.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


13 maggio 2016

Una ricetta precaria N.12

Ricetta precaria

Siamo a 12 come le dita delle due mani di eventuali giganti esadattili. Magari anche alieni.

Un ricordo d'infanzia riaffiora nella mente, lontanissimo, sfocato. Magari distorto rispetto a quel che era. Un giorno al tempo dell'asilo chi scrive e i bambini videro un gobbo che passava. Era un tempo nel quale i campi da un decennio stavano lasciando il posto all'espansione delle periferie. Il gobbo era anziano, forse era nato alla fine dell'altro secolo o all'inizio del Novecento. Figlio di un mondo diverso da quello del primo benessere e dei primi consumi di massa; il mondo i quel mio primo tempo di vita. Vestito di nero, curvo sotto il peso della sua deformità diede una terribile occhiata ai bimbi e fu ricambiato, molti avevano visto i gobbi solo nei libri delle favole; mi ricordo che ci fu del chiasso. Era un fatto simbolico, umile, di un ordinario cretinismo caratteristico di tutte le cose squallidamente banali. Il vecchio incrocia il nuovo. Un tempo va e uno viene. Tipico della vita umana su questo pianeta. In fondo la nascita è un momento e la morte ha la forma dell'istante. Quello che è in mezzo è una parabola simile a quelle della freccia dell'arciere. C'è il volo verso l'alto e poi la curva verso il basso. Fatto ordinario questo, squallidamente banale. Il problema è che fra i due estremi c'è una vita intera, e il senso della propria esistenza è il proprio segreto e un mistero da scoprire. Non esistono ricette facili per capire chi si è e quale è la propria strada; la scoperta di se stessi e il senso della propria vita è una lunga e tenace conquista personale. Diffidare di santoni, facili ricette, ideologie d'accatto, disciplinamento aziendale o sociale. Quindi la ricetta associata parte da una ciotola, tipico oggetto dell'infanzia. Nella ciotola buttate una pesca noce e delle fragole a pezzi. Aggiungete gelato a vostro gusto e poi ponete un cucchiaio di maraschino e uno di Alkemes. Aspettate lo sciogliersi del gelato e ingozzatevi con il composto nel quale si sono confusi aromi e sapori. Consigliato per sere calde o per momenti di smarrimento psicologico.

E anche così avrete risolto






12 gennaio 2014

Sintesi: Immobilismo sociale e Belpaese

Una sintesi dei pensieri di questi giorni è necessaria. Il problema principale  e determinante del Belpaese sono le condizioni sociali e culturali nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione. I ceti medio-bassi e bassi che formano la maggior parte delle popolazioni  della Penisola si sono sostanzialmente impoveriti  o vivono a diversi livelli e condizioni  situazioni di precarietà e disagio.  I fatti di cronaca criminale e  di cronaca politica di questi ultimi cinque anni se non fossero tragici sarebbero ridicoli, ma su questa materia c’è stata abbondanza di documentazione su quasi tutti i quotidiani del Belpaese e quindi non aggiungo altro.

