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10 febbraio 2009

La Grande Pedagogia del Belpaese

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

La Grande Pedagogia del Belpaese

C’è una lapalissiana evidenza che una recente trasmissione della RAI ha mostrato: la scuola pubblica in Italia è in sofferenza. Ma il senso pedagogico profondo e comune dell’essere italiani oggi non è il saper molte cose o il lavorare per costruire una casa e la famiglia, è tirare a campare, fare cose diverse per raggranellare soldi, il vivere nel bisogno o nella incessante, nella brama di porre fine al male di vivere attraverso il possesso dei beni, della roba, dei quattrini. La Grande Pedagogia italiana è ognuno per sé e Dio contro tutti, fino all’auto-distruzione, fino alla fine del mondo e del Belpaese. La vicenda della scuola tanto bistrattata e alla quale viene sottratto il denaro che serve illumina su quanto sia profondo l’egoismo suicida delle nostri sedicenti classi dirigenti. Non c’è un futuro perché non si vuole avere un futuro, credo di capire perché: le nostre genti sono atomi, ognuno è un singolo e quando il singolo muore, tutto il suo mondo muore: affetti, vita, beni. Il mondo cessa di esistere quando io cesso di esistere. Questa visione dell'umano discende dall'alto delle gerarchie del Belpaese e fa scuola fin dentro la casa dell'ultimo italiano. Quindi non c’è posto per cose ingombranti come il dovere, la morale, Dio, la Patria, la famiglia. Le nostre genti sono malate di una cosa che si chiama nichilismo, non è un nichilismo filosofico o estetico, è semplicemente che occuparsi degli altri, inclusi i propri figli, costa e uno che vuol godersi la roba faticosamente strappata alla malvagità della vita sente tutto questo come uno scippo. In fin dei conti per l’italiano comune per il Mario Rossi di turno esiste un solo mondo e una sola realtà: la propria. Questa è dunque la grande pedagogia e se ne ricava che il futuro non c’è perché nell’intimo nessuno dei nostri sedicenti personaggi di potere vuol lasciare un futuro a chicchessia, domani la sua nera ombra potrebbe esser chiamata a rispondere ai pronipoti. Il suicidio della propria civiltà è il grande tema con cui il Belpaese deve confrontarsi. I pochi che ci dominano bramano la fine delle nostre genti e la loro distruzione? Le loro azioni portano a questo esito. Tutte le crisi di cui soffriamo siano esse il problema dei rifiuti, il degrado umano e urbanistico o la pericolossima esposizione nelle guerre dell’Alleanza sono il frutto di politiche parziali, faziose quando non casuali e del profondo disinteresse con cui finanzieri, industriali, politici hanno sempre guardato alla Penisola e alle sue genti. Per primi coloro che esercitano il potere guardano agli italiani come a delle genti straniere dai costumi bizzarri così diversi da quelli dei grandi leader inglesi e statunitensi che onorano e che ammirano. Prova ne sia che è costume dei nostri ceti sociali più elevati mandare i figli ad istruirsi all’estero magari in qualche costosa università americana e parlare una lingua piena di parole forestiere o di rabberci fonici a metà fra l’inglese e l’italiano delle barzellette. Le nostre sfortunate genti se avessero avuto due lire di cultura e buonsenso da tempo avrebbero ripudiato i nostri leader o ne avrebbero preso per tempo le distanze, ma adesso il guasto è compiuto.

Quando ritroveremo il nostro futuro, ritroveremo noi stessi.

IANA per FuturoIeri




17 gennaio 2009

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore: “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

1. Sulla Nazione italiana

Da dieci anni studio il problema dell’identità italiana, con particolare riferimento alla Grande Guerra , quella del 1915-1918. Il confronto fra il remoto passato e la presente roboante e nauseante retorica patriottica induce a pensare. Bandiere, inni, parate militari, discorsi che sembrano usciti dalle bocche degli eroici reduci delle imprese garibaldine, appelli all’Unità come se questa fosse la Repubblica Romana di Mazzini del 1848. Le nostre sedicenti classi dirigenti stanno creando la solita cortina fumogena di parole al vento per nascondere la realtà di un Belpaese frammentato e diviso dove se possibile ogni forma d’autonomia diventa occasione per tornare a una situazione grottesca dove ogni Regione, Provincia, Comune cercano di far Repubblica a sé. Non si può neanche dire che la penisola sia unita per quel che riguarda l’identità nazionale. Mi sono sforzato di pensare che cosa può rappresentare in termini d’identità per un ragazzo con i genitori marocchini o cinesi nato in Italia, e che fa magari qualche liceo, il riferimento ai ragazzi del 99° morti sul Piave. Mi è venuto in mente l’insieme vuoto. 

Per la verità credo che la cosa importi poco anche a tanti studenti italiani-italiani. Che gente strana che siamo: la presenza di comunità altre dovrebbe spingere a cercare le ragioni dei valori comuni, invece più si cercano queste cose comuni più ci si accorge che di condiviso c’è poco o nulla. Non è condiviso il Risorgimento perché era contro la Chiesa, non la Monarchia perchè contrapposta alla Repubblica, non il fascismo per motivi ovvi, neanche la Prima e la Seconda Repubblica stanno troppo bene perché nel senso comune esse coincidono sia con i politici ladri e truffatori sia con le troppe delusioni e false speranze elargite a piene mani dai vecchi partiti politici ai loro elettori e sostenitori.

Se non si può più credere nella vecchia Patria degli antenati si cerchi almeno di far i conti su quella cosa che c’è oggi al suo posto. Per schiarire le idee a questo popolo molto confuso e ubriacato dalla cattiva e falsa retorica dei politicanti e dei giornalisti suggerisco per la prossima parata solenne ai Fori Imperiali di Roma di far aprire le gloriose schiere da un nutrito gruppo di imprenditori cinesi di Prato, di venditori di colore di cianfrusaglie romani, di maggiordomi filippini milanesi, di edili albanesi e rumeni provenienti da tutto il Belpaese. Ovviamente ben messi e con gli arnesi dei loro mestieri. Forse non sarà proprio una parata marziale ma almeno chiarirà le idee a tanti che le realtà che popolano l’Italia sono molteplici e nulla le tiene insieme se non l’opportunità di cavare da questa penisola di che vivere e la speranza di far fortuna. Quale Dio comune dovrebbero pregare le molte comunità d’Italia, quale legge può unire così tante differenze, quale classe dirigente politica potrà rendere conto delle molteplici esigenze, quale meccanismo sociale potrà garantire la giusta mobilità sociale? Ne propongo una: Niente.

Un vuoto spaventoso sorregge un Belpaese che va avanti ignaro di chi è, di cosa vuole davvero essere, di qual senso debba avere la sua civiltà. Ammesso che ne abbia una. Nel niente cresce la paura di perdere l’unico radicamento che il singolo ha con la sua intima natura, ossia la proprietà privata e segnatamente la propria proprietà privata, unica salvezza contro il nulla.

IANA per FuturoIeri



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