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3 agosto 2010

L'italiano educato dagli stranieri invasori- settimo discorso





De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- settimo discorso

Quando i Re di Francia e di Spagna lottavano per imporre la loro egemonia sul continente Europeo all’inizio dell’Età Moderna in pochi fra le genti d’Italia erano consapevoli dell’esistenza dei fatti politici e si dividevano fra filo-francesi e filo-spagnoli. Per tutti gli altri la logica era il solito “Franza o Spagna purchè se magna” e l’eterno “Dove c’è Pane   c’è Patria”, quest’ultimo motto più letterario che storico, è stato messo in bocca a un cavaliere mercenario in un romanzo dell’Ottocento,  riflette bene la naturale inclinazione degli italiani. A parte alcune minoranze fortemente politicizzate perlopiù istruite e parte dei ceti medi la maggior parte della popolazione del Belpaese è estranea a qualsiasi passione che non sia lo strettissimo interesse privato o della famiglia d’origine. Le ultime vicende palestinesi con lo scontro fra incursori israeliani e pacifisti arrabbiati su una nave turca che portava aiuti umanitari dovevano di per sé scuotere la politica e l’opinione pubblica. La maggior parte delle genti d’Italia hanno mostrato encefalogramma piatto e solo delle minoranze fortemente politicizzate hanno dato luogo a manifestazioni o a qualche forma d’interesse che non fosse il fastidio o la sorpresa per l’ennesima violenza medio-orientale che arriva dal televisore. Così i giornali politicamente orientati si schierano a favore o contro l’incursione dei commando dalla stella a sei punte sulla base della polemica politica italiana, dei suoi mal di pancia sociali, della sua arretratezza cultuale, delle sue allucinazioni giornalistiche che scambiano uno scontro militar-religioso che dura dal 1949 con i fatti e gli schieramenti faziosi di casa nostra. Il dramma palestinese diventa la solita occasione per schierarsi a favore o contro talune minoranze politiche italiane, per far paragoni forzati e strambi, per confondere le grandi tragedie altrui con le farse e le carnevalate di casa nostra. Ecco oggi come ieri le genti del Belpaese fanno il tifo per questo o per quello, c’è nella cultura italiana un bizzarro istinto di sopravvivenza proveniente dal passato remoto che spinge a cercar protettori stranieri o a cercar di compensare la prepotenza di uno di questi con il calunniare o il cospirare contro di lui assieme ai suoi nemici. Come ai tempi dell’Imperatore Carlo V e del Re Francesco I il Belpaese è un terreno di conquista psicologico e culturale prima ancora che militare o politico. Lo straniero dominante troverà sempre partigiani e nemici perché in fin dei conti per l’Italiano il nemico è sempre e comunque il connazionale; lo straniero prima o poi varcherà le alpi o prenderà il mare ma il proprio simile è qui per rimanere e contendere ai suoi simili la roba: donne, soldi, impieghi, protezioni, terreni, case. Fra noi ci conosciamo, per questo coltiviamo l’odio e il disprezzo; tuttavia devo esser chiaro su un punto che mi sta a cuore: oggi le difformi genti d’Italia continuano a comportarsi come se la Penisola fosse sotto un  regime straniero. A mio avviso non ci può essere abiura più forte e strisciante del sistema della Repubblica di questo banalissimo agire culturale e politico che attraversa tutti i ceti e diventa banale forma del vivere e modello di comprensione dei fenomeni della globalizzazione e della presenza delle comunità straniere nel Belpaese.  

IANA per FuturoIeri




22 febbraio 2010

Ataru: un personaggio da riscoprire

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                     Ataru: personaggio da riscoprire

