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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


2 maggio 2012

Note e annotazioni sul cambio di regime nel remoto futuro




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Note sparse e testimonianze

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Il materiale cominciò a esser troppo, a mostrare la sua grandezza e vastità. Mi fermai per una pausa di riflessione. Il dubbio di non aver capito i fatti di cui ero testimone e quelli di cui raccoglievo la documentazione si fece pressante e cominciò a infastidirmi. Fu nel principale parco pubblico della nuova capitale che mi sorprese l’idea di dover fissare qualche dubbio, qualche evidenza lasciata in ombra, non capita.  Che terra era mai questa dove gli esseri umani passano da una causa all’altra con facilità e indifferenza? Dove è così facile nel resto del mondo umano  cambiar patrono e protettore per interesse, alleato militare per opportunità, ammazzare conoscenti e parenti per adesione partigiana a un partito armato? Domande senza risposta, più mi addentravo dentro questa storia e più il terreno concettuale su cui mi muovevo si trasformava in pantano. Sprofondavo dentro qualcosa che era passato ed era futuro nello  stesso tempo, una sorta di saggezza corrotta, di sapere sul mondo e sul cosmo, ma un sapere maligno, qualcosa di  cattivo spiritualmente, di machiavellico nel senso peggiore della parola. Mi trovavo nell’imbarazzo e nel dubbio. La mia mente vagava verso tante risposte senza accettarne alcuna. Ero confuso come non mai. Cercai d’immaginarmi una popolazione sottoposta nel corso dei secoli a tante invasioni, cambi di padrone, regimi dispotici. Cosa può uscir fuori da una cosa del genere se non tribù disperse, gruppi di umani dediti a ogni sorta di traffico e di mezzo discutibile per vivere. La corruzione diventa un sistema, il servire due o più padroni un fatto banale, mettersi fra i potenti per cercare protezione una seconda natura. Ma quello che era capitato non era il frutto di qualcosa di remoto, di un fatto antico che si ripete; nel darsi al nuovo potere alieno degli Xenoi c’era qualcosa di diverso. Era una vera e propria abiura di sé stessi, il rifiuto di appartenere a un tempo dei padri e degli antenati non più accolto, non più capito, ripugnante se letto con le prospettive presenti.  Questa è una diversa forma di abiura, non è un fatto occasionale, semplice, dettato dalla necessità; è dissoluzione di ciò che si è e rinascita in altra forma. La radicalità estrema della soluzione Xenoi offre a questo regime la soluzione per cancellare il passato, per fondare un nuovo privo di compromessi, tanto potente quanto inquietante per i suoi vicini. Forse perfino per il resto dell’umanità, stavolta gli eredi di più di una antica civiltà umana si erano dati agli alieni Xenoi, era più di un patto era la smentita dell’importanza della civiltà umana, la loro aveva bisogno di negarsi e di chiedere una mano così improbabile per risorgere e di nuovo essere. Nella penisola era stato allestito un laboratorio pericoloso, inquietante  che fatalmente avrebbe prima o poi attraversato i mari e i monti. Provai a raggruppare i problemi per argomenti e per osservazioni. Per prima cosa segnai il fattore guerra. In fondo c’era stata una guerra globale supportata da sponsor alieni e combattuta con forze miste. La Guerra aveva influito nella creazione di un regime che altrimenti mai avrebbe preso forma. La seconda cosa da segnalare era la presenza di forti opposizioni interne nate da un malcontento generale e dalla guerra mal gestita e combattuta in modo fallimentare, la terza cosa è l’entusiasmo con cui una parte dei popoli di queste terre hanno accolto gli Xenoi. Ma la quarta non rimanda ad alcuna di queste cose. La spinta interna a distruggere se stessi per rigenerarsi arriva dal profondo, da qualcosa che la sociologia e la storia possono intuire ma non spiegare del tutto; un fenomeno quasi naturale di morte del vecchio e del degenerato e del corrotto per far spazio a qualcosa di diverso che maturerà e farà un suo ciclo.

Cominciai ad appuntare alcune frasi, impressioni di vario tipo che qui riporto in neretto per il lettore.

Certezza della disfatta in guerra, forse…ma è stata la causa principale? Se così è perché le opposizioni si formano anni prima, perché un tessuto sociale dava supporto a proteste silenziose o aperte contro l’ordine costituito? Come mai milioni di umani che traevano beneficio dal sistema corrotto e dissoluto non hanno difeso i loro capi e i loro benefattori e protettori? Da dove viene questa voglia di distruggere, criminalizzare, dissolvere, annientare il passato per creare un mondo umano nuovo? Ci sono dei precedenti? Da dove parte questa volontà di annientare il passato che ricorda roghi da inquisizione e mito del progresso di matrice colonialista? Qualcosa che viene dal passato? Qualcosa che viene dal futuro?

