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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


28 giugno 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla il potere leggittimo

Stefano Bocconi: Fantastico, ecco qualcosa di nuovo:un filosofo dentro un operaio; e ragiona di borghesia addirittura! Davvero dovrò segnare questo giorno sul calendario.

Clara Agazzi: Questa tua ironia è fuori luogo. Piuttosto che fai ?. Partecipi alla sfida, ti va di dire la tua.

Gaetano Linneo: Questo discorso è quanto mai vero, il passato borghese è tramontato, oggi c’è una casta di detentori dei mezzi di produzione che sono un mondo a parte rispetto al resto dell’umanità e in loro difficilmente si può trovare qualche traccia di quel passato che pure in mezzo a tanti torti ha avuto delle idealità e le sue filosofie di riferimento.

Vincenzo Pisani: Scusate, ma a questo punto mi offro io. Però prima voglio fare una premessa a ciò che dirò

Franco:  Una premessa? Questa è nuova. Va bene ma per non alterare questo confronto che la cosa sia breve e coincisa, poi seguiremo la regola fin qui tenuta.

Vincenzo Pisani: Bene, la figura mia sarà l’ultimo re, intendo l’ultimo re legittimo e la prospettiva di un nuovo potere legittimo. Quindi il primo e ultimo re. Questa figura mi spetta perché nei miei studi di politica e di scienze sociali da tempo vado meditando sul confine fra potere legittimo e potere illegittimo. Oggi è evidente che il potere devia verso la corruzione e l’illegittimità, e per molte evidenze vedo provato questo. Si pensi ai suicidi per motivi economici, alle migliaia se non centinaia di migliaia di giovani che non studiano e non lavorano, al divario crescente fra ricchi e poveri, alla corruzione e sciatteria diffusa in tutti  i ceti, all’impossibilità di condividere una storia comune, un discorso autenticamente nazionale, anzi di popolo. Non sono forse questi i segni della mancanza di un re legittimo, ovvero di un potere vincolante questo popolo e questa nazione che sia giusto in quanto coerente con i suoi stessi decreti e finalità! Bene questo è l’inizio.

Franco:  Accidenti che fantasma che hai evocato. Un vero e proprio mostro, potrebbe oscurare perfino il profilo delle montagne ora  illuminate dalla luna e dalle stelle. Vai inizia.

Vincenzo Pisani: Primo e ultimo Re legittimo. Primo perché tornerà prima o poi anche qui un potere coerente e retto, ultimo perché ciò che è stato volge al termine e della grandezza delle origini rimane solo polvere. Il compito primo di un re legittimo che lo distingue dal tiranno e dal despota è assicurare ai suoi sudditi o cittadini una giustizia equa e imparziale, pulita da leggi e cavilli che piegano ora in favore di questo ceto, ora di questo  gruppo o interesse di parte l’azione giudiziaria e l’amministrazione delle sanzioni e delle pene. Oggi il potere è minato dal sospetto dell’interesse di parte, dalla legge fatta rito processuale dove il forte ha grande vantaggio rispetto al debole perché può permettersi avvocati costosi e talvolta la benevolenza di gente importante che volge al sì o al no la sua causa. Un potere legittimo in nome di una legge una e coerente elimina questa disparità, poiché la legge non può essere il rischio calcolato del ricco o del malvivente ma l’atto con cui il sovrano rimette ordine nel corpo sociale che deve conservare pulito e certo nello scorrere dei decenni e dei secoli. Il secondo dovere è la difesa. Il re secondo giustizia con sue armi e suoi mezzi assicura lo Stato e i suoi, mai rinuncia a un solo frammento della sua sovranità e se vi è costretto da una qualche alleanza la romperà quando non sarà più utile  per avere in mano la sua libertà incondizionata. Mai accetta basi o fortezze straniere nella sua terra poiché esse limitano per loro natura il suo esercizio della giustizia e guastano il carisma sul quale si regge il suo potere. Un potere che voglia esser santo e giusto non può far a mezzo con interessi altrui sulla sua terra e sul suo popolo. Il terzo compito di un potere regale legittimo è che esso non rompe in modo vile le alleanze che stipula, non si piega davanti alla minaccia dell’amico come del nemico. Questo perché un potere legittimo non può farsi schiacciare, deve esser più forte e più saldo delle avversità e se costretto all’errore vi pone rimedio secondo giustizia e benevolenza. Se costretto alla forza e alla guerra saprà in nome della coerenza e  della rettitudine chiamare a sé il popolo tutto e indirizzare le risorse al fine di ripristinare la giustizia e la pace. Il re legittimo, suo quarto dovere,  è vigile e cura la salute mentale  e fisica del suo popolo, piega il violento, l’inquinatore, il corruttore e lo punisce con la forza della legge e allontana dalla sua terra  lo straniero malevolo o meschino. Il re legittimo, suo quinto dovere,  è sollecito verso il benessere del suo popolo che vuol dire continuità con la tradizione, istruzione pubblica, provvedimenti per la salute pubblica e il decoro urbano, generosità verso le persone perbene e i giusti e mecenatismo verso artisti e gente di cultura e di scienza, supporto verso chi lavora e fa impresa, tasse giuste e misurate. Il re legittimo, sesto suo dovere e privilegio,  sa di poter far di conto dei suoi sudditi, non li tradisce  e da loro non sarà tradito.  Infine, ed è il  settimo punto, il re legittimo sa di dover essere, di venire al mondo come necessità e come segno dell’elevazione dell’umano sopra la bestia; il re giusto è una necessità della vita sociale come l’acqua potabile o il commercio. E ultimo, ma non  meno importante, il re legittimo è lui; non è un fantoccio nelle mani di finanzieri, avventurieri, speculatori, feccia.  Egli è ciò che deve essere e non può esser di meno. Ecco questo è il re legittimo, questo è un  potere sano. Ora parlerò per mezzo di questo potere. Io sono l’ombra di ciò che fu e di ciò che dovrà di nuovo essere. Oggi sono scomparso in oscure biblioteche o in polverose lapidi, o in monumenti dimenticati e lasciati all’usura del tempo; sono ciò che rende retto un popolo, un regno, un comando, una nazione. Sono l’incarnazione umana di un potere legittimo. Oggi non sono perché il potere è tradito ed è traditore; il potere è di tutti e di nessuno perché spezzato e diviso in troppe mani di piccoli uomini di potere, di ricchissimi, di burocrati avidi e ottusi, di demagoghi e ciarlatani che conducono gli elettori verso il si verso il no sfruttando ogni bassezza dell’essere umano. Come può un popolo e una nazione che non ha nome  e volto essere volta al bene, come può darsi questo popolo una meta, un futuro, un senso se chi esercita il potere non ha altro scopo che compiacere se stesso e  arricchirsi in modo smisurato. Se si prendono insiemi diversissimi l’intersezione che si ricava è vuota, e così è vuoto di valori condivisi lo spazio politico senza un re legittimo che metta assieme le ragioni più profonde e certe di una collettività politica.  Io sono l’ombra di ciò che poteva essere e non è stato e sarò nel futuro l’ombra di ciò che avverrà  per necessità. La caduta dentro se stessi, l’implosione di  una collettività nel vizio e nell’eccesso per compensare una crisi di senso e di fini ultimi non è una condizione fissa, essa è un ciclo. Il ciclo della degenerazione fisica e mentale di un popolo o trova la propria cura o finisce il popolo nel volgere dei decenni. Morto il popolo degenerato qualcosa di diverso ne prenderà il posto o se si vuole l’eredità. Io sarò di nuovo con queste o con un altre genti; non sono una persona fisica ma una necessità della vita sociale organizzata. Sono l’ombra che striscia appena visibile in tutti i palazzi e le istituzioni, sono la cattiva coscienza dei sudditi malevoli traditi dal sistema e dei traditori che usano il potere e la cosa pubblica per loro privilegio  e loro lucro privato. Tutti costoro, tranne i dementi e i perduti, sanno di esser nel torto. Un giorno io sarò di nuovo e loro non saranno più.     Perché a un certo punto nella vita dei singoli come delle collettività si presenta la necessità di riempire il vuoto dell’esistenza con dei fini, con uno scopo ultimo, con una forma di vita.    Quello è il mio momento, quando si pone il problema d’esistere dentro un limite, un confine, uno scopo, una legge. Io sono la forza che crea la forma politica e sociale del vivere con uno scopo, con una costituzione, con un fine ultimo. Senza un senso autentico della vita, senza regole o finalità condivise, senza un vincolo che dà senso a ogni giorno che passa il re legittimo resta ombra, ossia qualcosa che ha una forma ma non è materia e neppure luce. Quando arriverò sarò luna e sarò montagna, perché i molti vorranno così e i molti saranno un popolo, una nazione, un regno.    Quando sarà queste nostre disperse genti, se ci saranno ancora, ritroveranno se stesse e la loro ragione di vivere e d’esistere.   Perché la vita è importante e per questo ha senso, ma la fortuna della civiltà industriale è che il senso non è più scritto da un Dio o dalle stelle. Il senso dell’esistenza va costruito, va vissuto, va mantenuto da chi, davvero, esercita il potere. Se non ci fossi io si potrebbe credere che in fondo la vita è un lungo soffrire fra istanti di gioia e noia aspettando che la decadenza fisica o qualche accidente tronchi questo passaggio in vita, ma io in qualche modo ci sono e quindi il fatto che la vita dei molti come dei singoli  sia dotata di senso  è cosa fondata.    Questo è quanto avevo da dire.

