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22 gennaio 2011

Il Belpaese: Scala Sociale

Il 
geotermico: ottenere energia dalla Terra

Le Tavole delle colpe di Madduwatta: Secondo Libro

IL BELPAESE E LE SUE PAURE NASCOSTE: Scala sociale

Il Belpaese è nei fatti popolato da una maggioranza di umani che sono dipendenti per stipendi e salari dallo Stato o dai privati. Quindi la maggior parte degli italiani non sono imprenditori, manager, liberi professionisti.  Ora capita che su tutto il Belpaese cali una forma di persuasione pubblicitaria, televisiva, cinematografica che individua proprio nelle minoranze di ricchi che sono in alto nella scala sociale la miglior forma di vita sociale in virtù della loro capacità di accedere a beni di consumo superflui. Quindi tutti coloro che vivono al di fuori della ricchezza ostentata, della notorietà televisiva o politica e dei privilegi presi con l’astuzia o ereditati cadono nella condizione di esseri grigi, anonimi, ignoti ai più e in generale di stipendiati, di essere a modo loro lavoratori.   Si tratta delle forme visibili della scala sociale di oggi, in essa gerarchie antiche vengono dissolte e spariscono e nuove caste di ricchissimi e nuove categorie di potenti s’innalzano. Oggi nella scala sociale ai livelli più alti si presentano facce nuove  e nel loro essere novità spaventano e turbano i molti, il tutto nell’indifferenza arrogantissima e crudelissima di chi vive di politica e ormai da decenni è estraneo alla storia e alla vita delle diverse genti d’Italia. La nostra politica di professione è fatta da specialisti del consenso e della mediazione sociale e legale, esseri estranei alla sofferenza e alla quotidiana fatica di milioni d’italiani. Queste minoranze che fanno della rappresentanza politica una professione lucrosa si rivolgono all’elettorato per ragioni di consenso, di voti referendari, di conteggio fra di loro per dividersi posti elettivi e cariche di responsabilità.  Tuttavia alcuni fenomeni turbano la sicurezza relativa di chi vive di politica e dei ceti professionali o parassitari miracolati dall’iniqua redistribuzione della ricchezza e del carico fiscale creata ad arte dal sistema sociale e politico. Nella scala sociale nostrana da un paio di decenni fa capolino l’immigrato di colore o asiatico che è diventato piccolo imprenditore e talvolta assume perfino personale italiano o è in grado di fornire merci e servizi diventando così un soggetto importante dei fatti sociali ed economici di un territorio. Questo accade con regolarità in Veneto e in Toscana ma sono sicuro che altre regioni sono interessate da questo fenomeno, e così l’altro ascende nella scala sociale e sotto di lui milioni di umani originari da più generazioni del Belpaese che si trovano scavalcati e non sanno che cosa pensare o cosa raccontare a se stessi e agli altri. Per chi scrive il razzismo nostrano è principalmente, ma non solo perché è una massa informe di fenomeni diversi, il terrore di vedersi travolti dall’altro che ascende e lascia indietro chi da secoli è presente sul territorio con la sua famiglia e le sue storie. Una vertigine prende lentamente e inesorabilmente le genti del Belpaese che voltandosi indietro con la memoria osservano il passato dell’infanzia e della gioventù e non ne trovano più traccia in questo presente che ha forse l’unico merito di aver dissolto le troppe illusioni inquinanti del passato. Così persa la continuità con il passato anche in relazione alla scala sociale e la speranza in un Belpaese che assunto una forma inedita e non voluta resta solo la concretezza dei soldi, dei terreni, delle case, dei fabbricati e capannoni posseduti.  Alla fine il nostro popolo si conferma permeato da brama di cose materiali e di piaceri misurabili in termini di denaro contante. La sua natura collettiva sembra nel complesso estranea a qualsiasi astrazione spirituale o metafisica, a qualsiasi giustizia che non sia misurabile in denaro contante, a qualsiasi potere che non sia espressione di una forza fisica e coercitiva presente e forte. Ma quanti si sono abituati a vivere nelle certezze e nelle rendite di posizione del Novecento dovranno subito far i conti con questo pesantissimo nuovo millennio che si presenta dissolutore di tutte le antiche illusioni del passato e permeato di minacce e inquietudini apocalittiche. Quando la crisi comincerà a determinare il volto delle presenze sulla scala sociale del Belpaese quel che sarà dell’Italia sarà qualcosa di estraneo alle vicende dei padri e dei nonni, l’altro avrà modificato in profondità la natura stessa della composizione sociale e personalmente stimo anche delle ragioni intime dell’attribuire senso a questa vita. La scala sociale diversificata con l’apporto delle nuove comunità porterà anche nell’immaginario collettivo le ragioni intime e vitali degli altri e le genti difformi e disperse del Belpaese saranno forzate a determinare che cosa sono e cosa sono state e cosa vogliono essere in futuro. La scala sociale non è più un fatto dei soli italiani-italiani ma oggi appartiene anche all’Italiano-Marocchino, Italiano-Cinese, Italiano-Filippino, Italiano-Rumeno ecc…

