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4 settembre 2010

I Miei viaggi di ieri, oggi, domani



Le Tavole delle colpe di Madduwatta

I miei viaggi di ieri, oggi, domani

Scrivo per i miei venticinque lettori sulle impressioni di brevissimo ritorno nel  quartiere della mia infanzia, è strano che parli di un viaggio di questo tipo per aprire questi miei scritti ma così è. Scriverò di un viaggio di circa mezz’ora nel quale ho rivisto vecchie strade, la mia scuola elementare, la vecchia biblioteca del quartiere ormai dismessa, la casa dei miei nonni e la prima casa dei miei genitori (allora in affitto). L’occasione di questo viaggio nella nostalgia è data da un ricordo e dalla grande amarezza di questi giorni di settembre 2010 nei quali si consuma l’ennesima indecorosa vicenda dei precari della scuola senza lavoro o con poche possibilità quest’anno di trovare la loro cattedra o il contratto a tempo indeterminato. A questo disagio che mi coinvolge direttamente s’aggiunge l’amarezza della constatazione di quanto si sia indebolita la figura dell’insegnante in questo Belpaese oggi oggetto di bassa considerazione sul piano sociale. Un sintomo del cambio drastico di considerazione a livello di mentalità comune è dato anche dai ricorsi delle famiglie contro le bocciature scolastiche oggi non più casi sporadici e particolari ma banali eventi possibili anche se non comuni e dalla frequenza dei ricorsi al TAR in materia di provvedimenti governativi e graduatorie.  Il crollo della figura morale e civile dell’insegnante in questi due decenni va letta alla luce della disgregazione di un mondo umano precedente che vedeva nella scuola di qualunque ordine e grado un potente fattore di ascesa sociale e un modo per conoscere e capire meglio la realtà e quindi educare ed essere educati allo stesso tempo. Il Quartiere di un tempo oggi è il centro commerciale e la morale è data dalla pubblicità commerciale e dalle programmazioni d’intrattenimento della televisione, il mondo umano di prima è stato spazzato via da una forza potentissima, inconsapevole  e  dotata di mezzi enormi: la civiltà industriale. Questa civiltà, al tempo della mia infanzia, entrava nel pieno della sua terza rivoluzione industriale e i processi di disgregazione delle precedenti culture e della loro sostituzione con altro erano già iniziati ed erano già stati denunciati con forza da Pierpaolo Pasolini.  Quando ero alle elementari  il vecchio mondo umano ancora aveva energie e volontà e non era ancora morto. Oggi la mutazione è data e procede verso altre tappe e verso una nuova Rivoluzione Industriale che spazzerà via modelli di vita sociale, costumi, gerarchie al potere e farà ascendere altre classi dirigenti, umani molto diversi da quelli odierni, nuove tecnologie e nuovi consumi e forse nuove istituzioni politiche e gerarchie sociali. La civiltà industriale è diversa da quelle precedenti essa deve alterare le sue condizioni per imporre cambiamenti anche drastici; essa è determinata da forze che perseguono una continua distruzione creativa che deve produrre capitali da investire, nuove tecnologie, trasformazioni sociali, mutazioni nel potere politico ed economico. Oggi mentre si perde il ricordo del recente passato e mentre si sta disfacendo ciò che fino a qualche anno era il nuovo voglio ricordare il mio quartiere di quel tempo perduto al quale sono legato da un vincolo sentimentale riportando uno scritto in memoria del maestro Gori un simbolo di quella realtà alla vigilia della sua grande rottamazione civile e sociale.

E lui sarà per sempre il maestro Luciano. Da allora la sua arte sarà quella che nasce insieme ai ragazzi:un’opera collettiva La sua classe era una comunità dentro la comunità più vasta della scuola e aperta alla società: dal quartiere, alla città. Al mondo intero. Il Natale i ragazzi lo rappresentano con il capannone della “Damiani e Ciappi” occupata dagli operai licenziati. Sopra c’è la cometa e di fronte ai cancelli l’immagine giottesca di Giuseppe con Maria e il Bambino sopra l’asinello. Il Natale è l’albero con appesi i problemi del mondo, i volti dei bambini che soffrono la fame e la sete, i piccoli corpi offesi dalla guerra del Vietnam, mescolati ai feticci della società dei consumi, dalla Coca-cola, ai biscotti Plasmon. L’inquinamento è espresso in due grandi quadri collettivi: i colori stupendi del mare pieno di vita, di pesci, di coralli e di vegetazione di fronte ai fondali desolati dipinti con i colori scuri della morte.” In Paola Lucarini, Arabella Panichi, Elda Padalino, Franco Quercioli, Isolotto la scuola e il quartiere, 50 anni di scuola, Tipografia Comunale, Firenze, 2008.   Ricordo di Franco Quercioli, PP.96-97

