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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


5 ottobre 2009

L'Ombra del Maestro

 

 

 

L’Ombra del maestro

Sono morto.

Ora sono l’ombra del maestro d’uomini e donne

che fui in vita.

Ho preso presso di me ragazze timide,

giovanotti goffi,

bambini con problemi.

Gli ho donato me stesso.

Gli ho insegnato a lottare.

Con le regole, nelle regole.

Ero maestro d’arti marziali, di Judo.

Con la mia disciplina e il mio sapere

Ne ho fatto dei combattenti puliti, ora sono uomini e donne.

Gli ho dato come esempio

la mia vita dove lavoro, onestà, sport erano una sola cosa.

Ero un maestro d’arti marziali, di Judo

La mia utopia mi è costata amarezze.

La mia coerenza mi ha messo contro i costumi dei tempi.

Sono stato più forte di ogni avversità, di ogni critica.

Ero un maestro d’arti marziali.

Maestro di Judo.

Ho speso bene la giornata della mia vita.

La mia opera è l’incontaminato possesso

di coloro che mi hanno amato

 in vita.

Ivo.

Circa nove mesi fa, dopo il funerale di Ivo, presi con me stesso l'impegno di onorare il suo insegnamento con una poesia. La fortuna mi ha voluto bene e vinsi il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia Edita ed Inedita Racconta il tuo sport" indetto dall'ACSI. Oggi propongo ai miei venticinque lettori quanto ho scritto.




29 agosto 2009

Appunti Viennesi:Il potere e il vuoto

La valigia dei sogni e delle illusioni

Appunti viennesi: Il potere e il vuoto

La visita della città di Vienna quest’estate mi ha portato a fare una riflessione su un fatto che di per sé non è così evidente. Ad un certo punto del mio girovagare da turista ho cominciato a riflettere sulla suggestione Barocca del passato imperiale della città, alla potenza che aveva nel passato l’ostentazione di quelle palazzi del potere, di quei simboli maestosi, di quei viali da grande capitale, di quella ricchezza d’arredi nel teatro dell’Opera. La dimensione imperiale del passato fa uno strano effetto: non si può ignorare il messaggio che comunica con la sua semplice presenza e nello stesso tempo non si può più credere alle sue ragioni. I principi, gli imperatori, i nobili, i marescialli che hanno abitato quei luoghi con il loro seguito di mogli, figli, servitori, ufficiali, soldati, segretari, maggiordomi e artisti al soldo non esistono più. Il loro mondo ora nobiliare, ora decadente è sparito. Tuttavia le costruzioni magnifiche che si son costruiti nel passato sono rimaste e il vuoto che avevano lasciato è stato preso o dalla concretissima Repubblica Austriaca o da musei, enti culturali, spazi espositivi. Il potere aristocratico ha capito per primo per un suo diritto d’anzianità la forza di persuasione che avevano le grandi opere e i palazzi regali. Si può dire che il mondo nobiliare europeo, e quindi anche quello asburgico, era uno dei tanti eredi naturali dei palazzi imperiali romani e delle cattedrali medioevali anche quando spendeva per imitare la reggia del Re Sole. Marcare la presenza del potere nello spazio e nel quotidiano con edifici monumentali era penetrare nella realtà e nella testa del popolo e dei borghesi, imporre visivamente il proprio mito legato alla legittimità dell’esercizio del potere politico, militare ed economico. Per l’aristocrazia Asburgica si trattava evidentemente di ostentare nel proprio presente un segno che rimandava al passato dinastico e affermare con l’ostentazione di una forza e di una potenza che si reggeva su solide basi che questo potere si sarebbe protratto nel futuro. Oggi che quei poteri, con l’eccezione della chiesa cattolica, non esistono più il vuoto che hanno lasciato è stato colmato in modo meccanico da altre forme con le quali una nazione si presenta ai suoi cittadini e al forestiero in visita: non più il potere delle aristocrazie guerriere o burocratiche ma le mostre d’arte e musei. Se il potere egemonico antico si è dissolto quello culturale è rimasto. Il vuoto lasciato dal potere aristocratico si è quindi rapidamente colmato, quasi per una sorta di meccanica della vita politica quando un potere schianta uno nuovo ne prende il posto, solo che questa sostituzione riguarda anche quei palcoscenici costosi come i palazzi, gli edifici monumentali, i teatri nei quali si svolge ordinariamente la vita politica e mondana. Se il nuovo potere li lascia in piedi e non li distrugge di solito li ricicla ed essi vivono vite nuove e assorbono il loro esser diventati contenitori di nuovi scopi e di nuove persuasioni. Questa mia considerazione forestiera ne richiama però una tristissima e domestica: cosa ha lasciato di monumentale il potere della Prima Repubblica Italiana: temo solo gli stadi di calcio e neanche tutti. La Prima Repubblica 1946-1994 non ha creato i suoi luoghi di potere ma ha preferito riempire quelli preesistenti, in qualche caso precedenti la stessa dittatura fascista come è il caso del Quirinale, di Palazzo Chigi, di Palazzo Madama. Quel che verrà dopo il sistema attuale, nulla dura per sempre sul pianeta Azzurro, dovrà accontentarsi di riassegnare un senso e un valore agli stadi, i quali sono ad oggi l’espressione monumentale tipica della presente democrazia rappresentativa. Temo che l’Italia che sarà, perché credo che prima o poi prenderà forma una civiltà italiana, esprimerà un giudizio durissimo sulla Prima Repubblica e sulla Seconda ancora in corso. Probabilmente arriverà un Belpaese migliore di cui adesso però non si può dire o pensar ancora nulla se non esprimere un vago voto di speranza in questa valle di lacrime e fango e di attaccamento al proprio passato e alla propria terra.

IANA per FuturoIeri



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