La fortuna di nostri che vivono di politica è che la maggior parte delle genti del Belpaese che hanno l’abitudine di votare non ha ancora capito questa cosa e pensano di vivere nel 1986 o giù di lì, dentro l’Italia dei sogni impazziti. Una bella fortuna davvero per costoro.

IANA per FuturoIeri






1 settembre 2010

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Presentazione

Dalla Geo-politica degli Hittiti con furore

Questa mia nuova raccolta di scritti ha un titolo insolito che richiama la Tarda Età del Bronzo in Medio-Oriente. Si tratta di un ricordo personale di carattere universitario e di una curiosità di carattere erudito. Fra gli esami obbligatori avevo un esame di storia antica e a differenza di quel che fanno comunemente gli studenti non scelsi, credo per motivi d’incastro d ‘orari, storia romana ma quella del vicino Oriente. Ossia la storia degli Hittiti, degli Assiri, degli Egizi. Un mondo umano interessantissimo a quel che gli storici han potuto ricostruire con re che si credevano di stirpe divina o Dei (più o meno come i presidentissimi dei nostri giorni e i consigli d’amministrazione delle multinazionali), con sacerdoti di divinità mostruose che esigevano sacrifici e riti e oscuri profeti di sciagure (gli economisti e i lobbisti di allora, solo che allora erano molto più umili e utili in quanto cercavano davvero di mettere assieme il piano del volere divino con la realtà materiale), pieno di guerre volte a far rapine per rubare beni edibili e metalli preziosi e ad acquisire manodopera servile (come oggi, nulla cambia), e da masse di sudditi che per una battaglia andata storta o per un trattato iniquo potevano ritrovarsi schiavi o oppressi da tiranni forestieri o domestici ( niente di nuovo).  L’aspetto sorprendente di questi studi fu la mia constatazione della spaventosa fragilità del sistema palatino, ossia dei saperi e dei poteri legati a una città o al palazzo di un sovrano-dio. La distruzione del centro di comando e controllo, per usare i termini del 2010, poteva corrispondere alla distruzione di tutta la cultura che si concentrava nelle mani e nelle menti di poche centinaia di sacerdoti, di artisti e di scribi. Questo problema della vulnerabilità dei saperi che si concentrano in ristrette minoranze al potere dovrebbe a mio avviso esser meditato perché lo trovo straordinariamente attuale. Si consideri le difficoltà che hanno avuto gli archeologi e gli esperti  ottocenteschi e novecenteschi  in merito alla traduzione dei testi che sono stati ritrovati. Essi hanno dovuto ricostruire il senso di quelle scritture, il vocabolario e la grammatica, la distruzione delle antiche civiltà aveva disgregato anche le culture palatine i cui saperi erano accentrati in un limitato numero di scribi, funzionari, esperti, sacerdoti. La distruzione della capitale e della dinastia poteva comportare l’annientamento culturale e intellettuale di un popolo e una carestia  esser fonte di fatti terribili e di spedizioni militari annuali costituite per scopi di rapina e di estorsione di tributi. Non andò bene l’esame, fu faticoso con una parte seminariale nella quale mi ritrovai a cimentarmi con la traduzione di uno scritto di uno studioso tedesco che ragionava sull’interpretazione di una tavoletta hittita. Nel complesso fu una delle esperienze più strane della mia carriera di studente. Ottenni alla fine di tanta fatica uno dei voti più bassi del mio libretto un venticinque. Nel mio ricordo l’esame che comprendeva diversi aspetti fu legato alla parte seminariale sugli Hittiti e anche al documento  che trattava di un principe di una città sulla costa tal  Madduwatta che aveva tradito la fiducia del Re di Hatti. Il tapino era un sovrano locale costretto a barcamenarsi fra i nemici degli Hittiti e gli Hittiti stessi e una volta deluse così tanto il re di Hatti che il sovrano anatolico fece scrivere contro di lui un lungo elenco di mancanze e fellonie che avrebbe perpetrato. Da tenersi nell’archivio reale, ovviamente. Quindi per me quello fu l’esame sulle “Tavole delle colpe di Madduwatta”. Propongo questa mia vicenda universitaria come titolo per una serie di scritti che si concentreranno su alcuni temi: i  miei scritti letterari o presunti tali, la scuola italiana come problema, le paure degli italiani, la guerra come ordinario elemento della vicenda umana, i miei viaggi. Questo non toglie che il sottoscritto presenti nella sua opera delle divagazioni o delle osservazioni assolutamente diverse da queste appena elencate: non amo vincoli troppo stretti.

