.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


19 gennaio 2010

Bamboccioni e la fine delle illusioni del tempo morto


De Reditu Suo

Bamboccioni e la fine delle illusioni del tempo morto

Il mio tempo morto sono la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, nei fatti gli anni dell’infanzia e della pre-adolescenza. Si tratta di un mondo che non esiste più anche perché le speranze, le ideologie e le visioni del mondo di allora sono scomparse. Oggi si assiste allo spettacolo indecente di nominare “bamboccioni” una categoria d’Italiani e Italiane che soffre terribilmente la crisi economica e la precarietà del lavoro.  Non si può bastonare nel mucchio mettendo assieme il figlio del finanziere, del professore universitario, del colonnello, del notaio affermato con quello dell’impiegato, del piccolo commerciante di provincia, dell’operaio, del piccolo contadino, e del pensionato. Ci sono diverse categorie di Bamboccioni schiacciate assieme da questa parola devastante. Chi hanno davvero in testa gli onorevoli che sparano nel mucchio? Ma è chiaro i bamboccioni della loro casta di privilegiati. Bamboccioni sono senza alcun dubbio solo i figli dei ricchi nostrani che hanno una o due ville al mare, gli appartamenti in città e i patrimoni su conto estero. Ossia una piccolissima minoranza della popolazione italiana. Gli altri perlopiù non rientrano nella categoria, si tratta infatti di trentenni con stipendi bassi anche quando sono “sicuri”, stipendi che non permettono di vivere da soli o di creare una vera prospettiva. Lo stipendio del bamboccione che non è bamboccione va da 700 euro ai 1250. Questa è grossomodo la forbice e con queste cifre paghi solo l’affitto e forse il gas e la luce. I nostri onorevoli probabilmente vivono d’aria e con l’energia solare ma i loro sfortunati amministrati hanno bisogno di mangiare, di vestire, di pagare il bollo dell’auto, perfino di pagare le tasse che sono pesanti considerando i bassi salari. Al tempo della mia infanzia se un ministro democristiano o socialista avesse aggredito con una simile offesa intere categorie sociali in sofferenza sarebbe stato espulso dalla politica nel giro di un paio di settimane, oggi l’aggressione di cui si parla in modo ossessivo sui Media non ha un sapore moralistico ma sociale: i ricchi che fanno politica offendono i loro amministrati che sono poveri o in difficoltà. Che ne sanno loro delle famiglie con un genitore infartuato o con entrambi i genitori malati o anziani che hanno bisogno d’assistenza, che ne sanno di gente che ha contratto debiti con le finanziarie, che sanno di chi ha perso il lavoro o che non ha avuto nessuna occasione dalla vita. Nulla, proprio un bel nulla, per loro è un gioco. Nella loro prospettiva gli amministrati sono una variabile dei sondaggi, dei numeri scritti su relazioni di esperti di marketing politico, forse delle bandierine elettorali sui tabelloni delle prossime regionali. I politici sono addolorati per la situazione? La maggior parte di loro ha terze e quarte case, ville e appartamenti se davvero non possono vivere pensando alla italica sfortunata gioventù sfiorita regalino qualche immobile a qualcuna delle tante coppie italiane di giovani che non hanno un quattrino per metter su casa o a qualche ragazza-madre in difficoltà; si privino dei loro beni superflui. Non dico di fare come il martire cristiano che imita il Cristo e dona tutto ai poveri per testimoniare la gloria di Dio in terra ma lascino almeno qualcosa che non si porteranno nella tomba e che forse non serve ai loro Bamboccioni. Il mio mondo di prima è morto e oggi davanti a questa grave offesa mi permetto di dire che aveva più dignità e umanità, riposi in pace se lo merita.

IANA per FuturoIeri




29 ottobre 2009

Si solleva la nebbia e si vedono le nude rovine.

La valigia dei sogni e delle illusioni

Si solleva la nebbia e si vedono le nude rovine.

