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2 febbraio 2012

Il regno della giustizia e il falò delle vanità

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Il regno della giustizia e il falò delle vanità

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Il luogo dell’incontro era un piccolo locale vicino a un parco, una specie di chiosco con i tavolini come si vedono in molte capitali d’Europa. L’uomo era lì con i suoi capelli bianchi, ben lavato, cravatta e camicia d’altri tempi, una cartellina in cuoio vecchia, forse con delle carte. Aveva davanti a sé un bicchierino di bianco, un piattino rivelava che aveva mangiato qualcosa, mi accomodai e ordinai altri due bicchieri di quella roba.  Rodolfo Brandimarte era estremamente cordiale quasi familiare, dopo il secondo bicchierino di bianco il vecchio bibliotecario mi chiese di Berlino e del Museumsinsel; conosceva il sistema museale della capitale e di sicuro aveva visitato la città. Mi apprestavo a fare delle domande su cosa era successo durante i primi giorni di apertura del Processo Nazionale contro i vinti della Guerra Xeno, quando ormai in animo di far confidenze tirò fuori dalla tasca un oggetto dall’apparenza un po’ ripugnante, un oggetto circolare schiacciato, rovinato. Era una medaglia, una vecchia medaglia bruciata e graffiata. Mi raccontò una storia accaduta allora, non lontano da questo parco; dove un tempo era stato costruito il Palazzo nuovo del tribunale. Era la triste storia del commendator Pasquali, che fu linciato dalla folla subito dopo l’entrata in città degli Xeno; ma Rodolfo mi rivelava dei particolari di cui era a conoscenza. Mi ricordo quel che disse e inoltre presi anche qualche appunto, così parlò:

