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14 aprile 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Pillola Rossa o Pillola Blu

Vincenzo Pisani: Scusate ma parliamoci chiaro. Questa è o non è una piramide sociale. Immagino che fra noi ci sia concordanza nel ritenere che questo modello capitalista e corporativo sia una piramide sociale. In tempo l’antico Egitto aveva conosciuto una piramide sociale con il faraone e la sua famiglia sulla punta, poi a scendere in livelli sempre più larghi: sacerdoti, generali, scribi, soldati, artisti lavoratori, artigiani, mercanti, contadini, schiavi. Ora come si abbatte una piramide. Se si toglie il vertice resta una piramide tronca e prima o poi qualcuno rifà la punta e magari invece di chiamarla Faraone la chiama Satrapo o Governatore. Un modo esiste ed è quello di togliere gran parte delle basi su cui si regge la piramide. Pensate a una cosa del genere fatta con dei libri, se si toglie i libri in basso o si alzano i livelli in basso la struttura perde equilibrio e frana sotto il suoi stesso peso. Vuoi perché pericolosamente inclinata, vuoi per via della mancanza di sostegno. Allora cosa è la visione apocalittica se non questo: la fine della piramide sociale e la sua trasformazione in macerie su cui ricostruire una diversa figura geometrica di Stato. Sempre che rimanga abbastanza gente viva per farlo in una o due generazioni, il rischio è che rimanga così poco da veder sorgere un periodo di nuova barbarie, un rinnovato mondo di cavernicoli post-tecnologici. Ma del resto quando popoli interi son fatti oggetto di un capitalismo selvaggio e senza limiti come credere che la nostra piramide con la punta costituita da Banche Centrali e famiglie di ricchissimi e verso il basso gente come noi non sia a rischio di crollo.

Gaetano Linneo: Queste parole sono esatte ma un po’ crudeli alle mie orecchie. Tuttavia è vero. C’è un limite oltre il quale il sistema umano come quello naturale cessa d’essere e l’ordine nuovo dovrà prendere forma seguendo il corso del tempo. Un bosco brucia, dieci anni dopo sulla terra offesa dalle fiamme un nuovo bosco è risorto. La questione è chi ha il diritto e il cuore di mandar arrosto un bosco vecchio con tutto quello che di vivo esso contiene. Lo stesso s’applica al discorso appena fatto. Chi ha il diritto di decidere della vita e della morte di una piramide sociale, di un ordine di cose, di uno Stato perfino? Finora la necessità dovuta  a pestilenze e carestie e la legge del più forte in guerra si son fatti carico di portar a termine queste catastrofi. Ma vedere nella violenza organizzata e scientifica o nelle grandi  catastrofi naturali o accidentali dei benefattori non è curare i mali dell’umanità, ma amputare e far chirurgia pensando che la durezza del rimedio cancelli una sorta di colpa originaria, di peccato mortale e collettivo.

Paolo Fantuzzi: Quindi stanotte scopro che l’apocalisse non c’è perché non c’è chi se ne fa carico. Ma se qualcuno se ne fa carico è un sadico sociopatico, quindi uno strano tipo di benefattore a sua insaputa che monda i peccati dell’umanità con il sangue altrui.

Franco:  In effetti è anche questa una verità. Una mezza verità.

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero un discorso inquietante. L’umanità sembra una nave dei folli bisognosa di castighi e punizioni, e in mancanza del buon vecchio Dio elargitore del diluvio e delle piaghe d’Egitto ecco che occorre far da noi o sperare nel classico asteroide che ha perso la sua rotta cosmica e ci finisce in testa.

Clara Agazzi: Questi son discorsi disgraziatissimi, ma insomma non è possibile pensare a una soluzione sana, di lungo periodo, progressiva. In fondo esistono anche cause che richiedono tempi lunghi, generazioni. Non si può purificare il mondo umano in tre mesi o sei senza provocare un massacro di enormi dimensioni. Inoltre chi pagherebbe più di altri se non i deboli, le donne e i bambini. Facile far la guerra con i fantasmi o con la vita altrui. In questo paese sulla carta son tutti generali e tutti eroi. Poi al momento del dunque chi li vede mai questi condottieri e questi martiri dell’ideale.

Stefano Bocconi: Giusto, ma chi può aspettare due o tre generazioni se non i ricchissimi, i pochi privilegiati, i detentori di enormi patrimoni. Alla fine siamo scissi fra il disgustoso presente e un futuro possibile ma inquietante e pericoloso.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ora vi pongo il problema dello Stato frantumato dai nuovi poteri e il persistere di barriere ideologiche del secolo scorso. Le due cose si tengono assieme, forze politiche che fingono di vivere in un tempo diverso e alternativo in virtù di credenze di tempi perduti sostengono di fatto i nuovi poteri bancari e finanziari. Il fanatico che folleggia di fascismi e comunismi e comunitarismi immaginari è il miglior alleato che esista di poteri concreti e realmente operanti. Viene pagato poco o nulla da questi nuovi poteri e dalle loro caste, opera una frammentazione e una dispersione del pensiero e delle forze sociali  realmente dissidenti o ostili alla concentrazione della ricchezza e dei capitali in poche mani e inoltre sul piano operativo e concreto è impotente, inutile. Si tratta dell’utile idiota che porta soccorso involontario ai grandi ricchi e ai loro enormi privilegi. Diverso è il ruolo di una forza ideologica operante realmente che cumula forze e risorse in vista di un rovesciamento dell’ordine costituito o di una riforma del sistema; essa o viene combattuta se pericolosa per l’ordine delle cose o appoggiata se lo difende. Il vecchio Stato nazionale con i suoi limiti e i suoi difetti era tuttavia un potere coercitivo e autoritario che almeno in parte tassava i ricchi e operava una redistribuzione della ricchezza prodotta, poneva vincoli, pretendeva il primato della politica sull’economia. Oggi i nuovi poteri finanziari di questa parte sedicente occidentale del pianeta non vogliono uno Stato di questo tipo, vogliono le mani libere. Da questo nasce lo strapotere delle banche, delle multinazionali, dei super-ricchi, essi apposta indeboliscono lo Stato di vecchio tipo per far emergere un loro potere privato. Per farlo pagano ogni sorta di movimento o gruppo politico disposto a ridurre la consistenza strutturale delle istituzioni e ogni sorta di mercenario del giornalismo e della televisione per portare nelle case della gente comune e più sprovveduta il linguaggio del pensiero neoliberale più aggressivo e spregiudicato. Fuori da questo recinto che si è denominato occidente sorgono però oggi a sud e a est nuovi poteri e nuovi imperi e c’è da pensare che là il potere politico non si sottometta a poche oligarchie di ricchissimi. Io credo che sia un bene che l’immigrazione intellettuale del nostro paese s’indirizzi verso quelle genti forestiere, a mio avviso se questo Stato debolissimo non può più esser potenza e dominio che favorisce i suoi cittadini allora i suoi componenti sono liberi di scegliere un diverso luogo dove vivere dove queste parole non sono chimere ma realtà viva e concreta.

Gaetano Linneo: Queste considerazioni sono interessanti, ma dimmi Vincenzo dal momento che le pillole sono due la rossa dell’apocalisse e la blu delle sorti magnifiche e progressive di un  processo di riforma globale che sarà forse ventennale se non di più tu che voi per te.

Vincenzo Pisani: Né una e meno che mai l’altra. La soluzione è andarsene da questo paese. Imparare un  mestiere, fare un po’ di soldi, fare biglietto di sola andata e via verso un nuovo mondo aldilà dell’oceano. Lascio ai miserabili delle plebaglie elettorali, ai furbetti con il sussidio, ai politicanti da strapazzo e ai loro parassiti il disagio di vivere nelle rovine che hanno provocato. E poi fra noi lo voglio dire: la riforma lenta e progressista serve solo ai ricchi e ai possessori di rendite di qualsiasi tipo per aver il tempo di ricollocarsi e cambiar uniforme. L’apocalisse è di due tipi:  uno naturale e l’altro umano. Quello naturale va dalla catastrofe ecologica, al meteorite, al sole che ci brucia con qualche fenomeno celeste singolare. Quello umano è una nuova guerra mondiale o qualcosa del genere. In un caso non si può far molto per causare il disastro perché non è cosa che attiene agli esseri umani, nell’altro chi inizia si prende una responsabilità enorme. Se vogliamo si sporca l’anima per sempre. Quindi in un caso non posso accelerare il processo che sarà lento generazioni, nell’altro non ho i mezzi e la volontà di affogare il mondo nel sangue. Quindi cosa rimane se non il pensare la fuga, il rifarsi una vita altrove. Credimi, se questo paese si svuota della gente di merito e di talento sarà sempre più difficile viverci e  alla fine la feccia che credeva di far da pidocchio e da sanguisuga derubando e truffando chi la mattina va a lavorare dovrà cambiar posto o ammazzarsi. Non è bene restar qui e aiutare con il mio lavoro e le tasse chi mi tassa senza motivo, mi truffa, mi  multa in modo insensato, mi fa torto, mi censura. Se va via l’uomo va via il lavoro e la ricchezza che produce. Chi va via punisce a modo suo un sistema sociale iniquo e amorale con l’unica cosa che conta: i meno soldi e la meno ricchezza prodotta. Dopo dovranno tassare i nullatenenti, nullafacenti e i furbi. Li voglio vedere.

Gaetano Linneo: Questi son propositi di vendetta. Certo non ci avevo ancora pensato. Emigrare e andar via per sempre per punire il proprio popolo e il proprio governo.

