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2 febbraio 2012

Il regno della giustizia e il falò delle vanità

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Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Il regno della giustizia e il falò delle vanità

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Il luogo dell’incontro era un piccolo locale vicino a un parco, una specie di chiosco con i tavolini come si vedono in molte capitali d’Europa. L’uomo era lì con i suoi capelli bianchi, ben lavato, cravatta e camicia d’altri tempi, una cartellina in cuoio vecchia, forse con delle carte. Aveva davanti a sé un bicchierino di bianco, un piattino rivelava che aveva mangiato qualcosa, mi accomodai e ordinai altri due bicchieri di quella roba.  Rodolfo Brandimarte era estremamente cordiale quasi familiare, dopo il secondo bicchierino di bianco il vecchio bibliotecario mi chiese di Berlino e del Museumsinsel; conosceva il sistema museale della capitale e di sicuro aveva visitato la città. Mi apprestavo a fare delle domande su cosa era successo durante i primi giorni di apertura del Processo Nazionale contro i vinti della Guerra Xeno, quando ormai in animo di far confidenze tirò fuori dalla tasca un oggetto dall’apparenza un po’ ripugnante, un oggetto circolare schiacciato, rovinato. Era una medaglia, una vecchia medaglia bruciata e graffiata. Mi raccontò una storia accaduta allora, non lontano da questo parco; dove un tempo era stato costruito il Palazzo nuovo del tribunale. Era la triste storia del commendator Pasquali, che fu linciato dalla folla subito dopo l’entrata in città degli Xeno; ma Rodolfo mi rivelava dei particolari di cui era a conoscenza. Mi ricordo quel che disse e inoltre presi anche qualche appunto, così parlò:

 La distruzione del grande palazzo del tribunale avvenne nella Terza Guerra Mondiale durante le prime fasi dell’attacco Xeno che spianarono con le bombe a pressione il quartiere e le piste per gli aerei poco lontane da quel punto. Quell’edificio era un pessimo edificio, presuntuoso, brutto, inquietante; sembrava uscito da un videogioco degli anni Novanta dell’altro secolo o da un film di supereroi statunitensi. A ricostruire qualcosa di serio ci pensò il regime presente che ha in sorte di essere vincolato ai nuovi protettori alieni venuti da Andromeda.Sotto il regime dei raccomandati e dei servi sciocchi controllato dai popoli dell’Atlantico le questioni di giustizia erano affidate a complicati meccanismi burocratici dove dei tristi personaggi pagati con i soldi pubblici e dei privati pagati dalle parti in causa e ambigui amici degli amici creavano degli atti denominati sentenze e tali atti burocratici stabilivano chi aveva ragione e chi torto, le sanzioni, le punizioni, la detenzione in centri carcerari o di cura psichica, o l’innesto di meccanismi di rilevamento sul corpo.Si trattava aldilà delle apparenze e dei proclami roboanti della propaganda di guerra delle genti asservite ai poteri di Atlantide di un clamoroso impasto fra migliaia di procedure burocratiche, opportunismo, desiderio di potere e carriera di alcuni singoli, corruzione sfacciata, aspettativa di mance  e dazioni, minacce da parte di organizzazioni criminali e terroristiche. Poi il sistema venne distrutto dalla Guerra Grossa, le armate di Atlantide furono scacciate dal Vecchio Mondo e gli schiavi e i servi dei loro governatori, delegati e generali che avevano posto al potere vennero processati, ma spesso messi davanti ai loro delitti e giustiziati sommariamente  dalle stesse popolazioni che avevano subito i loro oltraggi, le loro violenze e le infami rapine di beni e di ricchezze naturali. Ma la storia che le voglio raccontare oggi è diversa, è quella del commendator Pasquali Luciano, non so da dove venisse; viveva in un appartamento ben arredato in un palazzo oggi scomparso, forse era un giudice, forse un avvocato, forse un amico degli amici; non so ma era conosciuto come uno di quelli che ci credeva davvero, che voleva quel sistema, che ci aveva lucrato sopra e aveva ottenuto onori e soldi. Quando la città fu assediata e i suoi amici persero il controllo delle colline e dei territori limitrofi alla periferia, il commendatore si chiuse in casa; lo videro rovistare in cantina incurante dei bombardamenti e delle sirene d’allarme, qualcuno dei vicini lo invitò più volte a scappare, ci fu chi cercò di fermarlo per dirgli che in fondo forse per lui era il caso d’andarsene dal momento che qualche strada restava aperta, non aveva senso unire alla sconfitta della sua causa anche la perdita della vita. Ma il commendatore andava dalla cantina alla casa, dalla casa alla cantina con grosse scatole e carte d’ufficio, pareva pazzo; qualche volta lo videro rovistare fa le rovine del Palazzo per cercare qualche frammento della mobilia degli uffici. Così questa cosa fu notata, e qualcuno pensò bene di far la spia, di mandare l’avviso ai primi miliziani filo-xenoi entrati  da poco in città. Forse volevano la sua morte per entrare in casa e metterla a sacco, in tanti si presero delle libertà con la roba altrui in quei giorni. Alla fine salirono le scale una dozzina fra miliziani e guerriglieri e qualche entusiasta dell’ultima ora, metà di loro non aveva né armi e neppure una divisa o un distintivo o una fascia al braccio, la porta fu sfondata con un paio di proiettili e presa a calci, andò giù fra grida e urli. Lo spettacolo che si presentò fu qualcosa di assurdo, i mobili erano accatastati alle pareti, in quello che era il salotto c’era una specie di tenda, come un grosso telo che copriva il pavimento,  fatto da più teli malamente cuciti e tenuti insieme. Il capo dei miliziani era uno che aveva fatto mesi di guerriglia, rimase stupito ma capì che era una sorta di tenda, una tenda messa nel salotto di casa. Chiamò fra il gruppo uno di cui si fidava e entrò dentro con la pistola in mano e il coltello nell’altra, il commendatore era rannicchiato come un bambino al centro della tenda, si era circondato delle cose della sua vita, della sua carriera, aveva creato un mondo di oggetti piccoli e grandi che ricordavano la sua carriera, il mondo come era stato prima. C’era perfino un vecchio computer  della Apple, fotografie, diplomi e certificazioni, una foto del figlio morto in guerra, un vestito da avvocato, il codice civile e quello penale. Ormai era un povero pazzo che viveva nei ricordi di un tempo morto. Il vecchio guerrigliero era sinceramente addolorato in quanto  la scena era patetica e miserabile nello stesso tempo, ma ormai si era spinto troppo in là e fu costretto dalla situazione a prenderlo a forza, a farlo tirar fuori per i capelli, a stordirlo a suon di bastonate. Presero la tenda, ne fecero in sacco e presero il commendatore dolorante trascinandolo per le scale, poco più avanti c’era una piazzetta, un tempo era stata un parcheggio o qualcosa del genere. La tenda fu rovesciata nel mezzo della piazza e tutta la roba cadde rovinosamente, una piccola folla guardò stupita la scena e molti cominciarono a ridere, era una risata di liberazione, il mondo di prima era morto e quella roba rovesciata per terra ne era la rappresentazione simbolica. La folla sembrava una sola maschera di cattiveria e crudeltà, volevano vederlo a pezzi, fracassato, uno che doveva pagare per tutti, poco importava se era ormai un relitto umano, un povero scemo.