 La distruzione del grande palazzo del tribunale avvenne nella Terza Guerra Mondiale durante le prime fasi dell’attacco Xeno che spianarono con le bombe a pressione il quartiere e le piste per gli aerei poco lontane da quel punto. Quell’edificio era un pessimo edificio, presuntuoso, brutto, inquietante; sembrava uscito da un videogioco degli anni Novanta dell’altro secolo o da un film di supereroi statunitensi. A ricostruire qualcosa di serio ci pensò il regime presente che ha in sorte di essere vincolato ai nuovi protettori alieni venuti da Andromeda.Sotto il regime dei raccomandati e dei servi sciocchi controllato dai popoli dell’Atlantico le questioni di giustizia erano affidate a complicati meccanismi burocratici dove dei tristi personaggi pagati con i soldi pubblici e dei privati pagati dalle parti in causa e ambigui amici degli amici creavano degli atti denominati sentenze e tali atti burocratici stabilivano chi aveva ragione e chi torto, le sanzioni, le punizioni, la detenzione in centri carcerari o di cura psichica, o l’innesto di meccanismi di rilevamento sul corpo.Si trattava aldilà delle apparenze e dei proclami roboanti della propaganda di guerra delle genti asservite ai poteri di Atlantide di un clamoroso impasto fra migliaia di procedure burocratiche, opportunismo, desiderio di potere e carriera di alcuni singoli, corruzione sfacciata, aspettativa di mance  e dazioni, minacce da parte di organizzazioni criminali e terroristiche. Poi il sistema venne distrutto dalla Guerra Grossa, le armate di Atlantide furono scacciate dal Vecchio Mondo e gli schiavi e i servi dei loro governatori, delegati e generali che avevano posto al potere vennero processati, ma spesso messi davanti ai loro delitti e giustiziati sommariamente  dalle stesse popolazioni che avevano subito i loro oltraggi, le loro violenze e le infami rapine di beni e di ricchezze naturali. Ma la storia che le voglio raccontare oggi è diversa, è quella del commendator Pasquali Luciano, non so da dove venisse; viveva in un appartamento ben arredato in un palazzo oggi scomparso, forse era un giudice, forse un avvocato, forse un amico degli amici; non so ma era conosciuto come uno di quelli che ci credeva davvero, che voleva quel sistema, che ci aveva lucrato sopra e aveva ottenuto onori e soldi. Quando la città fu assediata e i suoi amici persero il controllo delle colline e dei territori limitrofi alla periferia, il commendatore si chiuse in casa; lo videro rovistare in cantina incurante dei bombardamenti e delle sirene d’allarme, qualcuno dei vicini lo invitò più volte a scappare, ci fu chi cercò di fermarlo per dirgli che in fondo forse per lui era il caso d’andarsene dal momento che qualche strada restava aperta, non aveva senso unire alla sconfitta della sua causa anche la perdita della vita. Ma il commendatore andava dalla cantina alla casa, dalla casa alla cantina con grosse scatole e carte d’ufficio, pareva pazzo; qualche volta lo videro rovistare fa le rovine del Palazzo per cercare qualche frammento della mobilia degli uffici. Così questa cosa fu notata, e qualcuno pensò bene di far la spia, di mandare l’avviso ai primi miliziani filo-xenoi entrati  da poco in città. Forse volevano la sua morte per entrare in casa e metterla a sacco, in tanti si presero delle libertà con la roba altrui in quei giorni. Alla fine salirono le scale una dozzina fra miliziani e guerriglieri e qualche entusiasta dell’ultima ora, metà di loro non aveva né armi e neppure una divisa o un distintivo o una fascia al braccio, la porta fu sfondata con un paio di proiettili e presa a calci, andò giù fra grida e urli. Lo spettacolo che si presentò fu qualcosa di assurdo, i mobili erano accatastati alle pareti, in quello che era il salotto c’era una specie di tenda, come un grosso telo che copriva il pavimento,  fatto da più teli malamente cuciti e tenuti insieme. Il capo dei miliziani era uno che aveva fatto mesi di guerriglia, rimase stupito ma capì che era una sorta di tenda, una tenda messa nel salotto di casa. Chiamò fra il gruppo uno di cui si fidava e entrò dentro con la pistola in mano e il coltello nell’altra, il commendatore era rannicchiato come un bambino al centro della tenda, si era circondato delle cose della sua vita, della sua carriera, aveva creato un mondo di oggetti piccoli e grandi che ricordavano la sua carriera, il mondo come era stato prima. C’era perfino un vecchio computer  della Apple, fotografie, diplomi e certificazioni, una foto del figlio morto in guerra, un vestito da avvocato, il codice civile e quello penale. Ormai era un povero pazzo che viveva nei ricordi di un tempo morto. Il vecchio guerrigliero era sinceramente addolorato in quanto  la scena era patetica e miserabile nello stesso tempo, ma ormai si era spinto troppo in là e fu costretto dalla situazione a prenderlo a forza, a farlo tirar fuori per i capelli, a stordirlo a suon di bastonate. Presero la tenda, ne fecero in sacco e presero il commendatore dolorante trascinandolo per le scale, poco più avanti c’era una piazzetta, un tempo era stata un parcheggio o qualcosa del genere. La tenda fu rovesciata nel mezzo della piazza e tutta la roba cadde rovinosamente, una piccola folla guardò stupita la scena e molti cominciarono a ridere, era una risata di liberazione, il mondo di prima era morto e quella roba rovesciata per terra ne era la rappresentazione simbolica. La folla sembrava una sola maschera di cattiveria e crudeltà, volevano vederlo a pezzi, fracassato, uno che doveva pagare per tutti, poco importava se era ormai un relitto umano, un povero scemo.

Qualcuno fra la folla gridò: bruciamo tutto! Che vada a fuoco il ricordo di questi anni odiosi, criminali e criminogeni!