 “In Gori maestro c’è alla base, il pittore e il “militante” di sinistra. Il tecnico delle attività espressive e il testimone di una ideologia emancipativa, saldati in una felice sintesi che ben si colloca in una precisa stagione della scuola e della pedagogia italiana (…). Ma la centro del progetto-creatività e dell’idea di una liberazione/emancipazione dei soggetti e della società attraverso anche la scuola si colloca una fede (vogliamo chiamarla così) nel bambino e nella sua capacità critica, divergente, creativa: di sottrarsi al “dominio sociale” e di ritrovare in sé una fonte di energia e di potenzialità, di capacità di re-interpretare e di tras-formare il mondo ma anche di vivere in comunità, “tutti Uniti”, collaborativi, solidali, partecipi gli uni degli altri e tutti “attivi in creatività”. La fede nel bambino e nella comunità scolastica non è però ingenua e sa di dover fare i conti col “bambino sociale”  e di doverne erodere l’identità per liberare la dimensione d’infanzia del bambino, sottraendolo proprio a quel dominio che la società esercita su di lui (con i media in particolare) e potenziare tale liberazione con l’esercizio della fantasia, che è un po’ la porta – rodarianamente- della creatività cognitiva e della libertà dai condizionamenti sociali. E’ proprio la scuola il luogo in cui questo disvelamento dell’infanzia può avvenire recuperandone la libertà sia cognitiva sia etica: la capacità fantastica e la possibilità di ritrovare (“tutti uniti ” ovvero facendo parlare, insieme, il bambino che è in tutti e in ognuno) un’etica-infanzia, coi suoi valori di pace, fratellanza, collaborazione, ma anche e ancora –rodarianamente- di contestazione (alla guerra, alla violenza, all’emarginazione) e di dissenso. In Paola Lucarini, Arabella Panichi, Elda Padalino, Franco Quercioli, Isolotto la scuola e il quartiere, 50 anni di scuola, Tipografia Comunale, Firenze, 2008.   Pag.100 (testo scritto dal Professor Franco Cambi)

Per saperne di più:

http://it.wikipedia.org/wiki/Isolotto

http://www.dsisolotto.it/Mensile/Rubrica%20storie%20dell%20isolotto/numero%207%20nov%20stis.htm

IANA per FuturoIeri




12 luglio 2008

GENTE MIA DOVE SIETE?

Mi capitò quando ero liceale di leggere un racconto nel quale Dio chiedeva a Caino conto dell’uccisione del fratello. Lo chiamava chiedendo dove fosse.

Il luogo ove era Caino non era solo fisico ma anche morale, era il nascondiglio del fratricida.

Io non so se davvero c’è un Caino ma mi sono convinto da tempo che non ritrovo più l’Italia della mia infanzia, l’Italia di trent’anni fa. Non so dove sia oggi ciò che pure ho visto, ho annusato, ho ascoltato. Quella di oggi è un qualcosa di strano, di deforme, che assomiglia solo per l’evidente sovrapposizione dei luoghi e del territorio a quel mondo umano e sociale che avevo conosciuto da bambino. L’Italia di oggi non riesco a capirla, non sembra neanche più un paese unitario ma un mettere una su l'altra  culture diverse, alcune di esse addirittura di recente immigrazione.

Non sono Dio ma mi verrebbe voglia di dire: Gente mia dove siete!

Forse sono solo ombre, parti della mia mente aggredita dalla nostalgia di un tempo lontano, o forse no. Davvero quel mondo umano si è perso, quella società si è trasformata al punto di diventare qualcosa di assolutamente irriconoscibile. Mi manca quell’essere noi stessi che coincideva con il sentirsi parte di una storia perlopiù maledetta ma comune, quel riferirsi in qualche modo a vicende se non condivise almeno comuni, che in qualche modo ti scusavano in un certo senso e giustificavano il tuo essere qui e ora in questo sciagurato mondo di viventi in conflitto. In particolare faccio riferimento a un certo qual senso comune che portava a pensare in termini di futuro, di mondo possibile, di una storia personale da costruire. Certo l’infanzia fa brutti scherzi specie nei ricordi, le cose cattive possono venir obliate, quelle buone ingigantite, ma pur considerando le molte cose che parlano a sfavore di quel tempo mi sento comunque libero di affermare che quel mondo umano aveva nel complesso una visione più rosea del futuro, questa mia affermazione non è una statistica è una mia percezione. Oggi non trovo più la mia gente. La cerco, ma intorno tutto è finito anche le tracce del passato sembrano dissolte, restano alcune cose tangibili che perdurano negli anni come la cattedrale, le piazze principali, i ponti, i parchi cittadini ma intorno è come se fossero passati non trenta ma cento e più anni, tanto è cambiata la società.

Ci sono giorni in cui mi sento in esilio, non è che non capisco questo mondo umano, è che non lo sento più come mio, come se nel corso della mia vita avessi già attraversato almeno due epoche diversissime e lontane.

Mi manca quel mondo trapassato perché oggi posso dire che, a ragione o a torto, esso era un pò anche mio.


IANA per Futuroieri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/liber.htm



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