Studente a suo modo pieno di difetti e contestatore integrato, integrato quel tanto che basta per essere vittima di tutte le assurdità della sua condizione sociale e del sistema scolastico, reagente chimico sotto forma di personaggio di un fumetto e poi di una serie animata che rivela con la sua assurdità le assurdità e le idiozie di carattere collettivo. In effetti più di Lamù è il suo fare scombinato e bizzarro, il suo cadere in vicende ridicole o pericolose che anima le storie della serie. Fra l’altro l’enciclopedia in rete Wikipedia  sintetizza l’importanza della serie  fortunata; di quella sintesi  riporto qualche  passaggio:”...Lamù (??????, Urusei Yatsura?) è un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie anime televisiva, sei film ed undici OAV. Nel 1981 la serie ha vinto il Premio Shogakukan per i manga in entrambe le categorie shonen e shojo[1], e nel 1987 il Premio Seiun come miglior fumetto SF/fantasy… La storia narra le bizzarre avventure di un gruppo di liceali che vivono a Tomobiki, località immaginaria nel distretto cittadino di Nerima, Tokyo, dove frequentano l'omonimo Liceo. La vicenda in particolare ruota intorno ad Ataru Moroboshi, un ragazzo estremamente sfortunato e donnaiolo, e a Lamù, figlia del grande capo degli Oni giunto dallo spazio per invadere la Terra. Vestita unicamente di un bikini tigrato, Lamù s'innamora di Ataru dopo aver frainteso una sua frase per una proposta di matrimonio. Le avventure sono organizzate per singoli episodi, ed in alcuni casi un episodio è diviso in più puntate. Gli argomenti sono in genere la sfortuna e le avventure sentimentali di Ataru che si incrociano con gli insoliti alieni amici di Lamù o con i terrestri suoi "simili" dalle personalità più grottesche. Molte delle situazioni che di volta in volta si presentano, altro non sono che parodie della società moderna e del folklore giapponesi (un po' come sono i Simpson per il pubblico statunitense).”

In Italia un simile personaggio con la sua dirompente carica satirica e di rivelazione attraverso il comico  di certe manie collettive si sarebbe ritrovato addosso qualche etichetta del cavolo di carattere politico: fascista, comunista,qualunquista, maschilista e forse oggi “grillista”. Ma Ataru è giapponese e fa satira e fumetto raccontando il Sol Levante degli anni ottanta del secolo appena passato, quindi è una cosa strana che viene da lontano, collocata in un lontano arcipelago dove la popolazione mangia con le bacchette di legno e ha gli occhi a mandorla e quindi per i nostri non c’è motivo di sforzarsi per inquadrarlo nelle logore categorie italiane. Eppure proprio il confronto con un personaggio di questo tipo che ha avuto i suoi momenti di gloria e di fama nel Belpaese,  grazie all’importazione della lunghissima serie animata e poi dei fumetti che lo riguardano, mi porta a pensare che il circoscrivere il momento della satira e del grottesco al solo momento politico rivela una distorsione nel sistema Italia il peso di un passaggio storico e sociale nel quale i partiti politici erano centrali nella vita sociale e culturale al punto da condizionare i modi di pensare il Belpaese da parte dei suoi abitanti. La serie fortunata dove è presente Ataru Moroboshi infatti la leggo come il prodotto di una civiltà industriale che pur fra mille problemi e resistenze al nuovo ha accettato se stessa. Il Giappone mi consente di effettuare  un paragone con il Belpaese che a mio avviso  non è riuscito ad accettare  la propria civiltà industriale e ha cercato di mascherare se stesso  con esorcismi culturali pietose finzioni.