Il mio animo era scosso, non trovavo la soluzione. Mi sovvenne un consiglio di Rodolfo il tale che avevo più volte incontrato per scrivere del processo. Osservare la città, in particolar modo ciò che non si osserva di solito. Non  avevo capito bene a cosa si riferisse. Poi intesi. Avevano cambiato le titolazioni di alcune piazze o vie. Questa non fu l’unica sorpresa.  Tutti i monumenti ai caduti erano stati riconsacrati, non c’era opera che non avesse una targa magari minuscola che ricordava  la guerra Xenoi e il nuovo regime. Compresi che quella era una strada. Mi ricordai anche di un particolare insolito. Un dettaglio a cui non avevo prestato attenzione. Invece aveva un peso enorme. Il comandante era nel comitato promotore di una grande opera monumentale da erigere in onore degli Xenoi. Un volto raffigurante l’immagine idealizzata del Dio vivente di quelle creature da realizzare in materiali nuovissimi, preziosi e brillanti. Doveva riconsacrare l’arco della città. Il quale era stato più volte riconsacrato nel corso della sua storia.

Questa storia era frutto del caso, nel senso che per una combinazione ero capitato proprio nell’ufficio del comandante mentre egli visionava i verbali della commissione per il monumento. Mi aveva mostrato alcuni bozzetti e il progetto. Sul momento non avevo dato peso alla cosa, per il mio gusto era una cosa bizzarra, curiosa, strana. Da quando in qua un regime che deve rimuovere tonnellate di macerie, stravolgere la vita quotidiana degli abitanti, convivere per generazioni con una presenza aliena si mette a ragionare di monumenti. Un volto gigante iscritto in un cerchio tutto dorato  e lucente per fare uno spettacolo ottico quando il sole colpisce l’opera. Non avevo capito che questi stavano creando un loro universo simbolico e  mitico che doveva sostituire quello distrutto. In una sorta di ruota del destino medioevale al tracollo di una civiltà e dei suoi miti e delle sue ragioni d’esistenza andava a sostituirsi un nuovo modello. Un modello che stava liquidando le macerie mitologiche, simboliche e di vita quotidiana. Poi con calma avrebbero i nuovi padroni della penisola  pensato al resto. Così fra miti da creare e volontà di potenza si consumava la trasformazione. Non avevo capito quanto fosse profonda la cosa e quanto preciso fosse il progetto.

Questo fatto mi aprì la mente ad una evidenza. Il processo di cui dovevo occuparmi per motivi accademici e di carriera era parte della distruzione del mito e delle immagini del regime precedente. Non era una questione di giustizia come è comunemente intesa nel Nord Europa ma al contrario di una demolizione controllata del potere di persuasione di miti e di bugie pietose a sfondo storico che erano state la patina di legittimità dell’antico ordine sociale  e politico. “Antico Ordine”, forse questo è il termine giusto per indicare quell’impasto di credenze, miti, pubblicità commerciale, illusioni da centro commerciale che avevano segnato quasi due secoli di civiltà industriale.  Il Belpaese era una cantiere, un grosso esperimento sociale, un opera da ingegneri della genetica e delle istituzioni; ero davanti a una trasformazione di civiltà che aveva come suo fine  la realtà umana. Iniziavano per gradi e iniziavano con trasformare le cose immateriali come la memoria del passato, l’immagine della realtà, il senso della vita quotidiana, i miti, i simboli.   Questi nuovi personaggi al potere erano un pericoloso e creativo incrocio fra i maghi del Rinascimento, i rivoluzionari del Novecento e i contattisti del ventunesimo secolo, ma stimo che la loro ispirazione più forte venisse dagli eretici gnostici al tempo dei Cesari.




23 novembre 2011

Le tavole delle Colpe di Madduwatta: Dominati e dominanti nel Belpaese

 