La politica italiana da anni si è schiacciata sulla cultura delle promozione pubblicitaria, dello spettacolo, dell’intrattenimento, della cattiva televisione. Di fatto per chi vive di politica a livello nazionale, e talvolta a livello locale, è vitale apparire, esser parte di un palinsesto, è fondamentale per lui di finir citato più volte in un editoriale di qualche quotidiano nazionale o di far mostra di sé in una foto. Ma in mezzo a tanto lavoro politico l’essenza di questo apparire rimane drammaticamente affine alla natura dello spettacolo televisivo e dell’intrattenimento, anche perché quella è la forma del potere economico e culturale ed essa propone potentissimi modelli di riferimento alla popolazione tutta, e coinvolge anche quei ceti sociali che vivono di politica.

Adesso a causa di una serie di conflitti crescenti fra poteri, istituzioni e gruppi politici emergono a ripetizione scandali e vicende personali squallide, di fatto le “classi dirigenti” da tangentopoli non fanno altro se non ostentare la loro nuda realtà, ciò che sono si conclude e si riassume negli scandali a sfondo penale e sessuale con cui da anni inquinano la politica e le cronache d’Italia.

Lentamente si sta sollevando la nebbia colorata della finzione, della malafede e dello spettacolo a oltranza grazie agli scandali che copiosi arrivano in questo maledetto 2009. Ciò che era contorto e sfumato si delinea. Del Belpaese rimangono solo rovine morali e psicologiche, frammenti di miti perduti, memorie contorte e spezzate e talvolta inganno collettivo; le diverse genti d’Italia sono disperse, discordi e disperate perché non è rimasto ad esse altro se non il culto del Dio-Denaro e la speranza di trovarsi un giorno con una valigia di quattrini e sparire altrove a godersi la vita lontano da questa penisola. Forse stavolta è pure peggio delle altre volte: non abbiamo avuto sconfitte militari clamorose, non siamo stati invasi, da due decenni non c’è più l’impero comunista che minaccia la penisola e non sopportiamo il peso di una nostra politica imperiale; eppure la comune prostrazione è grande e la delusione enorme.

Non vedo più il mio vecchio paese, questa cosa che si delinea al suo posto ne è da un lato la logica conseguenza, dall’altro ne è la negazione. L’Italia di oggi è un mondo pagano, estraneo a qualsiasi reale speranza di riscatto materiale o spirituale dell’essere umano. Conta solo il denaro che si può avere qui e ora con il quale si compra l’amore delle donne, la stima presso i conoscenti, la fedeltà dei complici e dei collaboratori, il rango sociale e talvolta la propria dignità. Del resto nel Belpaese l’umano povero perde anche la sua umanità, è per così dire parte di qualcosa che non ha un nome e un cognome ma è massa indistinta, grandi numeri, movimento di milioni di anonimi consumatori che comprano beni industriali, magari perfino a rate. Solo chi ha delle proprietà che delineano un rango elevato o che ha avuto in sorte la fortuna di far, a livelli alti, il mestiere di politico o di uomo o donna di spettacolo e ha conquistato la pubblica notorietà esce di fatto da questo grande anonimato. E’ il mondo dei ricchi, dei privilegiati, dei  famosi; meglio per loro se arrivano ad essere tutte e tre le cose. Il resto sparisce o si riduce ai concetti di elettori anonimi, pubblico dai gusti grossolani, telespettatori, gente comune, masse. Oggi sono così stanco che non riesco a descrivere quel che credo di aver intuito ma solo a indicare questo suo lento rivelarsi, mi scuso con i miei pochi lettori, spero che essi incontrino miglior fortuna nella comprensione di questa realtà.

 

IANA per FuturoIeri




28 aprile 2009

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Controllare tutto, controllare un bel nulla!

