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10 luglio 2010

Ipazia: il film


De Reditu Suo - Terzo Libro

Ipazia: il film

 Il film tanto atteso è arrivato in questa primavera 2010 Ipazia è sul grande schermo. La storia della filosofa e astronoma di Alessandria d’Egitto massacrata e fatta a pezzi  da una turba di monaci e fanatici cristiani aizzati molto probabilmente dal santo vescovo della metropoli del mondo antico era arcinota. Era una figura leggendaria da secoli e rappresentava il contrasto fra la fede fanatica e oscurantista e la scienza. Tuttavia il film che rappresenta la sua vicenda umana mostra anche il contesto nel quale avviene il suo omicidio. Da un lato una ristrettissima minoranza di personaggi eruditi e ricchissimi padroni di ville, beni e  schiavi con a disposizione il meglio della cultura del mondo antico, dall’altra parte una crescente massa di plebei affamati  e schiavi umiliati e offesi che per trovare un senso alla loro vita abbracciano la fede cristiana e sono pronti a reagire con la forza a qualunque provocazione e a sovvertire le regole della convivenza fra culti diversi nella stessa città a loro vantaggio. In effetti la scienza  del mondo antico poggiava su delle minoranze che erano il vertice culturale di una società schiavista, il mondo della grande cultura era perlopiù il mondo dei pochi che erano liberi e che avevano altri che lavoravano per loro spesso e volentieri incatenati o comunque in una condizione servile.  Quando i padroni pagani  ricchi e pochi arrivano allo scontro fisico con i cristiani si accorgono loro malgrado che i cristiani che gli son sempre sembrati brutti, ignoranti, sporchi e cattivi sono migliaia e di fatto controllano la maggior parte della popolazione della metropoli. C’è una scena che rivela il fallimento di questi pagani ed è quando armano gli schiavi per combattere i cristiani, uno di questi rimproverato da un pagano ricco prende la clava che gli è stata data per ammazzarlo e colpire subito dopo il suo padrone al grido di “Sono Cristiano”. La cristianità nel film è certamente fanatica ma è anche la stragrande maggioranza della popolazione e si è imposta grazie all'indifferenza dei pagani verso le condizioni di vita della stragrande maggioranza degli abitanti della metropoli antica e sulla loro incapacità di promettere ai loro servi e amministrati qualcosa di diverso da una vita di sfruttamento e servitù senza alcuna prospettiva di riscatto in questo o nell’altro mondo. Cosa c’è di nuovo in questo modo di rappresentare il mondo antico e la sua fine: credo il tentativo di capire le ragioni più profonde di una Questa storia vera è istruttiva intorno alla fine del mondo antico, una leggenda culturale che racconta senza troppi veli i turbamenti di una società confusa che teme che dopo il crollo delle sue certezze arrivi un tempo nuovo e tragico. Ovviamente è la nostra, perché è evidente che questa storia della filosofa rappresenta una crisi  di civiltà che è qui e ora e riguarda l’Europa e l’Impero Anglo-Americano e la racconta sotto i panni dissoluzione e distruzione immane riportando la trama del film a un contesto storico senza troppo concedere ai luoghi comuni e ai diversi stereotipi pseudo – eroici che da anni dominano le sceneggiature dei film ambientati nell’antichità.