Qualcuno fra la folla gridò: bruciamo tutto! Che vada a fuoco il ricordo di questi anni odiosi, criminali e criminogeni!

Lo stesso capo dei guerriglieri era sorpreso, aveva dodici elementi di cui forse solo sei o sette armati ma davanti a lui si era radunata una folla di cento persone, alcune erano armate, con lo sfascio delle polizie locali e delle forze armate migliaia di armi vecchie e nuove erano state prese dai privati per la propria difesa personale, era  a disagio. Forse fu per paura che presentò alla gente riunita il commendatore dolorante e sporco. Tenne un breve discorso nel quale disse che era finita, che ciò che era stato prima aveva cessato d’esistere; quelli che avevano retto il regime erano andati in rotta, fuggiti come sorci davanti ai potenti Xenoi e alle loro armi e non sarebbero tornati e avevano lasciato i loro servi sciocchi e i loro schiavi in preda alla furia di coloro che avevano derubato, oppresso e vessato con mille crimini. Ora era necessario vedere i simboli e le cose del passato, quel passato era morto, occorre capire per dimenticare. Qualcuno gridò che si doveva dar fuoco a ogni cosa, alcuni fra la folla erano diventati come pazzi, esaltati, c’era chi furente aveva la bava alla bocca, alla fina qualcuno si avvicinò e diede fuoco. Il commendatore cercò di avvicinarsi, sembrava un diavolo, con le ultime forze cercò di avvicinarsi agli oggetti di famiglia, alle foto. Fu la folla e non  i miliziani a prenderlo per le gambe a trascinarlo via  e a pestarlo con durezza, gli ruppero le mani, c’è chi dice a morsi per rubare la fede nuziale. Alla fine uno dei guerriglieri lo rovesciò a calci e lo mise supino. Allora videro una vecchia fascia, un oggetto che in passato avevano sindaci e assessori, ma questa era piena di patacche e medaglie, roba di tutti i tipi anche di società sportive e di circoli ricreativi. Era il suo ultimo tesoro e lo aveva stretto intorno alla pancia. Fu ammazzato a calci, bastonate e manganellate mentre stringeva con le sue mani rotte il suo  tesoro, l’ultimo frammento del mondo nel quale era vissuto ed aveva prosperato. Se lo era legato alla pancia e fermato nella carne con degli spilli. Uno della folla prese la fascia e staccò le medagliette e una per volta le lanciò alla folla, souvenir del linciaggio gratuitamente distribuiti a tutti i partecipanti. Molti le presero e le gettarono nel fuoco, un segno di abiura del passato. Poi uno alla volta andarono via da quel posto, e dopo arrivarono i salariati pagati dalla giunta che ripulivano le macerie e portavano via i morti, caricarono il corpo rotto simile a un maiale scannato, presero la robaccia bruciata, si tennero per sè qualcosa che pensavano di valore sfuggito alla folla. Uno di loro era un mio conoscente e mi regalò questa cosa, un delle medaglie del commendatore finita nel fuoco, credo sia di una qualche associazione sportiva probabilmente sciolta da decenni.

Rodolfo Brandimarte finì la storia e tirò giù tutto il vino, con calma riprese il filo del discorso e mi disse che la vicenda poteva sembrar strana a uno studioso figlio della Germania, ma era necessario capire la storia di queste terre sempre dominate dai forestieri, da piccoli tiranni, generali  e despoti domestici e demagoghi corrotti e corruttori alzati al potere da eserciti stranieri e da poteri finanziari che non sanno neppure offendere nella comune lingua. Il dominio forestiero e il servo locale asservito agli stranieri avevano reso le popolazioni piene di odio e di rancore, un rancore che non sapeva esprimersi politicamente o militarmente finchè gli Xenoi e la loro guerra non hanno risolto la questione armando una parte della popolazione e sollevando sotto le loro insegne milioni di malcontenti e dissidenti. Questo fatto storico è a mio avviso in continuità con la storia del Belpaese, quante volte una calata di eserciti o di barbari in armi aveva distrutto imperi o regni secolari con il seguito di vendette, saccheggi, stragi, violenze private, sostituzione di podestà e di governatori,locali e perfino di leggi e consuetudini. I popoli della penisola erano di fatto il frutto di sedimentazioni di popoli stranieri, d’invasori, di leggi e costumi esito di guerre e invasioni e ad ogni calamità seguivano le abiure collettive di fedi di fazione, politiche e religiose.Quanti episodi di pestaggio e omicidio collettivo si sono avuti in queste terre a causa del passaggio di eserciti forestieri o del cambio di regimi corrotti e dispotici dall’inizio della storia è incalcolabile. Chiesi se era possibile fare due passi e lui si offrì di raccontarmi la storia del quartiere in quei giorni di transizione dal vecchio al nuovo mostrandomi i luoghi e cosa era rimasto del passato, curiosamente volle pagare lui il conto. La giornata era bella, l’aria pulita e fresca.





23 novembre 2011

Le tavole delle Colpe di Madduwatta: Dominati e dominanti nel Belpaese

 