Franco:  Un vero e proprio messia laico.  

Clara Agazzi: Questo è davvero non poterne più. Certo che farebbe comodo avere un potere retto, ma come si fa in un mondo corrotto e marcio.

Stefano Bocconi: Mi pare che sia stato chiaro. Il tempo del sovrano legittimo tornerà quando tutto questo che viviamo oggi sarà sparito, disperso, polvere dei secoli che cade sulle cose morte che furono. A quanto pare dobbiamo crepare tutti, magari di vecchiaia o forse di morte violenta. Poi arriverà il momento. Se non è profezia questa.

Gaetano Linneo: Questa è una grande incertezza, il tempo che verrà sarà quello dove era bene vivere. Ma il presente esige una risposta mi pare. Chi affronterà la spinosa questione del presente.

Franco:  Voi mi forzate la mano. Bene io interpreterò la totalità del presente.

Clara Agazzi: Questa è una delle tue follie! Un tempo, voi rappresentare il tempo.

Vincenzo Pisani: Lascialo fare, magari c’è perfino da imparare qualcosa.




18 maggio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Prima recita sul ponte

Vincenzo Pisani: Scusate amici, ma l’ora è tarda. Tuttavia mi dispiace molto dover lasciare così una tal compagnia. Prima di andare ognuno per la sua strada vi propongo un gioco, semplice. Ma chiarificatore, dove tutti noi possiamo concludere felicemente questo piacevole momento conviviale.

Gaetano Linneo: Questa è una cosa bizzarra e folle. Ma qui, in questo freddo invernale, di notte,  su un ponte  fra la ferrovia e le montagne vuoi fare un gioco? E cosa (… )sarebbe mai questo gioco?

Paolo Fantuzzi: Quindi o l’amico scherza o ha in mente qualcosa. Parla Vincenzo; cosa dobbiamo fare per giocare e schiarirci le idee.

Vincenzo Pisani: Semplice. Ognuno qui e ora interpreti un personaggio, vero o immaginario non importa. Faccia una vera e propria orazione come se attraverso di lui parlasse uno spirito o un fantasma. In questo discorso deve dal punto di vista del personaggio fare una profezia autentica su questo nostro mondo. Ovvero secondo verità e giustizia interpretare il presente, il passato e il futuro e dare delle indicazioni. Vedrete amici che la cosa è meno semplice del previsto. Si cade in contraddizione, si cade sulla natura ridicola o infantile di molti pensieri.  Provate a pensare di esser Napoleone e di ragionare di alta strategia di oggi, vedrete come è difficile far discorsi sensati. Dal momento che il tempo è poco propongo la brevità.

Franco:  In effetti è una buona idea. Chi parla prenderà un piccolo peso tipo un libro o una borsetta in mano e il braccio resterà disteso in orizzontale, quando sentirà il peso quello sarà il momento di smettere.

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero uno strano cronometro. Accetto la sfida.

Clara Agazzi: Questa è una roba strana, ma c’è un premio

Stefano Bocconi: Giusto, quale premio.

Vincenzo Pisani: Semplicissimo, il piacere di aver detto la propria verità. Per quanto parziale possa esser. Qui nel Belpaese tutti si nascondono dietro opinioni prese un tanto la chilo dal televisore e dalle riviste patinate di donnine nude, VIP, cose strane o di moda. Tiriamo fuori le nostre ragioni, sfidiamoci, liberiamoci della responsabilità e sotto la maschera di qualcuno che non c’è per gioco iniziamo a dire qualcosa di sensato.

Gaetano Linneo: Questa è una buona idea, davvero. Una sfida così la piglio al volo.

Vincenzo Pisani: La tua opinione, che dici.

Franco:  Per me si fa. Qui ho un libro di un certo Biglino che mi hanno regalato, può far da peso. Ma chi è il primo?