Il legame fra l’età del bronzo e questi anni è una sottile analogia perché anche allora poteri palatini composti di minoranze ristrettissime e ricchissime che si credevano divinità o comunque chiamate a ricoprire quei ruoli sociali e amministrativi dagli Dei  portarono gli imperi e i regni della mezzaluna fertile verso  l’auto-distruzione e verso trasformazioni radicali che comportarono il loro annientamento e di conseguenza anche quello della loro civiltà. Si salvò in parte l’Egitto per via di certe caratteristiche geografiche e politiche ma gli altri vennero  perlopiù travolti. Oggi il rischio esiste perché il modello di produzione  e consumo di beni non tiene conto del problema delle risorse grandi ma pur sempre limitate del pianeta terra, i sovrani oggi sono presidenti più o meno eletti e democratici ma in fin dei conti si affidano ai consigli di minoranze ristrettissime di esperti, finanzieri, direttori delle banche centrali, generali; talvolta questi consigli non sono consigli ma vere e proprie indicazioni politiche. Se i re-dei e i re-sacerdoti della tarda età del bronzo dovevano far attenzione all’ira del cielo e alle vendette di Dei maligni e forestieri e ai re-sacerdoti rivali, qui in questa terza rivoluzione industriale il furore che sgomina e fa precipitare nel discredito i presidentissimi e il loro seguito sono le catastrofi ecologiche, i crolli di borsa, le grandi speculazioni finanziarie, le nuove guerre, il caos morale e sociale.  La  civiltà industriale deve divorare se stessa per rinnovarsi e dotarsi di nuove tecnologie, di nuovi poteri politici e di un rinnovato materiale umano.  Si tratta di qualcosa di più di un sistema sociale, io ci leggo anche l’aspirazione alla conquista di poteri sovrumani sul mondo umano e sulla realtà materiale, dietro c’è l’aspirazione dei pochi a giocare a fare Dio, proprio come certi re della Tarda età del Bronzo.