Alle analisi e alle descrizioni lucide e chiare da parte di tanti che ragionano e cercano di capire questo presente e l’immediato futuro da molto tempo non corrispondono altrettanto lucide e chiare misure di correzione e di riforma. Il Belpaese gira su se stesso senza una direzione, in particolare quel che si può chiamare società italiana tende a riprodurre se stessa con le stesse gerarchie sociali, gli stessi ruoli e professioni che passano di padre in figlio. Questo è particolarmente vero per le professioni di maggior prestigio e guadagno. Il figlio del notaio che fa il notaio, il figlio del medico che fa il medico, il figlio del giornalista che fa il giornalista, il figlio dell'imprenditore che fa l'imprenditore, il figlio del proprietario terriero che fa il proprietario terriero, il figlio del cantante che fa il cantante sono figure ormai da barzelletta, da luogo comune. Tuttavia queste figure rappresentano una condizione reale ed esistente. Esiste, e non lo si vuol veder, un consenso trasversale a questo congelamento della mobilità sociale. Non ci sono solo le famiglie dei ceti medio-alti  direttamente interessate. A sostenere questo stato di cose  c'è una massa grigia di carattere elettorale, che pesa alle elezioni, che sa e approva. Per quel che mi riguarda è inutile cercare nelle rovine del passato e nei miti perduti  i segni di una resurrezione di non si sa bene qual regime politico, o peggio di qualche miracolo di natura riformistica. L’esistenza dell’essere umano nel qui e ora del proprio tempo  esige di pensare in questo tempo con i rapporti di forza reali e concreti in atto. Quello che manca è una forza politica, sociale, culturale realmente esistente  in grado di tradurre le troppe analisi impietose  in proposta, riforma, trasformazione. Al fondo della condizione presente c’è uno sprofondare che è una forza inconscia, una specie d’inerzia, di peso culturale che porta a ripetere gli stessi atti e a riprodurre le stesse condizioni di vita, le stesse concezioni del mondo e della vita sociale. Milioni d’italiani si sforzano di fingere che non sia cambiato nulla nel corso degli ultimi tre decenni, io vedo un gigantesco sforzo collettivo di sfuggire alla realtà  presente. Il grande sforzo di milioni di famiglie italiane è stato quello di adattarsi per quel che è possibile a qualche concetto pseudo-liberale e a due o tre parole inglesi alla moda che vengono ripetute in modo ossessivo da molti politici e dai mass-media. Questo sforzo si è però sfilacciato e disgregato: è un fatto che i partiti politici della Prima Repubblica si sono sciolti da decenni, nuovi partiti sono nati senza che la mentalità di fondo sia cambiata, spesso si tratta delle stesse persone con anni di carriera politica alle spalle. Grattando la crosta dei tanti liberali e riformisti del Belpaese di oggi a mio avviso riemerge di solito il democristiano, il conservatore, l’autoritario, l’opportunista e perfino il socialista e il comunista. Tutto cambia e tutto resta drammaticamente uguale, gelido, immobile; e tutto è drammaticamente inadeguato e senescente. Inadatto alla sfida  dei nuovi tempi del XXI secolo. Ancora una volta sono forzato alla descrizione di quel che osservo e noto, addirittura studio molti aspetti della realtà e di essi non scrivo quanto meditato e ragionato. In realtà mi sto autocensurando da tempo perché mi rendo conto che il disgusto che provo fa sbandare il mio pensiero e il mio scrivere e devo controllarmi per non offendere la sensibilità dei miei venticinque lettori.  

Alle analisi fondate, meditate, ragionate non corrisponde una risposta concreta, reale, efficace. Non corrisponde una visione del mondo, uno sforzo politico collettivo perché la realtà dei singoli italiani si è frantumata, spezzata in mille rivoli. Coalizioni politiche vigorose e leali e alleanze onorevoli  fra popolo e governanti sembrano fantasie; o peggio: roba da romanzi fantasy.  Molte soluzioni che vengono presentate in rete, e non solo, sono lucide utopie, illusioni collettive, desideri che prendono la forma di un programma politico, perfino pulsioni e passioni che prendono forme pseudo-ideologiche. Ma non trovo reali e concrete forze in grado di pensare un percorso per trasformare nel profondo la società italiana. Quello che osservo sia nei partiti politici più o meno tradizionali sia nelle proposte di quelli meno tradizionali è di fatto un necessario aggiustamento per salvare, per quel che è possibile, il presente così come è. Si tratta in fondo della continuazione e della conservazione di una società italiana a bassa se non nulla mobilità sociale verso le gerarchie che contano. I vertici del sistema, ovviamente, hanno a disposizione una capacità di acquisto di beni e servizi clamorosamente superiore alla massa che sta in fondo, quindi la questione della mobilità è un fatto sostanzialmente materiale e di calcolo economico. So che questo suona provocatorio. Ma si tratta di ciò che penso da anni. Io non vedo nell’Italia di oggi altro che calcoli di natura materiale e finanziaria, tutto si gioca qui e ora ed è concreto come la terra, l’acqua, l’aria, la casa, i figli, l’automobile, il carrello della spesa, e le scarpe nuove. Temo che la soluzione a questo immobilismo decadente non arriverà dalle forze interne del Belpaese ma da qualche disastro epocale, ossia  da qualche fatto drammatico di carattere planetario. Nei secoli passati è accaduto che eventi traumatici di dimensioni enormi hanno  forzato civiltà e popoli a rimettersi in discussione e a ricostruirsi.