Paolo Fantuzzi: Questo è mio. Sarò il primo e interpreterò il primo e l’ultimo borghese del Belpaese.

 Stefano Bocconi: Fantastico, l’operaio che fa il borghese immaginario, questa la devo sentire.

Clara Agazzi: Questa non mi pare una novità. Quante volte il mondo povero, salariato, impiegatizio è stato attirato dalla borghesia e ne ha subito il fascino. Il mondo dei consumi e dei riti del consumo e del successo sociale sono un magnete per tutti coloro che si sentono in condizioni di minorità.

Paolo Fantuzzi: Io sono il fantasma del primo e ultimo borghese di questa penisola. Primo perché oggi la borghesia è una grande illusione, ieri una promessa mai realizzata e nel futuro uno spettro, ma ultimo perché nella mistificazione di una grande classe sociale che ha creato la civiltà industriale tutti sono diventati me, quindi io ho perso la mia natura e il mio nome. Tutti borghesi ovvero nessun borghese. Invece la mia classe sociale, che qui non si è data nella sua natura, ha spezzato le catene dell’oppressione clericale e aristocratica ha costruito un diritto fondato sull’individuo e sull’autonomia del fatto economico liberandolo da Dio e dalle leggi ancestrali. Sfruttando il lavoro umano e le risorse del pianeta questa classe sociale ha creato il capitale, ossia l’incremento continuo nel tempo del profitto  che porta a creare le risorse per la moltiplicazione dei fattori di crescita economica, di sviluppo tecnologico, di capacità creative e distruttive. Questa classe sociale ha fatto meraviglie più grandi delle piramidi, degli acquedotti romani, delle cattedrali gotiche o dei palazzi dei principi del Rinascimento. Essa ha creato dalle rovine della decadente civiltà aristocratica e agricola la grande civiltà industriale che é dominio ed esercizio del potere sulla natura, sul pianeta e sull’intera umanità. Oggi questo mondo che ha creato forma, senso del mondo, destino, una sua morale borghese per l’appunto si è disfatto. Al posto del gentiluomo di un tempo magari sfruttatore e prevaricatore ma con principi, con una moralità e un senso dell’onore si son sostituiti dei personaggi privi di vita interiore. Sono burocrati, funzionari di rango, tecnici del diritto, della banca, dell’amministrazione, delle pubbliche relazioni; esseri che non vedono oltre il proprio lavoro, che vivono senza una spinta interiore macchine di società per azioni che muovono enormi profitti. Miliardi di guadagni  che vanno ad anonimi azionisti. Macchine enormi chiamate multinazionali che sono società per azioni e persone giuridiche hanno sostituito il borghese:un logo, un marchio è il suo nome, la sua storia, il senso della sua opera. Il Borghese oggi non è più un ceto sociale ma una serie di funzioni, di atti tecnici, di soluzioni operate da esperti che si traducono nel potere concretissimo di minoranze di oligarchi. Il nuovo potere sono un limitato numero di famiglie di ricchissimi, perlopiù mentalmente apolidi,  proprietari di pacchetti azionari, di banche d’affari, di multinazionali, di regni, di complessi industriali o militar-industriali sotto di loro una stratificazione di livelli dirigenziali indirizza l’intera piramide sociale. Basta chiedersi chi è il proprietario della banca, chi ha il pacchetto azionario di maggioranza della multinazionale, chi sono i personaggi che hanno l’ultima parola nel movimentare grandi capitali d’investimento dell’ordine di decine di miliardi, chi controlla il grande complesso industriale, chi è l’autocrate o il sovrano e quella domanda è la risposta al problema di chi comanda al vertice della piramide. Come ritorna il borghese, ovvero come  può tornare una classe sociale responsabile di sé e per tutta la società e consapevole di sé che può indirizzare e dirigere la civiltà industriale? Non può finchè questo è l’ordine delle cose. Se torna non torna nel senso di questa parola ma rinasce in altra forma e in altra qualità. Perché il borghese è creatore del suo mondo di ordine e progresso, quindi ci vuole un disordine estremo per  imporre l’ordine a livello universale  e  ci vuole l’arresto della civiltà per imporre il progresso che è una linea di crescita culturale, tecnica, scientifica che da un punto nello spazio e nel tempo tende a espandersi  all’infinito sfidando logica delle cose e perfino la ragione che nega all’infinito la possibilità d’esprimersi in un mondo chiuso e limitato dalla materia. La distanza fra l’infinito del possibile e del mutabile con la potenza industriale e la limitazione data dal mondo materiale del pianeta azzurro è il limite di questo soggetto; è la sua condanna a una coscienza infelice.  Mi pare evidente che una classe sociale che detiene le chiavi del progresso e dell’ordine e ha un progetto per tutta la società e per tutte le classi sia possibile solo quando questo modello fondato su pochissimi realmente potenti e dominanti si sarà esaurito.  Una classe è una cosa collettiva e complessa e non è una somma di singoli, la borghesia dovrebbe esser un grande coro di cattedrale o l’esercito di Oliver Cromwell, una cosa concreta, compatta nell’azione, che ha un progetto e la capacità tecnica e di lavoro per portarlo a buon fine. Singoli ricchi o piccoli ceti di professionisti o di tecnici chiusi nei loro egoismi e nelle loro ottuse visioni del mondo non sono una classe sociale, una classe sociale è storia e fa la storia dell’umanità; sommatorie di singoli la storia la possono solo subire. Occorre un fine, un Dio per dare ordine al mondo e questo vale anche per una classe sociale. Il Principio è la scienza e la tecnica impiegate per il benessere di tutti i ceti sociali, l’uomo deve farsi protettore e guida di se stesso in un mondo mentale scarnificato dall’assenza di principi ultimi e di finalità sacre.  La borghesia è concreta, possessiva, meschina nei fatti d’amore stretti fra piccole passioni e calcoli sui conti domestici? Allora. Nessuno è perfetto. Esseri umani perfetti, di genetica divina potrebbero pensare la sesso, alla riproduzione, alla famiglia con un fare libertino, con una ricerca ludica del piacere per il piacere,  mischiare sesso e provocazione; perfino addentrarsi nell’eros, ossia perdersi nella passione d’amore e nella contemplazione del bello. Ma questa roba non è borghesia. In fondo cosa si vuole. Esser governati dagli DEI, da una aristocrazia dal sangue blu, dove al posto del rosso sgorga un diverso liquido dalle ferite come scrive Omero il grande poeta? Se non si vuol questo occorre il rinascere di una classe sociale che detiene i mezzi di produzione, indirizza nella società umana le ricchezze prodotte, costruisce delle Repubbliche o delle Monarchie dove si vota, ci sono maggioranze e opposizioni parlamentari, c’è un libero dibattito, c’è una Costituzione rispettata e attuata, diventa possibile governare con leggi e regolamenti, esiste lo Stato di Diritto. La borghesia oggi non è una soluzione ma la necessaria composizione in un corpo unico di forze produttive e creative oggi disperse e spappolate, rese ottuse e sottomesse da una straordinaria concentrazione di ricchezze, informazioni  e di poteri in pochissime mani, e queste mani non sono in grado di determinarsi in una nuova forma di Aristocrazia che ci mette la faccia  e prende il potere. Il proprietario del pacchetto azionario, della banca, del fondo d’investimento dovrebbe lui  prendere il potere e assumersi tutte le responsabilità del caso. I ricchissimi non lo fanno usano demagoghi politici, grandi burocrati, la manipolazione finanziaria, i media, perfino i servizi segreti. Così c’è una finzione di Repubblica  un po’ ovunque e il concreto esercizio del potere per interposta persona di pochi oligarchi miliardari. Allora ecco che in questo tempo post-borghese io primo e ultimo borghese di una Belpaese che mai è riuscito a spezzare nel tempo della borghesia trionfante le catene del mondo morto nel luglio del 1789 vi dico che nel futuro o ci sarà una qualche forma di classe sociale borghese o queste genti del Belpaese saranno sempre più schiave di tutti e padrone di nulla. Ora però sono stanco di parlare. Poso il libro e passo la parola.