Lo stesso capo dei guerriglieri era sorpreso, aveva dodici elementi di cui forse solo sei o sette armati ma davanti a lui si era radunata una folla di cento persone, alcune erano armate, con lo sfascio delle polizie locali e delle forze armate migliaia di armi vecchie e nuove erano state prese dai privati per la propria difesa personale, era  a disagio. Forse fu per paura che presentò alla gente riunita il commendatore dolorante e sporco. Tenne un breve discorso nel quale disse che era finita, che ciò che era stato prima aveva cessato d’esistere; quelli che avevano retto il regime erano andati in rotta, fuggiti come sorci davanti ai potenti Xenoi e alle loro armi e non sarebbero tornati e avevano lasciato i loro servi sciocchi e i loro schiavi in preda alla furia di coloro che avevano derubato, oppresso e vessato con mille crimini. Ora era necessario vedere i simboli e le cose del passato, quel passato era morto, occorre capire per dimenticare. Qualcuno gridò che si doveva dar fuoco a ogni cosa, alcuni fra la folla erano diventati come pazzi, esaltati, c’era chi furente aveva la bava alla bocca, alla fina qualcuno si avvicinò e diede fuoco. Il commendatore cercò di avvicinarsi, sembrava un diavolo, con le ultime forze cercò di avvicinarsi agli oggetti di famiglia, alle foto. Fu la folla e non  i miliziani a prenderlo per le gambe a trascinarlo via  e a pestarlo con durezza, gli ruppero le mani, c’è chi dice a morsi per rubare la fede nuziale. Alla fine uno dei guerriglieri lo rovesciò a calci e lo mise supino. Allora videro una vecchia fascia, un oggetto che in passato avevano sindaci e assessori, ma questa era piena di patacche e medaglie, roba di tutti i tipi anche di società sportive e di circoli ricreativi. Era il suo ultimo tesoro e lo aveva stretto intorno alla pancia. Fu ammazzato a calci, bastonate e manganellate mentre stringeva con le sue mani rotte il suo  tesoro, l’ultimo frammento del mondo nel quale era vissuto ed aveva prosperato. Se lo era legato alla pancia e fermato nella carne con degli spilli. Uno della folla prese la fascia e staccò le medagliette e una per volta le lanciò alla folla, souvenir del linciaggio gratuitamente distribuiti a tutti i partecipanti. Molti le presero e le gettarono nel fuoco, un segno di abiura del passato. Poi uno alla volta andarono via da quel posto, e dopo arrivarono i salariati pagati dalla giunta che ripulivano le macerie e portavano via i morti, caricarono il corpo rotto simile a un maiale scannato, presero la robaccia bruciata, si tennero per sè qualcosa che pensavano di valore sfuggito alla folla. Uno di loro era un mio conoscente e mi regalò questa cosa, un delle medaglie del commendatore finita nel fuoco, credo sia di una qualche associazione sportiva probabilmente sciolta da decenni.

Rodolfo Brandimarte finì la storia e tirò giù tutto il vino, con calma riprese il filo del discorso e mi disse che la vicenda poteva sembrar strana a uno studioso figlio della Germania, ma era necessario capire la storia di queste terre sempre dominate dai forestieri, da piccoli tiranni, generali  e despoti domestici e demagoghi corrotti e corruttori alzati al potere da eserciti stranieri e da poteri finanziari che non sanno neppure offendere nella comune lingua. Il dominio forestiero e il servo locale asservito agli stranieri avevano reso le popolazioni piene di odio e di rancore, un rancore che non sapeva esprimersi politicamente o militarmente finchè gli Xenoi e la loro guerra non hanno risolto la questione armando una parte della popolazione e sollevando sotto le loro insegne milioni di malcontenti e dissidenti. Questo fatto storico è a mio avviso in continuità con la storia del Belpaese, quante volte una calata di eserciti o di barbari in armi aveva distrutto imperi o regni secolari con il seguito di vendette, saccheggi, stragi, violenze private, sostituzione di podestà e di governatori,locali e perfino di leggi e consuetudini. I popoli della penisola erano di fatto il frutto di sedimentazioni di popoli stranieri, d’invasori, di leggi e costumi esito di guerre e invasioni e ad ogni calamità seguivano le abiure collettive di fedi di fazione, politiche e religiose.Quanti episodi di pestaggio e omicidio collettivo si sono avuti in queste terre a causa del passaggio di eserciti forestieri o del cambio di regimi corrotti e dispotici dall’inizio della storia è incalcolabile. Chiesi se era possibile fare due passi e lui si offrì di raccontarmi la storia del quartiere in quei giorni di transizione dal vecchio al nuovo mostrandomi i luoghi e cosa era rimasto del passato, curiosamente volle pagare lui il conto. La giornata era bella, l’aria pulita e fresca.





29 dicembre 2009

De Reditu Suo - Allegoria

Offro ai miei vencinque lettori la possibilità di leggere tutta l'Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

La fortuna ci consegna questo scritto ritrovato in una remota biblioteca, gli esperti lo attribuiscono al  sommo teurgo di Cerreto, il grande evocatore del fantasma del Doppio Meridione e uomo sommo per saggezza, dottrina e competenza nell’arte della divinazione politologica. Si tratta di una copia in cinque fogli della “Allegoria della Seconda Repubblica” certamente una delle copie più antiche, qualcuno ipotizza che possa essere perfino l’originale.