Franco:  Una mezza verità. L’emigrazione di categorie con mestieri di concetto o competenze specifiche da paesi disgraziati a paesi ricchi per via delle leggi che regolano il mercato della forza lavoro qualificata è parte del sistema. Mi dispiace. Ne rimani dentro e non fuori. Forse puoi prenderti una rivincita sull’ordine della nostra gerarchia sociale se farai molti soldi o se trovi una sistemazione degna. Nulla di più. No andiamo oltre lo squallore quotidiano; qui c’è la scelta della pillola la rossa o la blu. Il bivio di oggi è riforma o catastrofe. Questo vale per le questioni private, per il territorio, per la politica locale e nazionale e per il mondo intero. Scegliere stavolta è qualcosa di totalizzante, è la mia vita e nello stesso tempo è il destino del mondo e dell’umanità. Perché stavolta se si vuole la pace e il benessere esso non può esser solo di questo o quell’impero o nazione o multinazionale o colosso finanziario. L’unica strada per una vera riforma è cambiare il senso di questa civiltà industriale farne una questione di umanità, una cosa seria finalmente.




16 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale catastrofe possibile?

Paolo Fantuzzi: Quindi stanotte ho scoperto che chi ragiona di fine del mondo, in vario modo, ha una sorta di complesso dell’amante tradito, è un risentito contro il destino cinico e baro. Tuttavia ancora non si è detto che esistono dei rapporti di forza che impediscono la vittoria del buonsenso, dello spirito di sopravvivenza della razza umana. Qui in questa terra la gente che pensa e ragiona è poca e dispersa; non ci sono le forze per contrastare speculatori, politici corrotti, faccendieri, delinquenti di varia natura. Ne fermano uno e novantanove prendono il posto del fesso che è stato beccato. Dietro questa degenerazione crescente del clima, dell’ambiente, delle risorse planetarie e delle società umane storicamente fondate ci sono le grandi concentrazioni finanziarie, ossia quel piccolo numero di ricchissimi che non solo controllano i capitali ma addirittura creano il denaro attraverso le banche centrali. Chi può fermarli fra coloro che sono gente normale, gente che la mattina va  a lavorare e ha famiglia e anche problemi quotidiani.

Franco:  In effetti è difficile. Supereroi non se ne vedono, se è questo quel che vuoi dire. Tuttavia io considero questo: l’essere umano è al vertice della catena alimentare su questo pianeta, non ha rivali reali in altre specie e la sua evoluzione è un caso del tutto singolare. Praticamente si tratta di qualcosa di unico sul pianeta azzurro. Questo fatto di essere una specie che è stato spinto in cima al vertice delle specie viventi da circostanze ad oggi non chiare lo ha posto anche nella condizione di sviluppare tecnologia e  scienza e  di trasformare l’ambiente che ha attorno a sé. Se non modifica qualcosa, se non si procura riparo, utensili, vestiario, beni di vario tipo e molte altre cose l’essere umano a differenza di altri animali muore in natura, o tende a morire. Quindi la capacità trasformativa del reale è una specifica dell’essere umano. Questa caratteristica unica è anche la possibilità di risolvere la questione della crisi delle risorse planetarie e di questo sistema di produzione, sviluppo, redistribuzione delle ricchezze. Ossia la caratteristica di produrre tecnologie, saperi e scienza potrebbe determinare la soluzione.

Vincenzo Pisani: Scusa ma al contrario può determinare esattamente l’opposto. Questa capacità trasformativa come la chiami tu può creare le condizioni per un disastro. Un numero enorme di specie viventi si sono estinte su questo pianeta nel corso delle diverse ere geologiche, siamo come specie a rischio. Una nuova guerra mondiale o un collasso delle risorse e del sistema potrebbero determinare un tracollo nel numero degli esseri umani presenti sul pianeta. Non c’è bisogno d’aspettare il classico meteorite che cade sulla testa dei popoli e fa effetto tipo grande sterminio dei dinosauri. Basta l’idiozia umana a spazzar via tutto e tutti. Inoltre come non veder che quest’attesa dell’apocalisse è una sorta di millenarismo, di fuga della mente in un ben strano misticismo che vuole il bene posto in un futuro lontano e il presente destinato alla dannazione  e alla più aspra delle distruzioni. Questa è anche una comoda messa fra parentesi della realtà, una facile via per ignorare il quotidiano. Poi lo voglio dire e so che il mio amico il professore è d’accordo con me:  l’attesa della fine del mondo è una consolante possibilità perché quando le cose vanno male nella vita essa diventa l’idea che dall’esterno qualcosa riporta il contatore a zero. Tutti i pezzi del Risiko o del Monopoli tornano nella scatola, e a quel punto non ci sono più giocatori che hanno vinto o perso. Il gioco riparte, il punteggio è zero, le carte e i pezzi  tornano sul tavolo e i dadi sono pronti per la prossima partita.

Gaetano Linneo: Queste parole sono veritiere e mi pare  ovvio che l’ispiratore sia il nostro comune amico. Tuttavia occorre distinguere. Alcune specie animali sono, per dirla alla buona, specializzate e non possono vivere fuori da determinate condizioni ambientali, altre no. Quando nel mondo umano arrivano le grandi tragedie, i grandi cataclismi, o i grandi conflitti avvengono le trasformazioni del modo di vivere e di stare al mondo è ovvio che alcuni siano travolti e distrutti e altri no. L’uomo però non mi pare poi così flessibile, così pronto a usare la tecnologia e  la scienza per salvarsi. Forse è quest’umano di oggi il problema in quanto appare dove ignorante e povero risulta inadatto ai tempi nuovi e dove ricco, formato e istruito egli risulta spesso settario, carrierista e avido. Un essere umano maschio o femmina che sia di tipo ideale mi pare lontano da questi anni e da questo presente. Forse chissà arriverà, ma ad oggi non si vede nemmeno l’ombra di quest’uomo nuovo. Quindi occorre fare con quel che c’è a disposizione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora su quanto ho detto. Mi scuso, ma adesso mi è venuta in mente una cosa. Perché chi esercita il potere vero sulla finanza e sulla banca dovrebbe preoccuparsi se la maggior parte degli esseri umani è destinata a crepare. Se questi potentissimi sono in relazione con interessi autoreferenziale ed egoistici perchè il sistema che li vede ai vertici dovrebbe porsi il problema di masse di disgraziati e di poveracci che magari vivono ai margini delle grandi città o nelle periferie del sistema economico-industriale. Non ne hanno motivo. A cascata sulla piramide sociale nessuno dei livelli dirigenti  si preoccupa di come stanno quelli sotto. O sono utili sul piano commerciale e produttivo oppure sono un problema. Il sistema non è umano, il sistema è meccanico; è come il funzionamento di un meccanismo complesso fatto da miliardi di pezzi grandi e piccoli, non ha buonsenso e non ha morale o ragione. Produce, crea denaro, dilata la civiltà industriale; non  chiediamo ad esso un senso ultimo o un disegno etico.

Gaetano Linneo: Questi nostri discorsi sono complicati, richiedono un luogo che non è questo ponte e questa strada. Tuttavia voglio dire questo in natura esiste una cosa che si chiama resilienza, nel caso delle comunità umane è la capacità di sopravvivere come organismo sociale davanti a guerre, catastrofi, conflitti civili. Oggi a mio avviso questa capacità di reggere l’urto di condizioni avverse è drammaticamente diminuito. La complicazione della vita sociale, i legami di dipendenza con tecnologie che dipendono da fonti energetiche, l’evoluzione continua della civiltà industriale, le masse di emarginati, sottopagati e di devianti aiutano gli elementi che possono disgregare il sistema sociale. Quando l’evento traumatico supera le barriere che il potere tecnologico e sociale può costruire attorno ad esse c’è da credere imminente il collasso e la morte  del sistema sociale stesso. Questo evento in natura talvolta è chiamato estinzione.

Clara Agazzi: Questi discorsi astratti son inquietanti  ma veri. Vi ricordo che tutti noi siamo dentro questo mondo decadente e ci siamo da vivi.  Siamo qui e ora con lavoro, affetti, relazioni; quanto detto ci riguarda.




12 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale paese modello alternativo?

Clara Agazzi: Questa idea che della gente normale, perbene debba aspettare la catastrofe per costruire qualcosa di diverso è sinistra e un po’ folle. Insomma è mai possibile che dal bianco si debba passare al nero e dal blu al rosso senza sfumature di sorta, senza un ragionevole percorso di riforma! Non ci sono forse più uomini, donne, giovani in questa penisola?

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero è meschino, ma è vero. Nel corso di una vita troppo spesso si comprende che alcune situazioni devono esser fatte esplodere, che certe contraddizioni e iniquità devono arrivare al punto di rottura e rompersi. Quante volte nella vita umana la mediazione risulta impossibile perché davanti alla persona perbene c’è un delinquente, una persona in malafede, un calunniatore dichiarato e patentato. Troppo spesso qui nella nostra patria la gente onesta subisce violenze piccole e grandi indecenti perchè priva dei mezzi per difendersi, spesso leggi e regolamenti diventano trappole per le vittime e salvacondotti per la feccia. Allora anche la persona perbene si rifugia in una stanza, in un angolo per le preghiere, in un silenzio rotto solo da qualche gesto, o dal votare il meno peggio quando capita.