 

 

 

 

 




1 novembre 2013

Una parabola ancora da scrivere...

-Per i pochi amici che qui ci leggono e altrove ci ascoltano-


Canovaccio per una parabola

Devo fissare subito il canovaccio di questa parabola.

Gli anziani, i magistrati e i saggi che insegnavano ai giovani erano fra loro impegnati nell’urlarsi addosso e nel rinfacciarsi delazioni e meschinità quando uno straniero anziano, famoso per essersi guadagnato da vivere come Rapsodo in molte città grazie al suo padroneggiare gli strumenti a corda e alla memoria prodigiosa che tanto ricordava del passato e delle cose notevoli chiese silenzio e si fece avanti. Così parlò ai molti Aemalledes il famoso rapsodo: “o Cittadini benemeriti. Oggi siete qui indignati e incanagliti perché i vostri giovani maleducati e amorali non vogliono morire per voi in guerra, e anche  perché voi avete dilapidato e sperperato il tesoro di onore, rispetto  e di denari lasciato dai nonni e dai padri con la corruzione, la scelleratezza e la dissolutezza dei vostri costumi, e anche perché le vostre figlie che si son maritate con gli stranieri vi negano perfino il saluto, e anche perché il vostro tradire gli ateniesi democratici e imperialisti per gli spartani schiavisti e militaristi vi espone oggi alla vendetta dei vendicativi e sanguinari tebani che hanno ucciso il re Lacedemone e sconfitto il suo esercito a Leuttra. Ma io che ho avuto modo di esercitare il mio mestiere ad Atene, a Corinto, a Siracusa e proprio io che ho ascoltato i ragionamenti di Ippia, Gorgia, Protagora, e io che ho conversato con Socrate, e io che ho udito i detti di  Diogene e io che ho litigato con  Platone e io che ho udito le amare verità  di Crizia il Tiranno ateo  e le parole alte e nobili di Trasibulo l’eroe democratico allora io vi dico che sbagliate. Guardate bene dentro di voi! O cittadini di questa città! Conoscete voi stessi? La corruzione che vi sta distruggendo e che ha perso questa città e le sue leggi è tutta dentro di voi. Da almeno due generazioni non siete più popolo, città, famiglia, tribù o qualsiasi altra cosa simile. Mancano in voi quei legami familiari, quei vincoli di sangue, quel minimo di condivisione di valori civili, quel senso di comune appartenenza a una stessa civiltà,  quel minimo senso dell’onore che sta dietro ogni governante o sacerdote sia di città sia di  regno. Pretendete di educare i giovani senza avere né scienza né dottrina, cercate di persuaderli a morire al vostro posto in orrende guerre e temete perfino l’ultimo dei ladri di polli e li volete pagar poco per il loro lavoro e li rovinate con le tasse e le truffe e vi lamentate se essi alla prima occasione fuggono da voi maledicendovi e si fanno servi del Gran Re di Persia o sudditi del re di Macedonia. Istigate e portate in città ogni  genere di corruzione, di vile opportunismo, di mollezza e vi meravigliate se le vostre donne e le vostre figlie hanno vergogna di voi. Siete ignoranti e cacciate i saggi filosofi  e i sofisti che vengono qui a insegnare perché dite che costano troppo, e dite che pagare il prezzo di un porco ingrassato per capire di geografia, di matematica, di musica di poesia e perfino di storia è un lusso eccessivo, una roba  da Re Mida; e poi vi lamentate se non sapete neanche dove i vostri alleati di turno hanno perso le battaglie e vi stupite perché non sapete indicare dove vivono  i vostri nemici o evitate di pronunciare i nomi dei popoli a voi sconosciuti che hanno ucciso nelle vostre sconclusionate guerre i vostri disgraziatissimi figli. O uomini di questa piccola ma antica città! Voi vi lamentate che la città diventa più piccola e le case son vuote e le mura ormai diroccate e  rotte e prive di sentinelle. Ma come può la gente di buoni costumi vivere ed educare qui i suoi figli e render dignitosa una discendenza se ogni giorno vivete di scrocchi, di truffe, di raggiri e se fuggite il pericolo o peggio cercate qualche temerario che vada a finir nei guai al vostro posto. Tassate i poveri e i lavoratori e li forzate a scappare in altre città e al contrario accogliete qui ogni sorta di vagabondo e di cialtrone che con l’adulazione o il delitto si fa vostro confidente e complice. Guardate dentro di voi. O Cittadini di questa città! Voi non siete ignoranti, voi avete paura della verità. E si noti non di una verità qualunque. Ma della verità che deriva dal riconoscere dentro di voi la dissoluzione di ogni senso del sacro, di ogni disegno divino, di qualsiasi cosa che possa avvicinarsi alla nobiltà. Oggi siete qui non per cercare una soluzione che non troverete perché nessuno di voi vuol mettersi in discussione, fare un gesto di pentimento, dare il senso di un cambio di vita.