Una storia antica si ripete, il padrone straniero batte un colpo e il Belpaese risponde,talvolta a modo suo. Il 2 maggio 1945 le forze armate della Wermacht che Hitler aveva  collocato nella Penisola si arresero alle forze armate alleate, inizia sotto il presidente statunitense Truman  la pagina dell'Italia  colonia culturale, economica, morale e civile degli Stati Uniti; e tanto per non sbagliare di lì a breve portaerei di terra per gli aerei da guerra a stelle e strisce sul mediterraneo infestato da terroristi e agenti comunisti.  Le forze che si opponevano a questo erano le solite forze d'opposizione italiane ossia divise su tutto e settarie e  destinate a restare sempre fuori dalle stanze che contano e dove si decide qualcosa. In particolare i Comunisti italiani erano la principale opposizione all'egemonia statunitense sulla penisola e avevano un peso politico e sociale ma mai sono andati al potere con le bandiere rosse al vento e  le insegne della falce e martello stampate sopra. Alcuni ex comunisti pentiti dopo mezzo secolo  e sotto le insegne di un riformismo laburista in salsa italiana e con un ex democristiano come premier il professor Prodi sono arrivati a prendere alcuni ministeri. Fine. Per il resto si tratta di una storia antica già nota tante volte scritta; il presidente Truman si aggiunge alla lunga schiera di dominatori e padroni forestieri quali Teodorico, Alboino, Carlo Magno, l'Imperatore Barbarossa, Federico II, Francesco I, Carlo V, Napoleone, Francesco Giuseppe, Vittorio Emanuele II. Tutti questi personaggi sono fondatori di periodi più o meno intensi di dominio straniero sulle terre e i beni delle genti difformi della Penisola, il Savoia non si salva dalla lista sommaria qui esposta perchè la Repubblica ha abiurato con la sua fondazione il passato monarchico e autoritario del fu Regno d'Italia. Quindi anche quel periodo diventa per forza di cose dominio straniero. Oggi il dominio Statunitense in Italia è in crisi e a mio avviso il presidente del consiglio appena deposto dal parlamento italiano  ha pagato questo passaggio, o forse dovrei scrivere per  questo cambiamento di pagina.  Per far capire cosa intendo osservo che il mito americano si va dissolvendo, gli anni dove si poteva fare un manifesto politico ricopiandolo dalla pubblicità commerciale sono morti, sono morti anche gli anni ottanta del denaro facile del mito reganiano in politica, del neo liberismo rimane solo l'incubo della povertà per milioni di piccoli borghesi e l'arrocco dei privilegi e delle impunità da parte di piccolissime minoranze di miliardari e di superburocrati. Piccole minoranze di straricchi disposti a tutto pur di comprarsi politica e nazioni al riparo dallo strapotere delle multinazionali e dei diversi complessi militar-industriali legati alle potenze imperiali. Il mito umano e metafisico di Berlusconi apparteneva a una parte del Belpaese che credeva in una versione ridotta e stracciona del sogno made in USA, per milioni di elettori era il fondatore di una dinastia imprenditoriale  e politica che ricordava la telenovela di Dallas, la serie con il mitico e cattivissimo J.R. Il cavalier nero era per milioni di elettori l'uomo milanese che aveva creato da sè una grande dinastia familiare proprio come quelle delle telenovele made in USA. Quest'uomo  anche per i suoi scandali sessuali, giudiziari, politici, privati, per milioni d'italiani fu d'esempio e occasione d'invidia e di approvazione aperta o tacita.   Il potentissimo Berlusconi era la biografia di tanta parte del Belpaese; e questo prima di venir eletto. Quel tempo è finito e frequentemente sulla rete o in televisione si sente il rombo degli aerei da bombardamento della NATO e statunitensi nel Mediterraneo e nel lontano oriente. Infatti le prime mosse del cosidetto governo tecnico sono superpolitiche e di allineamento  alla politica estera di Stati Uniti e ex Impero Inglese guarda caso proprio sull'Iran paese che fa buoni affari con cinesi e russi e perfino con gli italiani e che è messo sotto pressione e minacciato di aggressione militare da  parte di Israele, USA e da ciò che resta del fu Impero Inglese. Solitamente Berlusconi aveva buoni rapporti con i leader russi e cinesi, a mio avviso questo era un motivo in più per tanti partigiani e tifosi  della causa statunitense in Italia  per invitarlo a lasciare la Presidenza del Consiglio.  Il tempo di Berlusconi è finito quando sono morti per milioni d'italiani i suoi sogni propagandistici da pubblicità commerciale e il suo mito americano di quarta mano. Spero che la sua uscita si porti dietro chi ha creduto in queste cose pessime e funeste, aggiungo che se ci sarà un Italia sarà fondata sull'ennesima abiura dei popoli della Penisola verso un passato ritenuto indecoroso, quel passato è questo presente.

