolidano, mutano i rapporti umani e sociali e solo dopo che la trasformazione è già irreversibile arriva il legislatore, il moralista, il giornalista, il commento dell’uomo della strada. Non ci sono forze in grado di determinare lo sviluppo di questa natura seconda ed essa stessa non ha una coscienza o uno scopo: diviene ciò che può essere nel mondo degli umani che abitano il pianeta azzurro e occupa tutti gli spazi vuoti.


IANA




25 luglio 2010

La feccia che risale il pozo - considerazioni di Franco Allegri

Certo di far cosa gradita pubblico le recenti considerazioni sulla politica e l'informazione nostrana dell'amico Franco Allegri.


23 Lug, 2010

La feccia che risale il pozzo

Scritto da: F. Allegri

 
Il Fatto Quotidiano

Il Fatto Quotidiano

La feccia che risale il pozzo
17/07/2010
Di F. Allegri

Dopo qualche settimana di pausa torno a commentare gli scritti del blog di Corrias, Gomez, Travaglio perché non vorrei che qualcuno avesse pensato che avevo interrotto questo appuntamento ricorrente. Oggi rifletterò su uno scritto intrigante, del 22 marzo 2010 e titolato: “La feccia che risale il pozzo”.
Questo scritto consiste nella trascrizione del discorso settimanale di Marco Travaglio e in particolare parlo di quello che precedette e si occupò delle elezioni regionali. Il tema del trascritto è quello delle liste elettorali sporche ovvero con candidati inquisiti e/o condannati.
La denuncia di Travaglio fu netta: “LE LISTE ERANO COSI’ SPORCHE DA BATTERE QUALSIASI RECORD PRECEDENTE”.
Qui prendo subito le distanze e rovescio il bicchiere, per me negli ultimi 15 anni la magistratura ha indagato meglio e questo ha permesso di ridurre il numero degli intoccabili e anche di scoprire una quantità maggiore dei reati.
Per questo dico che lo scandalo non è nel numero dei candidati ma nel fatto che si scelgano le stesse persone.
Qui va aggiunto il dato che un inquisito di partito spesso fa parte di una rete di relazioni, di affari inconfessabili e di connivenze sempre difficili da disvelare anche se no si tratta di organizzazioni segrete.
Travaglio ci disse:” I due maggiori partiti, ovviamente PD e PDL, sono infarciti di inquisiti, di condannati, di imputati, di pregiudicati, il record ovviamente spetta al PDL, il PD insegue con un buon numero, l’Udc naturalmente tiene fede alla sua tradizione”. Questa frase iniziale venne sviluppato nel video trascritto: Travaglio criticò anche i partiti minori, a partire dall’Udeur ma introdusse una distinzione tra la feccia del nord, la feccia del centro e quella del sud.
Il punto più interessante di questo scritto è nella parte centrale, laddove Travaglio constatò una moralizzazione delle liste del PDL nel sud!
Quando lessi questo scritto constatai che Travaglio non sapeva del litigio tra Berlusconi e Fini avvenuto nel luglio del 2009.
Questa era la causa vera che aveva portato a certe candidature e non ad altre, a quello che potremmo chiamare un rinnovamento della destra.
Premesso questo, torno al testo di Travaglio. Egli partì dal Piemonte e denunciò vari personaggi che a me non sono noti. Per ognuno di loro Travaglio elencò crimini e misfatti, sia a destra che al centro come a sinistra. Questo punto mi fa venire a mente il paradosso della stampa italiana che è quello del ragazzino GRADASSO il quale esclama frignando: “Lui me n’ha date tante, ma io gliene ho dette di più!”
La stampa italica, settantacinquesima al mondo, è malmessa non solo perché omette molte notizie importanti, ma soprattutto non lavora mai per migliorare questo povero paese.