Una storia antica si ripete, il padrone straniero batte un colpo e il Belpaese risponde,talvolta a modo suo. Il 2 maggio 1945 le forze armate della Wermacht che Hitler aveva  collocato nella Penisola si arresero alle forze armate alleate, inizia sotto il presidente statunitense Truman  la pagina dell'Italia  colonia culturale, economica, morale e civile degli Stati Uniti; e tanto per non sbagliare di lì a breve portaerei di terra per gli aerei da guerra a stelle e strisce sul mediterraneo infestato da terroristi e agenti comunisti.  Le forze che si opponevano a questo erano le solite forze d'opposizione italiane ossia divise su tutto e settarie e  destinate a restare sempre fuori dalle stanze che contano e dove si decide qualcosa. In particolare i Comunisti italiani erano la principale opposizione all'egemonia statunitense sulla penisola e avevano un peso politico e sociale ma mai sono andati al potere con le bandiere rosse al vento e  le insegne della falce e martello stampate sopra. Alcuni ex comunisti pentiti dopo mezzo secolo  e sotto le insegne di un riformismo laburista in salsa italiana e con un ex democristiano come premier il professor Prodi sono arrivati a prendere alcuni ministeri. Fine. Per il resto si tratta di una storia antica già nota tante volte scritta; il presidente Truman si aggiunge alla lunga schiera di dominatori e padroni forestieri quali Teodorico, Alboino, Carlo Magno, l'Imperatore Barbarossa, Federico II, Francesco I, Carlo V, Napoleone, Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele II. Tutti questi personaggi sono fondatori di periodi più o meno intensi di dominio straniero sulle terre e i beni delle genti difformi della Penisola, il Savoia non si salva dalla lista sommaria qui esposta perchè la Repubblica ha abiurato con la sua fondazione il passato monarchico e autoritario del fu Regno d'Italia. Quindi anche quel periodo diventa per forza di cose dominio straniero. Oggi il dominio Statunitense in Italia è in crisi e a mio avviso il presidente del consiglio appena deposto dal parlamento italiano  ha pagato questo passaggio, o forse dovrei scrivere per  questo cambiamento di pagina.  Per far capire cosa intendo osservo che il mito americano si va dissolvendo, gli anni dove si poteva fare un manifesto politico ricopiandolo dalla pubblicità commerciale sono morti, sono morti anche gli anni ottanta del denaro facile del mito reganiano in politica, del neo liberismo rimane solo l'incubo della povertà per milioni di piccoli borghesi e l'arrocco dei privilegi e delle impunità da parte di piccolissime minoranze di miliardari e di superburocrati. Piccole minoranze di straricchi disposti a tutto pur di comprarsi politica e nazioni al riparo dallo strapotere delle multinazionali e dei diversi complessi militar-industriali legati alle potenze imperiali. Il mito umano e metafisico di Berlusconi apparteneva a una parte del Belpaese che credeva in una versione ridotta e stracciona del sogno made in USA, per milioni di elettori era il fondatore di una dinastia imprenditoriale  e politica che ricordava la telenovela di Dallas, la serie con il mitico e cattivissimo J.R. Il cavalier nero era per milioni di elettori l'uomo milanese che aveva creato da sè una grande dinastia familiare proprio come quelle delle telenovele made in USA. Quest'uomo  anche per i suoi scandali sessuali, giudiziari, politici, privati, per milioni d'italiani fu d'esempio e occasione d'invidia e di approvazione aperta o tacita.   Il potentissimo Berlusconi era la biografia di tanta parte del Belpaese; e questo prima di venir eletto. Quel tempo è finito e frequentemente sulla rete o in televisione si sente il rombo degli aerei da bombardamento della NATO e statunitensi nel Mediterraneo e nel lontano oriente. Infatti le prime mosse del cosidetto governo tecnico sono superpolitiche e di allineamento  alla politica estera di Stati Uniti e ex Impero Inglese guarda caso proprio sull'Iran paese che fa buoni affari con cinesi e russi e perfino con gli italiani e che è messo sotto pressione e minacciato di aggressione militare da  parte di Israele, USA e da ciò che resta del fu Impero Inglese. Solitamente Berlusconi aveva buoni rapporti con i leader russi e cinesi, a mio avviso questo era un motivo in più per tanti partigiani e tifosi  della causa statunitense in Italia  per invitarlo a lasciare la Presidenza del Consiglio.  Il tempo di Berlusconi è finito quando sono morti per milioni d'italiani i suoi sogni propagandistici da pubblicità commerciale e il suo mito americano di quarta mano. Spero che la sua uscita si porti dietro chi ha creduto in queste cose pessime e funeste, aggiungo che se ci sarà un Italia sarà fondata sull'ennesima abiura dei popoli della Penisola verso un passato ritenuto indecoroso, quel passato è questo presente.

IANA
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Dallas_(serie_televisiva)
http://it.wikipedia.org/wiki/Larry_Hagman
http://www.lettera43.it/attualita/32040/la-russia-inaccettabili-le-sanzioni-usa-all-iran.htm
http://www.notiziarioitaliano.it/index.php/mondo/82706-programma-nucleare-sanzioni-all-iran
http://anpi-lissone.over-blog.com/article-19147943.html
http://www.iran.it/




23 novembre 2011

Terzo libro delle tavole di Madduwatta: L'eredità di una Grande Guerra

Il comune buonsenso vede un mistero nelle origini del fascismo, in realtà se si colloca la questione della sua presa del potere fra il 1919 e il 1922 si capisce quanto in profondità la Grande Guerra avesse devastato la società italiana e dissolto molti legami civili e morali che la tenevano assieme. In generale mi sento di scrivere che la guerra tende a non esaurirsi con il fatto militare o con i trattati di pace ma al contrario essa influisce sul futuro di quanti vi hanno preso parte e se è totale ne rovescia la vita e dissolve il senso delle cose. La guerra distrugge e crea la realtà che dovrà esser chiamta a ricostruire, essa è un processo dinamico con aspetti fortemente creativi e tende a operare enormi distruzioni fisiche e materiali e anche psicologiche e culturali. Oggi  le sedicenti democrazie vanno in guerra con popoli poveri e stranieri, la stessa democrazia dovrebbe istigare i reggitori del potere finanziario e politico a più miti consigli, linvece c'è una certa sottomissione nella pubblica opinione; l'esperto, il demagogo televisivo, il sofista corruttore della carta stampata lodano e giustificano i nuovi conflitti come se fossero partite di calcio fra "impiegati scapoli contro quelli ammogliati"o cose della pallavolo femminile. Manca ai media il senso della responsabilità e alle società private che aiutano i servizi segreti a far passare nella pubblica opinione una certa idea del nemico di turno il senso profondo di ciò che fanno e di quanta violenza irrazionale immettono nelle  popolazioni che compongono le sedicenti odierne democrazie. Forse in fondo finanzieri, politici a pagamento, opinionisti, scellerati, sofisti televisivi, banchieri  amorali e masse di elettori corruttibili  e cattivi  desiderano la fine delle libertà di tutti per mezzo di un grande disastro militare, non riescono a confessarlo neanche a loro stessi, ma di questo si tratta; è l'urlo che viene dal profondo  della loro psiche. La guerra è una pericolosa avventura, l'inizio è certo, la fine mai. In troppi nel profondo desiderano la guerra totale, quella guerra definitiva che distrugge il loro mondo e queste "democrazie all'Occidentale" ormai composte da masse elettorali di umani scellerati, imbelli, dissoluti e corrotti e plagiati dalla pubblicità commerciale fin dall'infanzia.



 L’eredità della guerra  a Firenze

 

Il linguaggio politico italiano dei primi anni del dopoguerra rimase pervaso dall’odio e dalla violenza.

La propaganda di guerra[1] aveva portato nel discorso pubblico e politico  le categorie di amico e di nemico, la criminalizzazione dell’avversario politico  e il disprezzo dei miti e simboli altrui.  