Stefano Bocconi: Infatti oggi che il denaro è tutto e lo Stato è umiliato perché  sotto la pressione del Dio-denaro  non si sente arrivare alcun modello di vita alternativo. La decadenza e l’indecenza del modello di vita e sviluppo è sotto gli occhi di tutti ma non ci sono forze o grandi personalità in grado d’offrire alternative. Si sentono solo voci di riforma, pensieri belli, grida nel deserto. Ma nulla si muove davvero. Pensare la fine e l’apocalisse diventa non solo una ragionevole istanza esistenziale ma anche un calcolo, se si vuole una previsione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora da voi, ma sento che ragionate di decadenza, di fine. Cari. Carissimi, ma alzate gli occhi. Qui è il caso di migrare, di andarsene. Chi può si rifaccia una vita altrove. Ragionate su questo: se è impossibile a causa della decadenza e del malcostume riformare una popolazione e uno Stato allora la persona perbene, il lavoratore, l’uomo di buon talento deve andarsene. Deve privare i suoi rivali, i suoi diffamatori, i suoi nemici consapevoli o meno del frutto del suo lavoro, delle sue tasse, della sua ostinazione, della presenza fisica. Quando la decadenza arriva ai livelli nostrani il male di vivere inquina l’anima, rovina e deforma anche i migliori aspetti del carattere di una persona. Non sto parlando di un popolo metafisico o spirituale che risente tanto della decadenza, sto parlando delle difformi genti della penisola che tutto sono tranne che spirituali, anzi piuttosto l’opposto. Eppure qui avviene questa corruzione nel modo che vi ho detto. Credetemi amici. La fuga è l’ultimo dei trentasei stratagemmi, la fuga è lecita quando sono esauriti gli altri trentacinque.

Franco: E allora con questa perla di saggezza cinese possiamo dire che a oggi noi tutti siamo a un bivio o la strada della fuga o al contrario dalla muta attesa della fine. Una scelta che potrei definire una roba da braccio della morte, o il condannato scappa o verrà giustiziato. Non vi pare di esagerare un poco.

Stefano Bocconi: No. Purtroppo il Pisani ha detto il vero. La questione di cui si dibatte è altro. Si è fra noi discusso molto di cultura, consapevolezza, coscienza. Ma insomma. Ci rendiamo conto che per i quattro quinti degli abitanti della penisola questo modo di parlare è insensato. Come possono pochi, relativamente pochi intendo, imporre amasse di plebi elettorali e sfaccendati  un progetto di vita e di comunità umana alternativo. Non in qualche film di fantascienza ma qui e ora.

Paolo Fantuzzi: Una Massa simile di feccia impedisce qualsiasi progresso. Attendere la fine è un fatto ragionevole. Intanto ognuno tira a campare secondo la regola generale: ognun per sé, Dio contro tutti e tutti contro Dio.

Franco:  In effetti questa posizione è persuasiva, ma non è del tutto vera. Essa è egoistica, perché presume che la fine uccida gli altri ma risparmi colui che aspetta.  In un certo qual senso chi si lascia sedurre da questa posizione esprime un desiderio inconsapevole di veder rovinati e possibilmente distrutti in futuro i suoi simili. La fuga è altresì nel caso nostro espressione di valore  individuale,perfino  di libertà; ma anche di disprezzo per chi resta e per chi prova a far qualcosa. In fondo perché queste masse di scellerati e di umani ripugnanti dovrebbe muove un dito per venir incontro a chi li vorrebbe fatti a pezzi o lasciati lontano. Se si vuole liberare dall’ignoranza e dalle tenebre della ragione milioni d’inconsapevoli rincretiniti  occorre porsi in ascolto, capire. Farsi umili in un certo senso. Non si può pensare di domare masse informi urlando nel deserto o minacciandole con una spada di gomma. Occorre conoscersi bene e capire chi sono i nostri simili, e anche accettare che di solito è la dimensione locale, il piccolo e il quotidiano il mondo politico a cui guardano queste masse malconsigliate.

Vincenzo Pisani: Scusate tanto. Ma questi che hanno fatto per noi. Sono forse portatori di miracoli, di atti di generosità, di arte, di cultura, di civiltà. Chi sono i nostri simili. Esistono? Io non voglio vivere con addosso l’evidenza di esser concittadino di amorali faccendieri, delinquenti prestati alla politica, falsi accademici, finti politici e di milioni di umani senza cultura e formazione che vivono come capita. Io non sono questi qui e non voglio aver nulla in comune con essi, qui per forza di cose fosse anche solo per il fatto di condividere le stesse strade e le stesse piazze si finisce col diventare complici.  Se il Belpaese non riesce a ritrovare se stesso io non posso inventare dal nulla un paese alternativo e parallelo a questo. Cosa dovrei fare? Costruirmi una stanzetta e mettere lì tutte le cose belle e buone mentre il Belpaese si avvolge nella corruzione e nella follia. No! Amici questa non è la mia strada e voi lo sapete bene. Meglio andarsene, e non vedere, non sapere, fare altro.

Gaetano Linneo: Queste parole sono belle. Ma denunciano un sentimento da amante tradito, da melodramma. Certe cose si fanno a freddo e con metodo. Andare via esige  metodo, sapere, capacità. Restare ancora di più. Costruire un mondo diverso è costruire prima di tutto se stessi, nella mente, nelle aspettative, nella formazione, coscienza, cultura e perfino nel corpo fisico. Questa cosa è fatica.




8 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Qualew modello alternativo per la civiltà industriale?

Gaetano Linneo: Precisamente, tu parli della rete internet. Ottima cosa. Finora hai affermato che essa ha un ruolo positivo di divulgazione del sapere, di bacheca di nobili opinioni, di luogo dove ritrovare nozioni, critiche, informazioni e cose del genere. Da qui ricavi l’idea che esso sia un luogo metafisico ove possa generarsi una qualche forma d’opposizione, di trasformazione, di ripensamento generale della società. Ascolta: poniamo che la rete possa esser paragonata a un sistema lineare di tipo orizzontale che mette in comunicazione soggetti diversi e che crea gruppi, comunicazione e interscambio d’esperienze e molto altro ancora. Poniamo anche un punto zero nel quale tutti i soggetti partono allo stesso momento. Nello scorrere del tempo la rete perfettamente bidimensionale mostra un aumento di picchi, di piramidi, di figure tridimensionali. Il denaro e segnatamente il denaro del capitale investito sulla rete diventa la terza dimensione di questo sistema egualitario tridimensionale e realizza figure geometriche, rilievi, scanalature. L’elemento egualitario viene così a perdersi e sulla rete che s’allarga si forma un panorama che è quello dato dal successo o dall’insuccesso dei denari investiti da soggetti istituzionali o privati. L’esito di tutto questo è una rete plasmata da interessi concretissimi e materiali connessi con le realtà che oggi esercitano il potere in quanto potere oggi in atto. Ne ricavo da questa mia descrizione che è piuttosto insolito e improbabile  che uno strumento plasmato e riplasmato dall’elemento del capitale possa determinare la messa in crisi e la ridefinizione di esso. Perché la questione è tutta lì, cambiare l’essere umano è anche e prima di tutto oggi trasformare la società umana da società competitiva data da masse agitate di consumatori irragionevoli a società solidale di soggetti autenticamente liberi e razionali.

Clara Agazzi: Questo è vero. C’è l’orizzonte e c’è la montagna. Se si guarda l’orizzonte si può pensare a un mondo potenzialmente egualitario che mette in contatto gente diversa, ma poi la montagna ricorda la frammentazione degli interessi, il determinarsi di gruppi, il seguire passioni e far gruppo solo con i propri simili. 

Paolo Fantuzzi:  Non solo questo. Il far gruppo, il seguire solo alcune passioni si lega al distrarsi, al soddisfare i piaceri personali. C’è chi cerca l’ultimo modello di macchinina telecomandata e chi cerca fumetti pornografici nel grande mare della rete, e questo vale per mille categorie e anche più. Una massa di componenti l’umanità spappolata in milioni d’interessi cosa può mai seguire di buono e poi come metterla assieme se non con fatti spettacolari, con canzoni, con riti di massa per le masse altamente spettacolari e di puro divertimento.

Stefano Bocconi: Giusta osservazione. A questo aggiungo che senza un progetto, un metodo, un partito politico come possono dei singoli anche se fanno gruppo ottenere qualcosa? Come è possibile pensare che milioni di singoli che si contattano singolarmente siano in grado di fare opposizione, di far massa, di far davvero squadra. Un padrone con i suoi denari per via del salario vincola i suoi sottoposti. Ma una massa d’appetiti anarchici, di gruppi divisi, di privati in preda a risentimenti o a qualche curiosità a sfondo erotico come può organizzarsi. Nella rete ormai si cerca la famosa isola di Peter Pan. Cambiare la direzione di questa realtà? E come è possibile se non ci sono gli strumenti sociali e materiali!