 Io ora vi dico secondo verità e giustizia perché siete qui. O cittadini voi siete qui perché discutendo di gravi provvedimenti pubblici e deliberando una nuova legge, che nessuno di voi applicherà e nessuno di voi leggerà mai per intero, riceverete come previsto dalle vostre leggi un obolo, ossia la sesta parte di una dracma che spenderete subito dopo averla incassata. Questo andrà avanti finchè ci saranno oboli nel tesoro, finiti gli oboli non farete più nemmeno lo sforzo di recarvi fuor di casa per ragionar di leggi e di provvedimenti. Ve ne fregherete alla grande convinti di aver fatto così un gesto da furbi e da astuti.  In voi non c’è nessun popolo, nessun Dio, nessuna legge, solo il denaro vi dà il senso di esser vivi, di manifestarvi al mondo, di esistere. Voi siete qui e ora  perché nel pugno stasera avrete un obolo di ricompensa. Oggi però vi dico di conservarlo. Perché per tutti voi arriverà il momento di pagare Caronte per passare gli inferi e sparire nelle tenebre infinite. Questa nera terra è stanca e annoiata di gente come voi, ormai siete un peso irritante, un fastidioso ricordo di tempi ormai polvere di tomba, un fatto sanitario. Credete a me. Conservate l’obolo di stasera e non chiedete altro. Ne avrete bisogno per non vagare nelle nebbie della non-morte. E sappiate infine che questo mio discorso non è mosso da un Dio o da un dovere sacro ma solo da un generoso e irragionevole attimo di pietà

IANA




8 ottobre 2010

La recita a soggetto

 

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

La recita a soggetto


Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Dove lo zio Marco trova Francesco sul divano degli ospiti in corridoio con il cellulare acceso, i due ragionano della casa e del nipote Vincenzo dove son ritornati a distanza di  anni.

Francesco: Eccolo, si pensa al demonio e subito c’è l’odore dello zolfo; anzi della sigaretta. Ora spengo e son subito da te.

Marco: Non ho fatto qualche migliaio di chilometri per sentire le lamentele di un fratello maggiore, semmai la signora come sta; in fin dei conti siamo in casa sua  e essendo fratelli del tale dal quale è divorziata è di cattivo gusto star in casa sua senza presentarsi. Piuttosto è in casa?

Francesco: Sì era molto stanca, così è andata a dormire del resto è notte son passate le dieci e mezzo, son rimasto con lei per un paio d’ore e me ne ha raccontate di storie. Comunque il tale come lo chiami è il nostro fratellino,  e il problema è il di lui figlio, ossia  nostro nipote. Lo sai che adesso il villino di famiglia è una specie di albergo, guarda attorno quel matto del Vince ha trasformato il salotto buono della zia in un ufficio ricevimento e cassa, ha tirato su due o tre muri e messo porte e finestre nuove e non è finita.

Marco: Fammi capire… La casa di famiglia è un albergo e questo divano nel corridoio è la stanza comune degli ospiti? Ecco spiegata la macchinetta a gettoni del caffè! Incredibile. Ma cosa è girato in quella testa matta.

Francesco: Tasse, tasse comunali, Acqua, Luce, Gas, tasse  sulla spazzatura. Hai bisogno di altri motivi per spazzar via il passato della famiglia? Del resto cosa rimane a questa generazione di giovanotti se non un delirio di debiti passati, di cose incompiute, di stranezze create da classi dirigenti improvvisate che non sono né classi, né dirigenti. Io sarei partito subito dopo la divisione dell’eredità della zia se fossi stato al suo posto. Del resto mettere in mano al ragazzo la casa e i debiti che ci sono sopra per non caricarceli addosso giustifica una cosa del genere. Del resto chi ha detto che in famiglia la torta debba esser divisa fra parti uguali, i vecchi come noi hanno più diritti; siamo stati coerenti in fin dei conti con la nostra generazione che lascerà a figli e nipoti il debito pubblico più grande d’Europa, discariche a  cielo aperto, un sistema sociale morto, un mondo politico deforme e osceno tanto criminale quanto criminogeno. Dimenticavo l’esempio: una generazione di appartenenti a una  finta classe dirigente, di finti politici, di finti credenti, di finti comunisti, di finti imprenditori; oggi tutti allegramente in fuga dalla realtà e da questo paese con la cassa o senza.

Marco: Sei sempre il solito estremista, moralista, forse ex comunista. Parli, straparli ma poi… Fra noi in confidenza ammettiamolo: ma che ce frega degli altri e di questi giovani con l’I-Pad e i calzoni strappati e le scarpine firmate. Cosa hanno fatto per noi. La storia della nostra generazione e di chi ci rappresenta è semplice c’è il denaro e c’è il nulla. Se hai il denaro sei se no sei il nulla e il nulla è la morte civile e morale. Il nulla di chi non ha è la morte morale e spirituale di tutto il proprio mondo umano perché tutto si fa nero e oscuro e sei già morto e decomposto in vita.  L’essere umano è un microcosmo di sentimenti, di valori, di spiritualità e se gli togli i soldi lo fai sparire perché è il denaro che circola la vita della vita. Se non c’è il potere che viene dal denaro tutti ti abbandonano: amici, banche, operai, figli, figlie, parenti. Tutto è una relazione di costi e ricavi nella vita del singolo come nei sette miliardi d’infelici che vivono sul pianeta azzurro. Come faceva dire il tuo amato Pasolini a Totò il povero nel Belpaese “muore due volte” il ricco una sola e solo per restituire una parte quello che ha avuto in più dalla vita. Solo un pazzo o un uomo malvagio non riconosce la follia di quanti non si approfittano del qui e ora strappando con ogni mezzo qualcosa alla malvagità dell’esistenza. Io rifarei quel che ho fatto perché anche se talvolta è riuscito male la natura del mio operare è perfetta perché coerente con questo sistema. Comunque tu non hai fatto cose diverse, mi risulta…

Francesco: La tua filosofia di vita mi fa vomitare, e non vedi la differenza. Io ho subito questo male che tu a tuo modo ami perché ti assolve da tutto e da tutti e ti giustifica. Ciò che tu hai fatto nel lavoro e nel commercio e nella produzione con gioia distruttiva io l’ho compiuto nel dispiacere e nel rimorso. Prova ne sia che la mia salute ne ha risentito, ho somatizzato il mio tradire gli ideali.

Marco: Un ideale che non trova campioni, martiri e forze materiali per la sua difesa non è una cosa seria e meno che mai un ideale. Forse può essere uno squallido alibi, una truffa morale fatta contro se stessi. Ammetti piuttosto che ciò che è stato fatto era necessario, perfetto nella coerenza e meschino nel suo darsi perché i nostri rimorsi e le nostre paure l’hanno corrotto. Se si lascia il passato dietro di sé occorre andar fino in fondo e in questa cosa entrambi abbiamo fallito. Ciò che è stato ci ha colpito alle spalle e ora siamo qui uno di fronte all’altro.