IANA




29 dicembre 2013

Un ricordo lontano e sfocato

Un ricordo lontano e sfocato

 

Durante la mia infanzia mi capitò di vedere una cosa che mi colpì molto e mi rimase impressa, anche oggi a distanza di più di trent’anni ci ripenso. Mi capitò, credo con la scuola, di vedere un documentario naturalistico. Mi colpì molto vedere un povero pulcino di non so quale specie di pennuto, era giallo. Il disgraziato aveva avuto la sfortuna di veder evaporare per mezzo di non so quale siccità la pozza nella quale viveva. Pozza che era il suo mondo e la sua sussistenza. Ad un certo punto iniziò a girare in tondo su ciò che rimaneva dello specchio d’acqua, in modo ossessivo, disperato. Il piccolo pennuto stava morendo disidratato ma non riusciva a capire perché. Evidentemente sapeva che in quel punto c’era stata la pozza e girava  mentre il sole l’arrostiva implacabile. Poi il pennuto venne ripreso dalla telecamera morto stecchito. La natura aveva fatto il suo corso. Mi ricordo che ci rimasi male, bastava che il documentarista lo portasse via di lì, ed era fatta. Invece il pennuto  fu lasciato alla chimica della decomposizione naturale. In quella storia  di un piccolo affarino giallo, in una terra riarsa che lascia il solco del suo muoversi in cerchio fino a morire tante volte ho visto il destino di milioni di uomini dei nostri tempi. In questo tempo di crisi e di materialismo gretto e di culto del dio-denaro è facile perdere i propri punti di riferimento fino a girare a vuoto su se stessi e lentamente autodistruggersi. Anche per mancanza di alternative concepibili o semplicemente reali. In quell’episodio dell’infanzia avevo già quella mentalità tipicamente italiana dello sperare nell’intervento risolutivo di un miracolo, di un protettore. Il documentarista avrebbe dovuto salvare il pennuto che stava morendo, perché era il protagonista del suo racconto e da quando in qua si fa crepare il protagonista così, come uno qualunque. Ecco il punto: uno qualunque. Invece la realtà quotidiana è un po’ diversa, chiunque può esser quel “uno qualunque” che non avrà il suo miracolo. Confesso di aver per anni temuto la morale che in fondo comunicava questa mia memoria dell’infanzia. Identificarsi con il pennuto che gira a vuoto è facile di questi tempi. Chiunque può esser la prossima vittima della distruzione creativa della civiltà industriale, e quel chiunque può essere “l’uno qualunque” di cui ragionavo. In fondo il pennuto con l’esempio del tutto involontario della sua fine mi ha fatto riflettere su quanto fragile sia la vita e quanto sia facile l’evaporazione di ogni certezza e di ogni speranza.  




20 novembre 2009

La realtà comincia a cedere, un mondo nuovo si forma

De Reditu Suo

La realtà comincia a cedere, un mondo nuovo si forma

Nel Belpaese solo adesso s’inizia a vedere qualche piccola crepe nel muro di menzogne e pietose finzioni che per decenni ha fatto la fortuna delle nostrane sedicenti classi dirigenti, con la crisi emerge lentamente la realtà concreta di un mondo umano di lavoratori precari e di uomini e donne dei ceti sociali “medio – bassi” umiliati e schiacciati da questi anni di cattiveria e follia egoistica. Gli stipendi di chi lavora per i privati o per la pubblica amministrazione sono stati messi sotto in questi ultimi dieci anni dal costo della vita crescente e aggravati dalla povertà portata dalla crisi. Quello che era il,vecchio ceto medio è stato umiliato, offeso, punito e calunniato; lui più dei proletari e degli immigrati era l’oggetto del cieco e ottuso odio di classi dei miliardari e dei loro esperti al soldo.  Credo che questa cosa indecente sia in relazione con l’incredibile sottovalutazione della sofferenza psicologica e lavorativa di questi ceti sociali, i quali se continuano ad essere vessati in questo modo potrebbero cominciare a sviluppare rispetto all’ordine costituito delle tensioni antagonistiche. Proprio quella massa informe di ragionieri, di piccoli professionisti, di piccoli esercenti, poliziotti, militari di carriera, professori, maestri e dottori aveva fatto da barriera nel Novecento alla massa montante dei ceti operai e contadini attratti dal comunismo e dal socialismo; oggi le minoranze di miliardari miracolati da questa opera di contenimento dell’eversione di sinistra si godono i frutti dell’erosione del potere politico ed economico di questi ceti medio - bassi. Poche volte nella storia umana la fedeltà e la speranza di centinaia di milioni di esseri umani è stata così profondamente  umiliata e mal ripagata. Eppure c’è da temere perché non si può vessare intere classi sociali per decenni e sperare che per qualche strano miracolo non accada nulla, neanche la più roboante campagna pubblicitaria può nascondere la crisi e l’arrogante violenza esercitata dalle minoranze costituite da pochi ricchi contro tutto il resto dell’umanità. Ecco che in questa grande delusione, in questo sconforto, in questa crisi morale nella quale i figli temono di perdere il tenore di vita dei padri durante la loro esistenza  e di avere una peggiore carriera lavorativa si forma la possibilità del cambiamento. La realtà pretesa come solida e assoluta inizia a cedere a mostrare buchi e crepe, la vicenda umana è ricondotta in questi anni ad una brutalità semplicissima che parla di un mondo umano segnato dalla violenza organizzata e dal culto del Dio-denaro. Si formano le prime flebili critiche al sistema, nascono forme nuove di dissenso, perfino di proposta come il Social Forum, e l’inquietudine dei trentenni e dei quarantenni emerge perfino nel senescente e malato Belpaese. Ma tutto questo se sarà continuità con il passato, nobile o ignobile che sia, non riuscirà a capire e a decifrare la novità dei tempi. Nonostante le apparenze questo si sta formando un mondo umano del tutto nuovo. Ciò che appare come simile è dovuto solo agli esseri umani e alla loro capacità di auto-ingannarsi intorno alla natura delle cose. Stavolta il salto nel buio è già storia passata, di nascosto, in silenzio come fanno i sonnambuli tutto il piccolo mondo antico del Belpaese ha traversato una barriera invisibile fra ciò che è stato prima e questo presente. Occorre avere l’onestà intellettuale di riconoscere l’irreversibilità dei processi in atto.

