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20 maggio 2010

La mia penultima corsa di notte dal centro alla periferia




De Reditu Suo - Terzo Libro

La mia penultima corsa di notte dal centro alla periferia

Da molti anni mi capita di esser forzato a prendere l’autobus di notte dal capolinea della stazione alla periferia dove abito e talvolta prendo proprio il penultimo. Il penultimo autobus della notte mi ha messo a confronto con la mia periferia, con il luogo dove abito, perché proprio l’assenza di gente e le poche automobili rivelano la sua intima natura, le sue forme di natura cubica, triangolare, o rettangolare. Mi riferisco alle case e ai condomini dove la popolazione umana vive o per meglio dire perlopiù mangia, vede la televisione e poi dorme. La periferia italiana è il termine e l’inizio del quotidiano, faticoso, banale e vivere di milioni di umani.  Così nell’assenza degli umani e del loro ordinato e produttivo caos osservo dove credono di vivere, dal momento che questo sistema di produzione e consumo scinde il tempo e il luogo del lavoro e dello studio da quello della vita in famiglia e in società, e dove si sforzano di realizzare se stessi. La notte quando è limpida mi permette di osservare le stelle e la Luna e di capire quanto sia piccolo e transitorio questo mondo umano che vomita dalla televisione e dai giornali, sovvenzionati con apposite leggi, le sue molteplici certezze, le sue parole d’ordine, la sua lode al sistema politico, commerciale  e industriale. La periferia è popolare: la percorri a piedi, in bicicletta, in macchina o l’attraversi con l’autobus o con il treno. Si tratta del luogo dove si sviluppa il grosso della vitalità e della forza del Belpaese e lo rappresenta a modo suo, nella periferia si coglie lo scorrere del tempo e il disgregarsi lento della realtà. Quando ritorno sui luoghi dell’infanzia dopo tanto tempo o rientro a casa da un viaggio osservo i danni del tempo, una nuova rotonda, un nuovo capannone, un nuovo cantiere, qualcosa che è marcito o ingiallito con gli anni o qualcosa di nuovo che si presenta. Segni minimi di una storia infima e ridicola nella sua piccolezza che svelano i rinnovarsi e il distruggersi della realtà, la periferia italiana è diversa dal centro. La periferia ha meno vincoli, meno memorie e quindi sembra ch ci sia poco da conservare e la speculazione batte i suoi colpi più duri e di conseguenza diventa lo spettacolo di quel che è il Belpaese una volta che lo si è denudato delle finzioni retoriche sulla millenaria civiltà italiana, sull’arte, sul destino del Belpaese. La periferia è la nostra nuda verità e questo si capisce solo di notte quando le luci artificiali spezzano il buio che vuol nascondere tutta l’opera umana che lì si concentra.

                                                                     IANA per FuturoIeri




23 gennaio 2010

PUTTANIERI SI DIVENTA

In principio fu un ultrasettantenne accusato dalla consorte di andare a minorenni e di essere seriamente ammalato di sessuomania.

Quindi venne un ex giornalista, fustigatore dei costumi e delle truffe del Belpaese, pizzicato con travestiti e polvere bianca di corredo.

Infine è stato un Docente universitario grigio e cattolico, accusato dalla ex amante di portarla a spasso per il mondo sotto le mentite spoglie di missioni di lavoro, con annesso shopping di comfort.

I nomi sono noti a tutti e quindi farli non viola alcun segreto istruttorio dei Magistrati.

Il primo caso è quello del Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, che dopo aver sfasciato due famiglie viene fotografato prima al diciottesimo compleanno di una ragazzetta napoletana che potrebbe tranquillamente essere sua nipote, poi nella gigantesca villa sarda con uno stuolo di prostitute e in compagnia di altri governanti europei con le pudenda all’aria.

Viene solo il dubbio se, in assenza di miliardi e potere, la sua altezza di un metro e sessanta e la sua calvizie mitigata da un toupé di nutria potevano attrarre cotante veline oppure lo avrebbero indotto con tanto di occhiali scuri e bavero alzato ad approssimarsi con fare circospetto verso il primo cinema pornografico!

Si da il caso che anche il secondo avesse, all’atto della discoperta, incarichi politici. Piero Marrazzo, Presidente della Regione Lazio, che, come l’ultimo dei venditori di pacchi, prima nega platealmente di essere lui nei filmini realizzati in una topaia romana coi pantaloni abbassati insieme ad un procace brasiliano/a ed un rinforzino di cocaina. Poi, di fronte all’evidenza e di fronte ad altri filmini o testimonianze, la butta sul pieticoloso.