30 luglio 2010

La natura seconda e le nostrane pietose finzioni



De Reditu Suo - Terzo Libro

La natura seconda e le nostrane pietose finzioni

La natura intima di questa terza rivoluzione industriale sta mostrando il suo volto aggressivo e duro con questa aspra e lunga crisi e con le nuove guerre. E’ una rivoluzione industriale come le altre due precedenti  proprio come le sue sorelle cambia il mondo umano distruggendo ciò che è stato prima e rimodellando il presente. Si tratta di un fenomeno noto  per certi aspetti scontato nella sua brutalità. Questa terza rivoluzione però ha un elemento di novità perché colpisce con puntualità e brutalità il vissuto quotidiano e la cultura rimodellandola secondo le sue esclusive necessità di profitto e di creazione della propria potenza. Chi è ai vertici del processo ovvero gli esecutivi delle potenze imperiali, i dirigenti massimi delle grandi compagnie finanziarie, delle multinazionali, delle banche, la ristretta minoranza di miliardari con interessi in decine di grandi compagnie è davvero felice perchè vede l’‘opera che crede propria mentre prende forma nello spazio e in questo tempo, il resto degli umani è materia vivente atta ad attuare o ad assistere  questo titanico esperimento di ingegneria sociale e di creazione di profitto e tecnologia. Questo esiste e si forma in anni nei quali il Belpaese sembra impazzito, qui si ragiona di comunismo, fascismo, antifascismo, e liberalismo come se il 2010 fosse il 1970. Oggi 21 maggio 2010  i giornali rendono conto del fatto che la ricerca genetica è vicina alla creazione di forme di vita artificiale, l’annuncio della avvenuta  manipolazione genetica con DNA artificiale di alcuni batteri viene dagli Stati Uniti ed è nello spirito dei tempi. Questa rivoluzione industriale cambia addirittura non solo il concetto di uomo e natura ma proprio la natura e l’essere umano nel suo essere concreta realtà materiale dotata di vita propria. Davanti a quel che è enorme e clamoroso vedo un dibattito politico stanco e infelice legato a cose squallide e brutte come il coltivare antichi dissapori e miti perduti per tenersi fette di elettorato pieno di idee confuse e nostalgiche da usare strumentalmente come forza ausiliaria per vincere per qualche punto percentuale lo schieramento politico avversario. La politica italiana degli onorevoli, dei cavalieri al merito e dei commendatori da tempo non pensa più il  tempo di tutti e si accontenta di amministrare il suo tempo e se stessa e i suoi piccoli e grandi interessi; la grande finanza non può per sua natura trasformarsi in un soggetto politico in grado di sostituire i vigenti ordinamenti democratici e si accontenta di manipolare e indirizzare la grande politica nazionale e internazionale. Le enormi masse di umani che sono cittadini di Stati democratici devono cimentarsi con il problema di una condizione di civile libertà ferita ripetutamente dalla crisi globale e dalle diverse forme di autoritarismo che emergono in queste nuove guerre. Di fatto non c’è indirizzo e controllo nella crescita del potenziale tecnologico, le mutazioni anche notevoli e invasive come i telefonini tuttofare, internet o l’E-book arrivano, si consolidano, mutano i rapporti umani e sociali e solo dopo che la trasformazione è già irreversibile arriva il legislatore, il moralista, il giornalista, il commento dell’uomo della strada. Non ci sono forze in grado di determinare lo sviluppo di questa natura seconda ed essa stessa non ha una coscienza o uno scopo: diviene ciò che può essere nel mondo degli umani che abitano il pianeta azzurro e occupa tutti gli spazi vuoti.


IANA




13 giugno 2010

Note italiane su Urusei Yatsura

De Reditu Suo - Terzo Libro

Note italiane su Urusei Yatsura

Urusei Yatsura Altro non è che il famosissimo cartone animato di Lamù. Quello che lo rendeva straordinario ai suoi tempi era la sintesi fra ironia, comicità grottesca, fantascienza e trama da telenovela sui fidanzamenti adolescenziali. Adesso che è passato più di un ventennio dalla prima messa in onda in Italia (1983) e che son passati trentun anni dalla sua prima edizione in fumetto si può prendere questa cosa singolare e straordinaria con intenti analitici. Occorre dire e ribadire che mi ha colpito negativamente osservare la ristampa della serie nelle edicole con la dicitura “consigliato a un pubblico adulto”, ho visto quelle puntate quando frequentavo la quinta elementare! Le cose sono due o  l’Italia era impazzita nel 1983 oppure è impazzita oggi. Credo proprio che qualcosa si sia rotto oggi a livello di buonsenso e non ventisette anni fa. L’altra nota è la dimensione ludica con cui si racconta una bizzarra storia d’amore in un contesto grottesco di un Giappone che convive con la presenza aliena.  Questa leggerezza, questa dimensione amabile la considero la componente più interessante dell’assemblaggio narrativo della serie, parlare di cose anche difficili da rappresentare con una semplicità quasi disarmante. Il personaggio maschile il giovane Ataru è forse la rappresentazione più crudele e nello stesso tempo bonaria di una condizione adolescenziale nei paesi post-industriali e culturalmente e scientificamente sviluppati: da un lato la società sembra eccitare ogni passione e ogni vanità e dall’altro non dà alla gioventù un suo rito d’iniziazione, una collocazione morale e civile diversa da quella dell’inclusione del soggetto in qualche fascia di consumatori a seconda dei denari che possiede. Ataru è un personaggio universale in questi anni di finto benessere. I  suoi problemi sono nella loro intima natura di alienazione e frustrazione condivisi da milioni di liceali e adolescenti.  Forse a ben vedere se Lamù fosse stata nel  cartone animato accompagnata da un damerino o da un atleta olimpionico la serie avrebbe perso tanta parte della sua capacità di coinvolgere lo spettatore. Concludo queste brevi note riportando osservazione che ho fatto mentre ero dal giornalaio sottocasa.  Ho osservato che il dvd di Zambot 3,  che presenta massacri e stragi di umani da parte degli alieni malvagi,  non aveva la dicitura – consigliato per un pubblico adulto –  ho pensato e devo aver detto più o meno questo:”oggi in Italia inquieta di più  un cartone animato che parla di fidanzati che vengono da lontano  che non una strage aliena con tanto di umani fatti esplodere”.