Talvolta sembrano dei marziani caduto sul fatto per caso e due soldi! Se volete sapere come si dovrebbe fare leggete l’ultimo scritto di Moore e il successivo che pubblicherò nei prossimi giorni. Parlo della critica a Stupak e dell’attacco ai repubblicani americani.
Torniamo a Travaglio e ricordando che secondo lui era meglio se perdeva Cota (io invece sono indifferente) ci trasferiamo in Lombardia. La prima considerazione non mi piace, si tratta di una critica al figlio di Bossi. A me pare persecutoria, gli altri figli di mister x (molti in parlamento da anni) non furono e non sono trattati così e sicuramente non hanno ottenuto il seggio parlamentare dopo un dottorato ad Oxford o una laurea alla Sorbona. Nello specifico non si può parlare nemmeno di nepotismo in senso stretto: questo scatterebbe nel caso in cui il figlio del Senatur acquisisse cariche nel partito e magari sostituisse il padre. Anche se abbiamo liste bloccate nessun medico ordina di votare un partito per forza.
Passando oltre Renzo Bossi e la Lega non si può parlare di nepotismo nemmeno per certi candidati PDL, qui non siamo nel sud Italia degli anni cinquanta, ma nel Messico di oggi, ieri e domani. Tutti dietro al capo indiscusso, tutti famigli o servi fedeli e fidati!
Il Veneto, secondo le informazioni di Travaglio parrebbe pulito, anche le piccole critiche che fece a Brunetta e Zaia sono state superate dai risultati elettorali che in questo caso mi erano noti.
Travaglio criticò anche le candidature di Formigoni ed Errani, lo fece accomunando i 2 storici presidenti di regione.
Concordo con Travaglio, ma a differenza di lui io spiego queste ricandidature con la natura della repubblica di Berlusconi. Viviamo nel regno del personalismo e della politica come rappresentazione. L’uomo, il volto, l’essere il simbolo di qualcosa hanno sostituito l’ideologia e il programma di riforme o di governo. A sinistra si vota il signor Rossi, a destri il Neri e al centro il Bianchi. Siamo alla semplificazione (banalizzazione) del messaggio politico, siamo schiavi del marketing e della politica da bere.
Non è questione di corruzione penale, siamo allo snaturamento dei valori, alla metamorfosi e all’illusione.
Un cavillo senza il sostegno del sentimento popolare può poco contro queste armi moderne di distrazione di massa e non cito, per carità di patria, la penuria di candidati credibili e positivi. Ops, l’ho fatto!
Accolsi con fastidio la notizia che molti candidati toscani erano inquisiti, ma io sostengo dal 1994 che la Toscana è la regione evitata dalle inchieste. Non vedo e non vedevo grandi vecchi, ma tanti piccoli comitati d’affari e invito il lettore a constatare che tutti i grandi appalti italiani di questi 15 anni sono passati di qui, la terra dove la magistratura ha avuto qualche miopia e timidezza di troppo.
Tutte le regioni del centro avevano i suoi inquisiti, ma fra queste il Lazio spiccava per qualità e quantità anche se non c’era la lista del PDL.
Anche questa esclusione era dovuta ai litigi del centro destra, ma questo fatto era noto a pochi e non è del tutto dimostrabile. Quando mi raccontarono lo svolgimento dei fatti io non pensai alle sbadatezze e ai dilettantismi, io vidi i dispetti trasversali, ma non ho le prove. In ogni caso delle due tesi, una è prevalente!
Travaglio fece un discorso a parte per la Puglia, criticò la candidatura dell’ex onorevole Cosimo Mele, ma sorvolò su Vendola e sulla sua vecchia giunta decimata dalle inchieste. Questa è la parte che mi piace meno. Trovo strano anche il fatto che per parlare di Feccia del Sud Travaglio si sia concentrato solo su 2 regioni: Calabria e Campania.