Franco: Dunque. Carissimi. Voi dite che non c’è il mezzo, non ci sono gli uomini, non c’è il materiale. Tutto il reale costruito da questo modello di consumo e produzione deve percorrere la sua strada e va da sé esaurirsi. Magari finire in catastrofe epocale, perché questo è l’esito se nessuno fa nulla. Se al sistema del profitto a ogni costo s’oppongono solo eserciti di una sola persona dove ognuno parla per sé e parla solo dei suoi problemi potrà davvero accadere di tutto. Tuttavia vorrei distinguere fra coloro che cercano in rete gli Annunaki o i Supereroi e chi cerca di metter in piedi un discorso di studio, di ragionamento di condivisione. Esiste la ragionevole possibilità che dalla condivisione in rete possa nascere qualcosa di buono, certo il rischio dei simili che incontrano i simili e parlano fra simili e creano sodalizi, associazioni, gruppi fra soggetti  identici per inclinazioni e gusti è forte, ma è anche naturale. Come è naturale che la rete sia anche il punto nel quale si dà il desiderio di coloro che vogliono salvarsi da soli, chiudere la porta della stanza, circoscrivere il loro mondo e i loro interessi, mettere un muro psicologico fra se stessi e il mondo. Ma io questo lo leggo come segno del disagio e del grande disordine spirituale che oggi prende gran parte della gente del nostro paese e delle civiltà entrate nel sistema del capitalismo e dell’industria. Proprio perché i molti sono disorientati la rete e la condivisione diventano megafoni di questa mancanza di senso e di limiti. Cambiare la civiltà industriale è cambiare la vita di milioni di esseri umani che vivono in mezzo ad essa. Il mezzo relativamente accessibile alle idee meno praticate o alle critiche più forti è oggi proprio la comunicazione in rete nelle sue diverse forme, se qualche modello alternativo a questo prenderà forma dovrà per forza passare dalla rete. Aggiungo che mi pare necessario che questo processo di creazione di modelli alternativi di vita, produzione e consumo  si concretizzi in tempi rapidi, vista la pressione enorme che l’umanità della civiltà industriale esercita sulle risorse del pianeta. Mi piace pensare che alla fine la necessità, l’intelligenza e la passione di tanti soggetti convergerà sulla possibile soluzione, ed essa prenderà forma, sarà il frutto di un grande evento collettivo.

Gaetano Linneo: Per quel che mi riguarda questa è una probabilità con limitate possibilità di vita e di sviluppo. C’è nel tuo ragionamento uno spontaneismo di fondo che mi pare disarmante. Ma ti concedo che emerga questo modello alternativo. Tu non spieghi come esso potrà imporsi sull’egoismo di minoranze di supermiliardari, di capi delle grandi burocrazie, di cricche settarie di privilegiati; essi per quanto pochi di numero controllano di fatto con la manipolazione dell’informazione e con il dominio diretto e talvolta brutale gran parte dell’umanità. Si può pensare di cambiare il mondo con le idee quando chi è contro ha  in mano le maggiori banche e interi eserciti? No. Il tuo ragionamento è nobile ma ha il difetto di metter fra parentesi i concreti rapporti di forza che qui e ora guidano questa danza macabra.

Paolo Fantuzzi:  Aspettate un attimo. In realtà c’è una condizione che viene incontro alle vostre divergenti posizioni: un mutamento di mentalità  collettiva che avviene durante un catastrofe globale  e  totale.




20 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - il secondo ragionamento di Gaetano Linneo

Franco: E allora, ammettiamo che sia così. Per il piacere di parlare acconsento di sostenere l’idea che l’essere umano sia soggetto a miglioramento, a elevazione spirituale e fisica. Perché non dovrebbe esser così. Al giorno d’oggi sono viventi sul pianeta circa sette miliardi di umani, e in aumento costante. Fosse solo per una questione di statistica dovrà venir fuori qualcosa di buono.

Clara Agazzi: Questo è vero e proprio ottimismo, ma caro Franco devi spiegare perché.

Paolo Fantuzzi: Giusto perché esser in sette miliardi non dovrebbe piuttosto risolversi in un disastro tremendo; in una vera e propria apo0calisse per le risorse, in un conflitto globale di civiltà per l’egemonia e i potere nel senso più gretto e rozzo del termine.

Stefano Bocconi: Son stato a giro in pochi paesi, ma per quello che posso capire non c’è da esser ottimisti.

Franco: Dunque. Il problema è perché posso esser ottimista. Per prima cosa non confondetemi per qualcun altro. Il mio pensiero non è un facile sorriso da cartellone pubblicitario o il ragliare dell’ebete. Prendiamo in esame le tre esse  di cui si è detto prima e fra esse scegliamone una: i Soldi. Cosa muove il desiderio di far soldi se non l’avidità e  la competizione fra umani. La televisione fa vedere uomini ricchi ma vecchi ma con miliardi, ville, barche grandi, servitù e donne bellissime come amanti e l’uomo della strada preso da emulazione e invidia vorrebbe competere con questi signori del denaro. Con cinque minuti di spot sulla vita di uno di questi signori si possono spingere milioni di umani sulla strada dell’invidia, dell’emulazione e della competizione anche sleale. Eppure esiste il contrario di questa condizione che per forza di cose e porta al conflitto e a una società incattivita e competitiva. Si tratta della collaborazione. Ma qui arriva una diversa immagine, ormai rara. Uomini e donne che vivono serenamente e  si dividono le difficoltà e sopportano in gruppo il male di vivere, tendenzialmente un mondo di eguali o con uguali diritti o con compiti divisi equamente. Allora l’opposto di una società competitiva e aggressiva esiste, è concepito. Quindi questo contrario certamente troverà una sua dimensione pratica di vita quando il modello presente sarà fallito, quei sette miliardi oggi in conflitto per le risorse e  divisi dall’appartenenza a diverse e ostili civiltà potrebbero collaborare, condividere saperi, trovare soluzioni a gravi problemi di salute, sviluppo, ricerca, distribuzione delle risorse. Poi c’è il fattore non ponderabile. Esiste la possibilità se non di un miracolo di un qualche evento imprevisto che fa svoltare, che cambia la storia. Magari in modo traumatico. Potrebbero esser rese disponibili risorse materiali e di conoscenza da migliorare la condizione di vita, la salvaguardia della vita sul pianeta  e la salute. Intanto vedo quel che posso fare a io nel mio piccolo con il mio blog, nella mia zona, nel quartiere, nel Comune, faccio la mia parte per rendere meno marcio e sporco questo mondo.

Stefano Bocconi: Veramente buoni propositi. Ma sull’umanità non punterei un soldo. Perché i popoli, le civiltà, come le chiami tu, non dovrebbero regredire a una forma di conflitto permanente, perché gli umani non dovrebbero uccidersi per un fiume, una valle, una miniera di rame?

Paolo Fantuzzi: In effetti aspettando miracoli nel mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si son combattute decine e decine di guerre. La violenza razionale e tecnologica tende a sostituire la collaborazione, il dialogo, la ragionevole distribuzione delle risorse e delle ricompense per il lavoro svolto.

Gaetano Linneo: Precisamente, questo è il punto. Tuttavia volevo far osservare che la rete non è poi così gratuita. Essa è il sesto continente del commercio e forse il settimo per la pubblicità e le informazioni utili a creare il profilo di gruppi di consumatori e non solo. Il fatto che gente che scrive di cose serie, di scienza, di cultura, di materie umanistiche usi la rete e i social network o altro non vuol dire che si ha il possesso di qualcosa. Per mandare avanti il sistema ci vogliono delle strutture molto concrete, interi capannoni di macchinari complessi e computer di grande potenza. Gli Hard Disk di questo mondo immateriale della rete sono di metallo e silicio, questo virtuale è molto più concreto di quanto sembra. E per mandare avanti l’industria elettronica dio consumo e tutto quello che ci gira intorno ci sono grandi multinazionali che macinano enormi profitti, milioni di utenti e consumatori felici di divertirsi e consumare e gente povera che è in fondo alla stiva a remare. Ovvero quelli che materialmente e per pochi soldi e spesso in una paese povero o autoritario lavorano per costruire quelle merci che servono per comunicare, leggere telefonare nel mondo della terza rivoluzione industriale. Inoltre c’è il problema dei dati personali che girano sulla rete i quali sono utili per creare profili. Profili di tutti i tipi: alla polizia interesserà il delinquente, alla società di pubbliche relazioni il profilo di un potenziale consumatore e così via. No la rete è qualcosa che la gente seria che vuole un miracolo di purificazione per l’umanità non controlla.  La gente solidale, buona, seria, moralmente e culturalmente filantropica di solito non ha le strutture che gestiscono i miliardi d’informazioni o data center, non ha potere sui servizi segreti, non sa quasi nulla di cosa siano davvero le macchine che usa per comunicare. La gente seria di cui si ragiona è isolata come gli altri o immessa in recinti virtuali dove parla con i suoi simili e affini. Magari in questi recinti di uguali e di amici usa magari bene e con grande capacità strumenti di comunicazione su cui non ha potere materiale. Questi recinti di gente che pensa cose belle e buone non si espandono più di tanto e il sistema nel suo complesso è e rimane incentrato sul capitalismo. Sul potere finanziario tanto per capirsi, sui grandi signori del denaro che acconsentono a una sorta d’opposizione parcellizzata e divisa che spesso si rivolge anche contro i loro nemici del momento per il semplice motivo che non temono da quella parte lì. Ci vorrebbe una massa mai vista prima  di umani che convergono su una piattaforma di rivendicazioni sindacali, ecologiche, pacifiste, considerazioni di puro buonsenso tali da colpire in profondità  il presente Dio-denaro.

Franco: Le tue considerazioni d’opposizione sono brillanti ma non nuove. E’ vero c’è quest’ambiguità di fondo. Eppure io penso che si possa lo stesso fare il salto, intendo un salto nella speranza, nella credenza che si possa dare da sé un perfezionamento dell’essere umano che sia fisico e mentale di salvezza.  Se gli umani hanno costruito un sistema di comunicazione di questa complessità perché esso non potrebbe fra le pieghe delle sue contraddizioni favorire quello che auspico, ossia il tendere alla perfezione.




10 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - ragionamento di Gaetano Linneo

Franco:  Quello che posso fare faccio. Certo che se avessi a disposizione strumenti costosi e un team di esperti ben pagati farei altrimenti. La rete e i suoi strumenti di condivisione e comunicazione sono per me una risorsa straordinaria.