IANA per FuturoIeri




29 settembre 2009

Eroi di un mondo morto per un Belpaese silente

La valigia dei sogni e delle illusioni

Eroi di un mondo morto per un Belpaese silente

E’ quasi un ritorno all’infanzia, una fuga nel trapassato remoto, uno sprofondare in un tempo ormai fredda cenere di cose morte l’osservare di nuovo su Youtube o leggere in pubblicazioni, o in libri di saggistica specifica qualcosa dei vecchi eroi dei cartoni animati giapponesi del piccolo schermo dei tardi anni settanta e primi anni ottanta. Non è un caso che una generazione intera si riconosca in un passione per cose così lontane per grafica, storie, concetti, disegni dai cartoni animati e dai fumetti giapponesi prodotti e distribuiti attualmente. Eppure quelle storie sono parte di un mondo finito da decenni, non è sbagliato vedere dei riferimenti a una certa cultura antiautoritaria degli anni settanta nei cartoni animati di Goldrake, Lady Oscar, Capitan Harlock. Ho citato, non a caso, tre serie animate di successo che presentano due eroi maschi e una femmina spesso in conflitto con l’ordine costituito, e in lotta per la libertà, e in particolare quella altrui. Per dare qualche elemento concreto alle mie affermazioni adesso farò riferimento a una serie non certo fra le mie favorite. E’ disponibile dal 2008 una versione italiana per la D/Books del fumetto che ha dato origine alla serie di Lady Oscar. Nel quarto volume di questa serie è presente un’intervista all’autrice Rioko Ikeda la quale fra l’altro racconta:”…credo che questo percorso interiore di Oscar sia un riflesso della mia esperienza giovanile. Sono cresciuta al tempo della contestazione studentesca, partecipandovi in quanto era impossibile studiare nelle università occupate. Perciò, mentre non ho potuto godere di molta libertà nel raffigurare un personaggio storico come Maria Antonietta, Oscar è diventata un po’ la rappresentazione di me stessa e delle mie esperienze…A proposito, una curiosità: Oscar ha 87 di seno, 63 di vita e 90 di fianchi. Erano le mie misure al tempo!”. Queste affermazioni della Manganaka illustrano benissimo come il fumetto, e non solo quello giapponese,  sia un riflesso di un certo periodo storico. Si tratta in fin dei conti di un fatto d’arte, quando è arte e non un tirar via per far cassa, che è in grado di rispecchiare le tensioni e le speranze di un periodo storico sia pure in una sua  logica commerciale, visiva e narrativa specifica.

