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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


2 novembre 2010

La recita a soggetto

Periferia e Ponte Rosso

Periferia e Ponte Rosso


Le Tavole delle colpe di Madduwatta


La recita a soggetto


Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco  preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.


Francesco si alza e gira per il corridoio, poi osserva la finestra che dà sul giardino, Marco  resta seduto e l’osserva. Poi si alza lentamente, con pigrizia. 


Francesco: Sei ingiusto. Vedi nella mia sfortuna del momento una pena, mi imputi senza motivo il marchio dell’incapacità. Non c’è colpa né merito nel mondo che è a caso e va verso il nulla. Felice è chi gode del qui e ora, tutto si  consuma e nulla  si crea. Perché lasciare il bene o il giusto a chi verrà dopo di noi, costoro potrebbero essere i figli di coloro che ci hanno truffati, derubati, messi sotto accusa o peggio. Perfino i  figli e nipoti di cattivi clienti e cattivi pagatori. Chi crea , chi lascia, può creare per altri e chi è l’altro? Non lo conosco! Conosco ciò che è  mio, ciò che mi fa felice qui e ora, ciò che è utile. La gente soffre? Non è colpa mia. Mi spiace per loro. Spero di lasciare nulla nemmeno la mia ombra su questo Belpaese che disprezzo con tutta la mia anima.  Quel che faccio nel commercio e nelle mediazioni è una necessità per non soffrire io stesso. Devo credere al potere mistico del denaro? Non credo sia necessario, a questa società basta che controlli la produzione di qualche azienda trasferita in Romania o in Serbia o in Ucraina che porta la merce qui e fa fallire le produzioni locali per la felicità dei miei ricchi datori di lavoro. Non conta tutto il resto. Devo essere rapido e portare risultati, chi sono non importa  a nessuno, neanche a me.


Marco: Poeta! Ora voglio parlarti del lavoro. Mi sono letto la Costituzione, quella in cui non ho mai creduto. Così recita il Primo Articolo: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e  nei limiti della Costituzione. Vogliamo parlarne? 


Francesco: Di cosa? Costituzione? Democrazia? Popolo? O peggio di Lavoro?


Marco: Di lavoro. Voglio parlare di lavoro. Inizio a dire, secondo verità e giustizia, che questa cosa del lavoro che corona e giustifica la libertà e l’appartenenza a un popolo libero è oggi una truffa e un crimine contro la verità. Il lavoro è merce. Merce che va, merce che viene. Come può la merce fondare la libertà di tutti, lo Stato, la giustizia, la dignità della Patria.  
Io e i miei soci se per produrre calzature, bottoni, vestiti o altro ancora se troviamo caro il lavoro, anche a nero, qui in Italia andiamo in Romania, in Bulgaria, nella Repubblica Ceca, in Ucraina o perché no anche in Serbia. Poi con le leggi che stroncano i dazi e  rendono possibile la circolazione di macchinari industriali e di capitali si fa la fabbrica, si sfrutta la gente povera del luogo con la promessa di sorti magnifiche e progressive e si porta tutto il prodotto  in Italia, in Europa, dovunque. Se le cose si mettono male perché protestano i rossi e i sindacalisti neri arrivano i miracoli. Migliaia di migliaia di lavoratori del nordafricani, orientali, asiatici, slavi, rumeni, albanesi regolarizzati con qualche sanatoria che crea un esercito di disoccupati di riserva per abbassare le pretese dei nostri e gettare fumo negli occhi alle anime belle della sinistra radical-chic. Miracoli. Grandi miracoli. Manodopera a basso costo non mancherà mai in Italia e nel mondo  e qui ci sono molti  retori da strapazzo che per una mancia da poco lodano la società multirazziale che esiste solo nelle loro fantasie malate e nelle menzogne che propinano ai cretini e alla gente idiota. Esiste un solo principio: il potere su uomini e cose della natura che è creato dal denaro che tutto domina e tutto muove. Se  non basta i miei padroni e i loro finanziatori, che sono anche i tuoi, allargano i cordoni della borsa e si comprano la politica, i giornalisti, la televisione e mandano questo mondo umano di sfruttati e di consumatori scemi dove vogliono. Gli esseri umani sono come la plastilina che usano i bambini o come la creta dei vasai e degli artisti. Chi può dare forma a ciò che è indistinto crea e dà senso, la materia deve seguire la mano che opera. Così sono gli umani di questo tempo: cose che vengono comprate, vendute, lavorate, trasformate, distrutte, ricomposte. Il lavoro oggi come oggi  è solo una delle forme nelle quali il forte esercita il potere sul debole. Come può una delle forme del dominio dei pochi sui molti trasformarsi nella forma della libertà di tutti. Non può. Noi qui nel Belpaese viviamo una frode immensa e trasformiamo una libertà che ci è ignota in una fantasia della retorica politica e giornalistica. Libero è il denaro e chi esercita il potere attraverso esso, e tu mio caro fratello  poeta  e cialtrone fingi una forza che non hai. Tu soffri il fatto di non essere ricco sfondato, temi un giorno di far la fine dei tuoi sfruttati. C’è un solo uomo libero oggi: l’uomo ricco e un sola possibilità di essere liberi. Si è liberi se si esercita un dominio proprio, privato, egoistico.