Primo foglio.

Accadde nel primo giorno della settimana. Si trattava di un grosso animale, più grande di quelli che si trovavano di norma nella zona; aveva addosso una qualche specie di bardatura che denunciava il fatto di essere una bestia che aveva avuto un ruolo nella società umana. Forse era stato un bue maestoso, o forse un grande cavallo montato da chissà quale gentiluomo per le feste civili o religiose. Adesso era un cadavere, una carcassa fredda abbandonata proprio nel mezzo della piazza del paese a metà fra la chiesa e il palazzo del podestà. Il corpo stava andando in decomposizione, il tempo era sfavorevole alla conservazione delle carni perché la primavera era finita e il vento caldo annunciava l’estate.

Non era chiaro chi dovesse prendersi cura di rimuovere quel corpo. La piazza era del potere civile proprio come di quello religioso e anche della gente del luogo e perfino dei mercanti e degli ambulanti che si recavano lì per il mercato, ma nessuno voleva far una cosa che non era ritenuta di sua competenza. I popolani, le guardie, il podestà e il monsignore semplicemente ignoravano la cosa e volgevano lo sguardo altrove. La piazza era pubblica, talmente pubblica che nessuno la riteneva propria, luogo di tutti e di nessuno e questo essere di nessuno la rendeva priva di cura. Alcuni fra gli abitanti ritenevano che la carcassa dovesse esser rimossa a spese del monsignore in quanto il giorno della fiera in onore del miracolo del Santo Patrono era prossima e la piazza doveva esser pulita e sgombra, altri ritenevano che il potere civile dovesse farsi carico della cosa, nacquero delle discussioni anche violente ma la carcassa restò lì a decomporsi.

Tra il quarto e il sesto giorno l’aria intorno alla carcassa cominciò a guastarsi, la cosa si stava sfasciando lentamente e affioravano le ossa e le viscere ormai preda delle larve.

Con indifferenza le genti del borgo assistevano al disfacimento del corpo, forse si trattava di un presagio di qualcosa che sarebbe accaduto o forse era un simbolo di qualche fatto misterioso che era già avvenuto da anni e che nessuno aveva considerato o compreso. Il corpo lì rimase fino al settimo giorno.

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Secondo foglio

Erano in cammino fin dalla metà della notte, chi a piedi portando a spalla il fagotto con le poche cose da vendere e chi con qualche mezzo carico di casse e imballaggi, tante luci si muovevano nell’oscurità dirette alla piazza del paese. Il giorno di mercato si teneva in onore di un miracolo del Santo  Patrono, il venerabile al tempo della calata dei barbari aveva pregato e fatto penitenza e Dio aveva indirizzato il furore degli stranieri altrove risparmiando il miserabile borgo di allora dalla strage e dal saccheggio. Per questo dalle campagne vicine approfittando del giorno lieto di festa giungevano in tanti per fare i loro affari al mercato. Ma l’alba non era ancora sorta quando i primi commercianti arrivati per prender posto s’accorsero del tanfo e del corpo; non avevano previsto una cosa del genere e essendo litigiosi e discordi urlavano e bestemmiavano a voce alta ma non si mettevano d’accordo fra loro. Si presentò alla loro vista un piccolo essere seguito da una mezza dozzina di servitori brutti e deformi che quasi nascondevano i loro corpi con abiti, cappelli e con cappucci calati, gli infelici trascinavano un carretto con degli attrezzi. L’essere che li guidava era il più basso di tutti una veste da medico degli appestati lo copriva da capo a piedi, un paio di scarpe con dei vistosi tacchi rivelavano quanto fosse basso, il volto era coperto dalla maschera a forma d’uccello tipica di coloro che assistono i contagiati; qualcuno addirittura giurò di aver visto una coda da rettile uscir fuori da quel vestito altri affermarono che il rumore dei suoi passi aveva qualcosa di strano come se i suoi piedi fossero di pietra. Il nano salì su una cassa e parlò grossomodo così ai mercanti:”Amici sfortunati, mi conoscete di fama mi chiamano il nano del cielo perché vivo sul monte, lontano dagli uomini e vicino alle nuvole. Io vi osservo dall’alto e guardo questa piana stretta fra le colline e i monti e vedo i vostri affanni e i vostri desideri e le vostre iniquità con l’occhio del falco. Più volte avete chiamato me e i miei servi deformi per fare dei lavori che altri non volevano fare. Oggi posso aiutarvi e togliere l’ingombro ma voi mi darete una triplice ricompensa. Nel giorno del miracolo è costume che la decima parte del guadagno vada alla chiesa in segno di etera riconoscenza ma voi oggi la verserete a me perché vi ha deluso con il suo silenzio.  Un altro decimo voi lo versate al podestà che è il braccio armato della legge e dell’ordine ma voi mi donerete anche la sua parte perché non ha fatto il suo dovere.  Infine mi verserete quella decima parte che è quella che spetta a Dio per l’elemosina e le pie opere di carità poiché egli si è ritirato dal vostro mondo e in questa ultima parte della notte non è qui con voi. Per i tre decimi del vostro guadagno vi darò la vostra piazza e toglierò il corpo morto che ostacola il guadagno del giorno.” I mercanti e gli ambulanti si guardarono negli occhi nessuno si fidava l’uno dell’altro. Il nano stravagante prometteva di far fare ciò che loro non potevano neanche iniziare. L’inimicizia che regnava fra loro era troppo grande per trovare un’intesa su una cosa che comportava lo sporcarsi le mani e rischiare un’infezione quindi accettarono le condizioni del nano. Uno per uno giurarono sulle sue mani che avrebbe avuto la parte di Dio, della chiesa e del podestà.