IANA per FuturoIeri




15 febbraio 2010

La grande fortuna di Pier Paolo Pasolini


De Reditu Suo - Secondo Libro

                              La grande fortuna di Pier Paolo Pasolini

Il poeta e regista forse non se rendeva conto, o forse sì, ma la sua era una vera e propria fortuna: i suoi persecutori che lo trascinavano in tribunale  erano veri e c’era davvero gente capace  di provare odio e disgusto. La sua lotta civile e culturale s’integrava nei termini di qualcosa che era ancora vivo anche se profondamente malato di corruzione, ignavia e cinismo. Oggi tutto è merce, perfino la critica dura e impietosa si trasforma in prodotto, tutto è divorato dal sistema di produzione, spettacolo e consumo anche l’urlo del predicatore nel deserto e il monito dell’intellettuale impegnato assumono senso se entrano nelle logiche e nei percorsi dei sistemi di comunicazione di massa. L’odio è un sentimento forte e oggi è ormai merce rara in una civiltà a metà strada fra il centro commerciale e la catastrofe ecologica planetaria.   Al disprezzo e al contrasto si preferisce il silenzio per malvagità, per incapacità di comprendere e per la folle e assoluta volontà di portare a buon fine interessi privati manipolando le leggi, gli appalti e  i piani regolatori. Non dico niente di nuovo su tutto questo, il lettore pensi a tangentopoli. La cultura alta e profonda è estranea alle logiche del potere di oggi che è solo l’estensione della volontà di finanzieri, manager, banchieri, sceicchi, e trafficanti di ogni specie. A queste caste al potere interessa solo  un minimo di Stato che tuteli in qualche modo la proprietà privata e la libertà di commercio. Non credo che esista un centro di potere malvagio, quel che è avvenuto è stato un percorso segnato dal collegarsi e svilupparsi di più volontà, di più progetti di dominio e controllo e  dalla volontà di potenza di realtà imperiali globali. Quindi più attori pubblici e privati di dimensioni imperiali con interessi assolutamente egoistici e cinici hanno condotto le vicende planetarie negli ultimi decenni e ormai tocca vedere una terza rivoluzione industriale che sta smentendo tutte le ragionevoli aspettative di progresso e benessere. Alle rovine della vecchia Italia e dei suoi antichi poteri si sommano le rovine di tangentopoli e un giorno potrebbero sommarsi quelle del Berlusconismo. Una massa informe di cose morte e miti perduti e svergognati non può creare odio, rabbia, lotta e  martirio ma solo diserzione, fuga e furberie da strapazzo. Forse l’Italia di Pasolini era quella della fine di modi di vivere e di essere di natura arcaica e a loro modo tradizionali. Questa di oggi è l’Italia dove i nuovi miti e i nuovi spettacoli rivelano la loro natura assolutamente strumentale e volta a calmare un popolo di tapini, di impoveriti e di popolazioni piene di problemi non risolti. Il mondo umano dell’Italia di oggi è qualcosa di talmente deforme e inesprimibile che anche l’odio di parte cessa di essere un fatto assoluto per diventare o un problema privato o una stramba continuazione dello spettacolo permanente nel quale è immersa la politica e il sedicente “mondo dell’informazione”.

Sui processi di P. Pasolini umilmente rimando al sito http://www.pasolini.net/processi_cronologia.htm

IANA  per FuturoIeri




5 giugno 2009

Lo "Stivale" davanti alle sue troppe maschere

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Lo “Stivale” davanti alle sue troppe maschere

A seconda dei tempi e delle situazioni i ceti che nel Belpaese vivono di politica hanno assunto diverse maschere ideologiche. Quelle del remoto passato avevano la loro ragione inscritta nelle rivoluzioni industriali e nelle due Guerre Mondiali, le presenti sono grette trovate pubblicitarie, trucchi circensi per raggranellare un po’ di consenso tra una gioventù smarrita che osserva la mancanza di prospettive e fra vecchi terrorizzati perché temono che l’extracomunitario gli “rubi in casa”, o che lo Stato salti il pagamento della pensione o di qualche specie di sussidio. Le maschere indossate dai ceti sociali che vivono di politica nel Belpaese sono usurate, vecchie, sporcate e ripugnanti da vedere e da indossare.  Le ultime recentemente indossate, ma già nate logore, del moralismo politicamente corretto, del siamo tutti fratelli italiani, dell’amicizia verso il diverso e l’uomo di colore si sono coperte di ridicolo e di disgusto. Apertamente si sono rivelate fin da subito il cattivo costume di chi voleva coprire il suo perbenismo con richiami alla solidarietà umana e alla giustizia degni delle frasi dei baci perugina o dei biscotti della fortuna cinesi: slogan, frasi fatte, roba priva di qualsiasi contenuto politico o sociale. Chiunque viva per più di sei mesi nel Belpaese capisce che il primo interesse dei ceti sociali che vivono di politica e di quelli che hanno delle proprietà o delle posizioni dovute al rango sociale, o beni immobiliari e fondiari è quello,  in qualunque modo e a qualunque costo, di tenersi ben strette le loro condizioni di privilegio e se possibile immobilizzare la società e la cultura italiana. Non c’è alcuna solidarietà, vita, onore, decoro, o corso storico o progresso; il Belpaese è solo lotta sleale per prendere dei beni, dei soldi,  dei privilegi, talvolta  per accumularli o, sempre più spesso, per mantenerli. Le maschere solidali, comunistoidi, liberaleggianti, nazionaliste o fascistoidi servono solo a far finta di vivere altrove, in una società e in un Belpaese di pura fantasia. Si vuole convivere con questa recente immigrazione, bene! Il nodo aspro da sciogliere è la possibilità di ascesa sociale, si aboliscano gli ordini professionali e tutti i lacci, si “annientino” anche le concessioni per diventare tassisti. A chiunque ha le capacità, i titoli e i soldi, sia esso d’origine filippina, senegalese, cinese, indiana, o di qualsiasi altra provenienza sia data la possibilità di fare senza incontrare numeri chiusi, concessioni, ordini professionali e via dicendo. Quanti dei nostri moralisti che vengono dai ceti sociali altolocati come architetti, notai, avvocati, giornalisti e liberi professionisti in genere sarebbe disposto in nome della tolleranza ad abolire il proprio ordine professionale?  Davvero le nostre borghesie potrebbero accettare un medico cinese, un notaio filippino, un professore di colore di greco e latino al liceo o un capo di origine rumena? Nella testa di chi fa moralismo un “tanto al chilo” c’è l’idea che i filippini devono fare i domestici, gli africani gli ambulanti, gli asiatici i commercianti al minuto. Quella che si prepara è una società multi-razzista, gonfia d’odio e nel momento delle grandi difficoltà collettive pronta ad esplodere per colpire i più deboli. Io so,anche se non so dire come, che questo disegno funesto ricopiato sul peggio della società Anglo-Americana fallirà, il Belpaese avrà la forza di opporsi a questa “scienza malvagia” .

