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9 febbraio 2010

Vecchie e nuove tenebre

De Reditu Suo - Secondo Libro

 Vecchie e nuove tenebre

A parte qualche ateo, qualche anticlericale e qualche filosofo per professione o presunto tale chi ricorda più Giordano Bruno e la sua testimonianza della libertà di pensiero portata avanti anche i fronte a sette anni di carcere, alla tortura e al rogo voluto dalla Santa Inquisizione Romana?

Perfino chi muore per principi come il libero esame o la libertà di ricerca e di pensiero deve subire la violenza di esser oggetto del discorso di parte in Italia. Comunque per i pochi miei lettori che non conoscono la vicenda mi limiterò a dire che il filosofo, scienziato, erudito ed ex frate Giordano Bruno fu incarcerato, interrogato, processato, torturato dalla Santa Inquisizione per le sue affermazioni e i suoi scritti e infine venne bruciato vivo a Roma in Piazza Campo dei Fiori nel 1600. Almeno il vecchio potere inquisitorio aveva il coraggio di entrare nel merito degli argomenti, di verificare e forse perfino di capire le questioni portate dai nemici della fede e dei re per Diritto Divino. Oggi i nuovi poteri sono inquinati da un potere che è per sua natura illegittimo quando ha a che fare con la politica ed è il potere della finanza.  Questo nuovo potere  non può entrare nel merito e deve difendersi con il silenzio, con la frode e con la calunnia. Nessun regime politico, con la sola eccezione di qualche signore della guerra o di qualche bandito un po’ meglio organizzato rispetto ad altri può pretendere di governare in nome della finanza, ci vuole una foglia di fico sui genitali del potere, occorre qualche scusa religiosa o patriottica. Il potere che cede alla logica di servire le piccolissime minoranze di ricchi si candida a non essere ubbidito  nel momento del bisogno o della disgrazia, è quindi un potere debole che spesso trova pessimi campioni e pessimi capi e nessuna autentica fedeltà che è a pensarci bene il primo degli ingredienti per creare la civiltà e per dare senso ad una realtà collettiva di natura politica. Le nuove tenebre sono peggiori di quelle passate perché ignorano i loro limiti e la loro natura, l’ignoranza che viene dal servire in politica l’egoismo dei pochissimi è ancor vile e distruttiva del dogma e dei valori aristocratici. Il suo non conoscere limiti rende illimitata al sua portata distruttiva, la sua capacità di demolire ciò che era prima certo e di creare al suo posto cose fragili e incerte disgrega ogni valore morale o di convivenza civile che non sia una trovata pubblicitaria o l’esaltazione di sentimenti egoistici e auto-distruttivi. La censura avviene semplicemente oscurando i microfoni e le telecamere e pagando esperti di comunicazione e della politica perché rovinino la reputazione e l’opera dell’eretico di turno sia esso un contestatore professionale come Beppe Grillo o il leader di qualche associazione di  consumatori truffati. Talvolta dove non può arrivare l’arbitrio del silenzio arriva lo studio legale con  le querele e  le diffide non appena si presenta il minimo appiglio legale o anche meno. Il nuovo potere non ha un livello morale perché è per sua natura estraneo alla morale, esso  è  l’estensione brutale del potere meccanico del Dio-denaro e delle potenze scatenate dalla terza rivoluzione industriale. Si tratta di una macchina titanica senza guida e senza meta;  chi pensa dominarla è ancor più pazzo di chi finge d’ignorarla, come la morte alla fin travolgerà tutti dai re ai mendicanti.