IANA  per FuturoIeri




7 dicembre 2009

Una Legnata perfino da Sampei




De Reditu Suo

Una legnata (molto cortese) perfino da Sampei

Mi è capitato un fatto curioso. L’ultima domenica di novembre ho assistito alla proiezione gratuita del film giapponese su “Sampei il ragazzo pescatore” con sottotitoli in italiano. Si tratta di una trasposizione, l’ennesima in questi anni, di un fumetto giapponese  in un film con attori in carne e ossa. Il regista della pellicola Yojiro Takita è molto quotato nel suo settore professionale e gli stessi attori, per quel che posso capire, mi son sembrati ben dotati di talento e capacità. Purtroppo non ho potuto apprezzare fino in fondo l’opera perché non ho mai amato la serie animata di Sampei pur avendola vista più di una volta da pre-adolescente prerchè  ho una certa estraneità rispetto al piacere della pesca e alla sua cultura. Il film mi è sembrato gradevole per altri motivi: il regista ha giocato con la storia di Sampei per creare un ritratto di famiglia giapponese segnata da un lutto familiare gravissimo: la morte di entrambi i genitori.  Il film è impostato sulla rappresentazione di un Giappone rurale pre-industriale quello di Sampei e del nonno che si scontra e incontra un Giappone tecnologico e competitivo incarnato dalla sorella di Sampei Aiko e con un Giappone che nel contatto con il mondo Statunitense ha perso di vista le ragioni profonde dell’esser giapponesi; quest’ultimo ruolo è affidato al pescatore professionista orbo che anche nella serie animata segue Sampei nelle sue imprese. La sorella maggiore, peraltro interpretata da una donna di rara bellezza, è venuta da Tokio per portar via il piccolo pescatore prodigio e ricollocarlo in città lontano dai boschi, dalle sorgenti, dalle montagne e dai ruscelli dove va a pescare. Il nonno di Sampei con il sostegno del pescatore sportivo di professione porta Sampei e la sorella a pescare un pesce enorme in un luogo remoto presso delle sorgenti che conosce solo lui. Si tratta di una sfida che ha in palio l’affidamento di Sampei e il completamento di qualcosa d’importante che il padre del piccolo pescatore prodigio ha lasciato a metà a causa della morte prematura. Altro non dirò perché qualche lettore potrebbe aver la curiosità di cercarsi il film. Quello che mi preme è la riflessione sul modo con cui è rappresentato il Giappone rurale; nel film emerge un senso di solidità dei sentimenti e dei valori che davanti alla sfida e al momento del ricordo riemergono potentissimi, ed emergono in un contesto di acque limpide, natura incontaminata, di bosco animato con i suoi suoni. C’è perfino una cascata di acque cristalline nel luogo dove avviene la pesca miracolosa.  Ora il film mi lascia il senso di una cortese bastonata fra capo e collo perché mi son chiesto: esiste qualcosa del genere che racconta l’Italia di oggi? Credo proprio di no. La cultura “popolare”, uso questo termine perché non ne ho altri sottomano, non si è incontrata con la cultura alta; l’Italia oggi viene raccontata o in modo dozzinale dai Cine-Panettoni o da film di denuncia o da pellicole con smanie intellettuali. Manca quel tono leggero, quasi ludico, da fumetto o manga che dir si voglia che rende ordinario e banale il riportare sul grande schermo una possibile immagine della propria popolazione. Evidentemente nell’Arcipelago questo è possibile senza troppi problemi anche ingaggiando un regista famoso e quotato. Alle volte ho il sospetto che il modo nostrano di descrivere il Belpaese nasconda un complesso d’inferiorità evidentemente collettivo  e non dichiarato e che sia giocoforza per gli italiani leggerlo attraverso le lenti dei film di denuncia, del comico, del grottesco o della visione intellettuale. Quindi ecco oltre alla sorpresa di un film ben fatto su un simile soggetto arriva la bastonata intellettuale, data in modo molto cortese, che spinge alla riflessione e alla meditazione. Mi è arrivata da Sampei il ragazzo pescatore, questo mi dà da pensare non poco.

 

IANA per FuturoIeri




29 novembre 2009

Antiche Rovine




De Reditu Suo

Antiche rovine

Arriverà prima o poi il tempo nel quale alcuni simboli della Repubblica come gli stadi di calcio saranno trasformati da chi verrà in un lontano futuro in qualcosa di buono e di sano per una popolazione italiana rinnovata. Adesso le periferie deformi, gli stadi di calcio, gli orrori urbanistici, le rotonde prive di gusto e talvolta i ruderi del recente passato industriale del Belpaese sono parte del vissuto quotidiano di milioni di italiani. Le antiche rovine delle remote civiltà d’Italia e del fu Impero Romano comunicano un certo rispetto, talvolta un vago senso di minorità rispetto alla grandezza di due millenni fa. Le opere caratteristiche di questi ultimi sessant’anni portano già ora che sono usate e parte della vita di milioni d’Italiani un senso di nausea quando finirà, chissà quando, questo tempo sciagurato questa nausea si trasformerà in una pesantissima abiura. Ritengo che le genti d’Italia attueranno verso loro stesse e verso questi anni una vera e propria abiura; non una rimozione o una sorta di autocritica ma una potente affermazione di estraneità rispetto a queste due Repubbliche. Le rovine di questi anni resteranno senza alcun popolo o alcun potere che se ne assuma la responsabilità, questi anni per chi verrà dopo questo tempo saranno incomprensibili o pensati come nati dalla follia e dalla malvagità di pochi apolidi malvagi ascesi al potere per i motivi i più strani inconfessabili. Le rovine antiche hanno padri, madri e carnefici; cosa si può dire di ciò che sta già oggi andando a pezzi nel Belpaese?

Quando affermo che "Non esistono padri, madri e carnefici," intendo affermare che la creazione delle deformità della penisola  ha  dietro di sè degli interessi più o meno legittimi, tuttavia i nomi dei politici e  degli imprenditori che hanno prodotto lo scempio e coloro che hanno lucrato sopra le cose malfatte o nate disgraziate sono sconosciuti ai più.