Gaetano Linneo: Precisamente, il mezzo è potenzialmente democratico ma tende ad essere dispersivo. Si tratta di qualcosa che contiene le cose più diverse e nelle lingue le più diverse, apparentemente senza uno scopo preciso e senza capacità di scelta. Una vera e propria enciclopedia universale caotica, contraddittoria e sempre in evoluzione, una rappresentazione costante e capillare di cosa produce, pensa e mostra la parte dell’umanità integrata con la civiltà industriale. Ma proprio la civiltà industriale va compresa bene e con ampiezza di strumenti critici e professionali perché essa ha in sé una grave contraddizione irrisolta che come sai e sanno i tuoi lettori consiste nel pensare una crescita infinita in presenza di un pianeta dalle risorse limitate.

Franco:  Infatti, chi nega il contrario. Ma cosa mi rappresenta questo discorso.

Gaetano Linneo: Una civiltà industriale che cerca l’infinito e la soddisfazione di ambizione e piaceri infiniti in ambito limitato si condanna alla sofferenza e al dolore. Questo è il caso che si spalma sul sistema. T’invito a soffermarti per un attimo sulle tre S di cui ho detto prima. Basta togliere i filtri e gli accessi protetti a internet per far uscire dallo schermo del computer un vero ne proprio  disastro da vaso di Pandora. Le pulsioni riassumibili in Soldi, Sesso e Sangue si manifestano apertamente o in modo occulto e con intrecci fra loro. Se si osserva bene quel che vien fuori emerge un mondo umano pieno di frustrazione, ambizione, desideri inappagati, pulsioni di morte, esplosioni di odio, brama di piaceri sessuali e di grandi quantità di prodotti di lusso e denaro. Mi par di cogliere alle volte l’esplosione di fantasie contorte  di milioni e milioni di teste. Ci sono siti di fotografie  e foto con didascalie dove emerge l’idolatria del denaro e della merce, la sessualità in tutte le forme anche le più bizzarre e violente, per tacere poi di coloro che hanno passioni ideologiche o politiche violente. Perfino su blog di giornali e portali spesso fanno capolino linguaggi violenti, offese, esercizi d’aggressione fra troll votati all’offesa e normali scriventi. Posso dire che forse l’esercizio dell’offesa e dell’aggressione cercando di mascherare le pulsioni e le passioni più forti e prevaricatrici è il segno di quanto sia sepolto sotto il comunicare. Il mezzo è anche la rappresentazione di una grande frustrazione e di un grande vuoto interiore e di un diffuso analfabetismo sentimentale.

Franco:  Questo mi pare ragionevole, ma nel tuo discorso trascuri che si tratta di una parte della quantità di comunicazione e informazione. Lo scopo che mi propongo quando scrivo non è quello di suscitare quello che si chiamava  tanto tempo fa “lo spaventare i borghesi” e meno che mai di stuzzicare l’irrazionalità dei lettori attraverso le tre S. Posso dire che forse se avessi avuto l’intenzione di giocare su questo aspetto avrei finito con fare ben altro.  In fondo questa civiltà industriale ha un motore e si chiama capitalismo. C’è poco da fare. La logica è di classificare tutto in merce e in dare e avere. Del resto la rete pensata inizialmente per scopi militari, poi di comunicazione in ambito scientifico e universitario è diventata grazie all’apertura al mondo del commercio e della finanza il sesto continente dove far affari e far girare merce e capitali. Le tre S sono elementi della mente umana, spesso del livello inconscio; ma se si guarda al mezzo dietro non c’è la mente umana ma il calcolo razionale, il dare e l’avere, la distruzione creativa della civiltà industriale. Lo spazio comunicativo che è venuto a darsi nella rete è l’incontro fra concretissime esigenze della civiltà industriale e  l’essere umano con la sua complicazione mentale, passionale e metafisica.

Gaetano Linneo: L’umanità è astrazione. Gli umani presi uno per uno, per categorie concrete e reali, per identità collettive  sono cose concrete. Essi sono portatori di quella massa di passioni, desideri, ambizioni, ideologie, rabbia repressa  che vedo spalmata sulla comunicazione. C’è qualcosa nell’essere umano che sembra connotato alla sua specialissima natura.  Egli riesce sempre a esser infelice della sua condizione, e si costruisce i mezzi e gli strumenti per realizzare questo correre verso qualcosa di cui non sa. Di norma l’animale esercitate le sue funzioni vitali e placata la fame del giorno tende alla quiete.  Gli umani no. C’è sempre qualcosa nei singoli come nei gruppi collettivi che tende a fare e lavorare per ottenere di più, per godere di più, per uccidere di più, per dominare di più, per signoreggiare di più, per possedere di più. La natura umana sembra davvero una svolta singolarissima nella natura del mondo animale di questo pianeta.

Franco:  L’essere umano è un ben strano animale, anzi sembra davvero un corpo estraneo nel contesto di questo pianeta. Tuttavia non esiste solo questa pulsione alla crescita illimitata e potenzialmente autodistruttiva, c’è anche un sia pur tenue lume di ragione nell’essere umano. Voglio dire esiste pure la capacità di contenere le spinte aggressive, impulsive, violente, temerarie dei singoli come dei molti. Oggi è vero siamo dentro un momento specialissimo di  passaggio. L’umano tipico non è cambiato in certi suoi abiti mentali ma ha acquisito in virtù della crescita numerica e produttiva  la capacità di auto-distruggersi  e di distruggere per mezzo delle armi e super-armi che gli fornisce la tecnologia della civiltà industriale. Il bene sarebbe un vero e proprio salto evolutivo verso un miglioramento della specie tale da espandere i limiti fisici e mentali e trovare così un  vaccino al pericolo di veder rovinare per qualche follia o calcolo quanto le diverse civiltà umane sono andate costruendo negli ultimi quattro secoli. Ovvero occorre un tipo di umano in grado di fare qualcosa di quasi impossibile, contraddittorio, inverosimile. Si tratta di superare se stesso e i suoi limiti per trovare il modo di uscire da questa civiltà industriale e passare oltre, verso un modello di vita associata che dia libero sfogo alle proprie passioni senza per questo dover configgere con il resto dell’umanità o con le risorse naturali limitate del pianeta. Penso sul serio a un’umanità rinascente.

Gaetano Linneo: L’umanità rinnovata. Ma questa non è utopia, questo è un bel sogno a  occhi aperti. Certamente questa tipologia di uomo, maschio o femmina che sia al confronto con il dato di fatto appare come il bizzarro barone di Munchhausen delle favole. Un tipo d’eroe capace di volare sulle palle dei cannoni, di uscire da una palude in cui è caduto afferrandosi per i capelli e tirandosi in su a più non posso. Carissimo, tu vuoi un vero e proprio miracolo, vuoi andare oltre la natura e la forma dell’essere umano.




2 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Gaetano Linneo

Terzo atto

 

Si senta la voce del padrone che  saluta i tre con frasi di circostanza, e fa due o tre battute rivolte a Franco e Vincenzo per via del fatto che Franco ha pagato anche il conto di Vincenzo. I cinque si trovano presso il ponte che porta alla stazione ferroviaria di Vernio. Notte, freddo, il panorama delle montagne  intorno è ben visibile nella fredda aria della notte.

Clara Agazzi: Questo panorama è davvero notevole. Queste montagne viste dalla prospettiva del ponte del torrente  che grazie al suo scorrere interrompe l’ambiente urbano e agricolo e apre la vista a Sud e Nord. 

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero un bello spettacolo. Il freddo rende limpida l’aria si vede per chilometri nonostante il buio.

Stefano Bocconi: Son stato proprio bene. Il fatto di aver avuto in omaggio al tavolo le bottiglie di grappa e limoncello mi ha davvero rinfrancato. Devo però prender fiato. Ho a stento messo nello stomaco il dolce. Ho bevuto e mangiato più del mio solito.

Vincenzo Pisani: In effetti i dolci sono speciali. Tempo fa avevo l’abitudine perfino di portarne  via uno e di mangiarlo il giorno dopo.

Franco: E allora, eccoci qui dopo coppe alla crema di mascarpone, mattonella al cioccolato, panna cotta… Tutto fatto bene, belli i colori, la densità, l’intensità del sapore.

Stefano Bocconi: Veramente buoni. Ma quello è il professore si è fermato al parcheggio e ragiona con  i suoi amici del Judo.

Paolo Fantuzzi: Una notte davvero magica. Abbiam fatto bene a venir fin quassù.

Franco:  In effetti anche se fa freddo le montagne, l’acqua che scorre, i boschi creano uno scenario suggestivo.

Vincenzo Pisani: Scusate, mi allontano un attimo per sentire se il professore ha bisogno di esser riaccompagnato da me o fa in altro modo.  

Franco:  Quello lo conosco. Aspetti. Mi scusi ma lei è Linneo quello che fa arti marziali con il professore.

Gaetano Linneo: Precisamente, e mi ricordo di te.  Tu sei franco quello della cittadina di Cemento, quello che scrive sulla rete.

Franco:  Infatti scrivere e far partecipare la cittadinanza e i miei lettori ai grandi problemi che scuotono la cittadinanza cosciente e presente a  sé stessa è uno dei miei vanti, come quello di aver un mio pubblico di lettori. So che siete esperto di faunistica e di scienze che riguardano la natura e un esperto di arti marziali. Oso chiedere cosa ne pensate di quel che scrivo assieme al professore e altri.