IANA per FuturoIeri




27 maggio 2009

Chi si rivede! Il moralismo all'italiana

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi si rivede! Il moralismo all’italiana

L’esercizio quotidiano della virtù come insegnavano certi filosofi illuministi è cosa da repubbliche ben ordinate, da cittadini virtuosi, sobri e sicuri nei loro diritti e doveri. La virtù stessa era la base morale delle forme di governo democratico almeno quanto l’onore per le monarchie e la paura per i regimi dispotici. Nel Belpaese dei nostri giorni ci si deve accontentare come base per questa Seconda Repubblica di un sottoprodotto della civiltà che è il moralismo, ossia il fingere di credere in valori e virtù avendo sempre come propria cura il tirare a campare e l’arraffare beni e piaceri; il sottrarre alla malvagia avidità del mondo quel che è desiderato o che semplicemente è stato preso a qualcun altro. Non quindi vere virtù o vere credenze in questo o quello ma finzioni, mascherate, travestimenti, il tutto con lo scopo di raggiungere un piccolo guadagno. Questo moralismo di cose non credute ma ostentate, di finzioni di fedeltà alla propria cultura, di mistificazione dei veri propositi delle proprie azioni, di doppiezza morale e civile è la speciale dimensione su cui poggia la Repubblica e con essa le sfortunate genti del Belpaese. Questa natura moralistica riemerge con forza nel periodo elettorale e con fare dirompente ci regala lo spettacolo della grande finzione del far finta che le cose siano “come se…”.

La grande recita a quel punto si fa collettiva perché gli elettori, con l’eccezione di qualcuno davvero convinto, fingono di credere alle promesse e alle autopresentazioni dei candidati alle elezioni e i candidati, fatte salve le solite anime candide, si convincono di aver fatto il loro gioco e di aver in tasca un consenso fondato sulla loro capacità di persuasione e non solo. In realtà si tratta della grande messa in scena, di uno psicodramma collettivo nel quale si recita su un canovaccio logoro dove son scritti abbozzi di parti e situazioni, dove condizioni drammatiche ed emergenze sociali convivono con la bieca propaganda elettorale, dove il narcisismo dei candidati che tappezzano le città con i loro volti e i loro nomi fa sparire dalla propaganda elettorale quelle lotte politiche e sociali che essi in fin dei conti dovrebbero condurre.   Se non fosse chiaro faccio riferimento ai manifesti elettorali che caratterizzano le città al momento delle elezioni per gli enti locali, non c’è occasione se non allora di vedere i volti di chi fa politica ovunque nelle nostre città, forse una Repubblica sobria e virtuosa si porrebbe il problema se un simile rapporto con l’elettorato sia un fatto decente o meno. Sia detto per inciso il momento della propagande elettorale rende forte chi può spendere di più e può moltiplicare pochi ma semplici messaggi, quindi è facile ottenere buoni risultati puntando sulle paure, sull’estetica del candidato, sulla frase ad effetto, sulla composizione del manifesto elettorale. Sarebbe auspicabile un momento di riflessione, di presentazione di contenuti ma il modello di comunicazione politica e il moralismo imperante impedisce però una critica seria e spontanea al come è la nostra Repubblica, l’ipocrisia del “far finta che tutto è come dovrebbe essere anche se non è così” domina in questa campagna elettorale. La civiltà italiana ritornerà in vita, ma certo non ora.

IANA per FuturoIeri




2 febbraio 2009

L’Italia scomparsa

 

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

L’Italia scomparsa

Molto tempo fa nel periodo compreso fra il Risorgimento e l’avventura fascista il Belpaese in modo confuso e disordinato cercò di darsi una sua identità nazionale, una sua ragion d’essere che potesse esser compresa dalla stragrande maggioranza della popolazione. I patrioti Risorgimentali e post-Risorgimentali si rivelarono incapaci di capire i problemi delle masse italiane di poveri contadini, artigiani e operai e l’amarezza dei ceti medi per una Patria unita ma povera e disprezzata all’estero. I fascisti presero il potere al di là di ogni legittimazione legale e politica, ne erano consapevoli e di solito affermavano che dopotutto la loro presa del potere era stata una rivoluzione, e la loro opera di rifare gli italiani crollò sotto il peso di un disastro militare di proporzioni mai viste prima nella penisola. L’Italia dalla forte identità, vera o presunta tale, è crepata da decenni, perfino nella retorica roboante e allucinata delle nostre classi dirigenti, le quali da un bel pezzo hanno smesso di credere a quel che affermano in pubblico. Chi esercita il potere in Italia si sente vicino al miliardario egiziano o saudita o al politicante inglese o al finanziere francese o al mercante d’armi russo. Ne è una prova lampante che i nostri leader cercano di imitare i costumi e i modi dei grandi ricchi e dei potenti del pianeta azzurro, fra queste manie c’è da segnalare il costume strano di inserire parole inglesi di carattere pseudotecnico, e l’uso di dare o di farsi invitare ai ricevimenti per VIP sulle barche di lusso. La distanza fra le ristrette minoranze al potere e la stragrande maggioranza della popolazione è enorme, credo che l’Italia intesa come insieme di popoli e di costumi ormai sia un mistero per chiunque anche per gli stessi italiani. L’Italia delle certezze, della comune identità, del decoro borghese e della famiglia unita attorno al padre o al nonno si sta sgretolando, solo la paura della grande crisi e la debolezza dello stato sociale fa sì che per disperazione molti s’aggrappino a quel che rimane delle certezze del passato, un po’ come il naufrago che cerca di galleggiare aggrappandosi ad ogni cosa galleggiante che trova. Quel che resta della passata dignità della famiglia e della comune identità non è tale per la forza dell’idea che esprimono ma per il vuoto morale e civile nel quale gli italiani oggi si trovano. La maggior parte della nostra gente forzata a far, per l’ennesima volta e in democrazia, da sé cerca di ricostruire quelle poche strategie possibili che le permettano di andare avanti. La famiglia resta centrale per far fronte a un mutuo, come garanzia per l’acquisto della macchina o del motorino di un figlio che magari lavora ma è precario e non dà garanzie alla finanziaria di turno, addirittura per cercar lavoro o per indirizzare i giovani verso le scelte professionali o di studio. Solo i ricchi e i politici di successo possono permettersi di far a meno della famiglia contando sui patrimoni privati e sulle loro reti di contatti e conoscenze, basta pensare alla facilità con VIP, dive e divette si ritrovano con matrimoni falliti alle spalle, o con famiglie con solo un coniuge divorziato. Anche questa è una grande differenza rispetto al resto del popolo italiano. Molti non possono rompere la famiglia, non possono permetterselo.

IANA per FuturoIeri



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