Nei primi anni del dopoguerra, le forze socialiste ed operaie in Italia costruirono un loro universo simbolico derivato dalle sofferenze e dai lutti generati dal conflitto mondiale.  Era un universo fondato su un antagonismo feroce nei confronti del tentativo della classe dirigente della penisola di costruire un mito pubblico della guerra volto a celebrare la Nazione e la “Nuova Italia” uscita vittoriosa dal conflitto.  Le forze di sinistra indicarono senza appello le responsabilità delle sofferenze e la borghesia era da loro additata alla riprovazione universale per i lutti, le privazioni, e i disastri provocati con la guerra.  Il 5 dicembre 1918 le associazioni e le forze politiche socialiste dirette al Parterre, nella piazza che era stata teatro della manifestazione solenne del 1916 per il genetliaco del re, in corteo per commemorare i “morti proletari in guerra” furono oggetto di una pesante provocazione. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale” il 6 dicembre scrissero di questo incidente nella cronaca,  affermando che i manifestanti furono fermati da gruppi organizzati di studenti, reduci e mutilati, i quali mentre parlava l’On. Pescetti provocarono gravi incidenti facendo fallire la manifestazione. I quotidiani sottolinearono che gli aggressori s’allontanarono cantando a tutto fiato l’inno di Mameli, mentre i socialisti, quando si ricomposero, cantarono l’inno dei Lavoratori. In questo episodio, come in molti altri, i canti[2] erano la rappresentazione sofferta e partecipata di un omaggio funebre di parte. Il giorno precedente “La Difesa” aveva lanciato un appello rivolto a “tutti i proletari” per mostrare ai patrioti fiorentini, definiti “quattro gatti”, la forza e il seguito di cui godevano i veri eroi; ossia coloro che “deprecarono la guerra e nella guerra perirono”. L’appello era rivolto a: “Quanti hanno mente, cuore, fede socialista”, in modo che tutti potessero vedere la lealtà e il coraggio dei militanti socialisti. Infatti la chiamata a raccolta affermò senza mezze parole che: “Ogni diserzione è un’offesa alla memoria dei “nostri” caduti ed all’idea nella quale tenacemente sperarono. Proletari in piedi![3]” Il 28 dicembre lo stesso periodico fece un’analisi dell’evento delineando esattamente chi erano i manovratori politici e cosa volevano: “Ed ora che la guerra è finita, la reazione continua. Si mantengono ancora in vita le associazioni di resistenza attraverso le quali la reazione si compie. Ne avemmo un esempio evidente colla provocazione di domenica scorsa, nella quale si giunse all’assalto a mano armata quando sorse a parlare il vecchio deputato Beppe Pescetti, quasi si volesse ripetere il gesto che tolse la vita a Giovanni Jaures…”[4].

Questo avveniva contemporaneamente alla richiesta da parte dei socialisti fiorentini delle dimissioni della giunta Serragli[5], colpevole di malversazioni nella gestione di

 

stoffe, destinate ad essere poste in vendita per calmierare  i prezzi nel contesto della politica annonaria del Comune nell’ultimo anno di guerra.

Le commemorazioni funebri, atto di pietà religiosa, divennero fin dal dicembre del 1918 terreno di scontro politico, di dimostrazione di fede ideologica e di potere.

 “La Difesa”, per sottolineare  la propria identità politica opposta e diversa rispetto a quella borghese,  non esitò  nell’appello[6]  del 14  dicembre a scrivere  a proposito dei soldati caduti che si trattava di “nostri morti”.

Il blocco politico[7] che aveva fatto sua la causa della guerra e l’aveva gestita era ben deciso a continuare la sua lotta politica anche nel dopoguerra, mantenendo ben salde le posizioni di potere che aveva raggiunto all’interno dell’amministrazione comunale. La primavera-estate del 1919  Firenze vide la nascita di organismi e associazioni come la Lega antibolscevica, l’Associazione agraria Toscana e lo scatenamento di tumulti annonari[8] causati dal carovita. Nello stesso periodo cresceva la forza e il consenso per il Partito Socialista che ottenne alle elezioni del 1919 un risultato storico a Firenze, superiore alla media nazionale.

            In questo contesto[9] il 24 aprile 1919, in piazza Ottaviani, i primi aderenti al fascio fiorentino aprirono la loro sede nello stesso edificio dell’Associazione Nazionale dei Combattenti.  I fascisti agirono in modo da compensare lo scarso numero di aderenti con la violenza fisica e verbale portando avanti “quella che qualcuno ha voluto chiamare, a Firenze, “guerra incivile”, tanto fu lo scontro in mano ai facinorosi, ai violenti, a gente che stimava che la forza dovesse sostituirsi allo scambio di idee, al confronto fra le ragioni addotte tra le parti”[10].

Nel luglio del 1920, in periodo pre-elettorale per il rinnovo delle cariche amministrative, “La Difesa” pubblicò un articolo di denuncia in merito alle continue pesanti provocazioni delle camicie nere, affermando che era tempo di rispondere con la forza.  La violenza esplose il 29 agosto 1920. Nel corso di una manifestazione di protesta che sfilava per il centro di Firenze si verificarono alcuni incidenti, nei quali restarono uccisi un commissario di polizia e due manifestanti.  Le esequie del commissario furono celebrate in forma solenne con la partecipazione delle autorità.

Anche le altre due vittime furono accompagnate nel loro ultimo viaggio terreno con una cerimonia civile alla quale partecipò una folla di migliaia di persone,[11] decisa ad esprimere netta ostilità contro le autorità politicamente schierate. Gli onori funebri si erano trasformati in un rito pubblico nel quale le forze contrapposte palesavano la consistenza delle adesioni alla loro causa.

Le elezioni amministrative del novembre del 1920 si svolsero in un clima rovente, con i socialisti accusati esplicitamente di essere traditori della patria; la consultazione elettorale fu favorevole al blocco “anti–socialista” e l’esito avrebbe portato alla formazione della giunta Garbasso.  Il 7 novembre del 1920 un corteo socialista, che manifestava a seguito della diffusione delle notizie sul risultato elettorale in città, fu fatto oggetto di colpi di rivoltella sparati dai fascisti e subito dopo disperso[12]  dalla forza pubblica.

Sparatorie avvennero in altri luoghi della città, fu anche lanciata una bomba in via Roma. Le responsabilità dell’attentato furono subito attribuite ad un socialista e ad un delinquente comune suo presunto complice. Il fine di quelle provocazioni era di creare una situazione torbida e confusa in modo da accusare i socialisti di sovversione e, come era già accaduto durante la guerra, di tradimento. “Il Nuovo Giornale” lanciò la notizia che i socialisti si erano organizzati in gruppi armati di rivoltella che minacciavano gli avversari.  Fu facile, per le componenti politiche del blocco, accusare i socialisti di aver ucciso due persone vicine al loro schieramento; furono organizzati  funerali solenni per queste “vittime del terrore rosso” che ricordavano l’omaggio funebre che veniva tributato agli eroi di guerra.

L’11 novembre 1920, in concomitanza con i festeggiamenti del genetliaco reale, sfilò il corteo funebre. Durante il percorso vi fu una provocazione e scoppiò un tafferuglio, forse provocato dai fascisti; i quali per ottenere maggiore visibilità sfilarono anche dopo il corteo[13], nonostante i divieti delle forze dell’ordine, percorrendo di nuovo le vie cittadine.