IANA per FuturoIeri




12 marzo 2010

La civiltà italiana come costruirla (V)



De Reditu Suo - Secondo Libro

                               La civiltà italiana come ricostruirla (V)

 Il ragionamento sulla possibile ricostruzione della civiltà italiana civiltà deve includere una parte ragionata su quali forze oggi possono essere motivate e coinvolte in una tendenza volta a determinare la ricostruzione della civiltà italiana. Purtroppo i tempi non sono felici, la civiltà da determinare e costruire è lontana; ben oltre la linea dell’orizzonte. Occorre uno sforzo profetico nello stesso tempo pedagogico per pensare il darsi di una civiltà sopra questa massa informe di macerie accatastate che compongono un  presente fatto di miti perduti, di memorie distorte o dimenticate, di stagioni politiche rovinate dalla corruzione e dallo scorrere del tempo. Per restare nell’ovvietà osservo che una scommessa sul futuro può esser fatta solo da chi ritiene di averne uno, dal momento che l’immediato presente e i suoi rapporti di potere e di dominio è il territorio dove regna l’economia  e la politica dei nostri tempi è evidente che il primo motore di questo percorso va ricercato altrove. Questo altrove è da determinare in forze sociali e di pensiero da costruire occorre che si formi una pubblica opinione degna di questo nome e non le solite tifoserie elettorali capitanate da rozzi ultras che fanno mestiere della politica e sono terrorizzati dall’idea di perdere soldi e considerazione sociale ad ogni evento elettorale sfavorevole alla causa loro. C’è bisogno di una civiltà italiana perché i tempi esigono che delle forze morali e civili  prendano in mano gli esiti delle civiltà che sono state presenti nel trapassato e nel passato remoto nella penisola. Scrivo questo pensando alla grande miseria che regna fra le genti umane del pianeta azzurro, ai pericoli delle nuove guerre a bassa intensità, alla minaccia di gravi conflitti e delle più che probabili crisi economiche e di risorse. Una massa di disgraziati infilati in questa penisola sedicenti classe dirigente  che replica in piccolo la civiltà Anglo-Americana non serve neanche agli statunitensi e alla NATO figurarsi alla maggior parte degli italiani.  Quello di cui questa umanità disgraziata che ruota nel sistema solare con il suo pianeta azzurro potrebbe aver bisogno è una civiltà che sommi il meglio di quel che si è avuto nella penisola con le possibilità delle nuove tecnologie atte a migliorare la qualità della vita e a ridurre gli effetti distruttivi della civiltà industriale. La vita umana deve prendere una forma e avere un senso compiuto e non essere abbandonata nelle mani di esperti di Marketing e pubblicità e sottoposta ai consigli d’amministrazione delle multinazionali e delle banche  o peggio al capriccio di minoranze che vivono di politica. Queste forze commerciali, finanziarie, tecnocratiche tendono per loro natura a manipolare gli esseri umani e non a rafforzare le loro capacità critiche, la loro volontà di costruire qualcosa che sfidi il tempo che passa, qualcosa che dà forma e stabilità alla propria vita. Il Belpaese potrebbe fare moltissimo se avesse una civiltà in grado di associare il suo passato antico e moderno con la civiltà industriale.

IANA per FuturoIeri




20 ottobre 2009

La reggenza d'Italia e il finale alla Capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La reggenza d’Italia e il finale alla Capitan Harlock

 

Capita di ripensare alla 42° puntata della serie classica di Capitan Harlock e alla battuta che chiude tutta la vicenda bellica e umana intorno alla quale ruota il conflitto spaziale del cartone animato. Si tratta d una serie della fine degli anni settanta quindi con gli alieni invasori e l’eroe con la sua corrazzata spaziale che li sconfigge; tuttavia la complessità psicologica dei personaggi e la complessità della storia ne fa una serie di quarantadue puntate che è riuscita a far il salto oltre l’ombra e a trasformare qualcosa di commerciale in una creazione artistica. In quello che è l’ultimo atto della seria la regina Raflesia al comando degli invasori alieni attende nella sua “stanza dei bottoni” l’ennesimo rapporto, il suo esercito è stato sconfitto, le sue forze d’invasione sono in fuga, ma ha ancora delle speranze legate a delle forze combattenti presenti sul pianeta azzurro. Ad un certo punto mentre è seduta sul suo trono un messaggero porta la notizia che il loro centro di comando e controllo è stato distrutto. Sua maestà chiede che cosa significa e le viene risposto:” Maestà, tutto è perduto”. In questa quarantaduesima puntata tutto si dissolve in un momento e comincia una storia diversa dove si contano i vincitori e i vinti, si fa l’elenco di ciò che resta e di quel che è andato distrutto e perduto per sempre.