 Chi ha creato e fatto tutto questo pare esser stato nessuno. Questo fatto mi ricorda il grandissimo Omero e segnatamente l’episodio quando Odisseo l’eroe astuto acceca il ciclope malvagio e antropofago. L’eroe si era presentato a Polifemo col nome di “Nessuno” e quando Polifemo chiama aiuto e chiede vendetta affermando che “Nessuno” lo ha accecato. I suoi fratelli ciclopi pensano che questo “Nessuno” sia appunto nessuno e abbandonato il malvagio fratello alla sua disperazione. Ecco credo che senza qualcosa di miracoloso che congiunga la fortuna del Belpaese con le più alte speranze questo sarà il senso delle due Repubbliche per coloro che saranno dopo questo tempo. Questo sistema sarà un male inaudito che “Nessuno” ha prodotto e di cui “Nessuno” è colpevole, ma che tutti hanno subito e di cui la penisola porterà per secoli i segni.




13 novembre 2009

Il mondo umano muta ma il Belpaese dov'è?

De Reditu Suo

Il mondo umano muta ma il Belpaese dov’è?

Ripensando umilmente a una qualsiasi sceneggiatura ben scritta si osserva che la realtà dove si muovono i protagonisti della vicenda muta, le azioni o le omissioni  dei personaggi creano l’aspetto comico o drammatico dello scritto. Si tratta di una banalità, di un fatto tratto dalla realtà: gli umani si muovono, fanno cose,parlano, scrivono,  hanno speranze e cambiano la loro vicenda umana e quella di coloro che gli stanno attorno; qualche volta con modi riprovevoli altre volte con modi leciti. Il mondo umano muta in continuazione anche sul piano reale, perfino nella banalità di tutti i giorni; eppure in Italia tutto sembra immobile, morto, noioso. Il canovaccio della politica e della società cerca di replicarsi, tutto cerca di replicarsi con le stesse logiche del secolo scorso, con una retorica pseudo-risorgimentale che sembra appena uscita dalla bocca di qualche prefetto Giolittiano che ha appena festeggiato il capodanno del 1911, con i figli dei professionisti che ereditano i mestieri dei padri, con la stessa doppia o tripla morale da anni cinquanta. Nella sostanza dei fatti il Belpaese sta cercando a viva forza di negare la realtà, di chiudersi in se stesso, di fuggire da ogni verità e realtà che non sia un rozzo illudersi di essere immutabile e al centro del mondo. Il mondo umano sta cambiando in fretta, emergono nuove potenze imperiali, le vecchie declinano.
L'Asia si sta trasformando in un continente industrializzato, la Cina è già una potenza globale e la Russia dismessi i panni logori e rozzi dell’impero Rosso è diventata una potenza imperiale sotto l’insegna dell’aquila bicipite dei Cesari d’Oriente e degli Zar. Le  nostre sedicenti classi dirigenti probabilmente stanno lavorando al solito gioco della doppia morale: da un lato sanno perfettamente che gli equilibri mondiali sono scossi ma devono far finta di nulla e cercano di far passare idee e opinioni fra la maggior parte della popolazione che evitano sul momento inquietudini e malessere. Come al solito giocano su due tavoli: quello della realtà e quello delle illusioni e delle menzogne. Le illusioni e le  menzogne sono per la “Gente” ossia per le masse indistinte di consumatori e di cittadini, mentre la realtà è privilegio dei pochi, di ha beni, rendite, potere, o svolge un lavoro economicamente o politicamente delicato. La realtà ci parla di una crisi tremenda che sta mettendo in discussione l’Impero Anglo-Americano che sta creando milioni di poveri che si sommano ai lavoratori precari in Europa e negli USA, ma le parole d’ordine sono ancora consumi e ottimismo; la “Gente” deve credere ciò che vogliono le minoranze al potere anche se tutto mostra l’opposto della grande mistificazione pensata e programmata per le masse anonime di consumatori. Or la politica del Belpaese sta perdendo un momento straordinario, potrebbero lorsignori cambiare la storia dello Stivale raccontando semplicemente alle genti  nostre quel che sanno davvero della crisi: quanti milioni di disoccupati in più, quali rapporti nuovi di forza tra potenze, quanto conteranno d’ora in poi per noi i rapporti diplomatici e commerciali con Cina e Russia quali colossali interessi si stanno muovendo nella Penisola. Ma tutto tace, le genti del Belpaese sono distratte e nel bisogno chiedono miracoli e indulgenze. La politica e le classi dirigenti si son di nuovo perse le genti loro. Non è una novità.

