.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


30 ottobre 2016

Una ricetta precaria N.21

Ricetta precaria

21. Venti, venti volte bischeri più uno che mette le corna a tutti quanti

La cronaca regala meravigliose previsioni di vati eccentrici e politologi scriventi e pagati in giornali servili verso i ricchissimi. Questi pochissimi e ricchissimi sono i burattinai del potere apparente, voi basiti leggete mentre il Belpaese affonda negli scandali e nella quotidiana corruzione e nei mille pericoli delle nuove guerre. Difficile dire perché moltitudini di esseri umani s'ostinano a rimanere vivi in un mondo sinceramente infrequentabile, forse per abitudine o forse perché non hanno né anima e meno che mai coscienza o peggio ancora autocoscienza. I molti ormai nel Belpaese e in tanta parte d'Europa sono consumatori inquadrati e misurati. Prima di ogni altra cosa sono conti correnti con due voci: incasso e spese. Le generalità e le abitudini dei molti sono numeri anonimi che girano sugli schermi di pianificatori di campagne pubblicitarie, professionisti del Marketing, esperti di comunicazioni, creativi del commercio e della politica, tecnici della comunicazione. Voi siete troppo pigri e disinformati per scelte. Quindi lasciate fare, la vostra logica è: se la terra trema basta che tremi due o tre metri più in là. Questo vale anche per le catastrofi di borsa, per la criminalità, per la violenza ordinaria, per le nuove guerre, per le malattie e le follie sociali. Basta che tutto accada giusto uno o due metri più in là del punto dove siete. Ma la verità è che ormai perfino mangiate per abitudine, figuriamoci il resto. Quindi ecco cosa è stato sperimentato per voi.

L'odore dell'autunno vi ha resi pigri e svogliati. Davanti alla necessità di farvi un pasto domenicale in eremitica solitudine e con la testa piena di oscuri presagi per via di Tassazioni&terremoti e dispiaceri privati avete preso una padella monumentale, confezione dozzinale in tetrapack di fagioli, due salsicce vecchie e poi? Volevate farvi anche un'insalata. Allora ecco la trovata. Prendete un pugno d'insalata mista in una delle tipiche tragiche buste del supermercato. Cercate di prendere una busta con roba tipo rucola, lollo, spinacio verde ecc… Prendete una robusta manciata di quella cose erbacee e difformi e fatele a pezzi a mani nude lanciatela con sdegno nel padellone dove avrete rovesciato senza ritegno fagioli e l'acqua del contenitore. Aggiungere la salsiccia, in numero variabile se ne avete più di una, tagliata a metà per far colare il grasso animale nell'intruglio. Cucinare sul fornello a fuoco lento finché il liquido conservante del tetrapack dei fagioli non avrà preso un vago colore verdastro e la carne non risulterà cotta, infilate a tradimento un mezzo bicchiere di vino bianco per stordire l'impasto e aspettate che sia evaporato l'alcool. A quel punto servite e mangiate con il pane. Se il risultato è ripugnante bevete per dimenticare, se vi riesce.

E avete risolto




19 settembre 2016

Una ricetta precaria N.20



Ricetta precaria

20. Venti, venti volte bischeri

L'odore dell'estate. Quante volte torna il ricordo di vacanze felici. Magari perché per una cosa o l'altra non ci siete neppure andati e magari questo vi ha provocato qualche lieve disturbo epatico. Si sa che il buon fegato subisce alcolici e farmaci, ossia il combinato tipico di un umano in crisi o con qualche sofferenza. Magari per questioni di lavoro, soldi, crisi di nervi, abbandono della dolce metà e cose simili siete rimasti al caldo a dar capocciate al muro. Cosa comune a molti, del resto, di questi tempi di crisi di senso e di quattrini. In fondo il ritorno in vacanza è la ricerca di una pace e di una condizione di soddisfazione, la ricerca spesso di emozioni e luoghi già noti e frequentati. In questa penisola di solito il ritorno sullo stesso luogo di villeggiatura ha l'odore prepotente di un accrocco irragionevole di odori dolciastri e fruttati che cerca di sconfiggere il caratteristico odore del mare e della pineta. Mi riferisco alle varie miscele per abbronzature e protezione dalla radiazione solare. Ora per ritornare sui passi perduti nello spazio e nel tempo occorre mettere assieme odori e cibo.