Io so che arriverà questo momento per la Reggenza che di fatto sta governando l’Italia, questa condizione politica e sociale è instabile e prima o poi cesserà. Probabilmente questo fatto sarà strettamente legato alle fortune dell’Impero Statunitense e delle sue alleanze, alla disfatta economica in corso, alla crisi delle fonti energetiche e delle materie prime.

Oggi le sedicenti classi dirigenti d’Italia vivono in uno strano limbo, in una stasi dove possono ignorare le rapidissime trasformazioni del mondo esterno, possono dilettarsi con gli scandali a sfondo sessuale o con i giudici perseguitati dalle telecamere. Si tratta del solito teatrino, di storielle da spettacolo di burattini, di parole al vento che devono bastare ai militanti e ai tesserati, più o meno fantasma, mentre tutto intorno al Belpaese cambia, e le stesse genti difformi della Penisola non sono più le stesse da almeno due decenni.

Il finale, non so quando e non so come, sarà spettacolare perché tutto verrà giù in solo momento. Sarà dato da un punto sottile nello spazio e nel tempo nel quale ciò che era prima cesserà d’essere e ciò che sarà prenderà forma. Il momento esatto dove il cambiamento sarà irreversibile e ritengo che avrà lo spazio temporale della durata della quarantaduesima puntata. Circa mezz’ora.

Un bel finale rapido e tagliente per la storia di una reggenza  italiana indecorosa, sgangherata, malfatta e nel complesso triste.

 

 IANA per FuturoIeri




14 ottobre 2009

Quale Italia sarà possibile?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Quale Italia sarà possibile?

 

Il Belpaese dovrà pur essere qualcosa prima o poi. Le cronache di questo 2009 di crisi, non ancora finito, mi mostrano un Belpaese preda di classi dirigenti indegne, aliene dalle difformi e disperse genti che popolano l’Italia. Lo scudo fiscale votato per ben due volte in modo rocambolesco e pazzo con numerose assenze nella maggioranza e nell’opposizione aiuta coloro che si sono dilettati nella creatività in materia fiscale. Io che mi alzo la mattina per andare a lavorare mi chiedo come posso venir tutelato da uno Stato che mi tassa con mano inflessibile e che si dimostra amorevole e generoso con personaggi che in altri paesi finirebbero in galera, per anni. Perché la cattiva politica è anche questo modo di gestire lo Stato. I rappresentanti del popolo, anche se con qualche deformità, rappresentano tanta parte della popolazione italiana.  Lo scudo fiscale proprio perché cade in tempi straordinari di disgrazia e di miseria mi fa intendere come i poteri del Belpaese siano deboli e divisi, preferiscono inseguire i disonesti e i furbi perché non hanno scelta. O credono di non averne una diversa. Del resto se si appellassero alla Nazione e alla sua volontà di riscatto cosa potrebbero mai ricavare dal momento che la Repubblica ha quasi sempre mostrato alle genti d’Italia la via della frammentazione attraverso le ideologie dei diversi  partiti e il pertinace conseguimento di specifici interessi di parte quando non addirittura un clientelismo spicciolo sconfinante nel nepotismo.

L’Italia deve diventare una civiltà; altrimenti ai primi gravi rovesci di fortuna, che capitano ogni tanto nel volgere di un secolo, la frammentazione degli interessi e dei gruppi porterà alla disgregazione dello Stato e della Repubblica. L’enorme peso politico della Lega Nord è un segnale ben preciso di questo processo in atto. Ogni interesse particolare e privato mancando dei valori comuni a tutta la popolazione diventa una totale e assoluta esigenza politica là dove trova rappresentanza. Ora c’è da chiedersi a chi giova un sistema politico che cura ogni possibile frammentazione all’interno della popolazione. Certamente ad alcuni singoli che approfittano della debolezza e dell’incertezza generale, ai poteri finanziari che trovano una realtà debole e passibile di ogni condizionamento, e ai poteri politici stranieri che si tolgono di torno il problema di una potenziale potenza regionale nel mezzo del Mediterraneo.