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

La reggenza d'Italia e i fumetti

La valigia dei sogni e delle illusioni

La reggenza d’Italia e i fumetti.

 

Capita di leggere cose strane, talvolta esse fanno capire più di tanti saggi l’immediato quotidiano di questo Belpaese. Il mio pensiero va a “Politicomics, raccontare e fare politica attraverso i fumetti  di Federico Vergari edito da Tunuè  a Latina nel 2008

In Questa pubblicazione si chiede l’autore se esiste ancor oggi il fumetto politico in Italia. Può sembrare una cosa bizzarra, una distrazione da eruditi, tuttavia se si considera il fumetto come una tipica espressione artistica della civiltà industriale allora questa nota sconsolata va iscritta entro i termini di un declino delle capacità delle genti del Belpaese di guardare a sé stesse con lucidità e da parte della politica di pensare alla concreta realtà dei cittadini. Del resto c’è un pregiudizio diffuso nella Penisola che indica i fumetti come una cosa da bambini o da ragazzini e i fumetti che trattano l’attualità o la politica come dei prodotti di scarto del giornalismo e della polemica politica.

I fumetti italiani sono la solita occasione perduta di dar corpo a una cultura popolare che non sia la pura e semplice estensione della pubblicità commerciale e delle logiche da grandi magazzini; mancano i volti e le voci per dar corpo alle diverse genti d’Italia. C’è qualcosa d’arcaico e un senso d’inferiorità rispetto ai grandi processi della civiltà industriale; la quale esprime parte di una certa cultura popolare attraverso i fumetti. Questa condizione italiana è anche il portato di una ostinazione  delle generazioni anziane del Belpaese che da decenni rifiutano il dato di fatto che il mondo umano in cui vissero non esiste più e che l’apertura ai controversi e insidiosi strumenti e segni della civiltà industriale è una necessità vitale per un consorzio umano che aspiri a non essere travolto da una realtà in rapida evoluzione. E’ il senso della continuità fino alla sua fine ultima di un mondo antico in politica come negli aspetti della vita civile, un segno ulteriore della senescenza della società italiana. Eppure adesso c’è bisogno di contare le forme e le voci che emergono dalla  Penisola  e dai suoi abitanti vecchi e nuovi, le cose cambiano e questa reggenza finirà prima o poi.

Come ho scritto tante volte, e di ciò chiedo scusa ai miei lettori abituali, i vecchi poteri declinano e i nuovi ancora non prendono forma, l’Italia è come se fosse in una condizione di reggenza al tempo del Medioevo: il re è morto e deve essere sostituito dall’erede, ma il principe è troppo giovane o malato e non può prendere il potere. Al suo posto, e a seconda dei casi, governa in suo nome un cardinale o uno zio o un consiglio dei nobili o la regina-madre.

Questa crisi della politica che non riesce a darsi un nome e un volto e ricorre a tutti i travestimenti e a tutte le maschere ideologiche è il portato di una crisi di modello di riferimento e segnatamente del capitalismo finanziario senza regole e del liberismo sfrenato e senza limiti della civiltà Inglese e Statunitense. La crisi economica e l’emergere di nuove potenze finanziarie che fanno riferimento alla Cina, alla Russia, all’Europa, all’India e adesso perfino al Brasile consegnano agli Stati Uniti un solo primato: quello militare. Nei fatti solo l’enorme e smisurata potenza militare, e per mantenerla gli statunitensi sacrificano gran parte delle loro risorse umane ed economiche, sostiene la potenza dell’Impero USA nel mondo.  Essere se stessi qui e ora non è un male, è necessario.

 

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

Per un futuro?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro?