Travaglio fa intendere che queste sono regioni più corrotte, ma io penso il contrario: sono zone dove si è indagato meglio, in primis e subito dopo aggiungo che si tratta di zone che ricevono più finanziamenti pubblici per ragioni storiche, economiche e geografiche. Non trascurate questi fattori.
Per spiegare la corruzione io voglio introdurre qui una variante del nepotismo, una figura che è figlia di un millennio e mezzo di medio evo e di dominio culturale e politico cattolico, quella del capo popolo. Il sud elegge sempre un capo, un don, un porta voce, un pastore di votanti! Certe tradizioni sono attenuabili solo con l’urbanizzazione. Questi personaggi che a noi sembrano bislacchi e impresentabili vengono da un mondo che non muta e non segue le regole della politica spettacolare e televisiva. I motivi del degrado campano e calabrese vengono da lontano, ma deve concordare con Travaglio quando dimostra che ad oggi queste terre sono messe male.
Da notare e ricordare il fatto che Travaglio considerò come facce nuove e pulite i due nuovi presidenti di regione del centro destra, Caldoro e Scopelliti.
Io posso concordare e riscontro che si tratta di prescelti da Fini il quale sicuramente contesto qualche importante comitato d’affari: non tutti e vedremo per quanto.
Il consiglio della Calabria che abbiamo sostituito non è da rimpiangere, 35 consiglieri su 50 erano stati imputati e qualcuno già condannato. Qui cito anche un nostro video girato l’anno scorso a Certaldo dove un Fassino indignato disse che lui non si sarebbe mai iscritto al PD della Calabria. Ad oggi non mi risulta che tale partito sia stato commissionato e spero che il congresso abbia rinnovato le cariche, devo dubitare.
La Campania è un buon laboratorio per sperimentare il nepotismo politico soprattutto negli ambienti legati agli affari e alla corruzione, Travaglio ci dona qualche spunto, ma servirebbe l’approfondimento di qualche politologo preparato e coraggioso. In ogni caso si può sperare di avere una Calabria leggermente meglio della precedente, senza dimenticare che siamo nel regno del trasformismo e di quelli che seguono sempre la scia del presunto vincitore e del favorito!
Mi avvio alla conclusione. Nel complesso considero importante questo scritto e nel complesso mi sento di dire che la gente ha votato il meglio che c’era con la bella sorpresa degli eletti a 5 stelle nel nord. Non si poteva fare molto meglio!
Credo che Travaglio abbia fatto bene a denunciare i candidati del centro sinistra al Sud, (io avrei aggiunto un nome da tenere in quarantena, lo sapete) lo fece anche al convegno di Avane che si tenne nella casa del popolo locale. Ammirai allora il suo coraggio che traspare anche nel nostro video e concordo con lui, del resto se avessi dei contrasti forti con lui non chiuderei il pezzo invitandosi ancora una volta a leggere il Fatto Quotidiano, se leggete i giornali. Alla prossima!
——-
Franco Allegri è presidente dell’associazione Futuroieri e laureato in scienze politiche e si dedica alla libera informazione politica ed economica anche traducendo gli scritti e le lettere di Dennis Kucinich, Michael Moore e Ralph Nader, l’avvocato e antropologo giuridico e sociale americano. Per approfondire visita il sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri e cercare il suo diario sulla crisi. Su Facebook puoi fare amicizia con lui cercando Futuro Ieri.