Quelle passioni civili che si riflettevano nelle opere degli artisti giapponesi nella banale e quotidiana realtà del Belpaese si sono spente da anni, alle istanze di libertà e di scoperta dell’altro si sono sostituite quelle che reclamano sicurezza a oltranza e spazi gerarchici certi. Del resto le produzioni giapponesi di moda e maggiormente sostenute dal commercio di oggetti, giocattoli e videogiochi sembrano aver perso spessore intellettuale a vantaggio delle suggestioni degli effetti speciali, delle logiche da gioco di ruolo o da videogioco, magari proprio quelli dove prima di finire il livello c’è da spaccare di botte il mostro di turno. Il Belpaese è però silente da anni, morti Pazienza, Magnus e Bonvi non sembrano manifestarsi grandi maestri del fumetto italiano in grado di rimettere assieme le passioni civili con l’arte; del resto quando mandano in onda le vecchie serie giapponesi mi sembra di rivedere qualcosa della mia infanzia: un mondo umano finito da anni, morto. Un telespettatore italiano attento potrebbe addirittura leggere quelle puntate come una sorta di documentario sull’animazione giapponese, e di conseguenza leggere non tanto il proprio passato quanto quello altrui. Non Basterà cambiare i dirigenti politici per uscire da queste tenebre, occorre un poco d’utopia, di libertà di pensiero, di amor proprio che scivoli magari anche a piccole gocce nella testa della maggior parte della popolazione della penisola.

IANA per FuturoIeri




10 febbraio 2009

La Grande Pedagogia del Belpaese

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

La Grande Pedagogia del Belpaese

C’è una lapalissiana evidenza che una recente trasmissione della RAI ha mostrato: la scuola pubblica in Italia è in sofferenza. Ma il senso pedagogico profondo e comune dell’essere italiani oggi non è il saper molte cose o il lavorare per costruire una casa e la famiglia, è tirare a campare, fare cose diverse per raggranellare soldi, il vivere nel bisogno o nella incessante, nella brama di porre fine al male di vivere attraverso il possesso dei beni, della roba, dei quattrini. La Grande Pedagogia italiana è ognuno per sé e Dio contro tutti, fino all’auto-distruzione, fino alla fine del mondo e del Belpaese. La vicenda della scuola tanto bistrattata e alla quale viene sottratto il denaro che serve illumina su quanto sia profondo l’egoismo suicida delle nostri sedicenti classi dirigenti. Non c’è un futuro perché non si vuole avere un futuro, credo di capire perché: le nostre genti sono atomi, ognuno è un singolo e quando il singolo muore, tutto il suo mondo muore: affetti, vita, beni. Il mondo cessa di esistere quando io cesso di esistere. Questa visione dell'umano discende dall'alto delle gerarchie del Belpaese e fa scuola fin dentro la casa dell'ultimo italiano. Quindi non c’è posto per cose ingombranti come il dovere, la morale, Dio, la Patria, la famiglia. Le nostre genti sono malate di una cosa che si chiama nichilismo, non è un nichilismo filosofico o estetico, è semplicemente che occuparsi degli altri, inclusi i propri figli, costa e uno che vuol godersi la roba faticosamente strappata alla malvagità della vita sente tutto questo come uno scippo. In fin dei conti per l’italiano comune per il Mario Rossi di turno esiste un solo mondo e una sola realtà: la propria. Questa è dunque la grande pedagogia e se ne ricava che il futuro non c’è perché nell’intimo nessuno dei nostri sedicenti personaggi di potere vuol lasciare un futuro a chicchessia, domani la sua nera ombra potrebbe esser chiamata a rispondere ai pronipoti. Il suicidio della propria civiltà è il grande tema con cui il Belpaese deve confrontarsi. I pochi che ci dominano bramano la fine delle nostre genti e la loro distruzione? Le loro azioni portano a questo esito. Tutte le crisi di cui soffriamo siano esse il problema dei rifiuti, il degrado umano e urbanistico o la pericolossima esposizione nelle guerre dell’Alleanza sono il frutto di politiche parziali, faziose quando non casuali e del profondo disinteresse con cui finanzieri, industriali, politici hanno sempre guardato alla Penisola e alle sue genti. Per primi coloro che esercitano il potere guardano agli italiani come a delle genti straniere dai costumi bizzarri così diversi da quelli dei grandi leader inglesi e statunitensi che onorano e che ammirano. Prova ne sia che è costume dei nostri ceti sociali più elevati mandare i figli ad istruirsi all’estero magari in qualche costosa università americana e parlare una lingua piena di parole forestiere o di rabberci fonici a metà fra l’inglese e l’italiano delle barzellette. Le nostre sfortunate genti se avessero avuto due lire di cultura e buonsenso da tempo avrebbero ripudiato i nostri leader o ne avrebbero preso per tempo le distanze, ma adesso il guasto è compiuto.

Quando ritroveremo il nostro futuro, ritroveremo noi stessi.

IANA per FuturoIeri




10 febbraio 2009

La Grande fuga dalla Realtà

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

La Grande fuga dalla Realtà

Ma insomma! Cosa ci vuole perché le sedicenti classi dirigenti del Belpaese comincino a pensare un futuro possibile perle sfortunate genti del Belpaese?