Gaetano Linneo: Una richiesta facile che esige una risposta difficile. Per prima cosa voglio dire una cosa sul mezzo che usate, ossia la rete internet. Su quel mezzo tre sono le S importanti: Sangue, Sesso, Soldi. Il grosso di quel che passa dalla rete è legato a questi tre elementi. La prima S è il simbolo di quel che è rappresentato e mostra la guerra, la violenza privata, criminale,  organizzata, i film dell’orrore, sport di contatto o di lotta e cose simili. Lo spettacolo cruento,la lotta, la guerra, l’orrore, e in particolare i videogiochi dove si combatte, si uccide, si distrugge attirano un pubblico vasto. Lo stesso posso dire dell’altra S che è il Sesso ed è la parola simbolo di ciò che può attrarre sul piano della seduzione o dello stimolo sessuale  molti di quelli che smanettano  sulla rete. Il sesso e la seduzione in tutte le loro forme sono anche meravigliosi e potenti strumenti in mano a pubblicitari esperi. La terza S rappresenta i soldi e qui si va dai casinò on-line, alle società di servizi, alla vendita di beni su internet, alle banche e così via…  Anche questo attira il pubblico per questioni d’acquisizione di beni o servizi. Le tre S sono i simboli di ciò che attrae maggiormente sulla rete. Il che non toglie che ci sia chi cerca la ricetta della torta della nonna o un riassunto di filosofia per i liceali. Ma le tre S sono le calamite più forti, si pigliano il grosso dell’utenza; spesso sono dosate in modiche quantità anche sui portali. Quello che costruite con la vostra attività è l’usare un mezzo, che si presta ad essere il megafono di pulsioni forti, inconsapevoli e aggressive dell’essere umano, per veicolare informazione, conoscenze, riflessioni. Dalla vostra parte c’è il fatto che l’essere umano ha bisogno di veder mostrato secondo uno schema credibile il suo mondo di tutti i giorni, ha bisogno di spiegazioni più o meno serie che riconducano i mille fatti di questo presente a spiegazioni coerenti, non contraddittorie. Nell’umano c’è il vedere, l’ascoltare, il contare e molto altro ancora. Ma c’è anche il bisogno di dare ai fatti piccoli e grandi una coerenza, un filo logico, una relazione di causa-effetto. Ad esempio per capire la piena di un fiume non basta osservare l’acqua che scorre e percepire l’umidità. Sarà necessario collegare assieme i giorni di pioggia della settimana, le condizioni precedenti la piena, la stagione, i lavori fatti sugli argini e decine di cose del genere. La capacità razionale di creare una spiegazione coerente e non contraddittoria di un frammento di mondo che ci riguarda è  il necessario completamento delle facoltà e dei mezzi che si hanno per osservarlo e percepirlo. Dare strumenti che vanno in questo senso è un fatto positivo. Non spaventatevi se fra i numeri dei vostri contatori di visite e quelli di una presentatrice televisiva o di un cantante alla moda troverete differenze enormi. Il superfluo e l’effimero sono i compagni di strada delle tre S di cui ragionavo prima. Il mezzo della comunicazione sulla rete ha aspetti per così dire democratici, ma alla fine occorre puntare a un pubblico preciso e con un progetto chiaro e distinto di comunicazione.

Franco:  Questo riguarda il mezzo. Ma dietro il mezzo ci sono le idee, i pensieri, i valori immateriali.

Gaetano Linneo: Il mezzo condiziona le forme con cui si esprime il comunicare i valori immateriali.




5 gennaio 2015

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Prosecuzione del monologo

Di Ivo adesso voglio qui, poiché sono fra chi mi capisce, ricordare cose personali. Ad esempio l’accappatoio messo appeso nello spogliatoio, entravi, lo vedevi e capivi che lui era in palestra sul tappeto con quelli del turno prima. L’oggetto indicava la persona. Quando questo vecchio accappatoio mancò fu dopo la sua morte, di conseguenza nei primi mesi entravo nello spogliatoio e subito si formava in me l’idea che la palestra continuava senza di lui. Oggi c’è una teca con una delle sue vecchie cinture e alcune foto che lo ricordano sulla parete opposta all’uscita. Si tratta però di una cosa diversa. Le ombre che dalla strada si riflettevano sui vetri della palestra, per una combinazione di luci l’ombra dei passanti si spalma ancor oggi sulle vetrate poste in alto, alle volte mi capitava di fermarmi qualche istante a vedere queste ombre. Anche loro erano parte dell’insieme, come il disco delle campane delle chiesa vicino che ogni tanto si sentiva la sera, confuso con il rumore dei corpi proiettati sul tappeto o con la lezione sulle tecniche. La palestra in fondo è anche un luogo e visivo e sonoro.  Il ricordo è anche odori, suoni, luci, ombre, parole, frasi sentite tante volte. Poi c’era il suo modo di fare, mi ricordo che sedeva sulla panca vicino all’entrata vicino all’entrata e di solito parlava con gli allievi e con chi veniva a fargli visita. Magari anche per pochi minuti. Un altro suo modo era quello di sedere in osservazione sulla cassapanca a lato del tappeto e a un certo punto quando lo riteneva opportuno unirsi di nuovo agli allievi per correggere questo o quello o per mostrare una tecnica o qualche altra cosa da fare. Con il senno di poi mi son fatto l’idea che il suo esser maestro fosse anche ascolto e osservazione, entrava dentro il problema tecnico o di relazione avendo già in testa la possibile soluzione e la ragione per la quale essa era valida. Sotto certi aspetti è stato anche fortunato, infatti mi ricordo che una volta la palestra era in una situazione incredibile, era dicembre e c’erano dei lavori di manutenzione e mancava l’acqua calda, faceva freddo  e la situazione era tale che solo  in tre eravamo rimasti. In tre soli e pur di non lasciar la palestra vuota mi ricordo che feci la doccia fredda in pieno inverno. Cose di gioventù. Però fu una bella prova di carattere. Poi mi ricordo che dopo la sua morte la palestra si riempì d’acqua di fogna per via di un nubifragio e noi tutti i suoi allievi ci riunimmo per rifarla. Salvammo quel che si poteva salvare, pulimmo a fondo con una sistola le materassine del tappeto, buttammo via quelle compromesse, mi ricordo di aver fatto dei lavori perché anche il pavimento della palestra si era guastato.   In fondo aldilà di tutto credo che questo sia il beneficio ed è qualcosa che va oltre le gare, le cinture colorate e tutto il resto. Io non credo che sia comune in una palestra che i suoi iscritti e frequentanti si siano dati così tanto da fare per tenerla aperta. Alle volte penso alle critiche stupide che dai giornali e dalla televisione sono cadute sulla generazione mia intorno al  suo presunto carattere debole e sprovveduto. So che posso sembrar eccessivo ma io in palestra son stato testimone di molti esempi che smentiscono questo pregiudizio, e molti fra questi proprio in palestra. In fondo quando è ben praticato e con una guida sicura il Judo forma i caratteri e quindi le persone e oso dire che li forma in meglio. Una volta mi ripetè una frase del suo maestro Koeke. Disse che “cadere a terra è brutto”  nel senso che è brutto il cadere con il senso della sopraffazione. Uno se cade si rialza, deve dimostrare che non si  è fatto niente, che non ha subito il colpo. Ecco io nella mia ingenuità credo che questo insegnamento si formi nella testa di chi segue un maestro di arti marziali in quanto frutto delle esperienze, del mettersi alla prova, dell’esser chiamati a fare il doppio o il triplo di quel che comunemente si pensa di poter fare. Mi disse, anche, una volta che la preparazione e il concetto del Judo l’insegna la palestra e gli amici. Uno si accorge che prima si sentiva un niente ma dopo capisce mettendosi alla prova insieme agli amici che può esser bravo come gli altri. Questo dà forza, aiuta. Costruisce fisicamente e mentalmente.

Vincenzo Pisani: Adesso ha smesso. Ora parlano gli altri, penso che noi qui si possa finir d’ascoltare e ragionar dei fatti nostri.  Comunque amici ad ascoltarlo abbiam fatto freddare questo lauto pasto. Le parole del professore ci hanno preso, ma come insegnano le maschere della nostra commedia dell’arte non con l’aria fritta si riempie lo stomaco. I discorsi restano discorsi e così anche i ricordi.

Franco: Non c’è problema son di buon stomaco, saprò far fronte a miei impegni davanti a queste portate. Certo che il problema che pone il professore è grande, e tu mio caro fai male a svalutarlo. In effetti esiste qualcosa nell’educazione dell’essere umano che non sembra esser né nozione, né competenza, né abilità. La natura dell’umano e del suo vivere in  società presenta una complessità non riducibile ai grandi numeri o alle statistiche. La memoria che è elemento di base di ogni sapere e di ogni tecnica e scienza non è solo analitica ma per così dire è anche artistica, umanistica e va da sé personale. L’essere umano in questa terza rivoluzione industriale è la più fragile e la più complicata delle macchine che producono, consumano e vanno infine rottamate.

Clara Agazzi: Questo è ovvio, anche nel mondo della civiltà industriale si esiste come singoli, nella vita si fanno delle scelte, ci si orienta sul piano religioso, politico, dei gusti. Per chi crede c’è la vita dopo la morte e la responsabilità sulla propria anima.

Stefano Bocconi: Certo il problema della vita dopo la vita. Poi c’è il senso di questa vita. Quando penso che da morto cesserà il mio vivere con la carta di credito, il possesso della macchina, dei beni, dell’elenco clienti, del magazzino, della mia collezione di fumetti degli anni settanta. Mi dispiace pensare che la mia collezione di fumetti possa finire al macero o esser venduta per pochi spiccioli a copia. Strano. Ora provo affetto per quei ricordi di carta che ho messo da parte in uno stanzino, mi sembrano vivi.

