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11 settembre 2009

Non vedo più il Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

Non vedo più il Belpaese

Ho sentito dire che quando qualcuno si volge indietro con la memoria e non riconosce più il posto dove vive è il segno del tempo passato e della vecchiaia. Nel mio caso opto per una lettura diversa è il Belpaese ad essere rapidamente invecchiato al punto che in  25 anni è diventato irriconoscibile. In fin dei conti togliendo alla mia età gli anni dell’infanzia e i primi segni della pre-adolescenza viene proprio quel conto in anni che corrispondeva un tempo al passaggio generazionale. In realtà la rapidità dei cambiamenti è stata tale che è come se al posto di una generazione ne fossero passate due o tre. Di sfuggita basta pensare alla grande politica: dal mondo Bipolare si è passati nel 1991 a quello monopolare a guida statunitense e dopo solo 10 anni nel 2001 si è giunti a un mondo dominato da grandi potenze in competizione fra loro.

Dove sia il Belpaese del  tempo che fu  non è noto, quel che mi si offre davanti ai miei occhi è una massa informe di singoli che si trovano assieme a far delle cose, a sbarcare il lunario, che vanno avanti con il dubbio di non poter mantenere il tenore di vita dei loro genitori, la mia generazione sembra destinata ad essere più povera della precedente, ad avere meno possibilità, a mettere al mondo meno figli. Questo è qualcosa di nuovo che prima o poi produrrà i suoi danni, non si può lasciar andare alla deriva un paio di generazioni e sperare che qualche miracolo della “Madonna dai Sette Dolori” o di “Padre Pio” metta le cose a posto. Non credo che sarebbe giusto neanche dal punto di vista cristiano. Quel che vedo è una generazione con meno possibilità, perché con la nuovissima crisi anche le possibilità di migrare all’estero, per chi può, si riducono. Ci vorrebbe la politica, e non l’elargizione di qualche mancia o elemosina più o meno spilorcia ai bisognosi di turno.  Il potere politico dovrebbe essere in grado di indicare e favorire dei percorsi di sviluppo e benessere, di dare il senso di cosa dovrebbe essere questo paese. Oggi la politica quando funziona si limita alla banale amministrazione e non ha la pretesa di spostare qualcosa. L’Italia gira a vuoto sui suoi problemi. Un fracasso di personaggi televisivi e piccole dive, di ricordi vecchi confonde un popolo già messo male pieno di rancori e frustrazioni, dove tutte le divisioni politiche e ideologiche del passato, molte delle quali vivono solo nella memoria, convivono con nuovi e concretissimi dolori. Mi riferisco  al precariato diffuso e alle nuove povertà che si fondono in una paura indistinta con il caos psicologico portato dalla presenza in Italia di nuovissime comunità che ancor oggi denominiamo straniere o di recente immigrazione. Quello che avanza è un Belpaese amareggiato e impaurito, reso duro di cuore e d’orecchio dall’idolatria del Dio-denaro e da una crisi severa e impietosa.

Devono per forza prendere forma tempi migliori, momenti un poco più felici di questo; deve esserci prima o poi un tempo nel quale il Belpaese ritornerà in qualche sua forma dispensando quel poco di felicità che è possibile distribuire agli umani.

 

IANA per FuturoIeri




10 luglio 2009

Miti perduti per noi genti disperse della penisola

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Miti perduti per noi disperse genti della penisola

La fedeltà al proprio passato può essere un segno di nobiltà da parte di una realtà collettiva come una comunità, una tribù, un popolo, o una nazione. Quando è fedeltà ai miti altrui comincia qualche sospetto. Quindi scriverò delle mie perplessità. Mi è capitato con un caro amico di visitare due esposizioni di mobili,  in due magazzini di medie dimensioni in una delle nostre periferie dell’Italia Centro-settentrionale, nello specifico Calenzano. Arredavano alcuni soggiorni e camere da letto dei quadri con la famosa Marylin Monroe –peraltro un nome d’arte- e vedute di New York con tanto di Torri Gemelle ancora in piedi. Mi sono fermato a guardare. Se non è fuga nel trapassato remoto questa qui proprio non so cosa possa essere. Gli USA della diva bionda erano gli anni cinquanta e sessanta prima del Viet-nam e della crisi petrolifera. L’Italia di oggi anno del signore 2009 onora gli USA degli anni cinquanta al tempo della guerra di Corea, combattuta fra l’altro anche contro l’armata rossa cinese. L’Italia è ancora legata psicologicamente al suo protettore di un tempo, il quale è troppo occupato a proteggere se stesso dalla crisi e dalla sfida economica globale che gli portano cinesi, russi e indiani per pensare alle genti della penisola e ai loro traumi psico-politici.  Le difformi e disperse genti d’Italia si cullano ancora nei loro miti perduti e mentre questo accade già vediamo i segni della prossima abiura, del nostro prossimo voltafaccia, del nuovo cambiar divisa. Non è un caso che nel presente governo da tempo è evidente che  l’amicizia del premier con la Russia di Putin non è solo un fatto privato. L’Impero Americano ha eletto questo Obama perché è il sistema è in sofferenza e la conclusione dei conflitti afgani e iracheni sembra volgere al peggio, o quantomeno l’esito dei medesimi sarà ben diverso da quello pensato dai neo-conservatori:il trionfo del sistema statunitense nel presente XXI secolo. Già perché questo è un secolo nuovo e le genti dello stivale dovrebbero ammettere che la seconda metà del Novecento è finita da circa nove anni e che quel che rimane delle genti della prima Repubblica e dei leader e dei partiti politici sono tendenzialmente pessimi ricordi. La Prima Repubblica è stata, sia pure senza una piena sovranità e in forme limitate, la prima, grande, autentica possibilità che hanno avuto gli italiani di governarsi secondo la libertà e il reciproco rispetto. Il fallimento è così grave che non è neanche necessario constatarlo, semplicemente è qui e ora. La Seconda Repubblica dominata da altre forze politiche testimonia il discredito e il disprezzo nel quale sono caduti i partiti del trapassato presso la popolazione dello Stivale, prova ne sia che ad oggi il partito più anziano è la Lega Nord, tutti gli altri sono stati sciolti o rifondati. Coloro che “vivono di politica” si son presto acconciati a cambiar casacca, a reinventarsi un posto e un ruolo nelle nuove forme di potere politico ed economico, l’abiura delle classi dirigenti e di coloro che “vivono di politica” è, se possibile, più forte di quella delle disperse genti d’Italia. In questa decomposizione c’è spazio per i vecchi miti forestieri, così si parla d’altro.

IANA per FuturoIeri



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