Quest’ultima dovrebbe essere la prima di tutte le evidenze. Il Belpaese che verrà, in un tempo purtroppo ancora molto lontano, dovrà spazzar via i cattivi propositi dei finti amici, dei finti alleati e dei nemici. Potrà farlo solo se troverà qualche valida ragione per star assieme, se onorerà dei  valori condivisi, se si darà un modello di vita culturale e civile che oggi è assente; questo qualcosa deve però prescindere da un senso di paura o d’oppressione. La civiltà italiana dovrà essere valida e autonoma di per sé senza bisogno di poggiarsi su stampelle militari o politiche altrui.

IANA per FuturoIeri




8 maggio 2009

Civiltà italiana: una, nessuna,centomila

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Civiltà italiana: una, nessuna e centomila

Per una persona normale, incensurata, che non è scesa a particolari compromessi è difficile far una ragionamento lineare e ragionevole sulla comune identità italiana. Questo perché una civiltà italiana, chiara, distinta, con valori certi come tale non esiste. Si può fare l’arbitrio d’indicare la lingua comune come fondamento della comune identità ma essa non è quella parlata ogni giorno, la lingua comune di cui si parla è quella dei manuali scolastici, delle antologie, dei testi ufficiali, non certo quella ordinaria e banale della comunicazione di tutti i giorni. In verità tanta parte del linguaggio comune deriva dal freddo impasto fra modi di dire mutuati dalle lingue straniere e dalla pubblicità commerciale e la banalissima vita quotidiana nella quale si risparmia ogni fatica del linguaggio per arrivare ad argomentazioni efficaci e rapide. Il problema del Belpaese è che la civiltà che lo anima è, per così dire, invisibile. Si fa presto a suonare l’inno (ma nessuno si ricorda più che in tempi non sospetti ebbe luogo un dibattito politico  sull’opportunità di cambiarlo) ma una civiltà non è solo questo ma l’insieme di ragioni che spingono esseri umani molti diversi fra loro a fare gruppo, a star assieme, a riconoscersi in valori e in simboli, a darsi regole, riti, vita politica. Ebbene neanche il mito garibaldino sembra in grado di mettere assieme gli italiani, figurarsi gli altri. Il Belpaese ha avuto una storia recente dove il passato monarchico e fascista è strato abiurato e rinnegato per cause di forza maggiore e la Repubblica è stata storia di partiti e gruppi diversi ed eterogenei, divisi su tutto ciò che era comune identità e valori a cui guardare per pensare lo sviluppo dello “stivale”. L’unico ente che si occupa -quasi per caso- di ragionare in termini di "identità e nazione", al quale si guarda con fastidio da parte delle “classi dirigenti” perché concepita come costo e come problema perché limita affari lucrosi nel settore,  è la scuola italiana dalla materna al liceo. Oltre la scuola e ciò che essa riesce a legare c’è una cultura commerciale da grande magazzino, da rivista patinata di moda, da volantino del discount, da televendita che guarda con fastidio alla dimensione nazionale, alla storia e alla vita. Quindi non gli spettri di comunismi e fascismi morti, stramorti e sepolti ma il tritatutto della società dei consumi, aggravata qui nel Belpaese dalla difficoltà dei ceti sociali che vivono di politica di concepire l’esistenza di un “problema italiano”, di una comune identità che si proietti oltre il qui e ora degli slogan della politica e della banale e ordinaria cialtroneria culturale delle campagne elettorali. In quali simboli dovrebbero riconoscersi tutti gli appartenenti al Belpaese, in quelli più o meno politici magari legati al remoto passato?, in quelli banalmente commerciali come se il Belpaese fosse una somma di loghi per vendere merce magari soltanto assemblata e confezionata in Italia? In quelli religiosi  e cattolici con buona pace delle masse d’immigrati e di connazionali che cristiani non sono? In quelli logorati da decenni di vuota e roboante retorica patriottarda. Inoltre chi scrive non ha fiducia nella dimensione unificante della nazionale di calcio perché nei campionati e nelle sfide sportive fra nazioni non sempre si vince e un simbolo unitario non può essere una variabile calcistica, inoltre milioni d’italiani praticano o sono amatori degli sport minori e la centralità del calcio sembra fatta più per divedere gli italiani che non per unirli. Una dimensione di civiltà del Belpaese forse dovrà far a meno di fattori unificanti, probabilmente si dovrà sfidare la logica comune e il buonsenso e concepire per gli anni a venire una civiltà senza un suo centro, senza quei due o tre elementi unificanti forti che di solito aggregano le popolazioni delle altre nazioni. L’Italia che sarà può essere costruita solo proiettandola nel futuro e con la rinunzia preventiva a fare di domestiche glorie e remote reliquie di miti perduti le  basi di una civiltà che oggi non è. Sarà solo ciò che potrà essere se verrà costruita pezzo per pezzo.