Francesco: Ciò che ieri era vivo, oggi che ti ascolto, capisco che è morto da anni.


Marco: Ciò che prima era vivente oggi si chiama illusione e non è cosa per uomini forti e ricchi.






18 luglio 2010

La natura seconda e il suo essere umano

 

De Reditu Suo - Terzo Libro

La natura seconda e il suo essere umano

Una sorta d’intuizione mi spinge da anni a ragionare sulla disgregazione degli elementi banali della vita umana che muta e si trasforma attraverso la dissoluzione di antiche ideologie, il manifestarsi di nuove logiche  nel lavoro e nella vita privata, l’interazione fra l’essere umano e le nuove applicazioni delle tecnologie informatiche. Mi sono persuaso che la terza rivoluzione industriale, che probabilmente non si è del tutto manifestata ad oggi, ha creato una sorta di natura seconda, un mondo artificiale nel quale l’essere umano è colui che attiva i processi economici e industriali. Una nuova concezione dell’universo e dei processi sociali di produzione e consumo di beni materiali o immateriali si accompagna per forza a una nuova concezione dell’uomo in senso assoluto. Credo che i processi in atto in questi decenni si configureranno come l’attivazione di condizioni culturali e produttive che daranno origine a una condizione umana talmente diversa da quella dei secoli di cui c’è una ragionevole memoria. La trasformazione potrebbe essere così radicale da configurarsi come una natura seconda. Considero che si possa dare la possibilità che  nel corso dei prossimi decenni la realtà umana, e la sua relativa visione del mondo, muterà in termini assolutamente radicali al punto da ritrovarsi disconnessa con tutto ciò che è venuto prima.  Penso, per fare un paragone assolutamente arbitrario, alla radicalità delle scoperte scientifiche del seicento che hanno disintegrato i modelli di sapere di matrice medioevale precedenti. Questo periodo che la terza rivoluzione industriale ha aperto si presta alla radicalità e mi limito ad un solo esempio: la scoperta di acqua su Marte. La scoperta in Italia è passata sottotono e le gesta più  o meno strampalate dell’ultimo protagonista di qualche spettacolo d’intrattenimento televisivo contano per il Mario Rossi nostrano e gentile signora più di qualunque  evento rilevantissimo di natura scientifica. Tuttavia l’evidenza che l’elemento di base della vita è presente fuori dal pianeta azzurro finirà con il produrre diverse concezioni della vita e del cosmo e questo non potrà non avere delle ricadute culturali e infine politiche. La produzione di beni materiali e di sussistenza con la rivoluzione industriale è entrata in una seconda natura parallela, altra e diversa da quella del ciclo delle stagioni e del mondo agricolo pre-industriale; adesso è probabile che l’essere umano incontri una sua natura seconda non più riconducibile a un senso di appartenenza al passato proprio e collettivo ma a una nuova appartenenza a un presente dominato da poteri tecnologici e industriali rafforzati da una scienza al servizio del profitto e dell’interesse dei pochissimi.

IANA per FuturoIeri





23 aprile 2010

L'articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana

L’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana

L’articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana presenta una Repubblica fondata sul lavoro. Precisamente:L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il lavoro è il fondamento riconosciuto della vita civile e sociale della Repubblica Italiana, il problema è: che cosa è oggi per milioni d’italiani il lavoro?