17 luglio 2010

Note sulla pubblicità come potenza



De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sulla pubblicità come potenza

 Il vecchio mondo umano aveva i suoi miti e suoi riti, oggi la grande potenza che indirizza e muta le passioni umane e svolge una funzione occultamente educativa è la pubblicità commerciale. La pubblicità commerciale è ovunque in casa con la televisione, in macchina con la radio, in ufficio con internet e con il portale dove si colloca la posta elettronica, nel tempo libero con i loghi delle grandi marche, nei centri commerciali, al cinema, per strada con i cartelloni e nella testa degli esseri umani. La pubblicità segue e anticipa ogni aspetto della banale esistenza umana; la pubblicità finisce con lo spalmarsi sui ricordi, i suoi brani musicali sono l’indesiderata colonna sonora di troppi momenti della vita privata e personale del singolo. La pubblicità commerciale è potenza e il fatto di essere parte del quotidiano la distingue dallo straordinario e drammatico della propaganda di guerra o politica nasconde la sua natura e la facilità con cui opera piccoli e grandi condizionamenti. Penso alle centinaia di spot che da bambino subivo dalle prime televisioni commerciali, mi ricordo distintamente di aver visto fra un cartone animato di robot giapponesi e un telefilm decine di pubblicità di detersivi, calze, arnesi tecnologici per pulire, giocattoli. Eppure oggi faccio fatica a ricordarmi i dettagli, poi ogni tanto per qualche motivo un motivetto, qualche immagine mi riporta per intero quelle cose che ho sospinto in un angolo della mia memoria e in quel momento mi accorgo della potenza del martellamento che ho subito. Ovviamente la pubblicità televisiva sulle reti private è senza dubbio un facile strumento di lettura, ma a pensarci bene è possibile moltiplicare questo per le radio private, per le riviste, i giornali. La pubblicità è oggi molto di più di un elemento fastidioso o di un sistema infedele di racconto della realtà essa manipola gli esseri umani e tendenzialmente li allinea psicologicamente e culturalmente attraverso la sua ossessiva ripetizione alle logiche dominanti e  al modello di produzione e consumo di beni e servizi. La potenza della pubblicità, anche quando si esprime in forme originali, tende per sua intima natura a giustificare l’ordine costituito e invita gli esseri umani a vivere dentro questo modello e non a cercar di uscir da esso. Del resto la merce che è presentata nella pubblicità è inserita quasi sempre nel modello di produzione e consumo dominante.

 

IANA per FuturoIeri




2 luglio 2010

Note sulla pubblicità come potenza





De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sulla pubblicità come potenza

 Il vecchio mondo umano aveva i suoi miti e suoi riti, oggi la grande potenza che indirizza e muta le passioni umane e svolge una funzione occultamente educativa è la pubblicità commerciale. La pubblicità commerciale è ovunque in casa con la televisione, in macchina con la radio, in ufficio con internet e con il portale dove si colloca la posta elettronica, nel tempo libero con i loghi delle grandi marche, nei centri commerciali, al cinema, per strada con i cartelloni e nella testa degli esseri umani. La pubblicità segue e anticipa ogni aspetto della banale esistenza umana; la pubblicità finisce con lo spalmarsi sui ricordi, i suoi brani musicali sono l’indesiderata colonna sonora di troppi momenti della vita privata e personale del singolo. La pubblicità commerciale è potenza e il fatto di essere parte del quotidiano la distingue dallo straordinario e drammatico della propaganda di guerra o politica nasconde la sua natura e la facilità con cui opera piccoli e grandi condizionamenti. Penso alle centinaia di spot che da bambino subivo dalle prime televisioni commerciali, mi ricordo distintamente di aver visto fra un cartone animato di robot giapponesi e un telefilm decine di pubblicità di detersivi, calze, arnesi tecnologici per pulire, giocattoli. Eppure oggi faccio fatica a ricordarmi i dettagli, poi ogni tanto per qualche motivo un motivetto, qualche immagine mi riporta per intero quelle cose che ho sospinto in un angolo della mia memoria e in quel momento mi accorgo della potenza del martellamento che ho subito. Ovviamente la pubblicità televisiva sulle reti private è senza dubbio un facile strumento di lettura, ma a pensarci bene è possibile moltiplicare questo per le radio private, per le riviste, i giornali. La pubblicità è oggi molto di più di un elemento fastidioso o di un sistema infedele di racconto della realtà essa manipola gli esseri umani e tendenzialmente li allinea psicologicamente e culturalmente attraverso la sua ossessiva ripetizione alle logiche dominanti e  al modello di produzione e consumo di beni e servizi. La potenza della pubblicità, anche quando si esprime in forme originali, tende per sua intima natura a giustificare l’ordine costituito e invita gli esseri umani a vivere dentro questo modello e non a cercar di uscir da esso. Del resto la merce che è presentata nella pubblicità è inserita quasi sempre nel modello di produzione e consumo dominante.