Infine è la volta di Flavio Delbono, casualmente anche lui importante amministratore pubblico: Sindaco di Bologna. Prima si attiva per portare nella sua segreteria, allepoca dei fatti Vice Presidente della Regione Emilia Romagna, la propria amante. Solita biondona appariscente, solita storia di potere, soldi pubblici, sesso, donne di facili costumi e politici di facile etica. Viaggi, resort, bancomat a spese della Regione, poi la bufera e - pare - un tenero tentativo di comprare il silenzio.

Queste vicende, oltre allo squallore hanno un altro denominatore comune, la piccata indignazione dei protagonisti una volta sgamati al cospetto della gente. Insomma un complotto per non lasciarli lavorare in pace. Eppure nessuno ha imposto loro di ricoprire cariche elettive e pertanto di essere uomini pubblici, ma nel momento in cui decidono di diventarlo devono accettare l’onore e l’onere che comporta avere quel ruolo. Se no, troppo facile. Si invoca spesso - e talvolta fuori luogo - l’America, sarebbe forse il caso di tenerla a modello anche nei suoi aspetti più rigorosi, per cui tradire la moglie e i figli è l’anticamera del probabile tradimento del popolo.

Chi sarà il prossimo ad essere pizzicato? Sotto a chi tocca...

 

Per leggere altre notizie ed editoriali: http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




27 dicembre 2009

Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quarto foglio

I mercanti, i barrocciai, e gli ambulanti trassero dei sospiri di sollievo, il mostriciattolo stava sparendo dalla vista con il suo seguito di esseri indegni. Il nano aveva fatto il suo lavoro e fin qui le cose andavano bene, chissà come mai aveva chiesto proprio la parte altrui. Ma erano pensieri inutili, pensare troppo non è bene per chi vive di vendere e comprare e deve spostarsi di qua e di là per piazzare la sua merce o per strappare a un concorrente un buon affare. Il mattino era alto nel cielo e gli affari dovevano assorbire tutta la volontà e la capacità di concentrazione di coloro che frequentavano il mercato. Tutti avevano bisogno di quel che si trovava in vendita nel mercato. Gli esempi di varia umanità erano talvolta pittoreschi, talvolta ridicoli. Là gentiluomo ben vestito contrattava il prezzo di una collanina da poco per la sua giovane amante con un venditore di cianfrusaglie, un mascalzone cercava presso il rivenditore di ferraglia degli attrezzi per fare un furto con scasso, nel mezzo della piazza un paio di saltimbanchi e un ciarlatano attiravano il pubblico con la scienza del loro occulto e truffaldino sapere, un monaco impartiva benedizioni cercando qualche piccola donazione, alcuni contadini stanchi esibivano sui loro carretti frutta e verdura di stagione con la speranza di cavarne abbastanza per comprar medicine e qualche coperta per il prossimo inverno, perfino un mendicante esibiva qualche moneta per pagarsi una bevuta di vino e un paio di stracci per coprirsi. Da un lato non lontano da un muro usato come pisciatoio per i cani un tale, con qualche turba religiosa in testa, chiamava a raccolta i credenti contro il peccato; era ignorato e non lontano da lui i venditori di vestiti e di piccoli oggetti richiamavano una folla di donne che cercavano un piccolo affare per portar a casa qualcosa con la certezza di aver spuntato un buon prezzo e non di esser state fregate. Gli occhi delle signore brillavano di avidità e d’illusioni mentre i gli ambulanti declamavano la loro merce e raccontavano loro ciò che volevano ascoltare. Il venditore di pentole e di oggetti in rame, con una faccia da straniero del sud, dava qualche colpo ai suoi oggetti e li faceva risuonare per far sentire che c’era anche lui e che la sua mercanzia era bella e valida. I bambini e erano indecisi se era più interessante quella strana persona o il venditore di piccoli oggetti e giocattoli da poco, il maestro del paese intanto cercava un rivenditore di cianfrusaglie che aveva anche carta e materiale per scrivere. Al centro della piazza nel posto d’onore un vecchio truffatore vendeva vecchi vestiti e scarpe cercando d’imbrogliare i clienti sulla qualità della merce, a sinistra del suo banco aveva il venditore di dolciumi e a destra quello di vino, uno attirava i bambini pieni d’illusioni sulla vita, l’altro i vecchi delusi dall’esistenza che cercavano un paradiso alternativo a quello del prete con due litri di rosso scadente. Qualcuno era felice il sensale di maiali, quello di pecore e il tale che combinava matrimoni e fidanzamenti erano seduti comodamente nella bettola che faceva da taverna e da albergo per i forestieri e guardavano con interesse lo spettacolo di quel mondo umano in movimento e rigiravano fra le mani qualche buona moneta. I tre pensavano che in molti erano arrivati, in molti spendevano e i soldi giravano; anche loro avrebbero avuto una parte di quel fluire di denari grazie ai loro commerci di lana, pecore, carni suine e ragazze da maritare. Intanto il tempo passava, le voci si facevano meno insistenti, e le ombre s’allungavano. Stava arrivando la sera  e la piazza iniziava a spopolarsi, il mercato era quasi finito era venuto il momento di far gli ultimi affari svendendo la merce invenduta, di lasciar gli scarti per terra per la gioia dei miserabili e dei pezzenti e dei bambini abbandonati a se stessi e di far i conti e quindi  di mettere in mano al nano del cielo le tre parti che gli erano dovute.