Lo scopo di tale prova di forza era certamente dovuto al loro desiderio di mostrarsi come l’unica forza politica in grado d’imporre ordine e sicurezza nella città.  Il 27 febbraio 1921 la bomba di un’ignota mano terroristica esplose in mezzo a un gruppo di studenti liberali che formavano un corteo patriottico diretto in piazza dell’Unità d’Italia per onorare i caduti deponendo una corona d’alloro sull’obelisco.

L’esplosione ferì a morte lo studente Carlo Menabuoni che morì dopo giorni d’agonia. La vittima successivamente fu oggetto di una mitizzazione tesa a mostrare il defunto quale esempio di caduto fascista ed ex combattente eroico ucciso a tradimento mentre partecipava ad una manifestazione patriottica in memoria dei caduti. Per la verità il Menabuoni era affiliato ai giovani liberali e nel corso del conflitto mondiale cadde prigioniero, forse aveva delle simpatie per il fascismo, tuttavia la sua trasformazione in martire della causa fascista  è stata una evidente strumentalizzazione.

Si scatenò la caccia all’uomo e i fascisti, organizzati in cinque bande armate, percorsero la città. Una di queste prese di sorpresa il sindacalista Spartaco Lavagnini[14] sul lavoro e lo uccise.

Il sindacalista era molto conosciuto e uccidendolo intesero eliminare un punto di riferimento ed un simbolo delle lotte operaie fatte a Firenze durante la guerra.

Questa violenza scatenò una guerriglia urbana[15] che colse gli stessi fascisti impreparati. Il 27 sera, a seguito della morte di Lavagnini, i ferrovieri proclamarono uno sciopero per il giorno dopo, i tranvieri aderirono all’agitazione perché alcuni colleghi erano stati picchiati dai fascisti. Il 28 febbraio verso le 9 avvengono i primi scontri fra fascisti e scioperanti a Porta a Prato. La spedizione fascista contro il rione sovversivo di San Frediano partì in tarda mattinata e, inaspettatamente, le squadre non riuscirono ad entrare nel quartiere. Furono fermate e costrette a difendersi dalla reazione popolare presso via dei Serragli e Piazza Tasso. Una spedizione che doveva raggiungere Sesto Fiorentino fu bloccata da una folla inferocita presso Castello, un rione fiorentino al confine fra i due comuni, ed i fascisti per evitare il linciaggio si barricarono nella villa del Tenore Caruso. Contro i fascisti e la polizia vennero erette, nelle strade di Firenze, delle barricate, presidiate anche con le armi. Nel primo pomeriggio interi quartieri popolari erano fuori controllo e a quel punto l’esercito attaccò con il 69° e l’84° fanteria, forti di autoblindo, artiglieria e mitragliatrici. La difesa era incentrata sulle barricate e su ostacoli difesi da qualche arma da fuoco e dal lancio di oggetti, si registrò perfino il lancio di un acquaio di graniglia su un autoblindo.

L’attacco militare nei quartieri d’Oltrarno eliminò le barricate con l’uso delle autoblindo e in qualche caso dell’artiglieria. Nel tardo pomeriggio l’esercito ebbe ragione dei difensori e passò agli arresti dei sospetti. In questa situazione di guerriglia urbana avvenne l’uccisione di Giovanni Berta che diverrà il “caduto fascista” fiorentino più noto e di conseguenza il più esaltato  dal regime che gli dedicò addirittura una città nelle colonie e lo stadio di Firenze. Si trattò, con ogni probabilità, di un pestaggio mortale attuato da più persone, forse di un delitto di folla.  Il Berta transitava in bicicletta sul Ponte Sospeso, nei pressi dell’attuale Ponte alla Vittoria quando venne fermato, picchiato e scaraventato in Arno. Giovanni Berta era figlio di un famoso industriale fiorentino ed ex marinaio che, nel corso del conflitto, aveva fatto naufragio per causa belliche e si era salvato a nuoto. Sapeva quindi nuotare, la sua morte è quindi da imputare al pestaggio subito.

La sera fu ucciso presso Varlungo dai difensori di una barricata il brigadiere dei carabinieri Loy che, convinto che lo scontro armato fosse cessato, si era avvicinato inconsapevolmente al blocco stradale. Il giorno successivo il 1 marzo fu eretta una barricata dalle parti di via Erbosa, in piazza del Bandino, che bloccava l’accesso a cinque strade. Un maresciallo dei carabinieri con quindici attaccanti cercò di sgombrare  la barricata, fu ucciso dal lancio di alcune bombe a mano. La barricata fu eliminata dall’intervento dell’esercito che arrivò sul posto con una sola autoblindo e due cannoni. I Bersaglieri intervennero in Santa Croce,  a Ponte a Ema ed a Scandicci fu usata l’artiglieria e le mitragliatrici per rimuovere le “forze ostili”.

“La Nazione” uscì il 2 marzo con un titolo in prima pagina che sembrava riprendere le edizioni edite durante il conflitto: “Le strade di Firenze insanguinate dalla guerriglia civile. Un tragico bilancio: 15 morti e 100 feriti.” I titoli interni furono scritti come se il quotidiano stesse riportando la cronaca di una battaglia: “moto insurrezionale nel quartiere di San Frediano. Le mitragliatrici in azione – Numerose vittime – Feroce vendetta contro un “fascista” altri dolorosi conflitti-arresti e alcune perquisizioni”.  In terza pagina i titoli non erano meno forti e mostrano l’eccezionale portata di quella violenza e la continuità fra il linguaggio della propaganda politica e quello della propaganda di guerra: “Rivolta nel quartiere di Santa Croce. L’uccisione di un maresciallo dei carabinieri al Bandino – Lancio di bombe – Tentativo d’assalto ad una caserma – L’artiglieria in azione – altri morti ed altri feriti – L’ultimatum dei fascisti al comitato comunista – la cessazione dello sciopero”.

Il giorno successivo, il 3 marzo, fu pubblicata la cronaca dei fatti di Scandicci, con questo titolo: “Il moto insurrezionale di Scandicci domato dall’artiglieria”. Questo titolo per quanto enfatico era veritiero: vennero sparati circa tremila colpi di mitragliatrice e qualche tiro di una batteria di pezzi da 75 per arrivare alla conquista del Comune.

Il  giorno antecedente “Il Nuovo Giornale” uscì in edicola con un editoriale[16] che

addossava tutta la responsabilità delle violenze ai socialisti ed agli operai.

I due quotidiani conservatori rivelano che il linguaggio di guerra era il naturale mezzo per descrivere la situazione,  in un certo senso la guerra si era proiettata oltre la fine del conflitto.

 La lotta per il controllo di Firenze arrivò, ad una svolta attraverso un’azione principalmente militare, e solo in parte squadristica, rivolta contro la popolazione di alcuni quartieri. A causa di queste violenze ritornò con nuova forza in città quel linguaggio politico e giornalistico derivato direttamente dalla propaganda bellica che demonizzava l’avversario, incitava all’odio, esaltava e presentava come eroi i morti della propria parte, i quali divenivano le prove più evidenti e più sacre della santità della causa che veniva attribuita al loro sacrificio supremo. I fatti di Firenze furono riportati con molta enfasi dalla stampa nazionale; a questo proposito “L’Avanti” affermò  che ormai “La stampa dipende dai pescecani”[17] e di conseguenza s’era schierata dalla parte dei fascisti.