Questa nuova mania del controllo, del vigilare intasando le città nostrane di telecamere, di poliziotti privati antitaccheggio, di ronde più o meno politicizzate rivela una paura di fondo del potere politico e dei ceti dominanti che legano le loro fortune materiali e patrimoniali al sistema di potere ad oggi vigente. Controllare, reprime, investigare, dominare su un territorio sempre meno controllato, in mutazione continua, in perenne stato d’alterazione. Tutto cambia, il potere economico e politico dovrebbe accettare il fatto di dover cambiare uomini, mezzi e riti.  Di dover costruire i suoi poteri e i suoi valori da contrapporre a quelli dominanti che sono pubblicitari e finanziari. Il potere politico ha esaurito da tempo la sua capacità di dominio sulle persone per mezzo delle suggestioni ideologiche, le grandi narrazioni sui massimi sistemi e i grandi destini si sono lentamente dissolte. Alla dissoluzione del suo futuro si è sostituito un generico senso di fedeltà ai modelli pubblicitari e di senso comune dominanti, I ceti sociali che vivono di politica hanno sostituito la grande filosofia e l’economia politica con i consigli per gli acquisti e con le campagne pubblicitarie organizzate e portate avanti da esperti al soldo. Non ci vuole molto per capire che i mezzi della pubblicità commerciale hanno finito per dominare l’immagine della politica, il mezzo è diventato il fine; della politica i molti vedono l’aspetto della propaganda commerciale, i manifesti, gli slogan, le frasi fatte, i discorsi fatti per i giornalisti della televisione che si risolvono fra i venti e i trenta secondi di trasmissione televisiva.  Se poi osserviamo l’aspetto critico verso la società e il sistema vigente di produzione e consumo si osserva che l’aspetto critico oggi ricade su soggetti eccentrici, comici, giornalisti atipici  e artisti; ossia la riflessione sul presente è affidata a soggetti marginali e non deputati a far questo. E’ un fatto che Caparezza ha recentemente fatto uno spettacolo di grande richiamo nel quale prende in giro ferocemente: le Grandi Opere, i VIP, la politica, la criminalità organizzata , e molto altro ancora. Caparezza è un cantautore di successo che mischia sonorità rap alla tradizione musicale pugliese e classica. In un paese normale personaggi come lui non dovrebbero essere centrali nella critica del sistema , eppure...

 La politica sta scappando dalle sue responsabilità, in pratica interi ceti sociali vivono di essa e sopra essa e non hanno idea della sua intima essenza. La politica degli ultimi quindici anni di Seconda Repubblica è una gestione a mezzadria con i poteri finanziari e criminali da parte di mediatori sociali, più o meno abili, che gestiscono, più o meno rozzamente, il consenso politico di quelle masse di cittadini che riescono a raggiungere. Il controllo del territorio che ritorno ossessivo nel discorso politico lo percepisco da una parte come volontà di cavalcare le paure del signor Mario Rossi, dall’altro nell’incapacità dei poteri politici di vedere la realtà del Belpaese con gli occhi e le prospettive dei cittadini che non sono parte di minoranze al potere. Inoltre nessuno mi ha spiegato come integrare, o convivere, con i milioni di nuovi “ italiani” che catapultati da noi da tutti e cinque i continenti qui vivono, mettono famiglia e, secondo logica, non vogliono più andarsene.

IANA per FuturoIeri




25 aprile 2009

Ma la politica?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ma la politica?

Quelle grandi questioni, quelle domande fondamentali che agli inizi della Prima Repubblica erano parte della cultura politica e della vita sono di fatto un terreno affrontato da  chi vive di satira, d’arte, di musica. Mi riferisco alla critica della vita quotidiana, sociale e politica che traspare dalle opere di Caparezza, dall’impegno politico di Beppe Grillo, dalle vignette di Vauro, dalle imitazioni di Sabina Guzzanti. L’opposizione dura e graffiante, dissacrante e tenace sembra ormai il terreno di artisti a metà strada fra l’apparizione televisiva e l’impegno politico, ammirati e stimati da un pubblico loro di fedelissimi. Ma la politica, quella per la quale i cittadini di questa Repubblica pagano cifre enormi dove è finita? Non è forse compito del potere politico entrare in relazione con i problemi del quotidiano, osservare la montagna del potere dal basso e dall’alto per capire gli elementi di rottura, i pericoli, i percorsi difficili; comprendere quanto un sistema rischia di essere travolto dal discredito, dal disprezzo, dalla diffidenza, dai nemici che si moltiplicano e dalla diserzione di alleati e sodali. Eppure se si mettono assieme le sole opere recenti di questi artisti, e non ci sono solo loro, emerge un Belpaese che non è in grado di star in piedi sulle sue gambe, disgregato al punto da non poter essere più visto nella sua interezza tanto è diviso moralmente, politicamente ed economicamente.  Di che si occupa oggi la politica?