Il lavoro oggi è precario, instabile e spesso pagato poco e questa realtà è aggravata dalla crisi e dall’emergere di nuovi imperi globali con nuove minoranze al potere che vogliono trasformarsi in una sorta di nuova aristocrazia della finanza e del potere in grado di condizionare la vita di milioni d’esseri umani. Del resto l’India la Cina, il Brasile, la Russia post-sovietica e altre potenze minori sono pressate da milioni di esseri umani ormai parte di una nuova piccola e media borghesia  che esige di consumare petrolio, energia, beni voluttuari, e di godere di qualche briciola del benessere delle classi dirigenti e dei ceti sociali ricchi. Il quieto vivere delle classi dirigenti nei nuovi imperi e negli Stati a vocazione imperiale dipende dalla soddisfazione delle aspirazioni di potere e di consumo di questa massa di umani che è il vero motore del successo politico ed economico delle nuove potenze medie e grandi che stanno ridimensionando gli Stati Uniti e alcuni dei loro alleati storici. Senza i milioni di colletti bianchi, professionisti, quadri di partito, mediatori, commercianti, ingegneri la potenza Brasiliana, Cinese, Indiana e Russa sarebbero delle chimere e non delle realtà concrete, sono le centinaia di milioni di Indiani e Cinesi che vivono un po’ meglio dei loro padri e nonni a spingere i loro governi verso politiche volte a favorire il proprio commercio e le industrie estrattive. Alcune risorse strategiche e certamente il petrolio si trovano in Africa, nel Medio-Oriente e in alcune zone dell’Asia, il grande interesse per l’Africa dei nostri anni è dettato dal fatto che c’è un bisogno estremo delle risorse del sottosuolo africano che gli imprenditori e i governi locali non sanno sfruttare e usare per alleviare le sofferenze delle popolazioni locali. Il lavoro, il suo senso, i suoi costi sono una variabile non più del mercato, cosa che avrebbe un senso, ma di colossali interessi geopolitici collegati a quello che è un grande Risiko giocato dai potenti del mondo con regole truccate, mezzi sporchi e talvolta guerre per procura. Il lavoro nel Belpaese oggi è un calcolo, è l’elemento di progetti e investimenti finanziari di banche o Fondi sovrani, è lo studio di gruppi ristretti di manager e progettisti, è un prestito della grande finanza per avviare una certa attività o per trasferirla altrove;  in sintesi è qualcosa di estraneo al singolo e al suo progetto di vita. La crisi della Prima Repubblica si sarebbe comunque verificata aldilà del disastro sociale e politico di Tangentopoli di cui sono stati protagonisti i vecchi partiti della Prima Repubblica, proprio la questione del primo articolo e la sua perdita di senso in questa realtà di delocalizzazione a livello globale del lavoro dimostra come in crisi fossero i valori e i miti che avevano sorretto lo sviluppo economico e sociale della Prima Repubblica. I vecchi partiti dei ladri, dei retori con le pensioni dorate, le correnti politiche dei cattivi maestri e dei venditori d’illusioni hanno solo accelerato una decomposizione in atto, Berlusconi ha liquidato a modo suo l’ingombro delle rovine e delle carcasse puzzolenti morte da tempo. Fra le cose rotte del passato oggi rimosse c’è l’antico mito del lavoro.  