Paolo Fantuzzi: Belle parole, anche le vostre. IO però che tante ne ho vissute e fatte di cose vi dico che il passato è passato. Certo circoscrive il presente, dà insegnamento, aiuta perché il vissuto è parte della coscienza del singolo, è rifugio di ricordi e ammonimenti in momenti difficili. Ma poi tutto pesa sulle spalle dei vivi che devono andar avanti e costruire il loro mondo che è sempre in divenire. Esperienze, vita vissuta, ricordi, speranze, impegni devono trovare qualcuno che se ne faccia carico, è il singolo che sceglie o che è oggetto di scelta da parte di altri e che subisce le conseguenze delle sue scelte o di quelle altrui . Per questo l’azione che si attua nel presente finisce sempre con il rivolgersi verso il futuro, il presente non è, esso diviene sempre e si trasforma in qualcosa di diverso; anche con la velocità del fulmine.

 

 




29 agosto 2012

Il Vangelo secondo Marcione





Il Vangelo secondo Marcione

 

Devo come prima cosa spiegare ai lettori il perché di un  titolo così singolare per la mia nuova raccolta di scritti. Il motivo è semplice. Dietro il disfacimento progressivo e potente dei miti morti e dei costumi ereditati dal Novecento emerge il bisogno di forme nuove di credenza e ragioni di vita adeguate ai tempi. Questo farsi di un mondo di valori altro e di ragioni altre non può essere impresa di pochi, sarà una creazione che verrà in essere per mezzo di molti che vivono nel disagio e di masse di umani delusi da questo presente. Quel che posso fare io a partire dalle piccole tribune virtuali per le quali scrivo di solito è provare a circoscrivere e a delimitare. C’è  il passato che è passato e non è più qui e ora  e c’è la proiezione verso il futuro. In mezzo il concretissimo presente. Quello che cerco con questi scritti è la circoscrizione di questo tempo meschino dominato da forze finanziarie e corporative senza volto e da pochi supermiliardari e la visione di un tempo altro possibile. Ovviamente come in molti miei scritti il passaggio da un tempo a un tempo diverso è qualcosa di distruttivo e di crudele, è anche il disvelamento del fallimento totale delle illusioni e delle promesse politiche del tempo morto. Intendo quindi con questi scritti affidare il mio discorso sul futuro da un lato al trapassato remoto, a ciò che è lontano e antico e dall’altro alla proiezione fantastica nel futuro. In questo modo spero di riuscire a limitare e delineare il più possibile questo presente e  a cogliere in modo intuitivo i processi di trasformazione  in atto.  

In questo momento mi pare improbabile poter delineare visioni di carattere probabilistico o matematico, preferisco, alla luce dei miei mezzi, intuire e delimitare quel che è possibile; anche la suggestione, l’intuizione, l’interpretazione di fatti antichi o di futuri immaginari può essere utile per capire e forse agire. Al lettore e alla lettrice auguro di trovare qualcosa di buono o di suggestivo da questa mia fatica.

 Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007

Recensione

Parte prima

Questo testo esige due sforzi interpretativi da parte del lettore, uno è volto a ricostruire il mondo storico sul piano umano e materiale nel quale si muoveva Marcione, l’altro è lo sforzo di capire perché l’autore ha profuso così tante energie intellettuali per scrivere la storia della Chiesa Marcionita. L’autore è stato un teologo e storico tedesco protestante di grande spessore intellettuale[1] di orientamento politico liberale e borghese vissuto fra l’ascesa del Secondo Reich e gli anni della Repubblica di Weimar. La forza della sua riflessione storica e teologica è quella di riscoprire le origini del cristianesimo e di mettere in discussione ogni pretesa dogmatica e quindi ogni limitazione autoritaria alla ricerca seria e motivata. La sua personalità di studioso rigoroso e sistematico emerge da questo suo testo così complesso e difficile. Basti pensare questo: non esiste un testo ufficiale della dottrina e della chiesa marcionita, ciò che si sa deve essere ricostruito a partire dalle molte informazioni che sono pervenute dai critici e dagli avversari cristiani di Marcione. Harnack ha rimesso assieme tutto quel che si conosceva fra gli studiosi del settore  fra fine Ottocento e anni venti del Novecento per ricostruire la teologia marcionita e la storia di questa Chiesa Cristiana. L’autore parte da quattro fonti: I resoconti e gli scritti che i suoi avversari hanno scritto contro di lui, la conoscenza della dimensioni e delle parti dei testi sacri che compose per sostenere le sue idee, la conoscenza precisa della sua critica biblica, alcune parti trascritte delle sua opera teologica Antitesi. Quello che lega queste quattro parti è la profonda conoscenza dell’autore della storia del cristianesimo e la sua volontà di distinguere, di capire per dare ai suoi lettori qualcosa di più delle tracce e dell’ombra della Chiesa di Marcione e di delinearne i fondamenti e le ragioni storiche; impresa intellettuale fatta a distanza di circa diciotto secoli dai fatti.

L’oggetto di tanto lavoro intellettuale è Marcione di Sinope passato alla storia come eretico ma anche come fondatore di una chiesa sua[2]. Marcione (85 d.C – 160 d.C) era originario di Sinope una città sul mar Nero fondata da coloni greci e già patria di Diogene il filosofo,  oggi la città si trova in Turchia. Secondo l’autore[3] Marcione era armatore di navi e questo suo mestiere spiega perché cercò di farsi accogliere dalla Chiesa di Roma in cambio di una cifra notevole 200.000 sesterzi che al momento della rottura religiosa e teologica gli vennero resi. L’autore dà per certo che vi sia stato un dibattito formale dove la dottrina Marcionita è stata ricusata e vista come pericolosa, il fatto fu tale che rimase famoso nella chiesa Paleocristiana. La cosa, secondo l’autore, è così singolare che potrebbe esser vera e rivela l’intenzione di questo personaggio di portare dalla sua parte la Chiesa di Roma. In effetti la sua dottrina prefigurava due divinità il Dio Straniero annunciato dal Cristo e il Dio del Vecchio Testamento che Marcione riteneva fosse davvero il creatore del mondo e quindi il male e il dolore del mondo e della condizione umana erano vincolati alla sua opera e non al Dio annunciato da Cristo. La scelta di Roma era forse dettata dalla speranza di trovare in quella comunità cristiana un terreno favorevole alla separazione netta che voleva proporre sul piano teologico.  Occorre capire che la Chiesa Antica prima dell’imperatore Costantino non era unitaria[4], quindi Marcione poteva sperare che la sua visione teologica rifiutata probabilmente a Sinope potesse esser accolta a Roma. Marcione riteneva di dover portare alle sue conseguenze la predicazione dell’apostolo Paolo, ossia la separazione netta fra cristianesimo ed ebraismo, fra la dottrina cristiana e  le leggi mosaiche. La teologia di Marcione segnava questo una separazione e un togliere alla vicenda di Cristo ogni riferimento al mondo ebraico. Marcione, secondo Adolf von Harnack, era un conoscitore[5] della Bibbia ebraica e anzi suppone che egli potesse aver avuto fra i parenti degli ebrei; non aveva le caratteristiche intellettuali di uno gnostico o di un filosofo pagano. Infatti l’adesione di Marcione a una visione teologica che va oltre San Paolo in quanto a superamento della Legge del Vecchio Testamento e fondazione di una nuova fede fa pensare a un percorso simile a quello dell’Apostolo folgorato sulla via di Damasco. Per far comprendere il centro della visione Marcionita Harnack scrive nell’introduzione: “Nei primi secoli della nostra era, ad Atene e ad Roma, probabilmente anche in altre città, si potevano leggere iscrizioni che recitavano “Agli Dei sconosciuti” oppure “ agli Dei dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa, agli dei sconosciuti e stranieri” e forse anche “Al Dio straniero”. Queste iscrizioni erano motivate dal timore e avevano il compito di prevenire attacchi sgradevoli da parte di divinità ignorate o straniere (religio eventualis) (…) A un simile Dio avevano pensato solo coloro che con la loro pavida e subalterna pietà avevano innalzato sull’altare “il Dio sconosciuto e straniero”. L’uomo che annunciò questo Dio è stato il cristiano Marcione di Sinope. I cristiani credevano di sapere di essere già stranieri su questa terra. Marcione corresse questa credenza: Dio è lo straniero che li conduce da questa patria d’oppressione e miseria nella nuova Casa del Padre. Di cui non hanno sentito parlare prima d’ora.” Il Dio di Marcione non era il Dio della Bibbia e fondatore assieme a Mosè del popolo d’Israele, era qualcosa di nuovo ed estraneo al mondo materiale e  a questo mondo che non aveva fatto lui; egli si fa annunciare attraverso il Cristo e offre la possibilità si salvarsi per una generosità e bontà divina sua in quanto è estraneo al male e al suo esser presente come parte costitutiva della vita e della natura. Di conseguenza Marcione passa anni a scrivere dal 139 al 144 per chiarire ed esporre la sua teologia; il suo sforzo va in due direzioni da una parte cerca di costruire un canone neo-testamentario costituito dal Vangelo di Luca[6] amputato di ogni riferimento al mondo ebraico e da alcune lettere di San Paolo e un testo le “Antitesi” incentrato sulla palese evidenza, per mezzo del confronto diretto fra i testi, delle grandi differenze fra il Dio ebraico di carattere Nazionale e locale e il Dio universale e spirituale del cristianesimo nascente. Per l’autore Marcione intese essere restauratore[7]  e critico dei testi cristiani che circolavano allora, anzi probabilmente il concetto di Vangelo inteso come libro e non come messaggio contenuto in scritti diversi si deve proprio a questa sua creazione di un Vangelo epurato dall’elemento ebraico e da quello che pensava essere la falsificazione portata avanti da falsi maestri e falsi cristiani.