Certamente non della realtà e della banalità di un vissuto quotidiano delle diverse genti del Belpaese, non delle minute difficoltà del signor Mario Rossi, non delle molteplici inquietudini che prendono alla gola milioni d’italiani che in questi anni si sono impoveriti o che semplicemente vedono il loro piccolo mondo mutato oltre ogni più fantasiosa previsione. L’impressione generale è che la politica italiana ai grandi livelli parli di se stessa e ragioni delle sue questioni interne, sia lontana dai cittadini e dalla vita banale perché essa è collocata in un limbo di privilegio, in una condizione sociale straordinaria. Alla fine l’apparenza del potere politico crea i suoi riti e le sue ragioni e cerca di mascherare la realtà concretissima di un paese in sofferenza in qualcosa che somiglia al Belpaese, in una mascherata permanente, in una finzione che vorrebbe essere collettiva ma in realtà è solo la recita grottesca orchestrata da esperti di pubblicità, di giornalismo e di pubbliche relazioni perlopiù prestati alla politica ma in verità a libro paga dei veri poteri che sono finanziari. Come dimostrano gli ultimi anni della vita di Montanelli l’editore che paga conta più del direttore del suo giornale. La finzione, la grande recita ha un suo limite: l’impatto con questo mondo reale e concreto; prima o poi quella realtà volutamente ignorata o mascherata , edulcorata o colorata si riprende la sua dura rivincita e presenta il suo conto. Per tutti. A tutti!

 IANA per FuturoIeri




28 ottobre 2008

SI FA PRESTO A DIRE POVERTA’

I fatti sono arcinoti al punto che i principali quotidiani nazionali hanno in data 22 ottobre grande risalto a questi dati: la forbice sociale fra ricchi e poveri è aumentata in Italia e per maggior scorno la mobilità sociale è una chimera. Di fatto in Italia si eredita il mestiere quando non il posto di lavoro del padre, la società italiana è fatta per congelare la mobilità sociale e riprodurre le stratificazioni sociali delle generazioni precedenti. Non c’è da meravigliarsi se in questi tempi di crisi gli amari risentimenti che marciscono nel Belpaese si rivelanno sempre più aspri e sempre più politicizzati. Non si può martellare per decenni il popolo italiano con il calcio e la pubblicità mostrando il paese del bengodi e delle meraviglie e poi auspicare che s’accontenti della fatica e dello squallore di tutti i giorni, di una società fatta a immagine e somiglianza dei mediocri e dei privilegiati, dei furbi da tre soldi e dei raccomandati di lusso. Come puo’ questo popolo chiedere di star alla pari con gli altri paesi che sono più grandi, più forti, o semplicemente privilegiano il talento e il valore rispetto alle raccomandazioni e alla delinquenza? Le ragioni del nostro essere un vaso di coccio fra vasi di ferro dipende dal fatto che l’Italia è lo strumento del privilegio dei pochi, in queste condizioni per i molti è difficile identificarsi con qualcosa di più grande e ampio, la conseguenza è quella di trovarsi con un Belpaese il cui popolo è ridotto alla consistenza di un turbine di polvere, o se si preferisce ad una manciata di sabbia. In tanta disgrazia questa crisi straordinaria e nuovissima sta creando le condizioni per creare un grande risentimento fra i ceti medi che già da diverso tempo in difficoltà e ora si ritrovano pure impoveriti. Ci sono tutte le condizioni perché quella parte della società che erano i ceti intermedi fra i ricchi e poveri sia forzata a sostenere scelte politiche radicali, a mettere in discussione i privilegi delle minoranze al potere. detto in una frase potrebbe dismettere quel ruolo che aveva avuto di guardia nei confronti dell’ordine costituito dalla società dei consumi e della sceneggiata parlamentar-democratica per andare a far ben altro. Per intendersi il rovesciamento dell’ordine e dei poteri potrebbe partire non tanto dai ceti poveri e tapini ma da quelli medi che subiranno il rovescio della fortuna come una sfida mortale portata contro di loro da non si sa bene quale nemico. Questo vale per l’Italia come per l’Europa.