                                                                                IANA per FuturoIeri




10 novembre 2009

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

De Reditu Suo

Sepolture simboliche per i ricordi del tempo morto

Un caso, è stato un caso e ho rivisto e udito nei montaggi che fa una trasmissione di Raitre la vecchia sigla di Lady Oscar. Il contesto era fuori luogo, ma comunque la mia memoria è andata ad anni molto lontani, a un mondo ormai morto e sepolto con le sue illusioni, le sue logiche, perfino con le sue virtù. Già perché quella serie animata, dalla quale mi sento lontano, è stata parte di un mondo dell’infanzia che era inserito in una vecchia Italia decadente che conservava dei valori e delle logiche un minimo decenti; quella sigla mi spediva a tradimento in un tempo diverso e altro, oggi morto. Per me la constatazione della morte di quel mondo è un fatto doloroso, eppure devo rendere omaggio a una vecchia Italia che non c’è più e forse anche a una sigla per quei tempi coraggiosa e decisamente fuoriclasse. Se avessi i soldi dovrei conservare in delle teche da museo o in una specie di cassettiera a metà strada fra quelle della sala professori e l’ossario i resti pietosi di quel tempo perduto. Penso ai dischi in vinile, alle pubblicazioni ERI dedicate agli eroi del piccolo schermo, ai trasferelli, agli album di figurine e ai primi robot di plastica, ai giocattoli dell’Atlantic, ai filmini che si vendevano allora e che venivano usati con dei proiettori casalinghi. Ricordi di un tempo morto, non tutti piacevoli. Meriterebbero queste cose una sepoltura simbolica, non per cattiveria o per feticismo da strapazzo ma per delineare un prima e un dopo, un esser qui e ora avendo alle spalle qualcosa che forse ha cercato di raccontare, in modo strambo e un po’ pazzo, anche le speranze l’inquietudine di un tempo lontano. Per me è doloroso, ma devo far i conti con un tempo che è ormai altro, dove le illusioni di natura sublime o le fantasie del periodo hanno lasciato il passo a un mondo umano ben più triste e meno portato a slanci eroici o generosi; è rimasto poco della natura problematica, altruistica e contestataria degli anni settanta che era, sia pur sottotraccia e da decifrare, presente in alcune serie animate giapponesi. Oggi tutto è stritolato dalla macchina dell’industria dell’intrattenimento e lo spazio per l’arte e la provocazione sembra essersi ristretto anche nelle serie animate dell’Arcipelago. Rimane quindi nel nostro ossario ideale anche il rispetto per un piccolo mondo antico e l’amarezza per questi anni così meschini. Quindi essendo vano il piangere a oltranza sul tempo perduto, anche se può avere una sua dignità, occorre pensare al qui e ora e al futuro. Evidentemente per descrivere le speranze e le paure concrete di questi anni sarà necessario non far affidamento sulla dimensione commerciale; occorre che nasca l’esigenza da parte della gente perbene di creare le condizioni per scrivere, disegnare, fare cose di carattere civile e culturale. Occorre che quasi con una spinta dal basso si formino quelle spinte a descrivere in forma fantastica o allegorica le passioni e le paure di questi anni. Credo che la potenza creativa dei nostri anni ancora non emerga in forma compiuta perché tarpata dalla difficoltà di attivare canali paralleli rispetto a quelli lucrativi, ma forse il rimedio già c’è la rete e i nuovi mezzi per moltiplicare messaggi, disegni e scritti potrebbero favorire la formazione di spinte culturali dal basso, forse questa è illusione, o forse è il futuro.

La libertà inizia da sé stessi.

IANA per FuturoIeri




1 novembre 2009

Maestri del fumetto e del tempo che fu, ora siete morti.

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Maestri del fumetto del tempo che fu, ora siete morti.

Bonvi, Magnus, Pazienza ecco tre maestri di quell’arte considerata minore che è il fumetto, tutti e tre morti, tutti e tre in grado di comunicare attraverso le loro tavole concetti, storie, situazioni non banali. Tre forme diverse di fare fumetti ma tutte e tre in qualche modo con spunti politici, con affermazioni forti, con dei punti fermi. Bonvi è passato alla storia per l’antimilitarismo delle sue Strumtruppen in tempi di guerra fredda, Pazienza era impegnato politicamente e molte delle sue tavole rivelano come egli intendesse graffiare gli uomini di potere, Magnus ha fatto delle parodie spietate della condizione umana sotto la forma del fumetto satirico o d’avventura.

Ma ora i maestri del tempo remoto sono morti e il tempo sembra dilatato, come se fosse passato un secolo e non qualche decennio. L’Italia di oggi è veramente lontana dal passato anche solo di vent’anni fa, così lontana da essere irriconoscibile. Forse in un futuro lontano quando tanta parte di questo presente sarà una macchia di fango e  maleodorante sporco raschiata a viva forza dalla parete di casa a quel punto anche questo passato tornerà ad essere onorato e forse, in altra forma e in altro modo, tornerà a ripetersi con altre storie e altri autori. Dovrà pur esserci un tempo nel quale questo passato e queste forme d’arte, solo cronologicamente recente, verrà onorato e ricondotto alla storia dell’arte e della cultura del Belpaese.