 

Il fanatismo e l’odio duro e puro contro l’altro, contro il nemico non è cosa da gente del Belpaese, in questo siamo diversi dalla maggior parte dei popoli dell’Europa e del Nuovo Mondo che sono in grado di odiare con straordinaria intensità. Gli altri hanno saputo dar prove in questo senso notevoli basta pensare alle guerre coloniali inglesi e francesi dei due secoli appena trascorsi, all’ecatombe di nativi del continente Americano per far spazio alla civiltà dell’uomo bianco, alla brutalità delle truppe germaniche nelle due guerre mondiali, alla spietata efficacia distruttiva del comunismo sovietico, e qui mi fermo perché l’elenco potrebbe prendere anche l’Asia, l’Oceania e  l’Africa. Il fascismo in modo limitato e artigianale, rispetto ai massacri tecnologici e scientifici attuati in scala industriale dai suoi alleati e dai suoi nemici, ha cercato di far indossare alle genti della penisola il volto feroce del guerriero e del conquistatore sanguinario. I risultati sono stati limitati e scarsi rispetto alle ben diverse prove ostentate in faccia al mondo intero dalle altre potenze imperiali che lottavano nella Seconda Guerra Mondiale. Forse il fatto di essere dei cattivi assassini su scala industriale può essere in prospettiva un elemento positivo, si può ragionevolmente pensare a un Belpaese che riesce a trovare il suo posto sul pianeta azzurro entro i termini di una politica non aggressiva e distruttiva come è stato per i precedenti imperi. Scrivo questo in un momento di "reggenza di fatto" nel Belpaese. I vecchi poteri declinano, i nuovi non prendono forma e il dominio dell’Impero Anglo-Americano che aveva per decenni controllato la Penisola, ufficialmente per “salvare le genti d’Italia dal Comunismo e dai Soviet”, mostra i suoi limiti; perfino un leader come Berlusconi si permette ironie sull’abbronzatura del presidente Obama e della sua gentile signora. Questa condizione di semi-colonia culturale di Londra e New York del Belpaese è destinata a mutare, lentamente ma necessariamente si farà strada l’idea di una nuova forma d’identità e civiltà italiana altra e diversa da quelle precedentemente conosciute; è da auspicare la presa di distanza delle genti della Penisola da questo presente politico che è una massa informe di mezze verità, ideologie strane, idee marce, memorie perdute e di vicende private di alcuni singoli che cavalcando ciò che è morto e decomposto hanno cercato per sé una soluzione attraverso la carriera politica. Un Belpaese rinato deve per sua intima natura intraprendere, spero per primo, la difficile via d’uscita dal fallimento morale e biologico cui sta andando incontro la razza umana a causa di processi industriali e  capitalistici privi di ogni controllo e di qualsiasi senso del limite. L’Italia deve tornare ad essere una civiltà perché c’è e ci sarà bisogno di una civiltà alternativa, di una via d’uscita dalle troppe follie che ha regalato al mondo un capitalismo aggressivo e senza regole, che indica a tutti la via di una crescita infinita in presenza di risorse grandi ma limitate. La possibile civiltà italiana dovrà individuare il senso del limite dello sviluppo, capire gli errori del sistema, trovare l’equilibrio che è necessario per creare una convivenza fra le differenze interne al Belpaese, oggi aggravate dalle comunità di recente immigrazione, in un’ottica di condivisione di alcuni valori comuni e forse di qualche obiettivo politico e di affermazione di civiltà alto e nobile.

 

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

Per un futuro possibile

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro possibile

Il Belpaese dovrà in un lontano futuro determinare i confini di una sua propria civiltà.

 Nei fatti le difforme genti della Penisola non costituiscono una civiltà oggi come oggi perché non esistono dei valori comuni condivisi, prevale nella difforme popolazione del Belpaese o spirito di parte, l’adesione a gruppi politici o d’interesse spesso coincidenti con vicende private del singolo o familiari.

Noto anche che, a dispetto delle apparenze, la capacità di dividersi, di querelarsi attraverso gli avvocati e di far volare parole grosse non corrisponde presso le genti del Belpaese a un vero fanatismo, a quell’odio netto e puro che è l’ingrediente delle guerre di religione e dei grandi conflitti ideologici. Sì certo ci sono stati conflitti ideologici in Italia specie fra comunisti e democristiani e i loro alleati ma a ben vedere son cose del passato e dietro c’erano i poteri stranieri attivi in Italia nel periodo della guerra fredda e i conflitti sociali interni fra classi sociali che le opposte ideologie mascheravano appena. Per i leader nazionali e i loro partiti di riferimento oggi si fa il tifo, tifo da stadio. Questo non è però indice di una fedeltà sincera, di un essere parte di qualcosa che è vita e biografia delle persone, come poteva benissimo capitare alle origini della Repubblica quando il Mario Rossi di turno prendeva la tessera di un partito o sceglieva di militare in qualche formazione politica. Leggo questa condizione come l’ennesima riprova che oggi l’Italia è caduta in uno stato di decomposizione della vita morale e civile. Comunque inutile pensarci troppo, prima o poi questo dolore cesserà e questo tempo funesto della Seconda Repubblica tramonterà nel remoto passato senza aver nulla di nobile o glorioso, chi verrà dopo di noi probabilmente escluderà questi anni dalla storia Patria trattandoli come qualcosa di strano e pazzo, come un momento che della storia delle genti della Penisola nel quale qualcosa di profondo e di sano si è spezzato e dopo si è dovuto ricostruire, rigenerare far rinascere.