IANA per FuturoIeri





24 giugno 2010

Ipazia: il film





De Reditu Suo - Terzo Libro

Ipazia: il film

 Il film tanto atteso è arrivato in questa primavera 2010 Ipazia è sul grande schermo. La storia della filosofa e astronoma di Alessandria d’Egitto massacrata e fatta a pezzi  da una turba di monaci e fanatici cristiani aizzati molto probabilmente dal santo vescovo della metropoli del mondo antico era arcinota. Era una figura leggendaria da secoli e rappresentava il contrasto fra la fede fanatica e oscurantista e la scienza. Tuttavia il film che rappresenta la sua vicenda umana mostra anche il contesto nel quale avviene il suo omicidio. Da un lato una ristrettissima minoranza di personaggi eruditi e ricchissimi padroni di ville, beni e  schiavi con a disposizione il meglio della cultura del mondo antico, dall’altra parte una crescente massa di plebei affamati  e schiavi umiliati e offesi che per trovare un senso alla loro vita abbracciano la fede cristiana e sono pronti a reagire con la forza a qualunque provocazione e a sovvertire le regole della convivenza fra culti diversi nella stessa città a loro vantaggio. In effetti la scienza  del mondo antico poggiava su delle minoranze che erano il vertice culturale di una società schiavista, il mondo della grande cultura era il mondo dei pochi che erano liberi e che avevano altri che lavoravano per loro spesso e volentieri incatenati o con qualche modo simbolico per indicare una condizione servile.  Quando i pagani padroni, ricchi e pochi arrivano allo scontro fisico con i cristiani si accorgono loro malgrado che i cristiani che gli son sempre sembrati brutti, ignoranti, sporchi e cattivi sono migliaia e di fatto controllano la maggior parte della popolazione della metropoli. C’è una scena che rivela il fallimento di questi pagani ed è quando armano gli schiavi per combattere i cristiani, uno di questi rimproverato da un pagano libero prende la clava che gli è stata data per ammazzare il suo leader e poi il suo padrone al grido di “Sono Cristiano”. La cristianità nel film è certamente fanatica ma è anche la stragrande maggioranza della popolazione e si è imposta sull’indifferenza dei pagani verso le condizioni di vita della stragrande maggioranza degli abitanti della metropoli antica e sulla loro incapacità di promettere ai loro servi e amministrati qualcosa di diverso da una vita di sfruttamento e servitù senza alcuna prospettiva di riscatto in questo o nell’altro mondo. Cosa c’è di nuovo in questo modo di rappresentare il mondo antico e la sua fine: credo il tentativo di capire le ragioni più profonde di una Questa storia vera è istruttiva intorno alla fine del mondo antico, una leggenda culturale che racconta senza troppi veli i turbamenti di una società confusa che teme che dopo il crollo delle sue certezze arrivi un tempo nuovo e tragico. Ovviamente è la nostra, perché è evidente che questa storia della filosofa rappresenta una crisi  di civiltà che è qui e ora e riguarda l’Europa e l’Impero Anglo-Americano e la racconta sotto i panni dissoluzione e distruzione immane riportando la trama del film a un contesto storico senza troppo concedere ai luoghi comuni e ai diversi stereotipi pseudo – eroici che da anni dominano le sceneggiature dei film.  della fine della civiltà dell’Impero Romano.  

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

La reggenza d'Italia e i fumetti

La valigia dei sogni e delle illusioni

La reggenza d’Italia e i fumetti.

 

Capita di leggere cose strane, talvolta esse fanno capire più di tanti saggi l’immediato quotidiano di questo Belpaese. Il mio pensiero va a “Politicomics, raccontare e fare politica attraverso i fumetti  di Federico Vergari edito da Tunuè  a Latina nel 2008

In Questa pubblicazione si chiede l’autore se esiste ancor oggi il fumetto politico in Italia. Può sembrare una cosa bizzarra, una distrazione da eruditi, tuttavia se si considera il fumetto come una tipica espressione artistica della civiltà industriale allora questa nota sconsolata va iscritta entro i termini di un declino delle capacità delle genti del Belpaese di guardare a sé stesse con lucidità e da parte della politica di pensare alla concreta realtà dei cittadini. Del resto c’è un pregiudizio diffuso nella Penisola che indica i fumetti come una cosa da bambini o da ragazzini e i fumetti che trattano l’attualità o la politica come dei prodotti di scarto del giornalismo e della polemica politica.