 

 

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Terzo foglio

Giurarono tutti quanti ponendo le loro mani sopra quelle del nano del cielo. I guanti neri da medico  degli appestati furono toccati da una piccola folla eterogenea di mani le più diverse: c’erano quelle lisce e morbide degli usurai che prestavano di nascosto i soldi, quelle pulite delle prostitute, quelle fredde dei venditori di pesce, quelle grassocce dei dettaglianti di formaggi e salumi, quelle screpolate dei rivenditori di attrezzi agricoli, e quelle inanellate dei merciai e dei rivenditori di vestiti; perfino qualche disperato dalle unghie sporche che portava in un fagotto le sue tre o quattro cose da rivendere per trovar due o tre soldi mise le sue mani sopra quelle del nano. Mille storie e mille disagi erano disegnati sui volti e sulle mani di coloro che per guadagno offrivano la parte di guadagno non loro al nano, ognuno aveva avuto qualche disgrazia o si era elevato solo un poco lasciandosi alle spalle la povertà, oppure era disceso nella scala sociale fino a diventare un’ambulante. Tutti volevano il loro guadagno erano lì e non se ne sarebbero andati senza aver udito un familiare tintinnar di monete. Tutti offrirono la loro parola e la loro dignità. Il nano ricevuto l’omaggio urlò qualcosa di gutturale e brutale ai servi deformi ed essi indossarono dei guanti e tirano giù dal carretto dei teli, delle asce da boscaioli e dei ganci e certe aste di legno. Il nano prese da un fagotto una grande ascia nera, e iniziò a colpire il corpo in alcuni punti frantumando le ossa e facendo schizzare per  ogni dove i frammenti decomposti.  In molti lo osservarono con cura perché volevano constatare se era vero quel che si diceva di lui ossia che aveva i piedi di pietra a causa di una maledizione e se davvero una coda di rettile era nascosta dalle sue vesti, altri lo fissavano con misto di repulsione e di attrazione perché turbati dalla sua opera.  Quando cominciarono a mostrarsi le prime luci dell’alba egli interruppe la sua opera e chiamò i servi a sezionare le parti della bestia che aveva spezzato, i servi deformi divisero le masse informi in alcuni mucchietti usando lame e seghe create in origine per tagliare i tronchi dei pini, sistemarono le carni decomposte sopra dei teli dopo averle spostare con dei ganci e le infagottarono. A suon di pugni e calci il nano comandò che i suoi servi legassero i ripugnanti fagotti alle aste proprio a metà di esse. I servitori presero le aste così appesantite per le estremità e furono in grado di portare agevolmente via quella materia puzzolente. Il nano salì sul carretto  e disse:”Amici, tornerò quando la luce che ora mi caccia da questa piazza sarà debole e allora verrò a chieder conto di quanto da voi promesso.  Avete guadagnato il vostro tempo e vostro è questo giorno di luce sta a voi ora farlo fruttare e trasformarlo in denaro che gira di mano in mano e che crea il nostro mondo fatto di cose morte e vive che vengono vendute e comprate. Oggi tutto ha un prezzo e questo è il mercato la rappresentazione più schietta di tutta la nostra realtà, con dispiacere vi devo lasciare perché qui sento una forza vitale che è affine al mio spirito”. Ciò detto il Nano e i suoi servi abbandonarono il luogo in modo che la sua schiera di portatori deformi e odoranti di morte e decomposizione non disturbasse gli acquisti della gente venuta dalle campagne al mercato del paese. Fare affari al momento giusto era una cosa importante, di mezzo c’era il tempo perché la vita è breve e un soldo non guadagnato oggi non potrà essere investito domani e non darà un profitto dopodomani, il denaro vive di lavoro e di tempo, se mancano questi due elementi può sparire come per magia. Il nano lo sapeva meglio di tutti loro e aveva scelto il momento giusto per imporre il suo prezzo e la sua volontà. Tutti ne erano consapevoli ma fingevano di non aver capito, c’era da guadagnare quel giorno, e tutto il resto non contava più nulla.