Quale follia può aver spinto le sedicenti classi dirigenti del Vecchio Mondo a subire questo grande pericolo che minaccia di disgregare le basi del loro potere? Forse negli umani c’è una natura auto-distruttiva che colpisce i singoli come i grandi enti collettivi.

IANA per FuturoIeri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




5 maggio 2008

QUALE ITALIA, SIGNORI MIEI!

Voglio scrivere di un fatto banale che mi ha fatto riflettere.

A Sesto Fiorentino da circa tre mesi è occupata da gente povera, e anche  non italiana, una ex caserma, un vecchio edificio privo di acqua e luce dove un tempo s’esercitava nella difesa della Patria il nostro fu esercito di leva.   Per fortuna di tutti non ebbe mai modo di far sul serio. Passando nei pressi dal finestrino dell’autobus ho visto un gruppetto di bambine e bambini che giocavano su quella che un tempo era stata una piattaforma in cemento armato che aveva ospitato un cannoncino antiaereo.  Poteva sembrare un filmino pacifista degli anni settanta, via il cannone, dentro i bambini poveri; eppure le cose non stanno così.  Quella scena non mi ha ricordato un trapassato e remoto pacifismo ma l’evidenza di un mondo umano sempre più feroce, disposto per il “particolare” di alcune minoranze  al  potere al sacrificio anche dello Stato, figurarsi se non son da gastigare i tapinacci che rimangono esclusi o indietro nella competizione globale.

Il fatto che dei bambini e bambine piccole giochino fra i ruderi di una ex caserma, a prescindere dal fatto che sia giusto o meno che i loro genitori (o chi per loro) li abbiano portati lì, è il segno di un profondo disprezzo generale per la vita degli altri.  La città non è più il luogo della comunità ma una serie di settori ora vitali, ora abbandonati, ora lasciati al godimento di coloro che hanno il privilegio della ricchezza e del potere.  Del resto se la ricchezza deve essere privata come può formarsi un potere di natura collettiva o comunitaria che compensi gli squilibri nella distribuzione della ricchezza, e se per l’interesse del commercio e della produzione di beni e servizi si fanno entrare migliaia di immigrati come non pensare che costoro porteranno non solo le loro braccia ma anche le loro famiglie e i loro figli.  Il “mostro” che è stato costruito è una follia sociale che può tenere dentro le sue contraddizioni nella prosperità e nel complice silenzio di chi dovrebbe informare e di chi dovrebbe farsi carico di questi problemi.  Quando, come è questo il caso, le cose volgono al peggio ecco che ogni guasto viene alla luce.  Un tempo le città rendevano liberi gli uomini e le donne che fuggivano dal mondo feudale e dai signori per diritto divino.  Oggi moltiplicano la discriminazione, la separazione, l’incomprensione  e tolgono l’elementare libertà della speranza e del poter esser sereni nel volgere il pensiero al luogo in cui si vive.  Del resto proprio come i ricchi si legano solo fra di sé anche i poveri se non saranno accolti da qualche realtà locale o nazionale essi per forza di cose formeranno delle comunità.  Niente di più facile in questo contesto dello scatenamento ad arte di una guerra fra poveri. La paura compagna naturale della senescenza e della viltà della nostra sfortunata gente  fa il gioco di quei pochi che intendono costruire un mondo umano e un Belpaese piegato ai loro egoistici interessi particolari.  La politica che potrebbe avere un ruolo quando non tace segue le peggiori paure e l’agenda imposta dalle minoranze di  ricchissimi; la Nazione italiana oggi sembra costruita sulle esigenze di coloro che hanno redditi elevati, che godono di ricche rendite e di privilegi e che possono smuovere a loro favore la legge con gli avvocati e la politica con il favore del mondo dell’informazione.  E’ mia convinzione  che dietro molti dei presunti problemi sociali di oggi non vi sia il razzismo ma il contrasto che deriva da gravi problemi economici e dal fatto che la ricchezza ostentata di pochissimi contrasta con le ristrettezze economiche e sociali dei più.   Anche il problema di coloro che vivono di elemosine si traduce spesso in un cavalcare le paure di una società che si sente nella sua maggior parte vecchia, debole, insicura, più povera.  La prima cosa che le popolazioni del Belpaese dovrebbero chiedersi è in che tipo di paese vogliono vivere e cosa vogliono lasciare ai loro figli e nipoti.  I più dovrebbero inoltre capire che senza l’Italia non ci sono neanche gli italiani.