L’analisi dei fatti accaduti fu fatta dal quotidiano il 5 marzo 1921 e fu molto semplice: “…si vede come la condotta dei fasci non sia la ritorsione contro gli atteggiamenti delle organizzazioni operaie, ma invece dipenda da tutto un preordinato piano d’azione col quale si mira a distruggere quei fortilizi di resistenza che la classe operaia si è creata attraverso tanti anni di sacrifici e lotte.” Il quotidiano sottolineava che quest’impresa organizzata militarmente aveva causato 16 morti, 200 feriti e 500 arresti Il marzo del 1921 si caratterizzò per il clima di tensione diffuso che sfociò in pestaggi e anche uccisioni in tutta la Toscana; violenze particolarmente gravi accaddero a Empoli e a Foiano della Chiana.

Con l’acquisizione del linguaggio di guerra da parte delle forze politiche anche le onoranze funebri ai caduti per la causa divennero oggetto di costruzione di identità e di scontro.

In questo contesto l’8 agosto 1921, si verificarono degli incidenti nella strada che porta al cimitero di Trespiano. Una delegazione degli Arditi del popolo, mentre si recava ad onorare i caduti in guerra, si scontrò con una delegazione dell’Associazione Nazionale Mutilati di Guerra, in modo tale da provocare la reazione delle guardie regie che intervennero disperdendo il corteo.  Il 7 dicembre del 1921 fu invece il funerale di un operaio, un lutto privato e non pubblico, l’occasione per altri pestaggi fascisti contro quelli che avevano espresso una solidarietà di classe[18] verso il defunto.

I riti funebri rappresentarono uno strumento di manifestazione della propria identità e presenza politica durante quegli anni. Questo fatto si era reso possibile perché la Grande Guerra aveva creato le condizioni perché il culto verso i morti fosse, sia nel discorso pubblico sia a livello culturale, un confronto con la propria memoria, la propria identità politica e quindi con l’immagine di sé. I morti per la causa erano i testimoni di una passione e di un comune partecipare ad una ideologia. Il fascismo a livello nazionale cercò di trasformare gli squadristi uccisi e i simpatizzanti ammazzati, veri o presunti tali, in eroici caduti; in un certo senso in nuovi martiri di carattere politico.

L’obiettivo dei fascisti era creare anche a Firenze il culto dei caduti fascisti e per costruire questo nascente mito, che nelle loro intenzioni doveva avere un rilievo nazionale, scelsero il cimitero delle Porte Sante, ossia il cimitero monumentale di San Miniato. La loro prova di forza in materia di uso strumentale dei riti funebri la tennero solo nel 1924 quando, premuti da un’opinione pubblica ostile a causa dell’efferato delitto Matteotti, decisero di andare sino in fondo, imponendo la loro mitologia funebre a tutta la cittadinanza.

Il 23 ottobre 1924, Padre Ermenegildo Pistelli[19] trasformò il pietoso rito di inaugurazione di un monumento in memoria di tre maestri caduti in guerra in una cerimonia fascista, alla quale parteciparono insegnanti e gli alunni delle elementari[20]. I bambini sfilarono davanti al ricordo modellato come un’ara romana e salutarono romanamente.

Il 24 ottobre furono tre avanguardisti, morti in una spedizione armata contro gli oppositori avvenuta a Sarzana nel 1921, ad essere tumulati con un rito che intendeva riaffermare il primato del fascismo su tutti i partiti[21], mentre il 28 ottobre per la ricorrenza della marcia su Roma esercito e camicie nere assieme inaugurarono un monumento[22], peraltro piuttosto brutto, ad uno squadrista ucciso nel luglio del 1921.  Il 2 novembre un gruppo di cittadini evidentemente arrabbiati appesero in una cappella privata un ritratto funebre di Giacomo Matteotti; ne seguì una colluttazione con i fascisti, intervennero i carabinieri[23] per sedarla. L’elemento del ricordo dell’eroe caduto si era così trasferito dal contesto della propaganda di guerra in quello della vita politica, anzi nel caso di Matteotti si può dire che la condanna dell’omicidio politico e la conseguente identità politica antifascista passasse per l’esibizione del suo ritratto funebre.

Il ricordo dei morti era ben presente nel discorso politico del primo dopoguerra, questo fatto era concomitante con il problema dei ritorno delle salme dei caduti dai cimiteri di guerra  e delle loro onoranze funebri,  una questione questa  rimasta  irrisolta subito dopo la fine della guerra.


 



[1] L’esperienza di guerra e la propaganda avevano creato un linguaggio fondato sulla coppia di opposti Nemico/Amico. “…Possiamo definire dicotomizzare un permanente abito mentale dell’età moderna che sembrerebbe possibile fra risalire alla realtà della Grande Guerra. “Noi” siamo tutti da questa parte, il nemico sta dall’altra. ”Noi” siamo individui con nome e identità personali; “esso” è soltanto un’entità collettiva. Noi siamo visibili, esso è invisibile. Noi siamo normali; esso è grottesco. Le cose che ci appartengono sono naturali; le sue strane. Il nemico non è buono come lo siamo noi”. Paul Fussell, La Grande Guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna, 2000, p.97. 

 

[2] La Difesa”, 19 dicembre 1918; anche “La Nazione” del 14 dicembre diede notizia della manifestazione.  Tra i “quattro gatti” che provocarono gli incidenti c’era l’artista e ex ardito Ottone Rosai ; su questo cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino,1919-1925, cit., p.53.  In generale sulla storia del canto politico in Italia dalle origini fino ai nostri giorni cfr. Stefano Pivato, Bella Ciao, canto e politica nella storia d’Italia, Laterza, Bari, 2005

 

[3] “Cfr. “La Difesa”, 19 dicembre 1918

 

[4] Cfr. “La Difesa”, 28 dicembre 1918

 

[5] Lo scandalo aveva per oggetto il costo spropositato di una partita di pessime stoffe acquistata dal Comune nel contesto delle iniziative prese per sostenere lo sforzo bellico. Il fatto provocò le dimissioni del sindaco e la caduta della giunta.  Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986, p.111. e Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki Editore, Firenze, 2001, p.75 e p.112.

 

[6] Tra la fine del 1918 e per tutto il 1919 “La Difesa” fu energica nel rivendicare l’impegno e la lotta sostenuta dagli operai e dagli umili durante la Grande Guerra, arrivando infine  nell’aprile del 1919 ad affermare che il patriottismo borghese che stava organizzando i suoi riti pubblici era una reazione alle manifestazioni e alla presenza socialista. Cfr. “La Difesa”, 19 aprile 1919.