 

IANA per FuturoIeri

 




28 giugno 2010

Kucinich e la guerra afgana

26 Giu, 2010

Kucinich e la Guerra in Afganistan: ancora sulla Risoluzione Privilegiata

Tradotto da: F. Allegri 


Presento ai lettori una  nuova traduzione di Franco Allegri certo di far cosa gradita.

IANA

Kucinich e la Guerra in Afganistan: ancora sulla Risoluzione Privilegiata
08/03/2010

Di Dennis Kucinich
Ciao da Dennis,
Questa settimana una risoluzione privilegiata sarà portata sul terreno della House of Representatives per fare un tentativo di portare via l’America dalla guerra in Afganistan.
Questa risoluzione, che ho scritto richiede che il Presidente rimuova le truppe entro 30 giorni dall’approvazione della risoluzione e non oltre il 31 Dicembre 2010.
Ci sono molte ragioni sul perché dobbiamo venire via dall’Afganistan; ne nominerò alcune.
Spendiamo centinaia di miliardi di dollari – del tutto improduttive – perché il governo centrale afgano è totalmente corrotto.
Abbiamo un migliaio di soldati che hanno perso la vita. E molti altri feriti, alcuni di loro in modo permanente.
Tanti cittadini afgani sono stati uccisi o feriti come risultato di questo conflitto.
Dovevano fare attenzione all’esperienza russa in Afganistan.
L’Afganistan non sta per essere conquistato e noi dobbiamo capire che il peso dello storia va contro i nostri sforzi sin dall’inizio.
Ora dobbiamo determinare se l’America prenderà una nuova direzione in Afganistan oppure no. Non sprofondare ancora a causa della corrente, ma uscirne.
Quello è ciò che sarà discusso questa settimana a Washington.
Per favore aiutateci. Per favore passate la voce.
Per favore contatta chi pensi sia influente per ottenere che i membri del Congresso diano un’attenzione forte a questo voto.
Questo voto si verificherà Mercoledì.
Grazie, come sempre, per il vostro aiuto e per la vostra determinazione per vedere la creazione di un mondo più pacifico.
Grazie.
Tradotto da F. Allegri il 20/06/2010

TESTO IN INGLESE
Kucinich War in Afghanistan Privileged Resolution Update
08/03/2010
By Dennis Kucinich
Hi, Dennis here,
This week a privileged resolution will be brought to the floor of the House of Representatives to make an attempt to try to get America out of the war in Afghanistan.
This resolution, which I wrote, requires the President to remove the troops within 30 days from the time the resolution is passed and no later than December 31st, 2010.
There are many reasons why we need to get out of Afghanistan; I’ll just name a few.
We’re spending hundreds of billions of dollars - total waste - because the Afghanistan central government is totally corrupt.
We have a thousand troops whose lives have been lost. And many more injured, some of them permanently.
Countless individual Afghanistan citizens have been killed or injured as a result of this conflict.
We should take heed from the Russian experience in Afghanistan.
Afghanistan is not going to be conquered and we have to understand that the weight of history has been against our efforts from the start.
Now we have to determine whether or not America will take a new direction in Afghanistan. Not to go in deeper with the surge, but to get out.
That’s what is going to be discussed this week in Washington.
Please, help us. Please, get the word out.
Please, contact anyone who you think could be influential in getting members of Congress to pay close attention to this vote.
The vote will occur on Wednesday.
Thank you, as always, for your help and for your determination to see a more peaceful world created.
Thank you.
—-
Franco Allegri è presidente dell’associazione Futuroieri e laureato in scienze politiche e si dedica alla libera informazione politica ed economica anche traducendo gli scritti e le lettere di Dennis Kucinich, Michael Moore e Ralph Nader, l’avvocato e antropologo giuridico e sociale americano. Fa parte del meetup di Beppe Grillo di Empoli, di Firenze e di molti altri a titolo amichevole. L’associazione è stata inclusa nella redazione “allargata” di Anno Zero e il suo sito è stato selezionato da O. Beha come uno dei 100 siti resistenti italiani. Per approfondire visita il sito http://digilander.libero.it/amici.futuroieri e cercare il suo diario sulla crisi. Su Facebook puoi fare amicizia con lui cercando Futuro Ieri.