IANA
 
http://it.wikipedia.org/wiki/Dallas_(serie_televisiva)
http://it.wikipedia.org/wiki/Larry_Hagman
http://www.lettera43.it/attualita/32040/la-russia-inaccettabili-le-sanzioni-usa-all-iran.htm
http://www.notiziarioitaliano.it/index.php/mondo/82706-programma-nucleare-sanzioni-all-iran
http://anpi-lissone.over-blog.com/article-19147943.html
http://www.iran.it/




12 ottobre 2011

Il terzo libro delle tavole: Creare il proprio Mito Bellico


CREARE IL PROPRIO MITO BELLICO



La storia si ripete? Forse no e di sicuro identica mai, almeno il colore dei calzini di qualcuno cambia ogni tanto. Ma il vizio di creare la memoria pubblica di un popolo o di una comunità è cosa comune e praticata da quanti si trovano in mano il potere politico in congiunzione con la repressione poliziesca e il controllo di gran parte dei mezzi d’informazione.

Ho passato più di dieci anni della mia vita a studiare il caso della Firenze del primo dopoguerra e ho potuto individuare qualche meccanismo di creazione di mito politico e di costruzione della memoria pubblica e di rimozione e disgregazione delle altrui ragioni o dei ricordi scomodi. Ritengo che oggi i meccanismi di costruzione del discorso pubblico sulla guerra e sull’identità collettiva siano più blandi e più scomposti di quelli usati da nazionalisti e fascisti  ma non per questo scomparsi. Al posto di una retorica patriottica  pesante, schiacciante la coscienza e incentrata su eroi sanguinolenti e martiri della Patria oggi si usano i trucchi spesso sporchi delle società di pubbliche relazioni che costruiscono in collaborazione con i servizi segreti del caso l’immagine tremenda del nemico di turno e di riflesso la propria. Gli esempi si sprecano, in questi ultimi vent’anni il sedicente occidente è stato tempestato da notizie e informazioni su orribili mostri politici e militari tanto armati quanto  aggressivi, che si sono rivelati alla prova dei campi di battaglia e dei bombardamenti NATO dei despoti e tiranni male armati e isolati militarmente. E’ tuttavia interessante osservare come gli strumenti di propaganda solitamente impiegati per colpire il nemico esterno si rivelino efficaci anche contro quello interno. Offro quindi qualche scritto del mio duro lavoro a beneficio del lettore sperando non che ne tragga auspici ma che meditando sul passato possa circoscrivere certi fatti del presente che solo in apparenza sembrano normali o frutto del caso ma che in realtà corrispondono a calcoli e a meccanismi precisi della politica e della comunicazione fra le caste al potere e le masse di elettori o di credenti in fedi politiche o religiose. Oggi non mi sento d’invocare Dio, non è proprio il caso ma per certo è bene  augurarsi buona fortuna perché in questi anni le tenebre dell’adorazione del Dio-denaro che spezzano pietà umana e ragione sembrano farsi marea e tutta la terra appare allagata da una forza incontenibile che disgrega, corrompe e apre le porte a qualsiasi avventura. Allora è questo il tempo per non perdere la ragione, per meditare, riflettere, ascoltare perché potrebbe arrivare il momento in cui ciò che è comunemente chiamato male si presenterà e dovrà esser riconosciuto per ciò che è. Ma per vedere l’abisso che si apre quando le tenebre del Dio-denaro sommergono il mondo umano occorre conoscere qualcosa del passato, capire almeno in parte da dove si viene. Se non si sa da dove si arriva e la natura della strada da percorrere  con difficoltà si potrà sperare di arrivare alla propria destinazione.

 

 

 

La costruzione politica della memoria pubblica.

 

Le bande militari, la Martinella, la campana del Bargello e le campane di tutte le chiese di Firenze suonarono assieme il 4 novembre 1918: era  l’annuncio della fine della Grande Guerra per gli italiani.

 “Alle 18 dalla torre di Palazzo Vecchio la storica Martinella con lunghi rintocchi dà segnale alle altre campane, ed a essa risponde quasi subito la campana del Bargello e tutte le altre numerose chiese della città. Le musiche militari che sono giunte sulla piazza trascinandosi dietro una vera fiumana di popolo suonano gli inni della Patria mentre la folla applaude entusiasticamente gridando: Evviva l’Italia! Evviva l’Intesa! Evviva Trieste. W Trento

E’ un momento di vera intesa d’irresistibile commozione.”

 “Il Nuovo Giornale”, quotidiano fiorentino nazionalista e interventista, usò queste parole[1] per sottolineare l’intreccio formatosi fra rito civile e rito religioso e la gioia cittadina per la fine vittoriosa della guerra.  La conclusione del conflitto mondiale avrebbe di lì a breve costretto i fiorentini e tutti gli italiani a confrontarsi con il senso  di quel conflitto[2], con i cambiamenti  che  aveva operato nella società e nella percezione della propria identità nazionale.