Il tempo giusto per questa ricetta è quando l'estate è praticamente finita ma si trova ancora qualcosa in termini di frutta che la ricorda. Dunque c'è bisogno di pesche, uva, popone, una o due susine, noci e pinoli, se avete una mela buttate pure quella. Lo scopo è fare una macedonia con qualche pretesa, per riuscire bene lavate ovviamente la frutta e poi fatela a pezzetti non troppo grossi e buttate tutto in una ciotola. Su un piattino avrete messo una quantità non grande di pinoli e noci spezzate, rovesciate tutto quanto sopra la frutta. Per il tocco finale un po' di uva passa e se c'è un bicchiere di vino rosso per amalgamare, non affogate però la cosa nel vino sennò farete la figura degli etilisti a tavola. Il risultato sarà una roba strana che vi ricorderà l'uso della macedonia e della frutta in generale nei pic-nic dei mesi di luglio-agosto. Il vero colpo di genio per il nostalgico degli anni passati e di tempi migliori è di aggiungere una fragranza al cocco mischiata astutamente ad altri elementi dal forte odore che ricordi l'odore un po' insolente delle varie tipologie di olio solare e abbronzanti e affini che sono il dato olfattivo inconfondibile delle ferie di massa sulla spiaggia libera e popolare dove vi siete mischiati a quella parte della gente del Belpaese che difficilmente trova posto nell'area VIP. Se si possiede un bruciatore d'essenze si può arrivare allo scopo con una scelta appropriata, altrimenti il consiglio è spalmarsi qualcosa sulla faccia. Questo però potrebbe guastarvi le relazioni sociali se invitate della gente, quindi il consiglio è dotarsi di un bruciatore d'essenze. Il quale può avere il buon gioco di attutire con odori forti l'esito disastroso delle diverse imprese culinarie nelle quali vi cimenterete.

E anche stavolta avrete risolto




26 agosto 2016

Una ricetta precaria N.18

Ricetta precaria

Siamo a 18, due volte nove

Il passato porta con se ricordi anche ridicoli, se non fossero cose della mia vita perfino patetici. Mi ricordo di un momento della mia vita quando ero sospeso fra essere in tesi e la specializzazione per l'insegnamento. Capitava molto spesso di andare a giro in giacca. Senza la cravatta il farfallino, ma comunque in giacca. Il caso aveva voluto che fosse nelle mie disponibilità una scelta di giacche. Frutto questo anche di una donazione di uno zio che non se ne faceva di nulla per cambio taglia, se non ricordo male. Di solito nei film succede sempre qualcosa diavventuroso o erotico. Nel mio caso c'era un effetto calamita da parte dei mendicati di ogni specie.
Evidentemente individuavano in un tipo con la giacca qualcuno che doveva aver qualche spicciolo da donare. Era un continuo tampinarmi e infastidirmi per chiedere l'elemosina. Una volta fuori dal cancello della facoltà di Lettere uno dei soliti ambulanti con la pelle color cioccolato ha insistito così tanto sul fatto che aveva fame e dovevo dargli qualcosa per mangiare che gli ho donato il mio panino. Dall'espressione che ha fatto voleva preferibilmente qualche moneta, prese comunque il pane e andò via.

Quel periodo passò e notata la cosa un po' fastidiosa in molte occasioni evitai di andar a giro in giacca, non mi salvò questo dall'assistere alla virulenta scena quotidiana della mendicità ma era, per così dire, un vestire meno appariscente. Questo episodio mi riporta alla mente un mio vecchio espediente per non buttar via il pane. Il concetto dell'arrangiarsi in cucina con il pane mi portò a creare certe combinazioni che facevo con il pane vecchio, il pomodoro, il basilico, sale, pepe e quel che capitava. Per quel che capitava intendo: cipolla, avanzi di salsiccia, aglio, erba cipollina, qualche uliva rimasta in frigo. L'idea è questa: usare il pomodoro liquido e il pane vecchio. Faccio a pezzi il pane vecchio e lo metto assieme al pomodoro in una padella. Aggiungo un cucchiaio d'olio e faccio cuocere a fuoco lento. Poi metto gli avanzi e il basilico in modo da insaporire il composto. Per dare un senso alla cosa sale e pepe quanto basta. Aspetto che il pane si riduca a una specie di massa informe. Occorre assaggiare più volte il composto per assicurarsi che non si bruci o diventi pessimo. Quando siete sicuri della cosa buttate tutto su un piatto e mangiate. Se c'è bere vino rosso. Se è venuta male la cosa vi consolerete con il vino.

E così avrete risolto.