I fumetti italiani sono la solita occasione perduta di dar corpo a una cultura popolare che non sia la pura e semplice estensione della pubblicità commerciale e delle logiche da grandi magazzini; mancano i volti e le voci per dar corpo alle diverse genti d’Italia. C’è qualcosa d’arcaico e un senso d’inferiorità rispetto ai grandi processi della civiltà industriale; la quale esprime parte di una certa cultura popolare attraverso i fumetti. Questa condizione italiana è anche il portato di una ostinazione  delle generazioni anziane del Belpaese che da decenni rifiutano il dato di fatto che il mondo umano in cui vissero non esiste più e che l’apertura ai controversi e insidiosi strumenti e segni della civiltà industriale è una necessità vitale per un consorzio umano che aspiri a non essere travolto da una realtà in rapida evoluzione. E’ il senso della continuità fino alla sua fine ultima di un mondo antico in politica come negli aspetti della vita civile, un segno ulteriore della senescenza della società italiana. Eppure adesso c’è bisogno di contare le forme e le voci che emergono dalla  Penisola  e dai suoi abitanti vecchi e nuovi, le cose cambiano e questa reggenza finirà prima o poi.

Come ho scritto tante volte, e di ciò chiedo scusa ai miei lettori abituali, i vecchi poteri declinano e i nuovi ancora non prendono forma, l’Italia è come se fosse in una condizione di reggenza al tempo del Medioevo: il re è morto e deve essere sostituito dall’erede, ma il principe è troppo giovane o malato e non può prendere il potere. Al suo posto, e a seconda dei casi, governa in suo nome un cardinale o uno zio o un consiglio dei nobili o la regina-madre.

Questa crisi della politica che non riesce a darsi un nome e un volto e ricorre a tutti i travestimenti e a tutte le maschere ideologiche è il portato di una crisi di modello di riferimento e segnatamente del capitalismo finanziario senza regole e del liberismo sfrenato e senza limiti della civiltà Inglese e Statunitense. La crisi economica e l’emergere di nuove potenze finanziarie che fanno riferimento alla Cina, alla Russia, all’Europa, all’India e adesso perfino al Brasile consegnano agli Stati Uniti un solo primato: quello militare. Nei fatti solo l’enorme e smisurata potenza militare, e per mantenerla gli statunitensi sacrificano gran parte delle loro risorse umane ed economiche, sostiene la potenza dell’Impero USA nel mondo.  Essere se stessi qui e ora non è un male, è necessario.

 

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

Per un futuro?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro?

 