A partire da quella giornata gli strumenti[3] della propaganda bellica, costruiti durante il conflitto, sarebbero stati utilizzati per creare un mito e una memoria pubblica  da parte degli appartenenti alle  forze politiche conservatrici fiorentine; essi  si erano mobilitati  per attuare numerose iniziative di carattere filantropico,  politico e culturale[4] a sostegno dello sforzo bellico. I loro interessi politici e il loro nazionalismo s’integravano nella realizzazione di manifestazioni di propaganda patriottica nelle quali il concetto del sacrificio della vita in guerra era ricorrente perché idealmente santificava la patria e attribuiva, di riflesso, alle classi dirigenti una legittimazione alta e nobile in quanto la Nazione era resa sacra dal sangue versato. Il discorso politico in Italia fin dal periodo Risorgimentale[5] trovava nei morti in battaglia per la Patria l’espressione più alta della sacralità, infatti il sacrificio e la morte in guerra erano elementi fondamentali del Nationbuilding ottocentesco. Questo senso del sacrificio era la base tradizionale sulla quale era possibile costruire una pedagogia patriottica e politica rivolta alle masse popolari.

Durante il conflitto l’Italia aveva conosciuto forme di propaganda rivolte alla totalità della popolazione, in un contesto di diffidenza e contrasto fra “paese reale” e “paese legale”. L’immane conflitto –  soprattutto per effetto della disfatta di Caporetto – aveva insegnato che la costruzione del consenso di massa era indispensabile per fare la guerra. L’esperienza avrebbe presto insegnato che era indispensabile anche per governare la pace.

Porsi il problema del cercare il consenso significava fare i conti con due pesanti condizionamenti: uno riguardava il fatto che lo Stato era stato costruito in opposizione alla Chiesa, e sotto la spinta di minoranze divise anche sul progetto generale[6], che aveva lasciato irrisolto il problema dell’identità nazionale delle masse popolari; l’altro, più grave, era il profondo divario fra le diverse classi sociali e fra città e campagna. Un divario accentuato dalla diversa velocità dei tassi di alfabetizzazione e di conoscenza della lingua nazionale.  La costruzione di una memoria pubblica della Grande Guerra a Firenze iniziò con la prima deliberazione del Comune[7] favore dei futuri decorati in guerra assunta nel novembre del 1915. Essa si concretizzò con la deliberazione di apporre di una targa commemorativa nel loggiato degli Uffizi in modo da legare i nomi dei decorati al luogo ove erano poste le statue degli uomini illustri. Con l’avanzata del conflitto e dell’ecatombe di uomini che esso produsse emersero i limiti dei riti e delle cerimonie allestite dalle classi dirigenti cittadine soprannominate anche la “consorteria”. La “consorteria” con la sua cultura e con il richiamo alle glorie Risorgimentali non riusciva a trovare gli strumenti propagandistici e politici per governare la società di massa che si era formata negli anni del conflitto nonostante si fosse impegnata in una catena d’iniziative volte a trovare un consenso popolare.

Fin dal novembre del 1915 la giunta del sindaco Orazio Bacci[8] organizzò la mobilitazione cittadina e l’attività di propaganda bellica. Le prime iniziative come la celebrazione per Battisti nel 1916 con la prima targa posta in suo ricordo, la deposizione di fiori freschi a spese del comune nel cimitero di Trespiano o le letture rituali dei nomi dei caduti in Consiglio comunale, appaiono ancora prive di un indirizzo politico capace di trasformarle in una pedagogia politica di massa. Toni nuovi, comunque, emersero con chiarezza nel novembre 1916 nel modo in cui fu progettato l’evento della riconsacrazione dell’arco dello Jadot in Piazza della Libertà. La solenne festa del compleanno del Re fu l’occasione nella quale il Comune fece partecipare alla cerimonia le scolaresche e le associazioni patriottiche con l’intenzione di creare un disciplinato seguito[9] di massa.  Questo sforzo continuò anche nel 1917 ma la mancanza di un rapporto di carattere continuativo e non occasionale con le masse pesava sulla qualità degli eventi; il problema certo non poteva essere “superato” e risolto continuando nella politica delle targhe dedicate a singoli personaggi o agganciando le vicende di quel conflitto agli eroi risorgimentali o ad una lettura della guerra in corso in chiave di “Quarta Guerra d’Indipendenza”. Nell’ultimo anno di guerra a Firenze lo sforzo propagandistico si intensificò e diede i massimi risultati, grazie anche all’impegno del Comune. Esso ebbe due denominatori comuni: l’uso delle forme della ritualità mutuata dai riti cattolici anche attraverso l’appoggio e la mobilitazione del clero[10] e la volontà, e forse la necessità, di far apparire salda l’alleanza e l’integrazione con le altre potenze dell’Intesa attraverso la presenza di loro rappresentanze nelle iniziative più importanti. Nel corso del conflitto nella vita sociale italiana e cittadina la pietà per i morti con il necrologio funebre prese  forme che rispecchiavano la società di massa e la serialità della produzione industriale con foto di volti e storie congelate in poche righe così simili le une alle altre da sembrare sempre uguali. La loro ossessiva presenza[11]  si sarebbe protratta, del resto, anche dopo la  fine della guerra.