Si son sentite le cose più strane, specie da gente che metterebbe la pena di morte domattina e da coloro che lodavano la guerra dello Stato D’Israele; ho scoperto che sono capaci di mobilitarsi per questioni di fondo incentrate sulla sacralità della vita. Ma quando mai!

Conosco le genti del Belpaese sono uno di loro, questa follia collettiva del caso Eluana non me la danno a bere, come non la danno a bere a nessuno se non a una minoranza di illusi e di politicanti di professione che fanno della chiacchera a vuoto e della falsa indignazione un mestiere lucroso. Perdere tempo in cose strane e sentimentali è utile a chi detetinene la ricchezza e vuol goderne con suo sommo ed esclusivo piacere, la gente è distratta e non pensa ai guai grossi. Perché tutto in questa Penisola è materia e tutto ha un suo prezzo. Lo spettacolo che va in scena è questo: il rozzo imbonitore televisivo gioca sui sentimenti e sulle disgrazie distrae e fa spettacolo, i molti applaudono e i ricchi si godono le loro proprietà e i loro soldi felici che la gente non pensi ai verdi, ai Beppe Grillo di turno, ai comunisti, ai guastafeste.

L’unica cosa che conta per i poveri come per i ricchi e i ricchissimi nel Belpaese è il privatissimo potere e il tornaconto personale, solo pochi eletti riescono ad andare oltre il calcolo meschino e interessato e di solito finiscono per assumere posizioni eccentriche e strane e per votare e far votare per liste civiche o per gruppi extraparlamentari e affini. Così i diversi popoli del Belpaese si dividono in una maggioranza di cultisti del dio-denaro volti a dissimulare l’adorazione assoluta e perfetta di questo Dio potente e una minoranza ridotta di privati che deve far i conti con l’amarezza di veder la propria esistenza guastata da questi fedeli dell’oro e della carta di credito. Allora ecco la grande duplice fuga dalla realtà, la prima quella degli adoratori, a vario titolo, del vitello d’oro, pronti ad autodistruggersi se necessario pur di afferrrare potere e ricchezze; l’altra quella di coloro che dovrebbero essere i giusti, i buoni e che al contrario ragionano delle loro utopie come se il Belpaese fosse l’esito di una civiltà aliena piombata dalle oscure profondità dello spazio.

La grande fuga deve cessare. I tempi sono così funesti e dolorosi che è necessario per le sfortunate genti della penisola capire la portata del disastro morale e civile di questi sessanta lunghi anni di Repubblica. I cultisti del Dio-denaro devono capire che il loro Dio è morto, anzi era un idolo fra i tanti e non è mai stato propriamente vivo, e coloro che hanno il dono dell’utopia devono cercare il modo di farla calare sulla realtà. Ma forse è troppo tardi. Perché un adoratore del vitello d’oro non dovrebbe bramare la fine di ogni vita una volta perso il suo Dio e perché colui che vive di speranze e utopie dovrebbe sacrificarsi per salvare quei suoi nemici che domani gli salterebbero, comunque vada, alla gola? Non c’è risposta. Solo un certo sottile diritto, comune a tutte le genti del Belpaese, che è il desiderare la morte propria e altrui.

