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29 agosto 2009

Appunti Viennesi:Il potere e il vuoto

La valigia dei sogni e delle illusioni

Appunti viennesi: Il potere e il vuoto

La visita della città di Vienna quest’estate mi ha portato a fare una riflessione su un fatto che di per sé non è così evidente. Ad un certo punto del mio girovagare da turista ho cominciato a riflettere sulla suggestione Barocca del passato imperiale della città, alla potenza che aveva nel passato l’ostentazione di quelle palazzi del potere, di quei simboli maestosi, di quei viali da grande capitale, di quella ricchezza d’arredi nel teatro dell’Opera. La dimensione imperiale del passato fa uno strano effetto: non si può ignorare il messaggio che comunica con la sua semplice presenza e nello stesso tempo non si può più credere alle sue ragioni. I principi, gli imperatori, i nobili, i marescialli che hanno abitato quei luoghi con il loro seguito di mogli, figli, servitori, ufficiali, soldati, segretari, maggiordomi e artisti al soldo non esistono più. Il loro mondo ora nobiliare, ora decadente è sparito. Tuttavia le costruzioni magnifiche che si son costruiti nel passato sono rimaste e il vuoto che avevano lasciato è stato preso o dalla concretissima Repubblica Austriaca o da musei, enti culturali, spazi espositivi. Il potere aristocratico ha capito per primo per un suo diritto d’anzianità la forza di persuasione che avevano le grandi opere e i palazzi regali. Si può dire che il mondo nobiliare europeo, e quindi anche quello asburgico, era uno dei tanti eredi naturali dei palazzi imperiali romani e delle cattedrali medioevali anche quando spendeva per imitare la reggia del Re Sole. Marcare la presenza del potere nello spazio e nel quotidiano con edifici monumentali era penetrare nella realtà e nella testa del popolo e dei borghesi, imporre visivamente il proprio mito legato alla legittimità dell’esercizio del potere politico, militare ed economico. Per l’aristocrazia Asburgica si trattava evidentemente di ostentare nel proprio presente un segno che rimandava al passato dinastico e affermare con l’ostentazione di una forza e di una potenza che si reggeva su solide basi che questo potere si sarebbe protratto nel futuro. Oggi che quei poteri, con l’eccezione della chiesa cattolica, non esistono più il vuoto che hanno lasciato è stato colmato in modo meccanico da altre forme con le quali una nazione si presenta ai suoi cittadini e al forestiero in visita: non più il potere delle aristocrazie guerriere o burocratiche ma le mostre d’arte e musei. Se il potere egemonico antico si è dissolto quello culturale è rimasto. Il vuoto lasciato dal potere aristocratico si è quindi rapidamente colmato, quasi per una sorta di meccanica della vita politica quando un potere schianta uno nuovo ne prende il posto, solo che questa sostituzione riguarda anche quei palcoscenici costosi come i palazzi, gli edifici monumentali, i teatri nei quali si svolge ordinariamente la vita politica e mondana. Se il nuovo potere li lascia in piedi e non li distrugge di solito li ricicla ed essi vivono vite nuove e assorbono il loro esser diventati contenitori di nuovi scopi e di nuove persuasioni. Questa mia considerazione forestiera ne richiama però una tristissima e domestica: cosa ha lasciato di monumentale il potere della Prima Repubblica Italiana: temo solo gli stadi di calcio e neanche tutti. La Prima Repubblica 1946-1994 non ha creato i suoi luoghi di potere ma ha preferito riempire quelli preesistenti, in qualche caso precedenti la stessa dittatura fascista come è il caso del Quirinale, di Palazzo Chigi, di Palazzo Madama. Quel che verrà dopo il sistema attuale, nulla dura per sempre sul pianeta Azzurro, dovrà accontentarsi di riassegnare un senso e un valore agli stadi, i quali sono ad oggi l’espressione monumentale tipica della presente democrazia rappresentativa. Temo che l’Italia che sarà, perché credo che prima o poi prenderà forma una civiltà italiana, esprimerà un giudizio durissimo sulla Prima Repubblica e sulla Seconda ancora in corso. Probabilmente arriverà un Belpaese migliore di cui adesso però non si può dire o pensar ancora nulla se non esprimere un vago voto di speranza in questa valle di lacrime e fango e di attaccamento al proprio passato e alla propria terra.

IANA per FuturoIeri




16 maggio 2009

Stranieri!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Stranieri!