25 agosto 2016

Una ricetta precaria N.17

Ricetta precaria

Siamo a 17, numero primo

Il passato alle volte ritorna a tradimento, specie quando si sta in ozio, quando si hanno quei momenti della vita ove si scopre di aspettare qualcosa o di non aver nulla da fare o peggio di non voler far nulla. Così capita che con la calura estiva ritornino ricordi anche fastidiosi, ricordi lontani. Esperienze che mettono a nudo l'inesperienza di anni passati o peggio l'ingenuità. Curioso. Il proprio passato fa parte di noi stessi e è un fardello costitutivo della propria identità personale. Certo che il passato che ritorna è pieno di dettagli spiacevoli, di cose che danno fastidio a esser rammentate, di difficoltà improvvise, di disgrazie, di cose che era meglio se non capitavano. Mi ricordo di un periodo di disoccupazione subito dopo la laurea e la specializzazione. Si tratta di un ricordo di almeno dodici anni fa. Mi trovavo con poco denaro e sul momento non avevo la possibilità di trovare delle supplenze per via del punteggio basso in graduatoria. Avevo fatto una supplenza ma proprio sotto Natale era cessata e mi ritrovavo a spasso senza un lavoro. Erano le difficoltà normali nel Belpaese di chi non ha protettori o raccomandazioni serie e deve per così dire far fronte a questo genere di cose, mi trovavo in quel periodo davvero a contare i soldi. Inaspettatamente mi venne in soccorso un caro amico che doveva lasciare un lavoro presso un'associazione per entrare nel pubblico impiego. Si trattava di una cosa temporanea ma sarebbe servita per guadagnare qualche soldo sotto Natale e tirare avanti. Mi presentò al direttore del progetto e lavorai per un mese per loro. Si trattava di compilare delle schede per una celebrazione importante e di far un lavoro di segreteria. Mi ricordo che mi portavo il panino da casa. Si trattava di mettere assieme due o tre fette di pane da toast. Di solito lo farcivo con maionese, cetriolini e cipolline sottoaceto, insalata, pomodoro e anche una sottiletta di formaggio. Qualche volta aggiungevo un pizzico di sale o un wurstel tagliato a pezzi. Si trattava d una ricetta un po' d'emergenza, un tipico mettere di tutto. Eppure era una combinazione piuttosto riuscita perché mi faceva da pasto di mezzogiorno. Il panino incartato aveva quasi sempre la caratteristica di restare unto, era fatale e allora talvolta l'avvolgevo nella carta stagnola. Certo a ripensarci oggi era un segno di gioventù il trovare un lavoro di ripiego e l'arrangiarsi con un panino e una lattina. Un altro ricordo legato al tramezzino è quello di un bar dalle parti di Pietrasanta. Allora ero tutor e lavoravo per La scuola Edile Lucchese, fu il mio primo lavoro nel settore dell'insegnamento. Ero contento di aver trovato un lavoro nel settore dell'insegnamento, benchè non fosse quello il percorso verso il quale mi stavo specializzando. Mi ricordo di un tramezzino buonissimo preso in un Bar durante una pausa di quel lavoro. Mi ricordo che era bianco, talmente bianco che sembrava di mollica e basta. Con maionese, l'uovo sodo e l'insalata nella farcitura mi fece per un istante dimenticare le difficoltà di quel lavoro, gli allievi, la scuola, il direttore, gli studi e le mie inquietudini sul futuro. Fu circa quindici anni fa. Alle volte un sandwich o tramezzino può portare la testa indietro nel tempo, e allora basta un panino e ricordi cose che sembravano sparite. Ritornano volti, fatti, circostanze; il tempo si riavvolge come in un sogno e come il sogno appare confuso, fumoso, prossimo all'oblio.




