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24 giugno 2018

Ricetta precaria n. 37

Ricetta precaria

37   Numero primo

                                                   Pasta governativa alla moda mediatica dell’anno 2018

 

Quante volte ho corretto i compiti delle mie classi col sottofondo musicale delle opere dell’inclito e mirabile maestro di musica barocca Federico Maria Sardelli. Quante volte i suoi virtuosismi hanno accompagnato il mio pennino che vergava di rosso le maldestre e improvvisate risposte storiche e filosofiche dei miei discenti. I quali me li ritrovo schierati alla maturità, e dovrò pure fare il membro interno, per l’esame definitivo e conclusivo. La disavventura del virtuoso della musica barocca è del giugno 2018 con i social media, da cui è stato censurato in modo sinceramente opinabile, per la precisione Facebook. La questione ruota  intorno alla questione tutta politica della sua analisi intorno a dei B***ei di sinistra che hanno votato a favore del governo Salvamaio. Certo che è difficile di questi tempi tenere la bocca chiusa e la penna o la tastiera in catene, alla fine qualcosa capita di scrivere o di dire e suona male la censura mediatica in questo caso almeno. Quindi un pensiero ossequioso alle profonde riflessioni del maestro, che non condivido del tutto e lui rimane comunque bannato, e passo alla ricetta in questione.

Una bel piatto di pasta governativa.

Per prima cosa pasta tipo paglia  e fieno dai  colori governativi  giallo e  verde

Ingredienti per il sugo

1 cucchiaio e mezzo, ma anche due, di sugo alla bolognese avanzato e comprato al supermercato

1 cucchiaio di banale passata di pomodoro

Mezza cipolla tagliata fine - così se vi va potete piangere-

Sette olive di vario tipo tagliate, 2 foglie di basilico. 1 cucchiaio di olio piccante.

Questi ingredienti poneteli assieme in una padella per fare il sugo, assicurandovi d’ammorbidire la cipolla

A parte ponete  parmigiano grattugiato e cinque pomodorini freschi tagliati fine che unirete al sugo quando sarà già cotto e  pronto.

Unite parmigiano e pomodorini al sugo ormai pronto e poi unite il tutto con la pasta paglia e fieno appena scolata. Ne uscirà una cosa dal sapore forte mitigata dal fresco del pomodorino. Tipica ricetta estiva.

A chi piace ci sta bene assieme  il vino bianco freddo.




13 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (7)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo

Sezione 7

D-. Vorrei conoscere il tuo punto di vista sull’essere maestro.

R-. Insegni le cose, in quanto, maestro, che possono migliorare; ma devi fare anche la guerra al pregiudizio. C’è sempre chi ti ascolta e non ci crede.

D-. Una guerra psicologica

R-. Una guerra e non sai come combatterla, alle volte anche le dimostrazioni non convincono. Ti fo un esempio, l’altra volta ho parlato con i ragazzi qui in palestra sulla musica. Ho detto:” voi fate chitarra e nessuno di voi ha sentito un chitarrista decente, non avete interessi, lo fate per moda”.

D-. Alle volte uno vede un film, s’emoziona, e poi si dice che quella cosa, magari suonare la chitarra:”la voglio fare anch’io”

R-. Il fatto è questo, se io voglio imparare la chitarra ascolterò chi è stato grande, non per imitarlo, ma per darmi uno stimolo, e anche per imitarlo in certi momenti. L’essere maestro è questo: hai una storia con dei fatti compiuti, che non vanno ripetuti e la gente alle volte mi mette in condizione di ripeterli.

D-. E’ fastidioso

R-. Fastidioso!. E’ sconfortante perché alle volte ti mettono in condizione di pensare:”sai che, io penso a me stesso facciano come gli pare”. Ti faccio un esempio: tutti quelli che smettono a venti, trent’anni, sono ancora molto giovani ma non hanno più un diversivo che ti integra, ti fa ricordare anche essere bambino il mantenerti a lungo in certe amicizie, se smetti tronchi. Mi spiego ho avuto un’allieva fin da bambina, l’ho tenuta per vent’anni, poi ha dato un taglio e non è andata più a trovar nessuno. Guarda che dire addio nella vita alle persone è triste. Questo ragazzo che qui vedi fa judo fin da bambino è felice, io lo vedevo allora e lo vedo ora. Ci vivo bene, qui in palestra. Ma questo un maestro come fa a trasmetterlo a gente che pensa “ma io ho daffare, vai via”. Questa cosa qui non ha nemmeno logica delle cose, l’essenziale è: si vive, si ha a che fare con gente con la quale abbiamo vissuto bene, perché tagliare i rapporti senza motivo. Poi c’è dei tornaconti che sono stupidi. Te ne dico una: uno che veniva ha smesso, si è laureato, è ingrassato, la sua ragazza non lo voleva far spogliare al mare perchè era grasso, c’è già una certa distanza in questo atteggiamento, e da laureato è stato piantato. Lui dopo tanti anni grasso come è in palestra da chi va? Anche se era grasso qui aveva degli amici, che ha perso, che l’accettavano anche se era grasso. Ma la vita va presa anche così. Vedi da maestro si hanno dei problemi che gli altri non capiscono alle volte. Perché io ho passato delle cose ho fatto delle scelte sbagliate e non voglio che ci passino gli altri, sulle cose che ho avuto il pro avverto guardate che a far questo c’è il tornaconto. Il peggio è quando trovi della gente che ti dice “vai via, vai via”; allora non l’accetti, oppure li mandi a “fanculo” e diventi volgare e arrogante anche te.