Il fanatismo e l’odio duro e puro contro l’altro, contro il nemico non è cosa da gente del Belpaese, in questo siamo diversi dalla maggior parte dei popoli dell’Europa e del Nuovo Mondo che sono in grado di odiare con straordinaria intensità. Gli altri hanno saputo dar prove in questo senso notevoli basta pensare alle guerre coloniali inglesi e francesi dei due secoli appena trascorsi, all’ecatombe di nativi del continente Americano per far spazio alla civiltà dell’uomo bianco, alla brutalità delle truppe germaniche nelle due guerre mondiali, alla spietata efficacia distruttiva del comunismo sovietico, e qui mi fermo perché l’elenco potrebbe prendere anche l’Asia, l’Oceania e  l’Africa. Il fascismo in modo limitato e artigianale, rispetto ai massacri tecnologici e scientifici attuati in scala industriale dai suoi alleati e dai suoi nemici, ha cercato di far indossare alle genti della penisola il volto feroce del guerriero e del conquistatore sanguinario. I risultati sono stati limitati e scarsi rispetto alle ben diverse prove ostentate in faccia al mondo intero dalle altre potenze imperiali che lottavano nella Seconda Guerra Mondiale. Forse il fatto di essere dei cattivi assassini su scala industriale può essere in prospettiva un elemento positivo, si può ragionevolmente pensare a un Belpaese che riesce a trovare il suo posto sul pianeta azzurro entro i termini di una politica non aggressiva e distruttiva come è stato per i precedenti imperi. Scrivo questo in un momento di "reggenza di fatto" nel Belpaese. I vecchi poteri declinano, i nuovi non prendono forma e il dominio dell’Impero Anglo-Americano che aveva per decenni controllato la Penisola, ufficialmente per “salvare le genti d’Italia dal Comunismo e dai Soviet”, mostra i suoi limiti; perfino un leader come Berlusconi si permette ironie sull’abbronzatura del presidente Obama e della sua gentile signora. Questa condizione di semi-colonia culturale di Londra e New York del Belpaese è destinata a mutare, lentamente ma necessariamente si farà strada l’idea di una nuova forma d’identità e civiltà italiana altra e diversa da quelle precedentemente conosciute; è da auspicare la presa di distanza delle genti della Penisola da questo presente politico che è una massa informe di mezze verità, ideologie strane, idee marce, memorie perdute e di vicende private di alcuni singoli che cavalcando ciò che è morto e decomposto hanno cercato per sé una soluzione attraverso la carriera politica. Un Belpaese rinato deve per sua intima natura intraprendere, spero per primo, la difficile via d’uscita dal fallimento morale e biologico cui sta andando incontro la razza umana a causa di processi industriali e  capitalistici privi di ogni controllo e di qualsiasi senso del limite. L’Italia deve tornare ad essere una civiltà perché c’è e ci sarà bisogno di una civiltà alternativa, di una via d’uscita dalle troppe follie che ha regalato al mondo un capitalismo aggressivo e senza regole, che indica a tutti la via di una crescita infinita in presenza di risorse grandi ma limitate. La possibile civiltà italiana dovrà individuare il senso del limite dello sviluppo, capire gli errori del sistema, trovare l’equilibrio che è necessario per creare una convivenza fra le differenze interne al Belpaese, oggi aggravate dalle comunità di recente immigrazione, in un’ottica di condivisione di alcuni valori comuni e forse di qualche obiettivo politico e di affermazione di civiltà alto e nobile.

 

IANA per FuturoIeri




30 settembre 2009

La resurrezione del Belpaese prossima ventura


La valigia dei sogni e delle illusioni

La resurrezione del Belpaese prossima ventura

 

