.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


5 gennaio 2018

Ricetta precaria n. 31 e 32

Ricetta precaria

31   “fatto 30 si fa 31, e di perdono non c’è più per nessuno”

Salsiccia amara

In frigo  una salsiccia avanzata attende il suo destino. Residuato di crostini, ragù, fame a mezzanotte. Fate voi.  C’è bisogno di:

Pezzettino di buccia d’arancia e acqua di rubinetto un mestolo

Senape dolce o aromatizzata al miele, circa un cucchiaio

La salsiccia e un po’ di schiacciata secca per far d’accompagnamento.

Si tratta di questo mettete tutto in una padella. La senape dolciastra e la buccia d’arancia amara trasferiranno parte del loro aroma alla carne della salsiccia frollata dalla permanenza in frigo. L’acqua farà uscire il grasso e l’accorperà con la senape. Fuoco lento. I sapori devono mischiarsi. Quando la salsiccia parrà cotta a vostro piacere spegnete. A questo punto avrete la carne suina dal vago sapore dolce-amaro e un sughetto giallastro inquietante e pieno di grassi. Due possibilità una è usare la schiacciata secca per gustare il sughetto l’altra lasciar perdere per amore delle vostre analisi del sangue. La salsiccia va degustata così come è.

Una ricetta facile per ricordare brevemente nei cinque o sei  minuti del pasto tutti i volti di una vita, basta concentrasi un attimo e per chi è sui quaranta è facilissimo. Una massa informe di luoghi volti, storie si riproporrà come ombre di tempi andati, di storie finite, di speranze svanite. In fondo anche se va bene il ricordo è sempre qualcosa di amaro e di misterioso, ciò che poteva essere sarà sempre un mistero, una congettura, forse una storia fantastica. Ci sono poi i ricordi di luoghi legati a fatti o emozioni che magari venti o trenta anni di storia hanno cancellato, mutato o spazzato via. Ci sono i ricordi di emozioni o sentimenti o passioni ormai  persi nello scorrere di tutte le cose. Un attimo d calma e magari un bicchier di vino possono far ricordare cose sepolte. Alle volte può esser utile salire su un luogo alto, come una montagna o una collina o un alto edificio. Mi capitò di farlo anni fa quando presi il ruolo. In un attimo dall’alto vidi la città e i quartieri dove erano collocati i diversi istituti dove avevo lavorato. Avevo da anni evitato di farlo, forse inconsciamente temevo di esser messo davanti a una verità semplicissima. Eppure in un attimo mi si squadernò una scoperta che era anche liberatoria da tanti affanni. Quasi tutto il mondo umano e lavorativo per il quale avevo tanto fatto e patito risultava tale da poter esser catturato con un solo sguardo. Era relativamente piccolo, se uno ci pensava bene. Lì mi ritornarono in mente una miriade di volti, facce, circostanze, storie… tutto di colpo diventava tremendamente piccolo, e io un dettaglio fra i tanti. Perché alle volte va costruito, per assenza manifesta d’alternative, il proprio destino; per provare a prendersi un posto in mezzo a ciò che l’orizzonte mostra o sulla distanza sfuma con i colori dell’orizzonte.

Ricetta precaria

32   ossia 16 per due o otto per quattro

Tetrapak di lenticchie veterano

Allora da capodanno è avanzato un tetrapak di lenticchie. Un veterano di una festa perlopiù triste o  esagerata nel bere e nel mangiare. O tutte e due le cose assieme.

In una ciotola si pongano: avanzo di olive nere, pezzetto di scalogno, un quarto di cipolla, un cucchiaio di sale, più un ingrediente a sorpresa di cui dirò. In una padella/tegame si collochi un bicchiere d’acqua, pomodorini da usare se no marciscono, un cucchiaio di olio piccante e chi vuole può includere un rametto di rosmarino perso da qualche parte. Si proceda a far cuocere a fuoco lento il contenuto della padella/tegame fino a spappolare con la cottura i pomodorini e a far una sorta di sughetto. Quando è passato il tempo e si è formato una sorta di sugo primordiale si proceda a buttare le lenticchie veterane. Ne seguirà un sugo eterogeneo a cui sommerete gettandolo senza ritegno la ciotola con olive avanzate e i pezzi di scalogno e le fette di cipolla; a questo va aggiunto uno o due pomodori secchi tagliati fine. Quando quest’aggiunta si è un poco ammorbidita tale da risultare edibile spegnete il fuoco e buttate il composto in una terrina. Ne verrà fuori una zuppa da consumere con del buon pane magari di mais giallo preso dal fornaio, ma se poi avete quello del supermercato tutto fa, in fondo l’importante è la salute. Certo che le lenticchie veterane sono tali perché ancora inutilizzate dopo il tempo delle festività. In fondo questo esser fuori luogo fa proprio pensare a quanto siano rituali e organizzati i consumi nella civiltà industriale. In fondo  se un essere umano si perde dentro la propaganda pubblicitaria e la manipolazione che i media operano sui consumatori e sui telespettatori rischia di uniformare la sua esistenza al destino dei prodotti che consuma.  Alle stagioni della vita si sovrappongono gli estratti conto e la quantità di beni e servizi prodotti o consumati; il vivente come variabile di processi economici giganti, anzi titanici e faustiani. Perfino la vita politica diventa amministrazione e segmentazione del mercato elettorale in fasce di potenziali votanti sulla base di consumi, ideologia, inclinazione sessuale, ceto sociale ecc… Il tutto diviso, controllato, meditato, analizzato con rigore scientifico e positivistico dai tecnici ed esperti dell’industria della pubblicità e delle pubbliche relazioni. Quindi il picco di vendita di lenticchie è evidentemente a dicembre per le festività natalizie. Eppure sono buone anche in altri mesi invernali o autunnali. Da qui deve venire l’idea di conquistarsi almeno nel proprio frigo un momento di libertà dai luoghi comuni e dalle logiche mercantili.