4 agosto 2016

Una ricetta precaria N.16

Ricetta precaria

Siamo a 16, quattro volte quattro

Può succede in estate, quando siete in vacanza solo formalmente ma in realtà in casa a subire il caldo di pensare al passato. Ad anni di gioventù e di più forti passioni. Oggi le idee e le speranze di dieci o quindici anni fa sembrano stranezze, spesso illusioni o allucinazioni televisive. Il tempo passa inesorabile e la vita si fa difficile, quando uno si mette a cercar di capire quest'attività del pensare sembra come il perdersi in un labirinto. Mi ricordo di anni passati quando i problemi personali e politici convivevano con l'allegria dell'andare a giro di notte, per caso, dopo una partita, per un qualsiasi motivo d'occasione. In fondo i fatti sono semplici quando si è giovani è più facile confondersi e illudersi. Il tempo che è passato è irripetibile e quindi su questo essere una e una sola volta s'attaccano tutte le speculazioni e i pensieri sulle scelte fatte e sui destini del mondo. Quello che è stato e quello che non è stato convivono nel ricordo e nella riflessione. Eppure sento che nel passato c'era una grande forza d'inerzia, un peso enorme che impediva la trasformazione e il cammino ed è la quel misto di rassegnazione e abitudine al male che contraddistingue tanta parte delle genti del Belpaese. In quelle notti fra periferie e luoghi di villeggiatura avrei dovuto capire la forza silenziosa e negativa che era sparsa nell'aria. Ci si abitua al male e alla degenerazione. Le genti del Belpaese si adagiano, spiaggiano. Questo è dovuto al fatto che non c'è un piano condiviso, un ordine morale o religioso che trovi concordi non solo gli italiani-italiani ma anche gli italiani-italiani e le nuove comunità. La notte raccontava di questo e della dissoluzione dei legami antichi, patriottici, tradizionali. Forse le insegne in arabo o in cinese, forse i discorsi fatti con gli amici, forse le targhe delle macchine, o la babele di lingue e dialetti o forse i quartieri della periferia con il loro silenzio dopo una certa ora dovevano indicarmi il segreto più evidente del XXI secolo. Un mondo di consumatori è un mondo che ha come suo punto di raccolta e di condivisione il consumo stesso e quello che tiene assieme il sistema è il denaro; quello che sempre più spesso chiamo l'ultimo DIO. Eppure questo è solo uno dei tanti mondi umani possibili, è probabile che fra un decennio o due tutto questo sistema sia esaurito e consumato e magari sostituito. Propria questa consapevolezza di essere in uno dei mondi possibili mi spinge a pensare e a cercar di capire l'assoluto mistero delle cose evidenti; perché può capitare in questo aldiquà di dover render conto a se stessi di cosa si è stati, come e perchè. Una ricetta fra le tante, maturata nelle notti lontane merita di esser presentata ai venticinque lettori. Si tratta del solito panino da tavola calda tipo camioncino spersa in periferia fra fabbriche e officine chiuse e viadotto autostradale. Una delle mie farciture preferite era la seguente: dato un banale hamburger si proceda con la classica spalmata di ketchup e maionese, salsa piccante se c'è e se vi va. A questo va aggiunto una fetta di pomodoro fresco con una spruzzatina di sale sopra. Questo ardito panino non sempre è possibile perché non è detto che l'ambulante abbia sottomano il pomodoro fresco da insalata. Nel caso provate.