Come i  resti di  un  naufragio che arrivano  dopo  giorni sulle spiagge, alcuni di questi necrologi continuarono, infatti, ad essere pubblicati, ben oltre l’armistizio, via via che i corpi dei caduti al fronte venivano riconosciuti e ritrovati.



[1]Il Nuovo Giornale”, 5 novembre 1918. Ai reparti in linea la notizia della fine del conflitto  fu comunicata alle tre di notte del 4 novembre 1918, mentre, fu di pubblica ragione a Firenze nella mattinata. Cfr. “La Nazione”, 5 novembre 1918. 

 

[2] Sul nesso Grande Guerra e identità italiana cfr: Oliver Janz e Oliver Klinkhammer (a cura di), La morte per la patria, La celebrazioni dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli, Roma, 2008 e Mario Isnenghi (a cura di) , I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Bari, 1997.

 

[3] Sulla propaganda bellica in Italia durante la Grande Guerra. Cfr. Antonio Gibelli, La Grande Guerra degli italiani, 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 240 – 246.

 

[4] Sul valore dato dalle classi dirigenti cittadine alla cultura attraverso le diverse espressioni con cui si manifestava e al particolare accento nazionalistico che esse assunsero nel periodo della guerra e in quello del decennio precedente: cfr. Laura Cerasi, Gli Ateniesi d’Italia, Associazioni di cultura a Firenze nel primo Novecento, Angeli, Milano, 2000,. pp. 206 - 224.

 

[5] Cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, pp.IX-XI.

 

[6] Antonio Gibelli, La Guerra degli Italiani 1915-1918, Sansoni, Milano, 1998, pp. 92-93

 

[7] ASCFi, f. 4445,  doc. 114

 

[8] Uno degli elementi che distinsero la politica della giunta Bacci fin dall’inizio fu l’attività del Comune indirizzata ad onorare ufficialmente i caduti in guerra. Per ciò che concerne le onoranze funebri: cfr. ASCFi, f. 4445, doc. 119; sul l’impegno della municipalità in occasione scopertura della targa a Battisti: cfr. ASCFi, f. 4445,  doc. 112

 

[9] Questa cerimonia in particolare è studiata nel secondo capitolo. Essa fu articolata e complessa e segnò uno dei massimi risultati propagandistici della giunta Bacci. Cfr. Bargellini, III, p. 145. ASCFi, f. 4445, doc. 114; Bullettino, CFi, Novembre 1916; “Il Nuovo Giornale”, 12 novembre 1916.  Per quello che riguarda la mentalità e la sensibilità comune una simile messa inscena deve esser sembrata abbastanza ragionevole in quanto:” La pedagogia patriottica del periodo dell’Italia liberale ha usato il concetto di sacrificio per la Patria. Si ritrova l’idea di ,morte per la Patria anche nel libro Cuore e in generale nella letteratura scolastica…” cfr. Oliver Janz, Lutz Klinkhammer ( a cura di), La Morte per la patria, La celebrazione dei caduti dal Risorgimento alla Repubblica, Donzelli Editore, Roma, 2008, Pag.XIV.

 

[10] Cfr. Simonetta Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in Storia d’Italia, Le regioni dall’Unità ad oggi, La Toscana, Giorgio Mori (a cura di), Einaudi, Torino, 1986,  pp. 414 – 415, dove l’autrice osserva come tale atteggiamento patriottico nel clero si generi durante la guerra e verso la fine subisca una svolta; in particolare: “nella primavera del 1918 (…) si sarebbe giunti a chiedere esplicitamente al clero di farsi carico in prima persona e in modo diretto della propaganda in favore della continuazione della guerra fino alla vittoria delle armi italiane, in un crescendo che avrebbe fatto la gioia dei moderati toscani della cerchia di Lambruschini, e che era la più evidente riprova dell’inettitudine dello Stato e dei suoi terminali periferici a gestire una politica che si caratterizzava per una inusitata intensità e minuziosità prescrittiva in campo sociale, e che poneva con urgenza problemi di coinvolgimento e di consenso di grandi masse popolari”.