IANA per FuturoIeri




27 aprile 2009

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Note libere sulla prima puntata della serie classica di Capitan Harlock

Alle volte il passato gioca brutti scherzi. Così mi capita di ripensare alla prima puntata di un vecchio cartone animato dell’infanzia. Mi riferisco alla prima puntata di Capitan Harlock , anno di produzione 1978, trasmesso in Italia nel 1979; se ricordo bene. Forse erano anni dove il vento dell’utopia e della liberta ancora si sentiva, o forse semplicemente certi stereotipi wagneriani e nicciani erano giunti fin nel lontano Giappone e là aveva trovato buone possibilità. Del resto nel 1999, dopo vent’anni, è stata prodotta la serie Harlock e l’anello dei Nibelunghi, libera trasposizione fantascientifica della trilogia Wagneriana con non poche licenze poetiche, per non dir di peggio. L’eroe  Harlock si muove dentro una situazione estrema deve proteggersi dai nemici esterni, le terribili aliene mazoniane, e da quelli per così dire interni ossia il governo terrestre. Governo rappresentato da una democrazia imbelle e dissoluta, autoritaria e nello stesso tempo corrotta e indolente che non trova di meglio che rincretinire i suoi cittadini con le trasmissioni televisive che trasmettono messaggi ipnotici e che per quieto vivere rifiuta perfino di prendere in considerazione l’invasione aliena imminente. Il fumetto e la serie televisiva da subito ci presentano l’eroe ribelle, piratesco, solo contro tutto e tutti con la sua “corrazzata spaziale” Arcadia e  armi potentissime e un coraggio che va oltre la temerarietà. Un eroe che lascia il suo messaggio alla fine di due lunghi e tormentati anni di guerra a un pugno di fedelissimi disposti dopo tante terribili prove a ricostruire l’umanità e a vivere in un pianeta devastato dai bombardamenti.  Davanti a lui l’umanità imbelle e dissoluta per la quale tuttavia, ha anche  una figlia adottiva e una storia personale legata al pianeta Azzurro, è deciso a battersi con il suo pugno di fedelissimi. Mi fermo su un punto di questa serie: il governo terrestre. E’ evidente, chi confronta la serie televisiva con il manga lo capisce subito, che l’autore ha pensato una figura eroica contrapposta a un potere politico imbelle e corrotto e, per contrasto, tutto il peggio dell’umanità va nel governo imbelle e dissoluto e tutto il meglio nell’eroe solitario. Prova ne sia che le grandi prove eroiche fatte dai personaggi minori avvengono solo se essi  in qualche modo s’avvicinano agli ideali o alla lotta del capitano. L’eroe quindi che sfida l’ignoto e la morte in combattimento e che cerca con la sua lotta di creare un futuro possibile; futuro stritolato da un lato da nemici esterni potentissimi e malvagi e dall’altro dalla decadenza dei poteri pubblici e politici, il contesto è di decadimento che coinvolge anche la natura, una corruzione che dal potere politico si spande fino alla natura e alla vita. Il mare morente della prima puntata, ma nel fumetto su questo aspetto si calca ancor di più la "china", è la rappresentazione palese di questo spandersi della decomposizione. Contro questo senso di morte della vita e della speranza ecco che arriva l’eroe solitario, il singolo, “l’oltreuomo” che può cambiare tutto perché egli stesso è latore dei suoi valori e della sua forza interiore ed esteriore.