Mangiare questa cosa calda con bevanda gassata o lattina di bi




4 agosto 2016

Una ricetta precaria N.16

Ricetta precaria

Siamo a 16, quattro volte quattro

Può succede in estate, quando siete in vacanza solo formalmente ma in realtà in casa a subire il caldo di pensare al passato. Ad anni di gioventù e di più forti passioni. Oggi le idee e le speranze di dieci o quindici anni fa sembrano stranezze, spesso illusioni o allucinazioni televisive. Il tempo passa inesorabile e la vita si fa difficile, quando uno si mette a cercar di capire quest'attività del pensare sembra come il perdersi in un labirinto. Mi ricordo di anni passati quando i problemi personali e politici convivevano con l'allegria dell'andare a giro di notte, per caso, dopo una partita, per un qualsiasi motivo d'occasione. In fondo i fatti sono semplici quando si è giovani è più facile confondersi e illudersi. Il tempo che è passato è irripetibile e quindi su questo essere una e una sola volta s'attaccano tutte le speculazioni e i pensieri sulle scelte fatte e sui destini del mondo. Quello che è stato e quello che non è stato convivono nel ricordo e nella riflessione. Eppure sento che nel passato c'era una grande forza d'inerzia, un peso enorme che impediva la trasformazione e il cammino ed è la quel misto di rassegnazione e abitudine al male che contraddistingue tanta parte delle genti del Belpaese. In quelle notti fra periferie e luoghi di villeggiatura avrei dovuto capire la forza silenziosa e negativa che era sparsa nell'aria. Ci si abitua al male e alla degenerazione. Le genti del Belpaese si adagiano, spiaggiano. Questo è dovuto al fatto che non c'è un piano condiviso, un ordine morale o religioso che trovi concordi non solo gli italiani-italiani ma anche gli italiani-italiani e le nuove comunità. La notte raccontava di questo e della dissoluzione dei legami antichi, patriottici, tradizionali. Forse le insegne in arabo o in cinese, forse i discorsi fatti con gli amici, forse le targhe delle macchine, o la babele di lingue e dialetti o forse i quartieri della periferia con il loro silenzio dopo una certa ora dovevano indicarmi il segreto più evidente del XXI secolo. Un mondo di consumatori è un mondo che ha come suo punto di raccolta e di condivisione il consumo stesso e quello che tiene assieme il sistema è il denaro; quello che sempre più spesso chiamo l'ultimo DIO. Eppure questo è solo uno dei tanti mondi umani possibili, è probabile che fra un decennio o due tutto questo sistema sia esaurito e consumato e magari sostituito. Propria questa consapevolezza di essere in uno dei mondi possibili mi spinge a pensare e a cercar di capire l'assoluto mistero delle cose evidenti; perché può capitare in questo aldiquà di dover render conto a se stessi di cosa si è stati, come e perchè. Una ricetta fra le tante, maturata nelle notti lontane merita di esser presentata ai venticinque lettori. Si tratta del solito panino da tavola calda tipo camioncino spersa in periferia fra fabbriche e officine chiuse e viadotto autostradale. Una delle mie farciture preferite era la seguente: dato un banale hamburger si proceda con la classica spalmata di ketchup e maionese, salsa piccante se c'è e se vi va. A questo va aggiunto una fetta di pomodoro fresco con una spruzzatina di sale sopra. Questo ardito panino non sempre è possibile perché non è detto che l'ambulante abbia sottomano il pomodoro fresco da insalata. Nel caso provate.

Mangiare questa cosa calda con bevanda gassata o lattina di bi




27 novembre 2010

Le Tavole delle colpe di Madduwatta - La Recita a Soggetto. Il conto

http://www.empolitica.com/wp-content/dati/crisi-2008.jpg

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

La recita a soggetto

Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Francesco:  Mentre ero qui ho curiosato nel quaderno delle prenotazioni del nostro nipotino. Aspetta ora ti faccio vedere.

Francesco si sposta e si dirige verso un bancone, prende un quaderno verde, lo sfoglia e poi torna dal fratello presentando una pagina.

Marco: Cosa fai? T’impicci degli affari altrui, che cosa vuoi suscitarmi. Compassione, pietà  rimorso?

Francesco: No!  Leggo e ti mostro ciò che è qui.” 29 luglio 2010, fatto sconto alla famiglia inglese si son portati perfino i panini da casa. Quattro letti di cui uno a Castello per tre notti a quaranta euro, fatto 90 , 7 ragazze spagnole capacità di spesa 20 euro a testa per due giorni, 5 euro per la tenda, 15 seconda notte per lo stanzone-camerata, totale 140 neuro, scontato a 110, 30 luglio 2010 stavo per chiamare la polizia, l’operaio che mi ha occupatola stanza piccola  a prezzo scontato la camera per due settimane non aveva i soldi, maledetto. Il padrone del cantiere non ha liquidato i suoi arretrati. Stabilito prezzo di favore 280 euro. 30 luglio 2010 una telefonata dall’agenzia statunitense delle prenotazioni  questo mese non pagano, è da tre mesi che aspetto il saldo ma a loro che frega delle tasse e del mutuo. Canaglie! Arrivata famiglia brasiliana, un cinese di Singapore, due russi. Hanno pagato in anticipo e senza storie. 300 Euro fatti bene. Da sei mesi non arrivano più statunitensi. Meglio così, è da sei mesi che l’agenzia Americana non paga gli arretrati. 31 luglio, niente. Controllare rate mutuo,  le bollette e le tasse comunali prima del 7 agosto”. Questo è il nostro nipotino. Tasse pesanti, Stati Uniti in crisi nera, mutuo oneroso, clienti impoveriti e nuovi ricchi che vengono dai paesi emergenti, e qui nel Belpaese una politica morta che finge di essere viva, un’economia allo sfascio e poteri imperiali con le pezze al culo che ci porteranno giù fino in fondo al pozzo. Questa follia che ha messo in piedi è lo specchio deformante di un sistema impazzito e decomposto che aspetta di trovare la sua fine. Forse sarà una liberazione quando su tutto questo qualche forza esterna metterà sopra  la parola ” Fine”.