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quinto foglio

Quando le ombre della sera si allungarono e annunziarono la notte tornò il Nano con la sua veste da medico degli appestati e assieme a un personaggio vestito di oro, di nero e di rosso con una maschera da antico attore di teatro sul volto, lo presentò come  il suo cassiere e assieme a lui prese le tre parti del compenso che finirono in una borsa di pelle marrone e vennero le somme versate annotate in un registro. Erano una coppia molto buffa un essere piccolo e vestito da medico degli appestati e un tale spilungone vestito in modo eccentrico che in modo cerimonioso s’inchinava quando doveva aprir la borsa per far cadere i denari e annotava con scrupolo le somme. Quando la coppia andò via i mercanti, gli ambulanti, i ciarlatani e i barrocciai iniziarono a contare il guadagno che gli era rimasto fu allora che cominciarono a farsi sempre più intensi dei suoni. I garzoni stavano riponendo le merci sui carri e tutti erano prossimi a partire quando dal pozzo posto su un lato della piazza emerse una sorta di fantasma. Era lo spirito del pozzo, chi fosse stato davvero non era noto, o forse i paesani stanchi di ricordare la gente onesta l’avevano dimenticato, o forse lui stesso aveva perduto il suo nome poiché e cose cambiano e gli umani non restano mai gli stessi. La sua apparizione destò ilarità e divertimento da tempo era noto che il fantasma era ridotto solo ad essere una vuota voce che si perdeva nella notte e che sibilava al calar delle tenebre. Così andò profetando l’antico spirito:”Malvagi, cosa avete fatto! Avete dato la dignità del potere a  un nano maligno, deforme e maledetto per le sue magie, a un essere empio dalla lingua bifida come i biscioni che strisciano nella nera terra. Avete dato a costui la dignità di Cesare quando gli avete ceduto la parte che spetta al podestà, l’avete onorato come l’Altissimo dando ad esso la parte che spetta al Monsignore e infine dando la parte vostra dedicata a Iddio avete tributato culto a un essere maligno composto di pietra, ossa, carne e sangue. Cosa credete di aver fatto. Io so perché siete così iniqui, perché deridete questa voce che sibila nella luce che muore di questo giorno, perché disprezzate così tanto la vita e tutto ciò che è sacro. Io so che voi siete già morti, ombre spente di un mondo che non c’è più, avidi esseri travolti dal mutare delle cose che voi stessi create con il vendere e il comprare, voi avete distrutto il vostro piccolo mondo umano per avidità e oggi vi prostrate per una fede interessata e meschina al nano che è sceso dal monte a mostrare a tutti le nostre deformità morali e la perversione dei nostri costumi.  L’animale che ha spezzato, segato, diviso e fatto portar via dai suoi servi infelici era una nobile bestia, voi tutti l’avete ammirata e in altri tempi e l’avete posta a tirar il carretto con l’immagine del patrono, l’avete vista alla destra del Podestà e a sinistra del Monsignore. Adesso che avete rinnegato la vostra antica fede la morte ha mutato ciò che era nobile e vivo in un corpo senza vita e decomposto. Solo voi date al nano del cielo il potere di decidere sul giorno del mercato, di prendere ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare; la vostra discordia è il suo potere, e al suo potere oggi avete tributato culto. Malvagio è colui che prende ciò che non è suo e despota colui che compensa con i beni altrui i suoi favoriti, voi siete stati despoti e malvagi contro voi stessi. Siate dunque maledetti e possa il vento che soffia sulle vostre porte e sulle vostre finestre ricordarvi ogni notte la malvagità della vita vostra.”