 

[7] Sul determinante sostegno del quotidiano “La Nazione” ai gruppi politici che facevano propria la lotta antisocialista: cfr. Indro Montanelli, Giovanni Spadolini e aa.vv., La Nazione nei suoi cento anni, Tipografia del Resto del Carlino, Bologna, 1915, pp. 114 – 115.

 

[8] Sui tumulti annonari nella città di Firenze cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, I tumulti annonari nella Toscana del 1919, Olschki, Firenze, 2001

[9]  “Alle elezioni del 1919 il successo socialista è considerevole: 8 deputati (contro 3 popolari, 2 liberali e 1 democratico) e 92.000 voti (contro 33.000 ai “Costituzionali” e 40.000 ai cattolici del partito popolare). E questo successo è superiore alla media nazionale. Ma la sua stessa portata preoccupa la destra nazionalista, la classe media (commercianti e piccoli artigiani) ed i cattolici, che l’anticlericalismo dei “massimalisti” spaventa”. Pierre Antonetti. Storia di Firenze, Edizioni scientifiche Italiane, Napoli, 1993. Sul contesto nel quale si costituì il fascismo fiorentino Cfr. Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, cit., p.113.e Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., p. 51 - 68. Cfr. Roberto Bianchi, Bocci-Bocci, i tumulti annonari nella Toscana del 1919, cit.

 

[10] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 1986, p. 402.

 

[11] Roberto Cantagalli nel suo saggio scrive che ai funerali di coloro che erano morti durante la manifestazione parteciparono circa 50.000 persone.  Lo scrittore Vannucci  racconta che si trattò di una folla con di poche migliaia di partecipanti.  Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit, pp.114 - 115.    Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 495.

 

[12] Cfr. “Il Nuovo Giornale” e “La Nazione”, 8 novembre 1920.

 

[13] Cfr. “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1920; sulle violenze avvenute nel 1920 a Firenze. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, p. 23.

 

[14] Spartaco Lavagnini, Arezzo 1886 – Firenze 1921. Diplomato ragioniere fu uno dei sindacalisti impegnati durante gli anni della guerra a difendere i diritti degli operai. Al momento della morte era un  impiegato delle Ferrovie e segretario del Sindacato dei Ferrovieri della sezione di Firenze. Ricoprì anche il ruolo di direttore del giornale “La Difesa”.   Cfr. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 - 1925, cit., pp.147 - 173. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 – 29.

 

[15] Per quel che riguardala ricostruzione dei fatti di quei giorni sono stati presi come testi di riferimento: Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993,  Giorgio Spini, Antonio Casali, Firenze, Laterza, Bari, 1986. Roberto Cantagalli, Storia del fascismo fiorentino, 1919 – 1925, cit.

 

[16]  “Il Nuovo Giornale” uscì nelle edicole il 2 marzo, trascorsi i due giorni decisivi di violenze, intitolando la prima pagina: “Tre giornate di sangue, d’orrore, d’incendi a Firenze”. L’editoriale del direttore Banti affermava che un gruppo di “parricidi perché assassini della patria” pagati dagli stranieri avevano scatenato la sommossa.  La cronaca de “La Nazione” del 3 marzo descriveva il ritorno da Scandicci, che avevano preso a colpi di cannone e di mitragliatrice, del corteo dei camions con i soldati vincitori, i quali sfilarono per Porta San Frediano ed i Lungarni esponendo sopra un camion un ritratto di Lenin preda bellica, come se l’azione fosse stata un fatto di guerra. Dopo di loro sfilarono per le strade anche i fascisti. I giornali fiorentini enfatizzarono le violenze di quei giorni e i loro articoli influirono su come i fatti furono successivamente ricordati. Cfr. Alberto Marcolin, Firenze in camicia nera, Medicea, Firenze, 1993, pag. 24 -25.

 

[17] “L’Avanti”, il 1 marzo 1921, pur non avendo ancora tutti i dati per comprendere le proporzioni dei fatti, pubblicò un articolo di denuncia sulle violenze avvenute a Firenze ed indicò nei giornali borghesi i complici degli assassini.  Fu anche pubblicato il necrologio funebre di Spartaco Lavagnini, che ricordava per toni e termini quello dei caduti durante la Grande Guerra.  Subito dopo i fatti violenti, una volta riportato l’ordine con la forza in città, dalle officine di proprietà della famiglia Berta furono licenziati tutti gli operai; la stessa cosa accadde alle Officine Galileo.

 

[18]  “La Nazione”, 9 agosto 1921. Il pestaggio che seguì i funerali dell’operaio ucciso è riportato nella cronaca de “Il Nuovo Giornale” dell’8 dicembre 1921.

 

[19] Cfr. “La Nazione” e “Il Nuovo Giornale”, 24 ottobre 1924.

 

[20]  Le cerimonie in ricordo dei maestri caduti furono due, la prima per il ritorno delle salme il 17 gennaio 1924 e l’altra per il monumento-ara del 23 ottobre 1924. Cfr. Dino Barzotti, Ubaldo Bifoli, Carlo Donnini, Maestri delle scuole elementari di Firenze,  Giuntina, Firenze , 1925.

 

[21] Cfr. “La Nazione”,  24 e 25 ottobre 1924

 

[22] Cfr. “La Nazione”, 29 ottobre 1924; “Il Nuovo Giornale”, 28 e 29 ottobre 1924

 

[23] Cfr. Marcello Vannucci, Storia di Firenze, Newton Compton, Roma, 2000, p. 515

 




18 giugno 2011

M.Moore tradotto da Franco Allegri

Regali dell’Ultimo minuto per 6 Gruppi Bisognosi d’Aiuto Questo Natale


Regali dell’Ultimo minuto per 6 Gruppi Bisognosi d’Aiuto Questo Natale
… una lettera di Babbo Natale


20 Dicembre 2010
Ho! Ho! Ho! E Buon Natale a tutti voi!
E’ ancora quel momento dell’anno e sono stato così impegnato nel fare Xbox, E-readers e coperte con gli stemmi sopra che a volte dimentico che ci sono altri come me che fanno lavori buoni, ma hanno bisogno di qualche aiuto.
Questi altri “Babbi” operano con bilanci esigui e necessitano di soldi per fare le loro azioni.
Per sfortuna non possono fare quello che faccio io per coprire il costo delle mie operazioni.
(Io affitto le mie attrezzature al Polo Nord a Superman 11 mesi all’anno e lui le usa come la sua Fortezza della Solitudine.)
Così la signora Claus, gli elfi, le renne ed io ci chiediamo se voi potreste fare una donazione dell’ultimo minuto ad una delle 6 organizzazioni valorose che ho elencato sotto.
O farlo come un dono a nome di qualcun altro e di fare di quello il loro dono di Natale (quindi meno camini da scendere per me. Lo so, lo so, basta con gli hamburger nelle frittelle dolci.).
Dopo questi Santa andranno in giro ed useranno il vostro denaro per fare doni più grandi di ogni cosa che io avrei potuto fare nel mio laboratorio.
Ecco le associazioni:
** IL PROGETTO INNOCENZA.