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quarto foglio

I mercanti, i barrocciai, e gli ambulanti trassero dei sospiri di sollievo, il mostriciattolo stava sparendo dalla vista con il suo seguito di esseri indegni. Il nano aveva fatto il suo lavoro e fin qui le cose andavano bene, chissà come mai aveva chiesto proprio la parte altrui. Ma erano pensieri inutili, pensare troppo non è bene per chi vive di vendere e comprare e deve spostarsi di qua e di là per piazzare la sua merce o per strappare a un concorrente un buon affare. Il mattino era alto nel cielo e gli affari dovevano assorbire tutta la volontà e la capacità di concentrazione di coloro che si presentavano in piazza per vendere e per comprare. Questa concentrazione in un solo luogo di diversa e varia umanità creava un piccolo mondo ora ridicolo, ora pittoresco. Là gentiluomo ben vestito contrattava il prezzo di una collanina da poco per la sua giovane amante con un venditore di cianfrusaglie e al suo fianco un mascalzone cercava presso il rivenditore di ferraglia degli attrezzi per fare un furto con scasso, nel mezzo della piazza un paio di saltimbanchi e un ciarlatano attiravano il pubblico, quest’ultimo attraverso la scienza del suo occulto e truffaldino sapere. A pochi passi da loro un monaco impartiva benedizioni cercando qualche piccola donazione, alcuni contadini esibivano sui loro carretti frutta e verdura di stagione con la speranza di cavarne abbastanza per comprar medicine e qualche coperta per il prossimo inverno, perfino un mendicante esibiva qualche moneta per pagarsi una bevuta di vino e un paio di stracci per coprirsi. Da un lato non lontano da un muro usato come pisciatoio per i cani un tale, con qualche turba religiosa in testa, chiamava a raccolta i credenti contro il peccato. Il fanatico era di fatto ignorato e non lontano da lui i venditori di vestiti e di piccoli oggetti richiamavano una folla di donne che cercavano un piccolo affare per portar a casa qualcosa con la certezza di aver spuntato un buon prezzo e non di esser state fregate. Gli occhi delle signore brillavano di avidità e d’illusioni mentre i gli ambulanti declamavano la loro merce e raccontavano loro ciò che volevano ascoltare. Il venditore di pentole e di oggetti in rame, con una faccia da straniero del sud, aveva raccolto una piccola folla. Dava qualche colpo ai suoi oggetti e li faceva risuonare per far sentire che c’era anche lui e che la sua mercanzia era bella e valida. I bambini erano indecisi se era più interessante quella strana persona o il venditore di piccoli oggetti e giocattoli da poco, il maestro del paese intanto cercava il rivenditore di cianfrusaglie che aveva anche carta e materiale per scrivere. Al centro della piazza nel posto d’onore un vecchio vendeva vecchi vestiti e scarpe usate cercando d’imbrogliare i clienti sulla qualità della merce, a sinistra del suo banco aveva il venditore di dolciumi e a destra quello di vino.  L’uno attirava i bambini pieni d’illusioni sulla vita, l’altro i vecchi delusi dall’esistenza che cercavano un paradiso alternativo a quello del prete con due litri di rosso scadente. Qualcuno era felice e fra costoro il sensale di maiali, quello di pecore e il tale che combinava matrimoni e fidanzamenti. Tutti e tre erano seduti comodamente nella bettola che faceva da taverna e da albergo per i forestieri e guardavano con interesse lo spettacolo di quel mondo umano in movimento e rigiravano fra le mani qualche buona moneta. I tre pensavano anche loro avrebbero avuto una parte di quel fluire di denari per il paese grazie ai loro commerci di lana, pecore, carni suine e ragazze da maritare. Intanto il tempo passava, le voci si facevano meno insistenti, e le ombre s’allungavano. Stava arrivando la sera e la piazza iniziava a spopolarsi, il mercato era quasi finito era venuto il momento di far gli ultimi affari svendendo la merce invenduta, di lasciar gli scarti per terra per la gioia dei miserabili e dei pezzenti e dei bambini abbandonati a se stessi. Era l’ora e di far i conti del guadagno del giorno e quindi  di mettere in mano al nano del cielo le tre parti che gli erano dovute.