13 giugno 2010

La Guerra degli altri-pezzo ripubblicato

13 Giu, 2010

De Reditu Suo - 2° Libro: un pezzo ripubblicato da Franco Allegri su Empolitica


De Reditu Suo - Secondo Libro
La Seconda Guerra Mondiale degli altri

26/02/2010
Del Prof. I. Nappini
Se è difficile scrivere della Seconda Guerra Mondiale in Italia, È DIFFICILE ANCHE SCRIVERE DI UN FILM CHE NE MOSTRA UN ASPETTO POCO NOTO e portatore di dubbi e di nuove considerazioni.
Quasi per caso e a pezzi su Youtube ho potuto vedere qualcosa di un film sulla guerra in Italia fatta dalle truppe francesi golliste al seguito delle forze armate Statunitensi.
Sto prendendo in considerazione il film nominato in lingua inglese Days of Glory del 2006, in francese è noto sotto il nome di “Indigènes” il regista è Rachid Bouchareb.
Si tratta della storia di una forza armata di Marocchini, Tunisini, Marocchini e montanari del Nord-Africa arruolati nella Prima Armata Francese che combatté sul Fronte di Montecassino in Italia, in Francia del sud e infine in Alsazia-Lorena ai confini della Germania.
A onor del vero queste truppe nel Belpaese si son fatte una fama tremenda, DEL RESTO SECONDO UN VECCHIO GIUDIZIO E PREGIUDIZIO LE GENTI D’ITALIA AMANO CONSIDERARE COME LIBERATORI SOLO GLI STATUNITENSI CHE ERANO UNA DELLE TANTE FORZE che combattevano il Nazi-Fascismo nel Belpaese nel periodo 1943-45.
L’immagine dello statunitense in divisa e elmetto che regala Coca-cola e cioccolata ai bambini, vera o falsa che sia, è per così dire quella alla quale s’affezionano le genti del Belpaese.
Gli altri Marocchini, Inglesi, Greci, Nepalesi, Maori, Sudafricani, Neo-Zelandesi, Brasiliani e quanti altri ora sul momento non ricordo, sono poco considerati o dimenticati da una certa retorica ufficiale e da una certo modo di pensare la Seconda Guerra Mondiale.
Del resto a onor del vero c’è da dire che le truppe francesi che sfondarono le difese tedesche e aggirarono la posizione di Montecassino erano proprio quelle di cui si racconta nel film in una cruda scena di combattimento ed esse ricavarono dalla campagna d’Italia una fama sinistra di violenza gratuita contro le popolazioni civili.
Occorre precisare che questa triste fama è stata sfruttata dalla pubblicistica della Repubblica Sociale molto attenta alle paure fondamentali della piccola borghesia italiana e in particolare al terrore che suscita il diverso, anche in quanto negro o magrebino, e il comunista ateo in quanto distruttore della proprietà privata dei ricchi.
Quel che considero interessante tuttavia è l’emergere della guerra degli altri, OSSIA DI COLORO CHE NON SONO PARTE DI UN CERTO MODO STEREOTIPATO E RETORICO DI DESCRIVERE LE VICENDE BELLICHE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE; i quali peraltro hanno anche pagato con la vita la loro partecipazione al conflitto.
Credo che fra non molto anche nel sonnolento Belpaese si aprirà, fra l’indifferenza generale delle diverse popolazioni, il problema della cultura degli altri che non sono affatto delle pagine bianche ma recano con sé le loro ragioni e i loro modi di vivere anche in materia di storia comune.
Le genti del Belpaese si son illuse: hanno chiesto braccia e badanti e son arrivate intere famiglie e son qui per restare e portano la loro storia e la vicenda umana; questo film ne è la dimostrazione.
—-
Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it