Centinaia, se non migliaia, di Americani sono seduti in prigione stanotte essendo stati condannati in modo sbagliato per un crimine.
Essi sono innocenti al 100% e il sistema ha i campioni del DNA per provarlo.
The Innocence Project è un gruppo stupefacente che fornisce gratis avvocati e ricercatori che dedicano il loro tempo per liberare questi uomini e queste donne innocenti.
Non è per sbaglio che i gruppi per i diritti umani collocano gli USA nella loro lista dei paesi che gettano l’innocente dietro le sbarre.
Nessun paese sulla terra (inclusa la Cina con 4 volte la popolazione degli USA) ha più gente in prigione dell’America.
Per favore donate all’Innocence Project così chi non ha commesso un crimine non passerà un’altra notte in prigione — e non dovrò stare tanto tempo alla Vigilia di Natale per passare la sorveglianza quando faccio le loro consegne.
** IL FONDO DI DIFESA PER BRADLEY MANNING.

Se io vedessi un crimine mentre faccio i miei giri alla Vigilia di Natale, e se lo testimoniassi, io sarei considerato un eroe.
(Qualche volta c’è un premio in denaro!)
Il soldato semplice B. Manning dell’United States Army, secondo l’accusa, trovò un video dei suoi compagni soldati che sparavano e uccidevano a sangue freddo 2 reporter della Reuters e un gruppo di Iracheni che erano civili.
A quanto pare egli decise di riferire questo crimine alla gente Americana.
Per questo, egli è stato arrestato e gettato in una nave carcere — dove è stato in reclusione solitaria e tortuosa per sette mesi.
Egli è anche considerato la fonte delle migliaia di documenti ottenuti da WikiLeaks che mostrano i punti di vista ripugnanti e immorali del nostro governo e del Pentagono per come hanno portato avanti 2 guerre illegali in Iraq e in Afganistan.
Questo è un vero travisamento che si afferma ed è stato fatto a nome nostro.
Per favore contribuite al fondo di difesa legale e per favore mandategli un augurio natalizio a:
Bradley Manning
c/o Courage to Resist
484 Lake Park Ave #41
Oakland CA 94610
USA
(Guardate BradleyManning.org per come spedire delle cose a lui direttamente.)
** WIKILEAKS.

Cosa occorre dire in più?
Chiaramente, riandando al passato sono LIETO che abbiano diffuso la mia lista Naughty & Nice del 2009 – specie le parti sul governo USA.
Io so che potrebbe ferire un poco quelli di voi che sono Americani, ma credetemi, è buono per voi nel lungo periodo.
Quello che io prevedo per l’anno a venire, tuttavia, è una battaglia per chi controlla internet — e quelli al potere stanno andando a cercare vie per reprimerlo e non per renderlo più facile da dividere per tutti noi con ogni altro liberamente.
(Un altro gruppo buono da finanziare perché aiuta a tenere libero internet è Save the Internet.)
Dal video di guerra in Iraq alla prova che sostenete un governo corrotto in Afganistan fino ai cablogrammi falsi spediti al Dipartimento di Stato di Bush dall’Havana sul film di Mike, WikiLeaks ha fatto un servizio inestimabile.
Fino a quando essi non si infileranno laggiù dove vanno i miei elfi negli 11 mesi che sono in vacanza, io sono solidale con WikiLeaks.
** IL PROGETTO ACQUA.

Oltre un miliardo di persone su questo pianeta non hanno accesso all’acqua potabile pulita.
Approssimativamente 2 milioni di bambini sotto i 5 anni sono uccisi ogni anno nel mondo da una malattia legata all’acqua.
Questo è insano considerando che abbiamo la tecnologia e il potere della gente per fare questo in periodo molto breve — se lo volessimo.
I soldi di solo un anno di Guerra all’Iraq sarebbe sufficiente per prendersi cura di tale problema.
Triste, vero, come siamo capaci di così tanto in più, di essere così tanto migliori.
The Water Project è pratico, serve agli enti di base che fanno pozzi e ottengono acqua da bere pulita nel Terzo Mondo.
Questo è un recapito — acqua per un miliardo di persone — davvero non s’adatta alla mia slitta.
** PARK 51 COMUNITA’ DEL CENTRO ISLAMICO (“LA MOSCHEA DI GROUND ZERO”).

Ecco una mancia: se c’è qualcosa che vi farà avere del carbone nella vostra calza, è l’odio la gente sulla base della sua razza o religione.
E mi dispiace dirlo, persone come quelle sono uscite in gran numero quest’anno.
Essi vinsero persino un’elezione. Presto faranno audizioni al congresso per cacciare il presidente degli USA, un Musulmano nato Keniano.
(La mia squadra già raccoglie carbone extra per essere pronti per il Natale del 2011.)
Nel frattempo nella Manhattan più bassa, un gruppo di persone che ha la ventura di essere Musulmano vuole costruire un centro comunità.
Essi chiesero un aiuto al Jewish Community Center di Manhattan.
Essi li aiutarono.
Fu così carino che mi fece pensare che si potevano abbracciare l’Hanukkah e il Ramadan.
Dopo gli odiatori si mostrarono.
Ma io credo che Park 51 vincerà questa lotta.
Per favore aiutateli.
** DEMOCRACY NOW.

Questo grande show quotidiano presenta le notizie che non sentiamo mai nelle radio o TV principali – specialmente al Polo Nord, dove per qualche ragione il sistema cavo porta solo il canale Hallmark e Spike.
Amy Goodman e Co. fanno un lavoro incredibile per portare la verità al pubblico americano ogni mattino.
Io ascolto loro e li sostengo.
(E io sostengo tutti gli sforzi per una comunità no-profit basata sulle radio locali. Potete sapere di più su quel movimento su Radio for All.)
Perciò date se voi potete.
Io so che questi sono tempi duri per la gran parte della gente e che voi avete voi stessi e le vostre famiglie da accudire.
Spero che passiate bene questo periodo oppure per favore ditemelo perché ci sono molti – pure io – che si curano di voi e dei vostri.
Lavorando insieme otterremo il meglio per tutti.
Infine … quelli di voi che non hanno camini, potreste possibilmente lasciare la porta aperta quest’anno?
Non mi piace più quello che fate quando devo rompere la finestra del bagno per entrare.
Buon Natale a tutti e a tutti una buona notte,
Santa (c/o Michael Moore)
MMFlint@aol.com
MichaelMoore.com

Tradotto da F. Allegri il 5 giugno 2011.
Franco Allegri coordina l’associazione Futuroieri, è laureato in scienze politiche, nel 2008 riuscì a prevedere e spiegare il fallimento di Lehman Brother prevedendo anche la data del 18 settembre, da agosto 2009 spiega il litigio tra Berlusconi e Fini adesso spiega come ha anticipato gli esiti del voto di fiducia del 14 dicembre e lavora alla sua nuova rubrica “Wikyleaks e le nudità del re”, traduce scritti politici dall’inglese e si occupa di economia, diritto, cittadinanza. Su Facebook è Futuro Ieri.



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