D-. Si, poi è fastidioso, perché viene meno il ruolo del maestro.

R-. Se si deve fare una descrizione del rapporto fra insegnanti e allievi io devo dire questo: “qualsiasi sacrificio tu fai c’è il tornaconto”. Ti dico questo io son andato a Palazzo Vecchio, sede del Comune di Firenze, per una cerimonia, ho rivisto gente che mi era amica nel 1960, quarantotto anni fa, ho rivisto gente abbracciarmi e piangere, ma perché quarantotto anni distanti.

D-. Hai ragione

R-. Cercate di ragionare su questo

D-. Quarantotto anni son tanti, almeno due generazioni piene.

R-. Anche se fossero una o dodici non cambia il discorso, noi avevamo la possibilità di vivere insieme la sera. Quando io vedo voi qui a far palestra io son contento, integra bene la giornata. Se uno smette, ingrassa, si sposa, litiga con la moglie e poi si separa dopo in anno, ma che avrà mai ottenuto dalla vita.

D-. Uomini veri ce ne son pochi, ho conosciuto gente che per una donna ha mollato tutte le amicizie.

R-. Io li posso capire perché la donna “imbriaca”, ma poi c’è il momento della riflessione. Io la più grossa cotta che ho preso l’ho preso a vent’anni. Guardate ragazzi non mi vergogno a dirlo, stavo per sposarmi. Lei mi piantò perché andavano a prenderla gente con la macchina lunga. Adesso sto da 35 anni con una compagna che per me è la migliore del mondo. Quello che volevo dire è che quando si sbaglia ci si brucia. Queste cose vanno dette.

D-. Il maestro è un ufficio, per così dire, difficile, qualche volta con contrasti. Quando affronti dei problemi e dei momenti di difficoltà nei rapporti sociali che riguardano la palestra, la concretezza che emerge in quei casi è una dote naturale?

R-. Si, però è nata dalla povertà.

D-. Spiegati meglio. Mi sembra che si sia vicini a un punto importante.

R-. Io subivo le umiliazioni da piccino, ero povero, era da poco finita la guerra, avevo le scarpe un po’ ricucite, e a causa delle scarpe così non potevo uscire con i più grandi. Una volta fui invitato a mangiare da uno. Divise un pollo fra tutti, rimase un pezzetto d’osso me lo mise sul piatto. Mi disse : “divertiti”. Io presi m’alzai e andai via, e pensa era due anni che non mangiavo il pollo. Pensa dopo nove anni a 16 anni trovai questo mio zio in un bar, voleva uscire dal locale. Lo fermai e gli dissi: “No, passo prima io perchè sono più giovane e perchè ho del veleno in corpo perché tu mi hai detto divertiti con quel pezzo d’osso. Ora ti rispondo che con l’osso non mi divertivi e non mi sono divertito, ma con te mi diverto ora”. Gli tirai una botta. Mi fece : “ma come fai a ricordartene”, - “me ne ricordo” gli risposi e gli tirai un secondo colpo. Un signore che era lì mi fece:” lascia perdere è malato”, - “A Sì, allora ti curo io” e “Bam” l’ho colpito ancora. Morì dopo un anno.

D-. Non per i tuoi colpi voglio sperare.

R-. No, era malato, andò via e io gli dissi: “adesso và a casa e pensa a tutto il male che hai fatto nella vita” Io ho una reazione dovuta a tutto quello che ho provato quando era molto povero. Tu non hai mai provato una cosa così. Pensa mia madre è stata per me anche un padre, una volta l’accompagnai nella borsa della spesa aveva gli stivali di mio padre che era morto in guerra. Mi disse: “Si va a cercare un rigattiere che li piglia così si fa la spesa”. Vedevo la mia mamma forte e io avevo il magone. Ecco perché quando lavoravo portavo lo stipendio a casa, e a lei brillavano gli occhi perché poteva comprare della roba. La reazione del reagire e del picchiare l’ho avuta da lì perché ho sempre detto:”questa me la pagherete!”.

D-. Quindi per te è stato più facile?

R-. Facile?