 

[11] Cfr. “La Nazione”, 10 – 15 marzo 1918, 30 luglio, 19 novembre 1918. Cfr. “Il Nuovo Giornale” 14 - 17 settembre 1918,  7 - 16 novembre 1918.

 


IANA




13 settembre 2010

Il Belpaese e la scuola

 


Le Tavole delle colpe di Madduwatta

IL BELPAESE E LA  SCUOLA

Le vicende della scuola italiana non sembrano interessare alle  sedicenti classi dirigenti; si può dire che essa non è fra le priorità delle minoranze al potere. Onestà intellettuale vuole che si ragioni anche sul fatto che la scuola pubblica non è una cosa importante neanche per la maggior parte degli italiani che in massa hanno votato per partiti politici di chiaro orientamento neoliberale: PDL e Lega Nord. Un neoliberale crede nella scuola privata e considera che la scuola pubblica non deve promuovere l’ascesa sociale degli allievi e di riflesso delle loro famiglie; infatti nel mondo Statunitense e Inglese la scuola è privata e le scuole che formano per inserire gli allievi ai livelli alti delle professioni e della società sono costose e di fatto delle imprese private. E’ palese che chi porta avanti politiche neoliberali tagli la scuola e la spesa sociale anche a prescindere dalla condizione economica del momento. A beneficio dei miei venticinque lettori presento queste due citazioni su alcuni rimossi che riguardano la scuola italiana, riflettere sul  passato, quello non finto e falsificato, aiuta.

In realtà, ad avviare concretamente una prima revisione ideologica dei testi scolastici in uso del Ventennio mussoliniano e a sollecitare – nel quadro di una più generale defascistizzazione della scuola italiana- la produzione e diffusione di una pubblicazione scolastica più in sintonia con le idealità politiche, sociali e culturali della nascente democrazia, fu la Sottocommissione per l’Educazione dell’Allied Military Gouvernament  (AMG), presieduta dal pedagogista statunitense Carl Washburne. Tra il 1944 e il 45, com’è noto, la Sottocommissione  pose mano alla stesura di nuovi programmi didattici per la scuola materna ed elementare e per l’Istituto magistrale e, contestualmente, stabilì i criteri per la revisione dei libri di testo relativi alle scuole di ogni ordine e grado, affidando tale compito ad una Commissione ministeriale centrale e ad una serie di Commissione regionali per la scuola istituite nei territori via via liberato e sottoposti al controllo dell’Allied Military Gouvernament, composte da insegnanti e funzionari scolastici designati dai Regional Officiers di comune accordo con il Ministero della Pubblica Istruzione. Pag.311

Ferruccio Parri capo della Resistenza Italiana e presidente del Consiglio  dal giugno del 1945 al dicembre 1945  così si espresse a proposito del provvedimento Scelba contro il fascismo e il suo possibile ricostituirsi:”Finora la nostra organizzazione politica e i nostri partiti non hanno saputo risolvere il problema dell’educazione. La presentazione di questo disegno di legge può essere l’indice di un fallimento, l’indice di una scarsa capacità educativa della nostra democrazia ad irradiarsi nelle sfere giovanili. Il problema dei giovani è il problema di fondo per il nostro avvenire.”  Intervento in senato del 23 gennaio 1952. Cit. in. Anna Ascenzi, Metamorfosi della cittadinanza, Studi e ricerche su insegnamento della storia, educazione civile e identità nazionale in Italia tra Otto e Novecento, EUM, Macerata, 2009. Pag.320

IANA per FuturoIeri





14 settembre 2009

La destra all'arrembaggio di capitan Harlock

La valigia dei sogni e delle illusioni

La destra all’arrembaggio di Capitan Harlock

 

E’ un fatto che ha scomodato perfino qualche commento giornalistico, una parte della destra italiana e segnatamente quella più arrabbiata ha assunto come eroe preferito il buon vecchio Capitan Harlock. Scanso equivoci vorrei far osservare che è singolare come da parte di una certa destra si cerchi di far di Capitan Harlock un proprio simbolo, invece altrove nessuno si pone il problema di far propri i simboli di un certo immaginario della "generazione  Mazinga".

Invito i gentili lettori a digitare su un motore di ricerca insieme i termini “Harlock”, “Destra”.
Per la verità c'è qualcosa che spinge in quella direzione: il simbolo dei pirati, la provenienza degli antenati di Harlock dalla Germania (c'è pure un nazista nel suo albero genealogico), i riferimenti certissimi dell'autore a Wagner e quindi di riflesso al tardo-romaticismo e al niccianesimo, e la critica radicale alla corruzione nella società umana e al cretinismo di una società dissoluta manipolata dalla televisione e dai divertimenti di massa.