31 maggio 2010

La grande fortuna di Pier Paolo Pasolini- pezzo ripubblicato

31 Mag, 2010

De Reditu Suo - 2° libro: La grande fortuna di Pier Paolo Pasolini

S




De Reditu Suo - Secondo Libro

La grande fortuna di Pier Paolo Pasolini
14/02/2010
Del Prof. I. Nappini
Il poeta e regista forse non se rendeva conto, o forse sì, ma la sua era una vera e propria fortuna: i suoi persecutori che lo trascinavano in tribunale erano veri e c’era davvero gente capace di provare odio e disgusto.
La sua lotta civile e culturale s’integrava nei termini di qualcosa che era ancora vivo anche se profondamente malato di corruzione, ignavia e cinismo.
Oggi tutto è merce, perfino la critica dura e impietosa si trasforma in prodotto, tutto è divorato dal sistema di produzione, spettacolo e consumo anche l’urlo del predicatore nel deserto e il monito dell’intellettuale impegnato assumono senso se entrano nelle logiche e nei percorsi dei sistemi di comunicazione di massa.
L’odio è un sentimento forte e oggi è ormai merce rara in una civiltà a metà strada fra il centro commerciale e la catastrofe ecologica planetaria.
Al disprezzo e al contrasto si preferisce il silenzio per malvagità, per incapacità di comprendere e per la folle e assoluta volontà di portare a buon fine interessi privati manipolando le leggi, gli appalti e i piani regolatori.
Non dico niente di nuovo su tutto questo, il lettore pensi a tangentopoli.
La cultura alta e profonda è estranea alle logiche del potere di oggi che è solo l’estensione della volontà di finanzieri, manager, banchieri, sceicchi, e trafficanti di ogni specie.
A queste caste al potere interessa solo un minimo di Stato che tuteli in qualche modo la proprietà privata e la libertà di commercio.
Non credo che esista un centro di potere malvagio, quel che è avvenuto è stato un percorso segnato dal collegarsi e svilupparsi di più volontà, di più progetti di dominio e controllo e dalla volontà di potenza di realtà imperiali globali.
Quindi più attori pubblici e privati di dimensioni imperiali con interessi assolutamente egoistici e cinici hanno condotto le vicende planetarie negli ultimi decenni e ormai tocca vedere una terza rivoluzione industriale che sta smentendo tutte le ragionevoli aspettative di progresso e benessere.
Alle rovine della vecchia Italia e dei suoi antichi poteri si sommano le rovine di tangentopoli e un giorno potrebbero sommarsi quelle del Berlusconismo.
Una massa informe di cose morte e miti perduti e svergognati non può creare odio, rabbia, lotta e martirio ma solo diserzione, fuga e furberie da strapazzo.
Forse l’Italia di Pasolini era quella della fine di modi di vivere e di essere di natura arcaica e a loro modo tradizionali, questa di oggi è l’Italia dove i nuovi miti e i nuovi spettacoli rivelano la loro natura assolutamente strumentale e volta a calmare un popolo di tapini, di impoveriti e di popolazioni piene di problemi non risolti.
Il mondo umano dell’Italia di oggi è qualcosa di talmente deforme e inesprimibile che anche l’odio di parte cessa di essere un fatto assoluto per diventare o un problema privato o una stramba continuazione dello spettacolo permanente nel quale è immersa la politica e il sedicente “mondo dell’informazione”.
Sui processi di P. Pasolini umilmente rimando al sito http://www.pasolini.net/processi_cronologia.htm
—-
Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it



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