Chiedendo preventivamente scusa ai miei venticinque lettori se son quasi forzato a scrivere perché credo che si avrà prima o poi una resurrezione del Belpaese al termine di questo ciclo funesto di decadenza e decomposizione dei valori e delle facoltà mentali delle diverse genti d’Italia. Ritengo che saranno gli stranieri a imporre alle nostre disperse genti di ripensare alla loro condizione e di trovare le ragioni del loro stare assieme. Semplicemente gli stranieri, cosa del resto scontata e ordinaria, metteranno una barriera fra ciò che è simile a loro e ciò che non lo è. L’italiano in fin dei conti sarà forzato a causa della sua estraneità alla cultura e alla civiltà altrui a darsi una propria forma di esistenza.  So che questo disturberà alcuni fra i miei venticinque lettori, che qui saluto e ringrazio, ma occorre andare oltre le frodi della comunicazione pubblicitaria e televisiva: gli altri sono diversi fra noi e in fondo al cuore non ci vogliono fra loro e non si vogliono mischiare con noi. Non lo sforzo di un pugno d’eroi, non una fantomatica e inesistente dimensione culturale, non la lingua scritta e meno che mai quella parlata o memorie antiche stimate e onorate (ma quando mai!) faranno il miracolo. Nulla di tutto questo può ricomporre le disperse genti del Belpaese. Solo il disprezzo dei forestieri e il disgusto con il quale si osservano nel mondo le vicende del Belpaese sarà il collante delle disperse genti della Penisola. Questa condizione di estraneità a un consorzio civile più ampio imporrà dolorosamente ma necessariamente il darsi di una Nazione italiana adeguata ai tempi; personalmente sarei ben felice se questa nuova identità s’identificasse con simboli più forti e consapevoli rispetto a quelli ereditati dalle passioni risorgimentali dell’Ottocento. Temo che questo processo di creazione di un nuovo mondo umano per il Belpaese potrebbe vedermi ridotto in polvere, come è oggi polvere triste e fredda di cose morte e perdute il mondo umano che ho conosciuto nell’infanzia. Non so quanto tempo ci vorrà perché le genti dello Stivale si sveglino da questo sogno delirante, da questa incapacità di distinguere i contorni della realtà. Si farà strada prima o poi l’evidenza che le genti d’Italia non sono riconducibili ai popoli Balcanici, che sono lontane dagli antenati del mondo antico, diverse dalle genti di Spagna e di Grecia e molto distanti per cultura e indole da quelle del Nord - Europa o della Scandinavia. Le genti del Belpaese sono altro, e questo altro non ha ad oggi né un nome né un volto. Del resto i partiti e i gruppi politici che ci hanno governato negli ultimi sessant’anni avevano i loro riferimenti nella Russia Sovietica, nell’Impero Britannico, nella civiltà Statunitense, e qualcuno timidamente osservava interessato cosa accadeva nelle socialdemocrazie nel nord del Vecchio Mondo; c’era tutto nei punti di riferimento del Belpaese perfino qualche estremista che s’interessava pure della Cina Maoista. Tutto meno l’Italia. Il Belpaese è questa cosa strana che sfugge a ogni ordinario ragionamento e che ancor oggi per definirsi deve capir cosa non è e in cosa è differente dagli sfortunati vicini del Nord-Africa e dai ricchi popoli dell’Europa. Del resto neanche gli altri sanno bene che fare, in qualche modo percepiscono che  l’Italia è parte dell’Europa e nello stesso tempo non lo è. Credo che il nodo insidioso debba esser risolto dalle nostre disperse genti, le quali prima o poi dovranno trovare quel minimo di compattezza che doni ad esse un nome e un volto.

IANA per FuturoIeri




13 luglio 2009

Fine dei quarantanove passi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fine dei quarantanove passi…

Questo mio congedo da questa serie di scritti esige una riflessione. Il Belpaese oggi presenta masse diverse di esseri umani perlopiù sofferenti. Nello specifico del loro rapporto con il potere assomigliano all’umanità imbelle, scellerata, dissoluta, rincretinita e  psicologicamente svuotata che si osserva nella serie classica di Capitan Harlock del 1978.

Nel cartone animato gli umani, come in tutte le favole del genere, vengono salvati da una temibile invasione aliena dall’eroe di turno e dal suo seguito di seguaci e amici e dalla sua corrazzata spaziale, la famosa Arcadia. Qui nella realtà di una quotidianità segnata da una crisi del sistema di produzione e consumo a livello globale l’eroe non c’è e in compenso i nuovi tempi stanno disintegrando tutto quello che è stato il mondo umano e sociale che c’era prima. Credo che il processo sia arrivato a un punto tale da poter affermare che ciò che era il Belpaese al tempo della mia infanzia non esiste più, tutto è diventato altro e per sempre. Voglio quindi rammentare, per chiarire ai miei pochi pazienti lettori e lettrici, quali sono le cose alle quali mi sento d’appartenere e che sembrano essere qui e ora nonostante tutto. Metto tutto in poesia, versi liberi per maggior comodità.