A proposito, a chi piace c’è chi mette la salsiccia a pezzi, i cubettini di pancetta… Questa ricetta già così è carica di sapori, mi pare che vada bene come sta.

E se vi va beveteci sopra un bicchiere di vino e così avrete risolto almeno il primo piatto.

 

 




17 settembre 2009

Amare verità

La valigia dei sogni e delle illusioni

Amare verità

Si tratta di uno di quei casi che arrivano al lettore, e parlo di lettori consapevoli e forse un po’ arroganti nella loro presunzione di sapere, come una raffica di pugni sparati nel viso. Parlo di una rivista venduta per abbonamento: “La voce del Ribelle”, che vede come padre nobile e animatore il giornalista Massimo Fini, che ha pubblicato nel suo numero una non-notizia, ossia l’impietosa presentazione dei sette principali gruppi editoriali del Belpaese. Non è una filippica o una deplorazione quella che la rivista “La voce del Ribelle” presenta ai suoi tremila lettori  ma solo la constatazione di come nei fatti il grosso di quello che è informazione, spettacolo, intrattenimento e cultura in Italia passa attraverso le strutture di questi colossi finanziari con evidenti agganci politici.

Sono: Rcs Mediagrup, Mediaset-Mondadori, Gruppo L’Espresso, Gruppo il Sole 24 Ore, Gruppo Rieffeser, Gruppo Caltagirone, Telecom Italia Media. Il pezzo firmato da Alessio Mannino è per i soliti ingenui un bella serie di pugni e schiaffi morali, in meno di cinque minuti tutte le illusioni si spengono: anche l’informare è un affare, e va a braccetto con la politica dell’uno o dell’altro polo di aggregazione dei partiti politici attuali. Personalmente in questa ennesima ostentazione delle forme con cui s’esprime il mondo della comunicazione nella presente civiltà industriale vedo il certificato di morte della mia vecchia Italia, retrodatato s’intende.

L’intreccio fra il mondo degli affari e della pubblicità, l’informazione, la finzione, il divertimento e la stessa malafede del pubblico spettatore di questo mondo umano ridefinito attraverso le forme dello spettacolare e dell’intrattenimento mi dà un senso di disgusto.  Manca quel senso del limite nelle cose, quei labili confini che pure sussistevano in passato;  mi riferisco al fatto che il politico era un politico con la sua identità chiara e distinta e non un privato che vive di un ben strano mestiere fatto di pubbliche relazioni, di apparizioni nei salotti televisivi, magari come ospite di programmi fatti apposta, o peggio. Il politico oggi tende a uniformarsi all’uomo o alla donna di spettacolo, a suo modo recita una parte, e non è da escludere che finisca con assumere le logiche dell’attore e dell’imbonitore televisivo. Così prima non era: il politico esprimeva un’identità e un potere che si mostrava attraverso mezzi e riti propri, magari deboli o discutibili, ma propri. Questo percorso di dissoluzione in un qualcosa di spettacolarmente unitario che assume su di sé tutte le contraddizioni è la riprova che il potere reale si è spostato dalla rappresentanza politica al mondo degli affari e della finanza, forse gli esecutivi, per via delle loro funzioni di governo della società e dell’economia, mantengono qualche forma d’autonomia e dei poteri propri.

Di certo il cittadino dei nostri tempi si sta riducendo al consumatore, ossia ad una ben strana figura di umano non più fedele a un Dio o a un Principe come nel Mondo Antico, non parte di una comunità o cittadinanza come nel Medioevo, non latore di diritti e doveri universali come al tempo dell’Illuminismo o del Positivismo. Questo consumatore è l’aspetto umano prevalente e sembra esistere solo in funzione di ciò che produce il sistema della civiltà industriale, i suoi diritti, i suoi doveri, la sua identità, la sua fedeltà sono solo un problema di pubblicità, spettacolo e commercio.

Su questo ha scritto, come al solito,  “La voce del Ribelle” numero doppio agosto-settembre 2009.

IANA per FuturoIeri



sfoglia     dicembre        maggio
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email