IANA per Futuroieri

digilander.libero.it/amici.futuroieri/




5 maggio 2008

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

Da quasi due anni mi trovo a scrivere  le mie considerazioni su questo  Blog e ho l’impressione di lanciare i classici messaggi nella bottiglia.  Scritti lasciati in balia delle onde, in questo caso dei capricci della rete.  Non si stupisca quindi il gentile lettore se alle volte tratto temi inconsueti o biografici, si tratta del mio modo di esporre in modo diretto.   Quando si ha un lavoro, degli impegni e qualche questione diventa difficile pensare a come raccontare qualcosa di te, a come far partecipi i gentili lettori delle proprie considerazioni, eppure è questo quello che faccio da un po’ di tempo a questa parte e non senza qualche soddisfazione.   Ultimamente mi sorprende, con straordinaria evidenza, il fatto che il mondo di prima si è dissolto, dissolte le ideologie e i  grandi partiti-chiesa, i leader di un tempo si sono riciclati in fusioni di forze politiche dalle sigle nuove oppure sono forzati a sparire dalla scena politica, scomparso il buonsenso di un tempo, finito il mondo umano dell’Italia dei quartieri popolari e della rispettabilità borghese quel che rimane è un qualcosa d’incerto, di precario dove la legge del più forte, ossia del più ricco, prevale.   Perché questo è il punto: la grande paura di tanti italiani ormai in là  negli anni e intimoriti dalla senescenza è quella di vivere in un paese che non riconoscono più tanto si è trasformato.  Il Belpaese è irriconoscibile non solo per la presenza di comunità asiatiche e Nord-africane, ma perché gli italiani stessi non sono più quelli di trent’anni fa.  Questa trasformazione è più forte e dirompente della trasformazione intravista da Pierpaolo  Pasolini quando la nascente società dei consumi iniziò a distruggere le culture popolari ancora esistenti nell’Italia degli anni Sessanta.  Qui la mutazione mette fra parentesi anche il concetto stesso di italianità e di appartenenza a un territorio o a una storia comune.  Pensate al caso di un cinese  o di un marocchino sui diciotto anni che è nato in Italia e fa parte della seconda generazione di stranieri immigrati,anche lui  in qualche modo è finito dentro il nostro Belpaese, ma qualcuno ha forse pensato alla sua identità, ai suoi diritti, a formulare un decente modo di mettere assieme le differenze?  Capita questo a tutti i popoli che ricorrono all’emigrazione, chiedi braccia e arrivano uomini, donne, bambini, poppanti, adolescenti, in una parola: famiglie e comunità intere. L’unica risposta che i nostri leader e i giornalisti più accreditati invocano è il ripristino della legalità e dell’ordine e forse della tradizione.  Benissimo! Per fare cosa poi?  Per lasciare tutto così come è, per permettere alle minoranze dei ricchi e dei protetti dal sistema il mantenimento di privilegi che derivano dalla loro posizione di potere  senza che ad esso corrisponda una presa di responsabilità verso la società nel suo complesso?  La normalità imposta a forza per realizzare che cosa? Una nuova rigenerazione  dell’italianità o una serie di centri commerciali e di aree urbane&industriali ad uso e consumo della speculazione selvaggia?  Mi piace la normalità a  condizione che essa sia uno strumento per vivere non un manganello da usare contro questo o quello a seconda delle esigenze delle minoranze al potere.  Sarebbe tutto di gran lunga più accettabile se i nostri banchieri, finanzieri, super-manager in carriera,  leader di agenzie pubblicitarie e di pubbliche relazioni, editori si assumessero, oltre ai privilegi della loro condizione, gli oneri del loro potere.  La loro condivisa dottrina della “mano invisibile del mercato” che tutti salva e tutti aiuta in realtà nasconde la natura di un potere irresponsabile verso la comune appartenenza ad un consorzio umano e a un pianeta con risorse grandi ma limitate.  Chi può deve cercare dentro di sé i propri valori e testimoniarli, almeno potrà far affidamento su se stesso.