Dopo aver sibilato le sue maledizioni il fantasma ritornò nel profondo del pozzo. I mercanti e gli ambulanti non avevano più nulla da fare in quel luogo, accesero le loro luci e le loro lanterne e si misero in cammino, lentamente perché la stanchezza era tanta, i passi pesanti e la strada lunga.




26 dicembre 2009

Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Terzo foglio

Giurarono tutti quanti ponendo le loro mani sopra quelle del nano del cielo. I guanti neri da cerusico degli appestati furono toccati da una piccola folla eterogenea di mani le più diverse: c’erano quelle lisce e morbide degli usurai che prestavano di nascosto i soldi, quelle pulite delle prostitute, quelle fredde dei venditori di pesce, e quelle grassocce dei dettaglianti di formaggi e salumi, quelle screpolate dei rivenditori di attrezzi agricoli, e quelle inanellate dei merciai e dei rivenditori di vestiti e scarpe, perfino qualche disperato dalle unghie sporche che portava in un fagotto le sue tre o quattro cose da rivendere per trovar due o tre soldi mise le sue mani sopra quelle del nano. Mille storie  e mille disagi erano disegnati sui volti e sulle mani di coloro che per guadagno offrivano la parte di guadagno non loro al nano, ognuno aveva avuto qualche disgrazia o si era elevato solo un poco lasciandosi alle spalle la povertà, oppure era disceso nella scala sociale fino a diventare un’ambulante. Tutti volevano il loro guadagno erano lì e non se ne sarebbero andati senza aver udito un familiare tintinnar di monete. Tutti offrirono la loro parola e la loro dignità. Il nano ricevuto l’omaggio urlò qualcosa di gutturale e brutale ai servi deformi ed essi indossarono dei guanti e tirano giù dal carretto dei teli, delle asce da boscaioli e dei ganci e certe aste di legno. Il nano prese da un fagotto una grande ascia nera, e iniziò a colpire il corpo in alcuni punti frantumando le ossa e facendo schizzare per  ogni dove i frammenti decomposti.  In molti lo osservarono volevano constatare se era vero quel che si diceva di lui ossia che aveva i piedi di pietra a causa di una maledizione e se davvero una coda di rettile era nascosta dalle sue vesti.  Quando cominciarono a mostrarsi le prime luci dell’alba egli interruppe la sua opera e chiamò i servi a sezionare le parti della bestia che aveva colpito, i deformi divisero le masse informi in alcuni mucchietti usando lame e seghe per tagliare i tronchi dei pini, sistemarono le carni decomposte in dei teli dopo averle spostare con dei ganci e infine chiusero i teli. A suon di pugni il nano comandò che i suoi servi legassero i ripugnanti fagotti alle aste proprio a metà di esse. I servitori presero le aste così appesantite per le estremità e furono in grado di portare agevolmente via quella materia puzzolente. Il nano salì sul carretto  e disse:”Amici,  tornerò quando la luce che ora mi caccia da questa piazza sarà debole e allora verrò a chieder conto di quanto da voi promesso.  Avete davanti a voi tutto il giorno, avete guadagnato il vostro tempo sta a voi ora farlo fruttare e trasformarlo in denaro che gira di mano in mano  e che crea il nostro mondo fatto di cose morte e vive che vengono vendute e comprate. Nel nostro mondo tutto ha un prezzo e questo è il mercato la rappresentazione più schietta di tutta la nostra realtà, con dispiacere vi devo lasciare perché qui sento una forza vitale che è affine al mio spirito”. Ciò detto il Nano e i suoi servi abbandonarono il luogo in modo che la sua schiera di portatori deformi e odoranti di morte e decomposizione non disturbasse gli acquisti della gente venuta dalle campagne al mercato del paese. Fare affari al momento giusto era una cosa importante, di mezzo c’era il tempo perché la vita è breve e un soldo non guadagnato oggi non potrà essere investito domani e non darà un profitto dopodomani, il denaro vive di lavoro di tempo, se mancano questi due elementi può sparire come per magia. Il nano lo sapeva meglio di tutti loro e aveva scelto il momento giusto per imporre il suo prezzo e la sua volontà. Tutti ne erano consapevoli ma fingevano di non aver capito, c’era da guadagnare quel giorno, e tutto il resto non contava più nulla.



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