Marco: Il mondo è malato e i ricchi e  potenti di ieri sono alla corda pressati da nuovi poteri insidiosi. Malato è il sistema economico, forse il nostro Paolo è stato una vittima e suo figlio Vincenzo anche. Del resto ti ricordi le sue traversie e questioni l’avevamo ribattezzato fra noi Paolo di Tarso l’apostolo che non aveva conosciuto personalmente Gesù. Anche lui non aveva conosciuto il Signore celeste  che aveva inseguito, pregato e lodato ma come tanti che non erano riusciti ad afferrare il successo e la grande ricchezza si era dovuto accontentare della conversione e dei disagi del corpo, della passione sacra e del martirio prossimo venturo.  Del resto il fariseo Paolo o Saul di Tarso è stato perseguitato, raggiunto dalla rivelazione divina, cacciato da Efeso per aver istigato a bruciare i libri di magia nera e aver distolto i pagani dalla venerazione per Artemide di Efeso da cui tutta la città cavava lucro, cacciato dalle sinagoghe, processato per sedizione, condannato, costretto  alla fuga nascosto in una cesta, frustato tre volte e tutte le volte trentanove colpi e battuto con le verghe, punito e infine lapidato e lasciato come morto, incarcerato e poi forse decapitato. Ecco ogni imprenditore italiano oggi è una sorta di Saul di Tarso che insegue il Signore Celeste e predica la sua buona Novella fra nemici, pagani e genti nomadi che vivono nel deserto del cinismo, della sfiducia, della miseria. La nostra da anni non è più economia, o volontà, o fiducia nel futuro. Si tratta di cieca fede in qualcosa che non è né qui e né ora   e, forse, se continua così non sarà mai. C’è follia e c’è potenza nel cercare la ricchezza e nel provare a produrla, noi siamo forti perché mistici, perché crediamo. Altrimenti siamo condannati a trasformarci in visionari, in cialtroni, in venditori di fumo; per questo dobbiamo predicare la nostra fede nel sistema dei consumi, del denaro, del potere e dell’egoismo sociale ai pagani, ai miscredenti, ai demagoghi rossi che devono aprire gli occhi. Chi può vedere il progresso se non noi? Chi ci può credere fino in fondo?  Chi può andare fino alla fine del tunnel per vedere le sorti magnifiche e progressive?  Solo noi, siamo un nuovo apostolato laico e serviamo una potenza ormai oltreumana. Questa è la forza del capitalismo e del denaro, la fede dell’essere umano nelle sue opere e nella sue forze animate da un puro egoismo.

Francesco: Ateo, pagano, demagogo, blasfemo! Ecco cosa sei. Comunque è vero siamo credenti e siamo apostoli. Ma più che far bruciare i libri dei sortilegi da cinquantamila pezzi d’argento ai pagani di Efeso in tanti nella nostra categoria  truccano i bilanci e mandano in fumo i denari investiti da soci e piccoli azionisti, e non scacciamo i demoni ma al contrario ne portiamo dei nuovi sotto forma delle illusioni della pubblicità, dell’egoismo sociale e dell’irresponsabilità creata ad arte per vendere carte di credito e prodotti finanziari per il credito al consumo. Questa povertà che sta disgregando il nostro mondo è il frutto dell’egoismo e dello spirito di rapina, la crisi nasce nelle teste dei pochi che sono ricchissimi e si sparge su tutto il resto dell’umanità. E poi che ne sappiamo noi, cosa possiamo capire del nostro nipote visto che è anni che non lo vediamo di persona.

Marco: Giusto. L’ultima volta è stato in quel ristorante di quel tale Angelo dalle parti di Vernio. Bella cosa tortelli di patate,ragù di  cinghiale, bistecca, tiramisù, vino, dolce, caffè e amaro. Si spese poco e si mangiò bene.

Francesco: Già Vernio, avrei da dire qualcosa. Ti ricordi quell’assaggio che ci fu portato all’inizio del pasto.

Marco: Una cosa tipica, mi pare. Polenta di castagne dalle parti di Vernio e poi quel pesce.