IANA per FuturoIeri




2 febbraio 2009

L’Italia scomparsa

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

L’Italia scomparsa

Molto tempo fa nel periodo compreso fra il Risorgimento e l’avventura fascista il Belpaese in modo confuso e disordinato cercò di darsi una sua identità nazionale, una sua ragion d’essere che potesse esser compresa dalla stragrande maggioranza della popolazione. I patrioti Risorgimentali e post-Risorgimentali si rivelarono incapaci di capire i problemi delle masse italiane di poveri contadini, artigiani e operai e l’amarezza dei ceti medi per una Patria unita ma povera e disprezzata all’estero. I fascisti presero il potere al di là di ogni legittimazione legale e politica, ne erano consapevoli e di solito affermavano che dopotutto la loro presa del potere era stata una rivoluzione, e la loro opera di rifare gli italiani crollò sotto il peso di un disastro militare di proporzioni mai viste prima nella penisola. L’Italia dalla forte identità, vera o presunta tale, è crepata da decenni, perfino nella retorica roboante e allucinata delle nostre classi dirigenti, le quali da un bel pezzo hanno smesso di credere a quel che affermano in pubblico. Chi esercita il potere in Italia si sente vicino al miliardario egiziano o saudita o al politicante inglese o al finanziere francese o al mercante d’armi russo. Ne è una prova lampante che i nostri leader cercano di imitare i costumi e i modi dei grandi ricchi e dei potenti del pianeta azzurro, fra queste manie c’è da segnalare il costume strano di inserire parole inglesi di carattere pseudotecnico, e l’uso di dare o di farsi invitare ai ricevimenti per VIP sulle barche di lusso. La distanza fra le ristrette minoranze al potere e la stragrande maggioranza della popolazione è enorme, credo che l’Italia intesa come insieme di popoli e di costumi ormai sia un mistero per chiunque anche per gli stessi italiani. L’Italia delle certezze, della comune identità, del decoro borghese e della famiglia unita attorno al padre o al nonno si sta sgretolando, solo la paura della grande crisi e la debolezza dello stato sociale fa sì che per disperazione molti s’aggrappino a quel che rimane delle certezze del passato, un po’ come il naufrago che cerca di galleggiare aggrappandosi ad ogni cosa galleggiante che trova. Quel che resta della passata dignità della famiglia e della comune identità non è tale per la forza dell’idea che esprimono ma per il vuoto morale e civile nel quale gli italiani oggi si trovano. La maggior parte della nostra gente forzata a far, per l’ennesima volta e in democrazia, da sé cerca di ricostruire quelle poche strategie possibili che le permettano di andare avanti. La famiglia resta centrale per far fronte a un mutuo, come garanzia per l’acquisto della macchina o del motorino di un figlio che magari lavora ma è precario e non dà garanzie alla finanziaria di turno, addirittura per cercar lavoro o per indirizzare i giovani verso le scelte professionali o di studio. Solo i ricchi e i politici di successo possono permettersi di far a meno della famiglia contando sui patrimoni privati e sulle loro reti di contatti e conoscenze, basta pensare alla facilità con VIP, dive e divette si ritrovano con matrimoni falliti alle spalle, o con famiglie con solo un coniuge divorziato. Anche questa è una grande differenza rispetto al resto del popolo italiano. Molti non possono rompere la famiglia, non possono permetterselo.

IANA per FuturoIeri




22 ottobre 2008

IL MOSTRO E’MORTO 2

La globalizzazione ha trovato alla fine una vecchia ricetta adattata alla sue circostanze: Stati di dimensione imperiale che sostengono in alleanza con altri, o da soli, la loro economia entrando nella stanza dei bottoni delle banche e dei grandi istituti finanziari. Non è un ritorno al passato: stavolta la sottile linea grigia che divideva lo Stato dagli interessi privati è stata annullata. Lo Stato Ottocentesco è morto al suo posto arriva un mostro che è l’incrocio dei poteri forti che per essere tali escludono i poteri deboli espressione del disagio dei ceti meno abbienti. Se nell’Ottocento i ceti poveri contadini e operai erano i più spremuti e vessati dal capitalismo trionfante ecco che in questo inizio di nuovo millennio sono i ceti medi il vitello grasso da sacrificare al Dio-denaro e le sue carni sono il piatto forte del banchetto dei suoi sacerdoti. Tuttavia quel mostro che era la globalizzazione è morto. La globalizzazione, operazione ideologica che copriva i grandi interessi di alcune caste di miliardari al potere, deve dismettere il suo essere e diventare una feroce idra che ha tante teste quanti sono i potentati che uniti al potere politico danno l’assalto alle ricchezze del pianeta. Non più una globalizzazione ma tante globalizzazioni quanti sono i nuovi poteri che sui stanno definendo e che sono già ora all’azione. Il gigante americano che aveva troneggiato dal lontano 1991 questo processo di globalizzazione è caduto sotto il peso titanico dei suoi debiti e delle malversazioni dei suoi politici e dei suoi miliardari e finanzieri. Per ora non può rialzarsi, è arrivato il momento che da quasi vent’anni i suoi nemici aspettavano per costoro è l’occasione di strappare al gigante caduto il meglio dei suoi tesori e della sua influenza globale. Quel che ne uscirà sarà un mondo più brutale e violento, dove milioni di disgraziati subiranno questa resa dei conti fra grandi potenze,, dove nuove caste di miliardari e politici al soldo cercheranno di strappare potere e dominio alle vecchie caste cadute in disgrazia. Ma il mostro è morto. Anzi è morto ed è già risorto sotto forma di un caos gonfio, d’odio e di volontà di potenza che non potrà che far danni. Il ceto medio universale argine contro gli squilibri e gli eccessi all’interno della società umana sarà la vittima designata del male che si sta formando. Eppure c’è un’ipotesi che le batte tutte per pericolosità:“il ceto medio avvilito e iniquamente punito potrebbe decidere di vendicarsi e di far pagare ai suoi nemici la sua caduta innescando chissà quali reazioni nella società”.