Per l’autore questa posizione di Marcione è supportata dall’influenza delle lettere di
San Paolo  e in particolare della “Lettera ai Galati [8] dove si trova scritto: “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate a un altro vangelo. In realtà però non ce n’è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo.” (Gal.1,6;Gal 1,7). In fondo se il Dio del Vecchio Testamento aveva una sua “Littera Scripta” anche questo Dio straniero doveva averne data una, di sicuro preferiva non fidarsi della tradizione orale, ma neppure di quella scritta in quanto dubitava delle attribuzioni dei Vangeli agli Apostoli[9]. Questo Vangelo doveva esser da qualche parte e Marcione provò  a ricostruirlo con una riscrittura sulla base delle sue convinzioni e dei suoi studi a partire dal Vangelo di Luca, forse il primo che aveva studiato nella sua Patria. Quindi la sua opera dopo l’espulsione dalla Chiesa di Roma fu la creazione di una Chiesa propria, diversa, con una morale rigida, i cui fedeli erano pronti ad accettare il martirio quando arrivava per mano delle autorità. Una Chiesa quindi, con tanto di luoghi di culto, comunità, vescovi e non una setta gnostica o  un cenacolo di filosofi che discutono di teologia.

 

(Prosegue nella seconda parte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]Il profilo intellettuale dell’autore è esposto su http://it.wikipedia.org/wiki/Adolf_von_Harnack.

Dell’autore fra l’altro si sottolinea:” La sua opera maggiore (il Lehrbuch der Dogmengeschichte in tre volumi), manuale di storia dei dogmi pubblicato fra il 1886 e il 1890, fu ripubblicato più volte. In quest'opera Harnack evidenziò il sorgere del dogma, concetto con il quale egli intende il sistema dottrinale autoritativo del IV secolo e i suoi sviluppi fino alla Riforma protestante. Egli sottolineò che, alle origini, la fede cristiana e la filosofia greca erano così intrecciate che molti elementi non essenziali al cristianesimo penetrarono nella dottrina cristiana. Secondo Harnack, dunque, i protestanti non soltanto sono liberi di criticare i dogmi (in questo senso, per essi, il dogma neppure esiste) ma devono criticare ogni concezione dogmatica.”

 

[2] Sul Marcione di Sinope quale interprete e scrittore dei Vangeli Cfr. Corrado Augias, Mario Pesce, Inchiesta su Gesù, Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo, Mondadori, Milano, 2006, pag. 16. Sulla biografia di Marcione  http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione e http://www.treccani.it/enciclopedia/marcionismo_(Dizionario-di-Storia)/

 

[3] Esistono versioni diverse sulla biografia di Marcione e sul senso che si può attribuire  all’accusa di esser stato cacciato dal padre per aver sedotto una vergine, o al fatto che il padre fosse vescovo e forse lo fosse lui stesso. In generale si consiglia al lettore di prendere in esame più punti di vista. Cfr: http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione e http://www.treccani.it/enciclopedia/marcionismo_(Dizionario-di-Storia)/

 

[4] Sulla Chiesa delle origini e la sua formazione Cfr: Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, TEADUE, Forlì, 1992, pp. 318-326.   Ad una domanda di Augias sui primi nuclei organizzati del cristianesimo il professor Pesce osserva:” Questi nuclei organizzati, dicevamo, non hanno ancora un’autorità centrale che li amministri e non sono neppure federati fra loro. Il Cristianesimo nascente è fatto di tante comunità, dove nessuno esercita una funzione direttiva centrale. Certo, le comunità hanno rapporti fra loro, sentono di essere componenti dell’unica Chiesa di Cristo. Mano a mano che il tempo passa, tra la fine del II secolo e l’inizio del III, alcune sedi – Alessandria, Antiochia, Roma, Cartagine e naturalmente Gerusalemme – che coincidono, ad eccezione di Gerusalemme, con le grandi metropoli, acquistano una sorta di supremazia.”Cfr. Corrado Augias, Mario Pesce, Inchiesta sul Cristianesimo, Come si costruisce una religione, (Smart Collection),Mondadori, Milano, 2008, pag.114 .

 

[5]   Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 31-33

[6] Sulla questione di una fonte comune a Marcione e al testo del Vangelo di Luca cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione. E http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo.

 

[7]   Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 48-49

[8] Il riferimento è stato preso da La Sacra Bibbia, Edizione Ufficiale della CEI, Edizioni Paoline, Roma, 1980. L’autore cita la lettera ai Galati e in particolare Gal 1,7 a proposito della vicenda di Marcione.

 

[9]   L’autore ritiene che circolassero al tempo di Marcione i Vangeli attribuiti agli Apostoli, tuttavia Marcione riteneva che gli apostoli non avessero scritto i Vangeli, cosa piuttosto probabile, e che l’attribuzione apostolica fosse arbitraria. Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 54-55






29 maggio 2010

Uno scritto molto difficile sul non detto finora

Uno scritto molto difficile sul non detto finora

Non vorrei esser frainteso, ma ho l’impressione che stia prendendo forma una sorta di nuovo millenarismo, di crisi di fiducia nel futuro e in questa realtà che si traduce in credenze di tipo magico, ufologico, New Age. Sento e percepisco una crisi di valori e di senso tanto profonda quanto reale che striscia fra le pieghe dei discorsi, che narra di inquietudini enormi che sono la manifestazione di paure inconfessabili o ancestrali. Percepisco una crisi del fatto religioso non come istituzione ma come senso profondo, come fede in quanto tale. Ho fatto una piccola ricerca privata anche su youtube e su certi autori, che mi ha disturbato molto, intorno a certi aspetti pseudo-religiosi dei diversi “esperti” di alieni come von Däniken, Zecharia Sitchin, Malanga. Ho letto le loro convinzioni come una ricerca di un qualcosa di divino e sacro non più rintracciabile nelle forme della società contemporanea. Questa ricerca del sacro che guarda a possibili presenze aliene nel remoto passato della terra è indice di una crisi radicale dei valori e delle credenze e anche se finora essa è stata limitata finora a gruppi di appassionati a temi legati all’occulto capisco che essa è il segnale di paure sedimentate nella società industriale. Il senso della vita è in crisi profonda nella presente civiltà perchè questo sistema di valori premia il possesso dei beni e milioni di esseri umani sono esclusi dalla grande festa dell’abbondanza finta o non ci credono più. Ecco che le paure profonde e le inquietudini inconfessabili si materializzano in una sorta di pesante attenzione misticheggiante alle teorie clipeologiche, ufologiche e della cospirazione. Questo accade quando la civiltà è scossa dalla crisi economica, la fede diventa un fatto politico o spettacolare, nuove potenze imperiali emergono e la grande potenza imperiale statunitense entra in crisi. C’è qualcosa di spaventoso nella piega che ha preso questa civiltà industriale giunta al suo terzo tempo. Sembra, ma in qualche caso è bene togliere il sembra, che ciò che prima era attribuito a Dio, agli angeli e ai demoni venga attribuito di peso a forze aliene; ad esempio il concetto di matrice creazionista, teso a mettere in discussione la teoria dell’evoluzione darwiniana,  di un atto soprannaturale che fonda la razza umana  è oggi mutato in una teoria che vuole l’umanità manipolata da alieni, o comunque l’elemento alieno avrebbe interagito con le prime forme di civiltà. Queste teorie non sono novità, le leggevo da pre-adolescente sui libri di Peter Kolosimo, autore fermo nelle sue convinzioni clipeologiche e ufologiche e nel concetto del condizionamento alieno all’inizio della civiltà umana. Le sue teorie il Kolosimo le aveva esposte e pubblicate fin dal 1969 anno del suo successo editoriale. Tutto questo bagaglio fra l’ufologia e la metafisica torna prepotentemente oggi grazie a internet e ai libri e al millenarismo legato al 2012. Questo però è possibile perché la crisi di senso che attraversa la civiltà industriale è profonda, così profonda che deve cercare teorie così lontane e improbabili per darsi un punto di riferimento, per trovare qualche risposta alla domanda: Chi siamo?
  In questi anni c'è la novità di questo ritorno del già noto perché la questione “aliena”, per così dire, adesso si lega a tendenze misticheggianti, magiche o a visioni delle origini dell’umanità di matrice creazionista. In realtà credo che dietro il mistero e il discorso su ciò che non è ancora spiegato ci sia una inconfessabile speranza di veder chiaro dentro il senso della vita umana e dentro il destino della propria civiltà, uno sforzo di comprensione che un tempo sarebbe stato proprio delle divinità e dei profeti. Quindi da un certo punto di vista l’altro deve esistere, non è solo una questione filosofico-bruniana del ritenere ragionevole e razionale l’ammettere la vita su altri pianeti ma piuttosto un delimitare un senso e un confine alla propria condizione umana proprio quando una serie di confini mentali e abitudini consolidate sembrano venir meno per via dell’immigrazione, dei cambiamenti climatici, delle nuove tecnologie che cambiano le relazioni fra gli esseri umani; ad esempio penso ai telefonini in grado di fare foto, film, e collegarsi in internet. Non mi ero mai reso conto di quanto profondissima e gravissima fosse questa crisi, anzi comincio a pensare che essa segni un momento di passaggio forse è in arrivo un terzo tempo della Terza Rivoluzione Industriale o perfino una Quarta Rivoluzione Industriale. Il presente adesso può diventare passato.

IANA per Futuro Ieri



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