Ma questo è un tempo ancora lontano, io stesso ne delineo a malapena il concetto e non ne vedo né il nome, né il volto.

Mentre scrivo ho presente l’ultimo volume a fumetti della serie francese “Chroniques de la Lune Noir”, nel quattordicesimo volume il  mondo abitato dai protagonisti della storia di Spada&Magia viene completamente distrutto da una potentissima maledizione demoniaca che fa cadere la luna sul pianeta. Parte dei viventi del pianeta si salva con l’esodo in un’altra dimensione, molti vengono distrutti e gli stessi Dei fuggono da un mondo condannato alla distruzione. Forse il finale integralmente catastrofico rivela in fin dei conti il senso di paura e precarietà di questi anni, il fumetto francese  pare riflettere inquietudini profondissime che prendono la forma della suggestione del racconto gotico e fantastico. Del resto come tutte le forme d’arte, quando è arte e non un prodotto commerciale banale, il fumetto può trasmettere qualcosa della civiltà e della cultura da cui proviene al lettore. Può comunicare anche le passioni e le paure di un tempo, con una battuta o un personaggio sintetizzare in forma comica, drammatica o sobria una condizione umana o una situazione.

Mi chiedo però chi oggi in questo settore può parlare con il linguaggio dell’arte ai propri lettori.

L’Italia di oggi è troppo lontana dagli Dei e dagli Eroi nel bene come nel male.

 

IANA per FuturoIeri




30 settembre 2008

DE PROFUNDIS

Occorre, e questo è il tempo, ricordare coloro che hanno subito la violenza e gli oltraggi del  decomposto sistema finanziario ed economico neo-liberale. Mi riferisco a un vasto mondo piccolo-piccolo borghese in Italia come in Europa che ha visto dopo il 1991 il crollo delle proprie basi materiali e dello stato sociale alla maniera social-democratic europea marinata però nel clientelismo italiano. Costoro sono stati demoliti per far posto alla finanza creativa e alla roulette borsistica. Oggi la fabbrica delle illusioni del neo-liberismo si è dissolta come i castelli fatati del mago Atlante, a tirar giù l’abominio è bastato molto meno dell’intervento di qualche paladino dell’imperatore Carlo Magno: è bastato semplicemente che il mostro crescesse fino a crollare su se stesso come la torre di Babele. Si trattava senz’altro di un costrutto malvagio e malfatto che ha portato solo distruzione e sciagure e ha complicato e impoverito la vita di moltissimi. Qui nel Belpaese un ceto sociale un tempo pilastro forte della democrazia e mi riferisco a quella piccola e piccolissima borghesia degli operai specializzati, dei piccoli commercianti, degli artigiani, dei colletti bianchi di basso rango è stato duramente colpito e scaraventato in basso nella scala sociale. Coloro che erano le basi di questa democrazia tapina e dissoluta ma vitale sono oggi gruppi sociali dispersi e risentiti contro un sistema maledetto che ha tolto loro rango, denaro e dignità. Il piccolo mondo degli anni settanta e dei primi anni ottanta è morto, adesso che i suoi killer sono caduti in disgrazia e possiamo ricordarlo con la nostalgia che è dovuta a una stramberia che ci è stata vicina e che si è rotta in via definitiva, o come quel conoscente un tempo compagno di giochi, di lavoro, d’avventure scomparso da anni e un giorno per qualche motivo ricordato e onorato. Quel mondo umano e di certezze che è stato ucciso da questa barbarie straniera io voglio ricordarlo con i suoni della mia infanzia, con i rumori del mio vecchio quartiere. Certo non era un bel mondo, molte cose erano scellerate e funeste, però in un certo senso c’ero nato in mezzo ed era anche un po’ mio. Dedico questo pensiero a quelle realtà umane che son state distrutte da quelle canaglie del turbo-capitalismo e dai politicanti malfattori che per una piccola mancia han fatto il danno. Poteva finire meglio, di  così. Se solo quel mondo umano qui nel Belpaese avesse mostrato un briciolo di cultura e di solidarietà...chissà! Un fremito di dignità prima del colpo di grazia gli avrebbe almeno salvato l’anima, ammesso ce l’avesse mai avuta.

IANA per FuturoIeri




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