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quinto foglio

Quando le ombre della sera si allungarono e annunziarono la notte tornò il Nano con la sua veste da medico degli appestati e assieme a un personaggio vestito di oro, di nero e di rosso con una maschera da antico attore di teatro sul volto, lo presentò come  il suo cassiere e assieme a lui prese le tre parti del compenso che finirono in una borsa di pelle marrone e vennero le somme versate annotate in un registro. Erano una coppia molto buffa un essere piccolo e vestito da medico degli appestati e un tale spilungone vestito in modo eccentrico che in modo cerimonioso s’inchinava quando doveva aprir la borsa per far cadere i denari e annotava con scrupolo le somme. Quando la coppia andò via i mercanti, gli ambulanti, i ciarlatani e i barrocciai iniziarono a contare il guadagno rimasto e fu allora che cominciarono a farsi sempre più intensi dei suoni. I garzoni stavano riponendo le merci sui carri e tutti erano prossimi a partire quando dal pozzo posto su un lato della piazza emerse una sorta di fantasma. Era lo spirito del pozzo, chi fosse stato davvero non era noto, o forse i paesani stanchi di ricordare la gente onesta l’avevano dimenticato, o forse lui stesso aveva perduto il suo nome poiché e cose cambiano e gli umani non restano mai gli stessi. La sua apparizione destò disprezzo e divertimento, da tempo era noto che il fantasma era ridotto solo ad essere una vuota voce che si perdeva nella notte e che sibilava al calar delle tenebre. Così andò profetando l’antico spirito:”Malvagi, cosa avete fatto! Avete dato la dignità del potere a un nano maligno, deforme e maledetto per le sue magie, a un essere empio dalla lingua bifida come i biscioni che strisciano nella nera terra. Avete dato a costui la dignità di Cesare quando gli avete ceduto la parte che spetta al podestà, l’avete onorato come l’Altissimo dando ad esso la parte che spetta al monsignore e infine dando la parte vostra dedicata a Iddio avete tributato culto a un essere composto di pietra, ossa, carne e nero sangue. Cosa credete di aver fatto! Io so perché siete così iniqui, perché deridete questa voce che sibila nella luce che muore di questo giorno, perché disprezzate così tanto la vita e tutto ciò che è sacro. Io so che voi siete già morti, ombre spente di un mondo che non c’è più, avidi esseri travolti dal mutare delle cose che voi stessi create con il vendere e il comprare. Voi avete distrutto il vostro piccolo mondo umano per avidità e oggi vi prostrate per una fede interessata e meschina al nano che è sceso dal monte e dal cielo per mostrare a tutti i viventi le nostre deformità morali e la perversione dei nostri costumi.  L’animale che ha spezzato, segato, diviso e fatto portar via dai suoi servi infelici era una nobile bestia, voi tutti l’avete ammirata e in altri tempi e l’avete posta a tirar il carretto con l’immagine del patrono, l’avete vista alla destra del Podestà e a sinistra del Monsignore. Adesso che avete rinnegato la vostra antica fede la morte ha mutato ciò che era nobile e vivo in un corpo senza vita e decomposto. Solo voi date al nano del cielo il potere di decidere sul giorno del mercato, di prendere ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare; la vostra discordia è il suo potere, e a costui oggi avete tributato culto. Malvagio è colui che prende ciò che non è suo e despota colui che compensa con i beni altrui i suoi favoriti, voi siete stati despoti e malvagi contro voi stessi. Siate dunque maledetti fino al punto di sprofondare nel vostro egoismo scellerato e sparire con esso nel profondo della nera terra. Possa il vento che soffia sulle vostre porte e sulle vostre finestre ricordarvi ogni notte la malvagità della vita vostra e dove essa vi porterà.”