  IANA per Futuroieri

digilander.libero.it/amici.futuroieri/




5 febbraio 2008

DODICI ANNI, NEANCHE PER OMICIDIO

Il quotidiano City del 4/2/08 riporta in prima pagina la notizia che la Banca D’Italia, o BankItalia, ha calcolato che in media per comprare casa servono dodici anni di stipendio contro gli 8,4 del 1995. Il che rappresenta la bellezza di 144 stipendi. Il tipo di casa è di 100 metri quadri e lo stipendiato preso in considerazione è il lavoratore dipendente. Quindi si può comprendere benissimo come per milioni di italiani la casa sia diventata una chimera e la formazione di una nuove famiglie sia difficile e talvolta economicamente onerosa. A questo dato di fatto va aggiunta l’ovvia considerazione dell’aumento delle differenze di reddito e di potere d’acquisto fra le minoranze di ricchi e le maggioranze dei lavoratori dipendenti nel Belpaese, differenze che vedono i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. E’ doveroso alla luce di questo dato constatare come i governi di centro-destra e quelli di centro-sinistra non hanno spostato questa tendenza e anche, cosa paradossale, che se si volesse comparare gli anni di stipendio necessari per comprare un modesto appartamento da parte di un lavoratore alle pene realmente scontate nella penisola dai delinquenti si osserva come molto probabilmente dodici anni non si scontano più neanche per omicidio. Sicuramente non per quello colposo. In questa condizione di devastazione morale e putrefazione della vita sociale e politica anche il fare famiglia e il creare il proprio ambiente di vita diventa proibitivo e alle volte una condanna. Emerge con forza la distanza fra i ceti privilegiati e i gruppi sociali prossimi alla vita politica e la gran massa dei cittadini comuni costretti a subire ogni sorta di mutazione negativa. Fino a che punto i ceti medi, un tempo sostegno della Democrazia rappresentativa, accetteranno queste condizioni di vita e di lavoro? Possibile che si possa promettere il paradiso in terra e trasformare la vita dei molti in una lotta penosa per avere ciò che fino alla generazione precedente era considerato un diritto? Quanto può durare una “democrazia minima” fondata sulle illusioni, sulla pubblicità, sulle penose finzioni? Quali nuove terribili prove ci porterà questa nuova crisi economica? Queste le domande che oggi consegnamo al gentile lettore, sapendo che saprà trovare da sé le risposte che qui per carità di Patria non osiamo trascrivere.

IANA per Futuro ieri



sfoglia     dicembre        febbraio
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email