Quale potrebbe essere il futuro dopo questo tempo funesto?

L’Italia ha sempre avuto qualcosa di metafisico nel suo manifestarsi, per i patrioti del Risorgimento era una sorta di nuova Roma antica che risorgeva, Per gli Italiani della Grande Guerra era l’entità che chiedeva il sacrificio umano di intere generazioni di maschi adulti, per il Fascismo la promessa imperiale di un dominio su un pezzo del pianeta azzurro. Questo far discendere l’Italia da realtà metafisiche si è rivelato disastroso, era sottinteso in quest’atteggiamento  una volontà d’ignorare o di mettere fra parentesi il dato reale e concreto. L’Italia che sarà deve nascere dal dato brutale e concreto, da una sorta di attaccamento alla terra e solo ad essa, dalla constatazione di tante parti disperse  e diverse che devono trovare valori comuni e ragioni di star assieme. L’elemento più forte è quella cosa elementare che è l’essere parte di una realtà politica e territoriale; lo straniero identifica come italiano l’abitante della penisola, quale che siano le sue origini, questo discrimine fra loro e noi sarà molto probabilmente la prima pietra di una costruenda civiltà italiana. Dal bollo di diversità imposto dai forestieri può nascere una prima ragione d’identità che somma le comunità straniere di nuova emigrazione e quelle che in Italia vivono da secoli o da due o tre millenni.

 

.IANA per FuturoIeri




30 settembre 2009

La resurrezione del Belpaese prossima ventura


La valigia dei sogni e delle illusioni

La resurrezione del Belpaese prossima ventura

 

Chiedendo preventivamente scusa ai miei venticinque lettori se son quasi forzato a scrivere perché credo che si avrà prima o poi una resurrezione del Belpaese al termine di questo ciclo funesto di decadenza e decomposizione dei valori e delle facoltà mentali delle diverse genti d’Italia. Ritengo che saranno gli stranieri a imporre alle nostre disperse genti di ripensare alla loro condizione e di trovare le ragioni del loro stare assieme. Semplicemente gli stranieri, cosa del resto scontata e ordinaria, metteranno una barriera fra ciò che è simile a loro e ciò che non lo è. L’italiano in fin dei conti sarà forzato a causa della sua estraneità alla cultura e alla civiltà altrui a darsi una propria forma di esistenza.  So che questo disturberà alcuni fra i miei venticinque lettori, che qui saluto e ringrazio, ma occorre andare oltre le frodi della comunicazione pubblicitaria e televisiva: gli altri sono diversi fra noi e in fondo al cuore non ci vogliono fra loro e non si vogliono mischiare con noi. Non lo sforzo di un pugno d’eroi, non una fantomatica e inesistente dimensione culturale, non la lingua scritta e meno che mai quella parlata o memorie antiche stimate e onorate (ma quando mai!) faranno il miracolo. Nulla di tutto questo può ricomporre le disperse genti del Belpaese. Solo il disprezzo dei forestieri e il disgusto con il quale si osservano nel mondo le vicende del Belpaese sarà il collante delle disperse genti della Penisola. Questa condizione di estraneità a un consorzio civile più ampio imporrà dolorosamente ma necessariamente il darsi di una Nazione italiana adeguata ai tempi; personalmente sarei ben felice se questa nuova identità s’identificasse con simboli più forti e consapevoli rispetto a quelli ereditati dalle passioni risorgimentali dell’Ottocento. Temo che questo processo di creazione di un nuovo mondo umano per il Belpaese potrebbe vedermi ridotto in polvere, come è oggi polvere triste e fredda di cose morte e perdute il mondo umano che ho conosciuto nell’infanzia. Non so quanto tempo ci vorrà perché le genti dello Stivale si sveglino da questo sogno delirante, da questa incapacità di distinguere i contorni della realtà. Si farà strada prima o poi l’evidenza che le genti d’Italia non sono riconducibili ai popoli Balcanici, che sono lontane dagli antenati del mondo antico, diverse dalle genti di Spagna e di Grecia e molto distanti per cultura e indole da quelle del Nord - Europa o della Scandinavia. Le genti del Belpaese sono altro, e questo altro non ha ad oggi né un nome né un volto. Del resto i partiti e i gruppi politici che ci hanno governato negli ultimi sessant’anni avevano i loro riferimenti nella Russia Sovietica, nell’Impero Britannico, nella civiltà Statunitense, e qualcuno timidamente osservava interessato cosa accadeva nelle socialdemocrazie nel nord del Vecchio Mondo; c’era tutto nei punti di riferimento del Belpaese perfino qualche estremista che s’interessava pure della Cina Maoista. Tutto meno l’Italia. Il Belpaese è questa cosa strana che sfugge a ogni ordinario ragionamento e che ancor oggi per definirsi deve capir cosa non è e in cosa è differente dagli sfortunati vicini del Nord-Africa e dai ricchi popoli dell’Europa. Del resto neanche gli altri sanno bene che fare, in qualche modo percepiscono che  l’Italia è parte dell’Europa e nello stesso tempo non lo è. Credo che il nodo insidioso debba esser risolto dalle nostre disperse genti, le quali prima o poi dovranno trovare quel minimo di compattezza che doni ad esse un nome e un volto.