Dopo aver sibilato le sue maledizioni il fantasma ritornò nel profondo del pozzo. I mercanti e gli ambulanti non avevano più nulla da fare in quel luogo, accesero le loro luci e le loro lanterne e si misero in cammino, lentamente perché la stanchezza era tanta, i passi pesanti e la strada lunga.

 




8 settembre 2009

Chiamare il precariato con il suo nome: Finis Italiae

La valigia dei sogni e delle illusioni

Chiamare il precariato col suo nome: Finis Italiae

Chi può oggi credere nella bontà di tenere due generazioni in una condizione di precariato semi-permanente. Una generazione di ventenni e una di trentenni soffrono terribilmente il precariato e dal centro-sinistra è arrivata l’arrogantissima offesa “Bamboccioni” e dal centro-destra un silenzio inquietante, come se questa condizione fosse una dimensione esistenziale. Il precariato di oggi è un fenomeno di massa che va dal pubblico impiego al privato e distrugge proprio quella cosa che è il rapporto fra l’essere umano e il suo lavoro. Questo comporta una disgrazia enorme per il Belpaese che vede compiacenti le sedicenti classi dirigenti le quali si sono illuse che precariato e l'emigrazione selvaggia avrebbero creato una situazione  alla statunitense e ridotto l’influenza dei partiti di sinistra e dei sindacati. A onor del vero con l’estromissione per via elettorale della sinistra-sinistra dal parlamento la cosa è, dal loro punto di vista, andata a buon fine. Ciò che hanno messo in crisi sono due generazioni di abitanti della penisola, quel che è in discussione è la possibilità d’accedere a un mutuo, di creare una famiglia, di costruire una continuità. Per i nostrani e aggiornati padroni dei latifondi, delle ferriere e del vapore è indifferente se la forza lavoro è data da italiani, da comunità cinesi o da comunità islamiche o asiatiche. Quello che conta è fare i propri interessi, e se generazioni d’italiani arrivano tardi al bene-casa e alla famiglia e la natalità crolla e l’immigrazione diventa una bomba politica e demografica a “lorsignori” non gliene frega di meno. Il ricco oggi è ricchissimo e quindi apolide, estraneo a tutte le nazioni e a tutte le forme di civiltà. Il Belpaese per costoro è solo un punto sulla carta geografica, se c’è si sfrutta, se sparisce “lorsignori” si sposteranno altrove.

La mia generazione, quella dei trentenni, ormai verso i quaranta, è colpevole di non aver capito la reale portata dell’offesa che è stata fatta, di non aver mai avuto gli strumenti politici e sindacali per fermare questa deriva o almeno per darle una direzione, di essersi persa e confusa davanti a mille finzioni, cortine di fumo, inganni. Oggi sulle spalle di una generazione ignara grava il peso funesto di qualcosa di enorme: è il fallimento di una certa idea d’Italia, almeno di quella solidale, unita e fraterna, che promana dalle pagine della nostra Costituzione. Al suo posto qui e ora c’è un popolo disperso che nome non ha e con questo precariato non ha nemmeno la certezza di un futuro, o più semplicemente del possesso del proprio lavoro e di quella dignità minima che proviene da un ruolo sociale e morale riconosciuto.

Forse dobbiamo toccare il fondo dell’abiezione e della scelleratezza per trovare qualcuno o qualcosa che ci trasformi in un popolo e in una civiltà quale oggi non siamo.

So che ritornerà una civiltà italiana su questa penisola, non so quanto tempo ci vorrà, ma so che tornerà, questa è più di una profezia, è come un urlo silenzioso che attraversa queste tenebre.

IANA per FuturoIeri



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