Quale riflessione da fare a distanza di così tanti anni. L’dea di fondo che è dietro questa grande favola, che si presenta come tale del resto fin dalla prima puntata, presenta per la nostra cultura europea  una dimensione politica. Se nella finzione del manga o del cartone animato si critica il sistema di produzione e consumo trasposto fra mille anni, la vicenda si svolge nel 2077, allora si finisce con svolgere una critica a tutti i poteri e ai comportamenti dominanti. L’eroe non diventa tanto un sogno o una fantasia ma la rappresentazione di una possibilità dell’essere umano, di una condizione straordinaria. Un condizione che prefigura il superamento del presente per affermare un futuro diverso e possibile. Eppure la figura eroica in questo caso è un prodotto dell’industria dello spettacolo e dell’intrattenimento. Industria che, in questa fortunata serie, saltò oltre la propria ombra.

IANA per FuturoIeri




14 ottobre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 6

Alle volte mi chiedo se fra le cose pazze e storte della razza umana non ci sia il continuo proporre figure ideali alte e nobili, di chiara natura fantastica o leggendaria. Viviamo qui nel Belpaese tempi talmente putridi e sconfortanti che sinceramente anche il signor Buonaventura del tempo che fu con le sue piccole avventure semplici-semplici sembra rimandare la mente a un tempo remotissimo ed eroico. Questa crisi finanziaria disgraziata ha mostrato il vero volto del turbo-capitalismo che ha avuto migliaia di laudatores nelle università e nelle redazioni dei giornali: una accozzaglia di truffatori ed eversori dell’economia protetti dalla politica. Costoro sono l’ennesima prova di una decomposizione dei miti costitutivi di queste fragili democrazie all’americana. Senza la promessa di nuove ricchezze e di nuovi privilegi è improbabile che i molti riescano ancora ad identificarsi nei sistemi politici democratici. Era facile essere democratici in tempi di buona fortuna e di ordine costituito tenuto ben fermo dalla polizia e dalle allucinazioni collettive propinate dalla pubblicità. Adesso che la ricchezza si sposta verso l’Asia e verso regimi a dir poco autoritari quanti saranno disposti a credere a un sistema che pretende di difendere le libertà dei singoli e delle minoranze e nello stesso tempo deve andare con fare da mendicante dai suoi contribuenti più poveri a chiedere i loro soldi per salvare i miliardari e i banchieri dalla loro stessa criminale avidità. Non può un sistema imbelle, scellerato e dissoluto sopravvivere ai rovesci della fortuna se non si aiuta da solo; i criminali della grande finanza vanno messi in galera e i loro beni pignorati, questo è lo spartiacque fra una democrazia che vuol sopravvivere e una che vuol morire. Dove andrà a schierarsi l’Europa? Forse fra quei sistemi politici che scelgono il lento suicidio o forse fra quelli che vogliono affermare se stessi e urlare in faccia la mondo e ai loro nemici che ancora non sono vinti? Sarebbe eroico auspicare per l’Europa e per il Belpaese un regolamento di conti fra questi killer in doppiopetto dell’economia e gli Stati Sovrani, per quanto duro possano picchiare quei malviventi non hanno nessuna legittimazione politica di per sé, in realtà sono delinquenti senza Dio e senza Patria. Non possono esercitare nessun potere, ad eccezione di quelli squisitamente criminali, senza appoggiarsi alla legge riconosciuta. Basta l’applicazione di buone leggi per distruggerli e se essi si dissolveranno nella criminalità organizzata questo fatto dimostrerà solo che sono tornati alla loro natura e alla loro prima origine.

IANA per FuturoIeri


http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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