Le caste al potere fanno fare la voce grossa ai loro esperti di comunicazione popolaresca e politica c’è da vendere al popolaccio il pericolo extracomunitario, la paura del diverso, del deviante, del soggetto alieno. Ma se ci si ferma a riflettere nulla è più lontano dalla vita dell’uomo comune dell’esistenza di quel pugno di miliardari e finanzieri che controllano banche, finanziarie, assicurazioni, pacchetti azionari. In breve coloro che sono la parte umana e fisica dei poteri dominanti sono estranei alla vita dell’uomo comune, e se si va fino in fondo osserviamo che servono solo il Dio-denaro, non hanno qualcosa che possa riferirsi ad una patria, sono cosmopoliti; fin dove è accolto il loro denaro lì vivono a casa loro. Beni e servizi esclusivi, scaraventati sulle riviste patinate come le forme del nuovo paradiso, sono la forma palese del loro essere distanti dagli altri milioni d’esseri umani, i luoghi dove abitano sono appartati, di lusso, spesso blindati in quartieri a parte, talvolta costruiti di recente apposta per loro. In sintesi fra la stragrande maggioranza degli esseri umani e le ridottissime minoranze che decidono muovendo i capitali e i pacchetti  azionari cosa accadrà a quest’umanità malata e sofferente c’è una distanza enorme, certamente superiore a quella che c’era in un tempo remoto fra un sovrano medioevale o rinascimentale e i suoi sudditi. Almeno un re del tempo che fu condivideva la stessa religione e lo stesso regno dove viveva con i suoi sudditi, qui siamo al punto che una qualsivoglia adunanza di finanzieri e di ben pagati esperti e lobbisti, apolidi e stranieri per natura e per definizione, può decidere della vita di milioni di umani trasferendo la produzione altrove o spostando certi investimenti, o creando per loro specialissima avidità uno sfascio finanziario. Non c’è ad oggi una sola ricetta credibile che metta al riparo le attuali forme di governo democratico presenti sul pianeta azzurro dalle violenze e dalle passioni di queste minoranze di apolidi.

Non c’è neanche la necessaria consapevolezza di quanto siano stranieri i detentori del potere finanziario, remoti, lontanissimi dalla vita della gente comune, dell’operaio, dell’insegnate, del manovale, o della donna precaria nel terziario “avanzato”, o del contadino.

Almeno questa terribile crisi sta rivelando quanto sia strumentale e di parte questo modello economico che concentra poteri e ricchezze nelle mani di pochissimi soggetti privati, c’è da chiedersi fino a che punto queste minoranze vorranno attenersi alle regole dei sistemi democratici e se non si sia già fatta strada l’idea che altri regimi e altri poteri politici siano più credibili e più solleciti nei loro confronti. Dopotutto la Cina Comunista è ormai la grande potenza capitalista di questo nuovo millennio. O sbaglio?

IANA per FuturoIeri 




15 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (9)

 

Elogio funebre del Maestro Ivo

Non ero preparato alla morte del maestro che è arrivata come un fulmine a ciel sereno.
Avendo seguito delle tracce e non un canovaccio riporto il discorso che ho pronunciato il giorno del funerale del maestro Ivo Fischi così come lo ricordo e come ho potuto ricostruirlo.

Nessuno di noi può arrivare preparato a questo momento, non è possibile, quindi sarò breve.

La situazione non consente del resto discorsi lunghi e non è né l’occasione, né il luogo per farli.

Ivo, a suo modo, resterà l’incontaminato possesso di coloro che l’hanno amato in vita. Ciò che ha generosamente donato a tutti noi: il suo tempo, le sue parole, il suo impegno, se stesso, nella vita, nel lavoro e nello sport gli viene oggi restituito. Il suo elogio funebre siamo noi. Coloro che sono qui oggi testimoniano ciò che è stato il maestro con la loro semplice presenza. Guardiamoci: l’essere presenti qui in così grande numero è l’omaggio liberamente donato alla sua persona e alla sua opera. Quel che ho capito in vent’anni di lui è stata la sua unità di vita, di lavoro e insegnamento. Il fatto che abbia voluto nella cassa il suo judogi e la sua cintura ne è la prova. Quest’unità è oggi utopia. Il suo metodo e il suo insegnamento era certo quello d’insegnare a lottare: ma con le regole e nelle regole, mai contro di esse. Da questi suoi principi derivava la sua amarezza nel contastare i costumi dei tempi. Il suo insegnamento,che sapeva essere giusto, è stato alle volte da lui difeso con durezza dalle critiche. Questo suo essere maestro gli ha imposto talvolta scelte difficili per sé e per gli altri. Le sue scelte e le sue decisioni le ha prese per onorare il suo ruolo, per difendere i principi, per dare l’esempio.

Un maestro per sempre

Il maestro Ivo



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