Francesco: Ti ricordi bene era polenta dolce e quel pesce buono ma puzzolente era aringa. E’ una cosa che si ripete da secoli è un piatto di tradizione di Vernio Comune disperso sulla dorsale dell’Appennino Tosco-Emiliano. Capitò questo:” era il 1512 e la Repubblica di Firenze affida al Machiavelli la difesa dello Stato Fiorentino , il quale disgraziato lui cerca di creare arruolando dei contadini e dei montanari delle milizie di Stato per sostituire i mercenari infidi e traditori. Questa gente di Vernio montanari e pastori si trovava fra Prato, che era controllata da Firenze, e gli eserciti papalini e imperiali scesi dal nord per restaurare i Medici e spazzar via la Repubblica. Così questo popolo delle montagne pratesi che non sapeva nulla del re Francesco I, dell’Imperatore Carlo V, del Papa, del Machiavelli, del Piero Soderini, delle trame dei Medici si trovò travolto da uno degli eserciti più potenti del mondo, quello spagnolo-imperiale, che doveva disperdere le milizie del segretario fiorentino e saccheggiare e devastare Prato per indurre gli oligarchi fiorentini alla resa. La gente di Vernio ridotta alla fame e devastata da questi spagnoli, tedeschi, italiani che militavano negli eserciti mercenari di allora fu salvata da dei nobili locali che distribuirono polenta di castagne e aringhe.  Da allora è una tradizione ricordare quei fatti con una festa e con il piatto di polenta dolce e  aringhe.”

Marco: Che vuoi dire con questa storia?

Francesco: Ci sono guerre che fanno i grandi e i grandissimi padroni del mondo umano e pagano gli altri che non c’entrano assolutamente nulla. Anzi i poveri e i poverissimi soffrono per tutti.  Figuriamoci, per quel che riguarda il caso storico in questione,  se gente terrorizzata da una gelata che gli bruciava l’orto o da un lupo che gli scannava una pecora poteva pensare d’essere sulla strada di uno degli eserciti più potenti del mondo di allora, mostri umani che non solo misero a ferro e fuoco l’Europa e l’Africa e perfino l’America.

Marco: Dove vuoi arrivare, cerca di esser chiaro!

Francesco: Oggi ci sono solo vittime, vittime  e ancora vittime di un sistema di creazione di valuta, produzione e consumo e inquinamento fuori controllo. Come in guerra i pochi vincono e i molti soffrono e devono sperare nella pietà o nell’interesse altrui per sopravvivere. Non c’è colpa, non c’è responsabilità nei molti ma solo nei pochi e nei pochissimi che sono ricchi. Perché cercare in noi difetti, è ingiusto! Male  è attribuirsi una colpa e una pena iniqua dove c’è semmai bisogno di comprensivo e onestà intellettuale.

Marco: Siamo alle solite, cerchi di scaricare le responsabilità, sei come le aziende che fingi di criticare: profitti privati per uno, perdite ai soci, inquinamento alla collettività e falso in bilancio per il fisco. No! Se siamo dentro questo sistema non siamo vittime ma complici a livelli diversi del male che esso produce.




20 maggio 2010

La mia penultima corsa di notte dal centro alla periferia




De Reditu Suo - Terzo Libro

La mia penultima corsa di notte dal centro alla periferia

Da molti anni mi capita di esser forzato a prendere l’autobus di notte dal capolinea della stazione alla periferia dove abito e talvolta prendo proprio il penultimo. Il penultimo autobus della notte mi ha messo a confronto con la mia periferia, con il luogo dove abito, perché proprio l’assenza di gente e le poche automobili rivelano la sua intima natura, le sue forme di natura cubica, triangolare, o rettangolare. Mi riferisco alle case e ai condomini dove la popolazione umana vive o per meglio dire perlopiù mangia, vede la televisione e poi dorme. La periferia italiana è il termine e l’inizio del quotidiano, faticoso, banale e vivere di milioni di umani.  Così nell’assenza degli umani e del loro ordinato e produttivo caos osservo dove credono di vivere, dal momento che questo sistema di produzione e consumo scinde il tempo e il luogo del lavoro e dello studio da quello della vita in famiglia e in società, e dove si sforzano di realizzare se stessi. La notte quando è limpida mi permette di osservare le stelle e la Luna e di capire quanto sia piccolo e transitorio questo mondo umano che vomita dalla televisione e dai giornali, sovvenzionati con apposite leggi, le sue molteplici certezze, le sue parole d’ordine, la sua lode al sistema politico, commerciale  e industriale. La periferia è popolare: la percorri a piedi, in bicicletta, in macchina o l’attraversi con l’autobus o con il treno. Si tratta del luogo dove si sviluppa il grosso della vitalità e della forza del Belpaese e lo rappresenta a modo suo, nella periferia si coglie lo scorrere del tempo e il disgregarsi lento della realtà. Quando ritorno sui luoghi dell’infanzia dopo tanto tempo o rientro a casa da un viaggio osservo i danni del tempo, una nuova rotonda, un nuovo capannone, un nuovo cantiere, qualcosa che è marcito o ingiallito con gli anni o qualcosa di nuovo che si presenta. Segni minimi di una storia infima e ridicola nella sua piccolezza che svelano i rinnovarsi e il distruggersi della realtà, la periferia italiana è diversa dal centro. La periferia ha meno vincoli, meno memorie e quindi sembra ch ci sia poco da conservare e la speculazione batte i suoi colpi più duri e di conseguenza diventa lo spettacolo di quel che è il Belpaese una volta che lo si è denudato delle finzioni retoriche sulla millenaria civiltà italiana, sull’arte, sul destino del Belpaese. La periferia è la nostra nuda verità e questo si capisce solo di notte quando le luci artificiali spezzano il buio che vuol nascondere tutta l’opera umana che lì si concentra.