IANA per FuturoIeri




5 giugno 2009

Ma dove sono i problemi della mia generazione?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ma dove sono i problemi della mia generazione?

 

Da tempo sono funestato dai dibattiti televisivi, dalle discussioni di coloro che vivono sulla gestione del consenso e della cosa pubblica, dai troppi luoghi comuni, dalla gente intervistata per pochi secondi sugli argomenti i più strani. In tanta abbondanza di aria fritta e parole al vento mi pare che manchi una sincera, nobile, alta volontà d’occuparsi dei problemi della mia generazione quella dei tanti che sono fra i trenta e i quarant’anni. I motivi di preoccupazione non mancano: lavoro precario, difficoltà a formare una famiglia di qualsiasi tipo, affitti alti, mutui per la prima casa cari o inaccessibili, poca meritocrazia nell’accesso alle carriere che contano, famiglie d’origine anziane o in crisi, inquietudini sul futuro come privati e come realtà collettive o sociali. La mia modesta impressione è che aldilà di programmi elettorali, delle dichiarazioni di principio, delle ostentazioni di facciata di questa generazione freghi ben poco. Sono di gran lunga più importanti i cantieri delle grandi opere sia a livello nazionale che locale, la questione delle immigrazioni clandestine e delle  pensioni che mobilitano milioni di potenziali elettori anziani terrorizzati  dalla possibilità di perdere qualcosa per colpa dell’immigrato “che ruba” o di una riduzione di quel che gli entra in tasca, le invenzioni della polemica elettorale stretta fra la necessità dei ceti che vivono di politica di mettersi d’accordo al momento opportuno e quella di far finta di litigare su qualcosa. La generazione a cui appartengo è per così dire, forzata dal clamoroso silenzio della politica a pensare da sé sola ai suoi guai; essa è di fatto invitata a far da sé, ad arrangiarsi, ma attenzione: deve farlo in assenza di concrete possibilità e risorse. Questo tirare a campare è un bruciare la casa in pieno inverno per riscaldarsi per qualche ora, si tratta di una scelta che costerà un prezzo spaventoso alla società italiana e a tutto ciò che tiene in piedi il Belpaese. Sinceramente gradirei da parte dei nostri candidati dei fragorosi “Me ne frego”, l’espressione è fascista ma rende bene l’idea della natura del Belpaese dove chi non ha famiglie importanti alle spalle o protettori difficilmente può aspirare ad ascendere la gerarchia sociale, che ormai coincide con la pura remunerazione economica. Perché la questione è anche e prima di tutto una questione di soldi, ora che la ricchezza scarseggia le povertà emergono e l’egoismo sociale diventa fattore di crisi dell’identità dei singoli e della collettività. Del resto nel nostro amato stivale l’uomo è ciò che ha e se non ha non è.

Il futuro non esiste ad oggi nel Belpaese perché da anni non c’è più politica, quella che si vede è la sua caricatura, o peggio la sua decomposizione, le nostre genti ritrovano l’arte d’arrangiarsi sulla via di una nuova disperazione.

IANA per FuturoIeri



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