DOVE SONO

Mi sento d’appartenere

Al buio delle periferie silenziose e ai lampioni

solitari che l’illuminano di notte

Ai profili scuri delle colline la cui forma  incornicia

il firmamento nel freddo inverno

Alle nuvole bianche spiaccicate nel cielo azzurro d’agosto

Alle pinete di pomeriggi lontani, muro verde dove

il mare incontra la terra

All’umido della pioggia che cade fitta

nel bosco da tempo secco

Al mar Tirreno al tramonto, quando sembra immenso

Alle case vecchie e nuove, con il loro tabernacolo incassato

nel muro come nel tempo antico

Ai biondi campi di grano stretti fra le colline, ai boschi e

ai filari di cipressi messi in fila a dividere il tempo degli uomini

da quello delle stagioni

Ai parchi degli antichi sovrani e padroni, oggi

aperti al pubblico

Al fiume, alle sue acque scure, ai suoi argini

alle sue rumorose piene

Ai pomeriggi di sole della mia infanzia

con le serrande semichiuse per il caldo

Alle mura, alle rovine, ai palazzi della mia città

ai resti del tempo passato, di uomini e donne

che non esistono più da generazioni

Alla piccola grande gente della mia infanzia, ai suoi miti perduti,

ai suoi rumori, alle sue parole, alle sue illusioni, alle sue cose

Ora tutti ricordi.

IANA





28 maggio 2009

La Repubblica davanti ai misteri della vita e della morte

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

La Repubblica davanti ai misteri della vita e della morte

Il Belpaese è talmente lontano dagli Dei e dagli Eroi che il mondo antico pare una cosa forestiera tanto son disperse e morte le tracce di quelle passioni, di quelle lacerazioni, di quella dimensione vitale che aveva animato gli antichi abitanti della penisola. Proprio quel trapassato remoto fa pensare che in definitiva ogni civiltà e ogni realtà istituzionale abbia in sé il mistero della sua vita e della sua morte che viene in essere nel lento scivolare dei decenni, delle generazioni e dei secoli. In questi ultimi due decenni sciagurati la Repubblica pare aver accelerato la sua corsa verso la fine della sua storia e della sua esistenza in questo mondo materiale: queste elezioni a mio avviso trasmettono un senso di fine delle grandi dimensioni ideali, delle passioni, del senso ultimo che deve avere un potere che associa gli esseri umani fra loro. In queste elezioni emerge con forza che i candidati alle elezioni si presentano con una dose massiccia di narcisismo e con una volontà certissima di mettersi in mostra, prendono dalla pubblicità il loro linguaggio elettorale. Il candidato si presenta al suo pubblico come se fosse un frigorifero di nuova concezione o un motorino. Questo carpire l’essenza del messaggio pubblicitario crea un concetto della politica come ostentazione di merce, di volti, come presentazione non di programmi ma di personaggi che raccontano la loro "storia". La politica si fa quindi gioco di facce, mezzibusti, di cose e concetti desiderabili, di slogan da vendita di formaggini e da giochi di carte collezionabili. La scelta dei candidati assomiglia sempre più alla compravendita di merce, al prendere questo o quello dallo scaffale di un supermercato e le leggi elettorali intendono sancire più che altro la supremazia di partiti politici che sad oggi embrano strane associazioni commerciali a metà strada fra la vendita di servizi alla persona e le agenzie di lavoro interinale. Interi ceti sociali vivono del mestiere del fare politica, e non solo per la natura del potere politico che attira gli ambiziosi e gli avventurieri ma anche per la specificità di un mestiere del politico che è anche e principalmente un lavoro che non richiede per essere svolto particolari studi superiori o specializzazioni. La Repubblica deve quindi aspettarsi di trasformarsi  nel contenitore di una nuova specialissima natura commerciale del mestiere di far politica. Questo espone il modello istituzionale italiano ai rischi di un modo di far politica senza autentici ideali, senza straordinarie passioni, senza visioni di un futuro collettivo o di creazione di cose grandi. Evidentemente questo è un fattore che non mancherà di accelerare l’incontro del sistema con il suo finale di partita perché nessun regime politico può vivere sospeso fra cielo e terra senza delle ragioni profonde che lo leghino ad una civiltà o alla vita delle popolazioni che in esso si riconoscono.

Comprenderemo solo al termine di tutto questo amaro percorso il senso che ha avuto per il Belpaese e le sue genti la Repubblica Italiana.

IANA per FuturoIeri



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