                                                                     IANA per FuturoIeri




10 luglio 2009

Miti perduti per noi genti disperse della penisola

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Miti perduti per noi disperse genti della penisola

La fedeltà al proprio passato può essere un segno di nobiltà da parte di una realtà collettiva come una comunità, una tribù, un popolo, o una nazione. Quando è fedeltà ai miti altrui comincia qualche sospetto. Quindi scriverò delle mie perplessità. Mi è capitato con un caro amico di visitare due esposizioni di mobili,  in due magazzini di medie dimensioni in una delle nostre periferie dell’Italia Centro-settentrionale, nello specifico Calenzano. Arredavano alcuni soggiorni e camere da letto dei quadri con la famosa Marylin Monroe –peraltro un nome d’arte- e vedute di New York con tanto di Torri Gemelle ancora in piedi. Mi sono fermato a guardare. Se non è fuga nel trapassato remoto questa qui proprio non so cosa possa essere. Gli USA della diva bionda erano gli anni cinquanta e sessanta prima del Viet-nam e della crisi petrolifera. L’Italia di oggi anno del signore 2009 onora gli USA degli anni cinquanta al tempo della guerra di Corea, combattuta fra l’altro anche contro l’armata rossa cinese. L’Italia è ancora legata psicologicamente al suo protettore di un tempo, il quale è troppo occupato a proteggere se stesso dalla crisi e dalla sfida economica globale che gli portano cinesi, russi e indiani per pensare alle genti della penisola e ai loro traumi psico-politici.  Le difformi e disperse genti d’Italia si cullano ancora nei loro miti perduti e mentre questo accade già vediamo i segni della prossima abiura, del nostro prossimo voltafaccia, del nuovo cambiar divisa. Non è un caso che nel presente governo da tempo è evidente che  l’amicizia del premier con la Russia di Putin non è solo un fatto privato. L’Impero Americano ha eletto questo Obama perché è il sistema è in sofferenza e la conclusione dei conflitti afgani e iracheni sembra volgere al peggio, o quantomeno l’esito dei medesimi sarà ben diverso da quello pensato dai neo-conservatori:il trionfo del sistema statunitense nel presente XXI secolo. Già perché questo è un secolo nuovo e le genti dello stivale dovrebbero ammettere che la seconda metà del Novecento è finita da circa nove anni e che quel che rimane delle genti della prima Repubblica e dei leader e dei partiti politici sono tendenzialmente pessimi ricordi. La Prima Repubblica è stata, sia pure senza una piena sovranità e in forme limitate, la prima, grande, autentica possibilità che hanno avuto gli italiani di governarsi secondo la libertà e il reciproco rispetto. Il fallimento è così grave che non è neanche necessario constatarlo, semplicemente è qui e ora. La Seconda Repubblica dominata da altre forze politiche testimonia il discredito e il disprezzo nel quale sono caduti i partiti del trapassato presso la popolazione dello Stivale, prova ne sia che ad oggi il partito più anziano è la Lega Nord, tutti gli altri sono stati sciolti o rifondati. Coloro che “vivono di politica” si son presto acconciati a cambiar casacca, a reinventarsi un posto e un ruolo nelle nuove forme di potere politico ed economico, l’abiura delle classi dirigenti e di coloro che “vivono di politica” è, se possibile, più forte di quella delle disperse genti d’Italia. In questa decomposizione c’è spazio per i vecchi miti forestieri, così si parla d’altro.

IANA per FuturoIeri



sfoglia     settembre        novembre
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email