D-. Intendevo dire: con maggior disinvoltura.

R-. Perché io alle volte qui ho detto che la fame, il dolore, la povertà, alle volte fa bene, fa migliorare le persone

D-. Sottopone però a delle prove molto dure, alcuni le potrebbero trovare insopportabili.

R-. Intanto ti accorgi che la felicità sta nell’intervallo fra due dolori. La vita è dolori di continuo. Fra un dolore e l’altro ci sono attimi di felicità, di tranquillità. Impari ad avere la giusta misura nelle cose e a vedere se la gente è genuina o meno. La gente rovina tutto anche le cose normali e pacifiche.

Attenzione. Nella mia formazione c’è anche la Toscana. Il discorso che dicevo io è che sono un po’ alla Carducci, ossia riconosco i grandi difetti dei toscani, ma riconosco e difendo la mia origine a partire da questa terra perché mi ha fatto così e son contento. Sai che vuol dire che mi ha fatto così? Vuol dire vedere un muro, un cipresso vicino a una casa che non sui vede in un’altra regione, il parlare sguaiato o la battuta mi hanno formato, mi hanno portato ad essere grande, mi ha dato un concetto di parlare e capire, e devo dirgli grazie.

D-. E’ un’identità quella di cui parli.

R-. Sai qualcuno potrebbe preferire di vivere in Piemonte, affari suoi, ma non è la stesa cosa. Io preferisco la dignità del Toscano che quando uno sta per morire e gli chiedono:”come sta”, risponde:”sta poco bene”. Mentre in altre regioni è sempre una roba da piagnoni. Si è piagnoni perché non si ha orgoglio. Quando morì mia madre fra le mie braccia feci tutto io, andai all’OFISA, andai dal medico legale, in un’ora comprai la cassa, il posto al cimitero, non le avevo mai fatte queste cose. Dopodichè cercai di tener su la gente di casa. Verso le tre di notte mi alzai, mi chiusi in bagno e mi misi a piangere. Pareva piovesse, ne avevo bisogno, però l’ho fatto da me con me stesso. Questo perché non siam piagnoni ma orgogliosi.

D-. In questa regione d’Italia siam fatti così




10 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (6)

Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo

Sezione 6

R-. Io ho l’abitudine di parlare come un treno, tutti quei punti interrogativi che giustamente trovi fai un appunto e ne parliamo insieme. Ora dobbiamo lasciare la segreteria.

D-. Rimarrebbero due o tre domande ad una sulla cultura sportiva hai già dato una risposta; un’altra riguarda un commento di Barioli dal suo recentissimo libro… (Il testo in questione è: Jigoro Kano, Fondamenti del Judo, Luni Editrice,2003, Milano. Il riferimento specifico è alla prefazione di Cesare Barioli e segnatamente alla pagina 9)

R-. Ho letto qualcosa, ma non lo conosco molo bene

D-. Nella prefazione, quando Barioli descrive il judo di Gigoro Kano, ne parla come di una “scomoda utopia”.

R-. Sì, ma certo. Perché Gigoro Kano aveva presentato un judo. Il judo Kodokan che poi è stato inflazionato da Budokai e da altri. Però la competizione e quel vincere lo ha rovinato. Barioli ha vinto delle gare, ma quando le ha vinte davvero bene, quando le ha perse ha fatto il saluto ed è andato via. Non l’ho mai visto tirare un calcio. Ecco il concetto perché lui ama e trova utopico Gigoro Kano. E’ così, perché il judo di Gigoro Kano è difficilissimo.

D-. E’ vero.

R-. E’ difficilissimo, io ho avuto un maestro Kirukawa, Koeke aveva vinto e guadagnava, lui era un accademico e mi diceva: non a terra è brutto. Cadere a terra per lui era brutto.

D-. Potresti chiarire questo concetto del maestro Koeke:”cadere a terra è brutto”

R-. Cadere a terra in quel caso è il senso di sopraffazione dell’altro. C’è un fatto, non si capisce di solito, Gigoro Kano questo lo diceva, cadere a terra e rialzarsi è la dimostrazione che non mi hai fatto niente. Se tu metti a terra uno che non ha fatto Judo quello si lamenta, tu invece ti alzi. Quello che non conosce il judo sicuramente si è fatto qualcosa. Attenzione considera che l’essenziale nel judo è che un corpo con la tecnica possa fare il triplo di quello che fa di solito. Che poi l’atleta vincesse o perdesse non aveva importanza, l’importante è che potesse fare il triplo, è questo l’essenziale. Si è visto dei ragazzotti vincere o alle volte perdere con avversari più esperti e forti. Perdevano perché non avevano innescato nel combattimento le loro capacità, la bravura tecnica necessaria. Questa capacità d’innescare la tecnica la si fa propria quando si diventa esperti nel judo. Questa è abilità, tecnica...è fantasia.



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