Il Belpaese, solito vaso di coccio fra i vasi di ferro, dovrà trovare una via per evitare di pagare anche per conto di altri il prezzo della caduta dei nostri passati padroni, adesso che il mostro è morto le differenti genti della penisola dovranno far conto di tutto il loro coraggio e di tutta la loro intelligenza.  E' in gioco qualcosa di più grande dei capitali andati in malora.

IANA per FuturoIeri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/




14 settembre 2008

IL MONDO MORTO

Quando si vive in Italia si finisce con il non riconoscere più certe caratteristiche peculiari che stando fuori dal Belpaese saltano agli occhi. Gli italiani vivono in mezzo alle rovine. Ultimamente le rovine non sono più solo quelle delle rovine del fu Romano Impero ma anche quelle delle speranze delle generazioni che hanno subito preceduto la mia. Forse per mezzo di una mefistofelica intelligenza finisce che guardando le nostre miserie si riesca a vedere i grandi guasti che corrodono questo tempo scellerato.

Via il posto fisso spazzato dal precariato diffuso, dai contratti a termine.

Via i miti borghesi moralistici con il loro Dio, Patria, Famiglia massacrati dallo strapotere di nuove caste di ricchi apolidi che hanno fatto della finanza da rapina e da bancarotta la prima ragione dell’economia. Essi danno l’esempio ai molti che qui e ora vivono.

Via i miti rivoluzionari, abiurati dalla classe operaia, dai lavoratori in generale e dagli intellettuali che fanno politica  per inseguire una rozza illusione di ricchezza facile e televisiva. Per capirsi riporterò quel luogo comune secondo cui:”la pubblicità dei frigoriferi e delle televisioni a colori ha sconfitto l’Armata Rossa”.

Di sotto dalla torre anche la vecchia spiritualità travolta dalla superstizione, dalle mode New Age, dalla persuasione pubblicitaria che livella verso il basso qualsiasi rapporto fra l’umano e il mistero della vita e di Dio.

Via i miti del progresso travolti da uno sviluppo tecnologico spalmato sugli interessi di poche multinazionali pronte a tutto pur di far cassa e realizzare cospicui dividendi per la gioia di una piccola minoranza di super-miliardari.

Distrutte le grandi illusioni sulla libertà dell’informazione, sul ruolo creativo e formativo dell’arte, sui buoni sentimenti; anche tutto questo o è mercato o non è. Il mercato sono gli interessi dei pochi che decidono cosa i molti devono vedere, leggere, pensare, lodare, credere, stimare.

Vaporizzata anche la difesa dei principi di libertà e di democrazia ora confusi con la legge del più forte, ora con l’arbitrio dei pochi sui molti, ora spintonati per far passare agli occhi dell’opinione pubblica quella spedizione armata, ora per mettere nei guai il tiranno di turno per il quale è subito pronto il clone fatto apposta per sostituirlo.

Uccisa e squartata anche la fede nella legalità travolta dallo strapotere delle mafie, dalla violenza settaria, dall’impossibilità di distinguere il bene dal male in una realtà economica globale amorale per scelta e spietata per intima convinzione.

Il mondo di prima è morto, talmente morto che per farlo scuotere un poco si deve forzare enormemente per far sì che si scorga qualche finto fremito di vita. Forse è così che doveva andare e non poteva essere altrimenti si nasce uomini o donne non Dei o Eroi, solo nei miti del passato l’ordine naturale viene ristabilito, l’equilibrio cosmico redento dal male, l’Età dell’Oro rinnovata dalla lotta e dal sacrificio dei pochi. Qui costruiamo eroi di plastica, cartapesta e virtuali perché anche l’esempio eroico è diventato insostenibile, non invisibile ma sconosciuto e forse non comprensibile se non per mezzo della finzione. La fame di miti e di eroi virtuali rivela un malessere profondo, un mondo è morto e ciò che si è formato dalla sua decomposizione non viene riconosciuto come tale, forse perché è la somma di innumerevoli fallimenti individuali, qualcosa la cui vista è insostenibile perchè fissando il suo disfarsi si può vedere una parte di se stessi là nel mucchio informe.

IANA per FuturoIeri



sfoglia     aprile        giugno
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email