IANA per Futuroieri




29 agosto 2009

Appunti Viennesi:Il potere e il vuoto

La valigia dei sogni e delle illusioni

Appunti viennesi: Il potere e il vuoto

La visita della città di Vienna quest’estate mi ha portato a fare una riflessione su un fatto che di per sé non è così evidente. Ad un certo punto del mio girovagare da turista ho cominciato a riflettere sulla suggestione Barocca del passato imperiale della città, alla potenza che aveva nel passato l’ostentazione di quelle palazzi del potere, di quei simboli maestosi, di quei viali da grande capitale, di quella ricchezza d’arredi nel teatro dell’Opera. La dimensione imperiale del passato fa uno strano effetto: non si può ignorare il messaggio che comunica con la sua semplice presenza e nello stesso tempo non si può più credere alle sue ragioni. I principi, gli imperatori, i nobili, i marescialli che hanno abitato quei luoghi con il loro seguito di mogli, figli, servitori, ufficiali, soldati, segretari, maggiordomi e artisti al soldo non esistono più. Il loro mondo ora nobiliare, ora decadente è sparito. Tuttavia le costruzioni magnifiche che si son costruiti nel passato sono rimaste e il vuoto che avevano lasciato è stato preso o dalla concretissima Repubblica Austriaca o da musei, enti culturali, spazi espositivi. Il potere aristocratico ha capito per primo per un suo diritto d’anzianità la forza di persuasione che avevano le grandi opere e i palazzi regali. Si può dire che il mondo nobiliare europeo, e quindi anche quello asburgico, era uno dei tanti eredi naturali dei palazzi imperiali romani e delle cattedrali medioevali anche quando spendeva per imitare la reggia del Re Sole. Marcare la presenza del potere nello spazio e nel quotidiano con edifici monumentali era penetrare nella realtà e nella testa del popolo e dei borghesi, imporre visivamente il proprio mito legato alla legittimità dell’esercizio del potere politico, militare ed economico. Per l’aristocrazia Asburgica si trattava evidentemente di ostentare nel proprio presente un segno che rimandava al passato dinastico e affermare con l’ostentazione di una forza e di una potenza che si reggeva su solide basi che questo potere si sarebbe protratto nel futuro. Oggi che quei poteri, con l’eccezione della chiesa cattolica, non esistono più il vuoto che hanno lasciato è stato colmato in modo meccanico da altre forme con le quali una nazione si presenta ai suoi cittadini e al forestiero in visita: non più il potere delle aristocrazie guerriere o burocratiche ma le mostre d’arte e musei. Se il potere egemonico antico si è dissolto quello culturale è rimasto. Il vuoto lasciato dal potere aristocratico si è quindi rapidamente colmato, quasi per una sorta di meccanica della vita politica quando un potere schianta uno nuovo ne prende il posto, solo che questa sostituzione riguarda anche quei palcoscenici costosi come i palazzi, gli edifici monumentali, i teatri nei quali si svolge ordinariamente la vita politica e mondana. Se il nuovo potere li lascia in piedi e non li distrugge di solito li ricicla ed essi vivono vite nuove e assorbono il loro esser diventati contenitori di nuovi scopi e di nuove persuasioni. Questa mia considerazione forestiera ne richiama però una tristissima e domestica: cosa ha lasciato di monumentale il potere della Prima Repubblica Italiana: temo solo gli stadi di calcio e neanche tutti. La Prima Repubblica 1946-1994 non ha creato i suoi luoghi di potere ma ha preferito riempire quelli preesistenti, in qualche caso precedenti la stessa dittatura fascista come è il caso del Quirinale, di Palazzo Chigi, di Palazzo Madama. Quel che verrà dopo il sistema attuale, nulla dura per sempre sul pianeta Azzurro, dovrà accontentarsi di riassegnare un senso e un valore agli stadi, i quali sono ad oggi l’espressione monumentale tipica della presente democrazia rappresentativa. Temo che l’Italia che sarà, perché credo che prima o poi prenderà forma una civiltà italiana, esprimerà un giudizio durissimo sulla Prima Repubblica e sulla Seconda ancora in corso. Probabilmente arriverà un Belpaese migliore di cui adesso però non si può dire o pensar ancora nulla se non esprimere un vago voto di speranza in questa valle di lacrime e fango e di attaccamento al proprio passato e alla propria terra.

IANA per FuturoIeri



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