Solo che occorre considerare, per amor del vero, che l'Harlock preso da destra non è esattamente quello della serie del 1979, la serie classica contro la regina Raflesia, ma piuttosto quello di una serie di gran lunga più infelice del 1982 nota come SSX, e segnatamente un OAV dal titolo: "L'Arcadia della mia giovinezza". In questo singolo OAV va in scena il suo antenato, il quale è con ogni evidenza un capitano della Luftwaffe, e assieme a lui appare anche l’antenato del suo amico e compagno d’avventure il giapponese mezzo samurai e mezzo ingegnere aereo-spaziale Tochiro.  Anche l’antenato del figlio del sol Levante si ritrova anche lui sul fronte occidentale in quella primavera del 1945. Entrambi gli antenati rimasti da soli contro tutti con l’ultimo aereo rimasto fanno amicizia e scappano in Svizzera. Scanso equivoci occorre rammentare che  le vicende del capitano si collocano nel 30° secolo e non nel 20°, nonostante ciò è proprio quella comparsata di dieci minuti a fronte di una produzione di anime su o con Harlock stimabile in un centinaio di ore, più o meno, che dà a quest’appropriazione da destra una qualche plausibilità.


E' curioso come la povertà di miti politici credibili crei un vuoto tale al punto tale che sui forum si discute se sia legittimo meno questo possesso politico del Capitano del 30° secolo.
La cosa appare piratesca, fra l'altro mi chiedo cosa ne possa pensare il creatore e detentore dei diritti del capitano Akira Leiji Matsumoto che è fortemente interessato al suo Copyright. Inoltre l’artista e

creatore del pirata spaziale da tempo lavora per far passare l’idea che i fumetti in generale, e quelli giapponesi in particolare, sono forme d’arte; l’accostamento tra il suo Harlock  e la  destra politica rischia di creare dei nemici a un ragionamento intellettuale pieno di dignità e buonsenso.
Io non credo che sia una cosa da balordi quest'accostamento all’insegna della politica, chi lo fa sa cosa fa. Penso alla necessità di trovare eroi, esempi, e miti; mancando quelli credibili e concretamente reali si può fuggire negli eroi dei prodotti d'intrattenimento, negli eroi virtuali.

Questo però mi fa pensare da un lato a un processo di surroga, viene a mancare il titolare di un posto e arriva il sostituto, dall'altro a una novità di una società in rapida trasformazione dove reale e virtuale si legano e s'intrecciano in forme nuove e totalizzanti.


IANA per FuturoIeri




10 luglio 2009

Miti perduti per noi genti disperse della penisola

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Miti perduti per noi disperse genti della penisola

La fedeltà al proprio passato può essere un segno di nobiltà da parte di una realtà collettiva come una comunità, una tribù, un popolo, o una nazione. Quando è fedeltà ai miti altrui comincia qualche sospetto. Quindi scriverò delle mie perplessità. Mi è capitato con un caro amico di visitare due esposizioni di mobili,  in due magazzini di medie dimensioni in una delle nostre periferie dell’Italia Centro-settentrionale, nello specifico Calenzano. Arredavano alcuni soggiorni e camere da letto dei quadri con la famosa Marylin Monroe –peraltro un nome d’arte- e vedute di New York con tanto di Torri Gemelle ancora in piedi. Mi sono fermato a guardare. Se non è fuga nel trapassato remoto questa qui proprio non so cosa possa essere. Gli USA della diva bionda erano gli anni cinquanta e sessanta prima del Viet-nam e della crisi petrolifera. L’Italia di oggi anno del signore 2009 onora gli USA degli anni cinquanta al tempo della guerra di Corea, combattuta fra l’altro anche contro l’armata rossa cinese. L’Italia è ancora legata psicologicamente al suo protettore di un tempo, il quale è troppo occupato a proteggere se stesso dalla crisi e dalla sfida economica globale che gli portano cinesi, russi e indiani per pensare alle genti della penisola e ai loro traumi psico-politici.  Le difformi e disperse genti d’Italia si cullano ancora nei loro miti perduti e mentre questo accade già vediamo i segni della prossima abiura, del nostro prossimo voltafaccia, del nuovo cambiar divisa. Non è un caso che nel presente governo da tempo è evidente che  l’amicizia del premier con la Russia di Putin non è solo un fatto privato. L’Impero Americano ha eletto questo Obama perché è il sistema è in sofferenza e la conclusione dei conflitti afgani e iracheni sembra volgere al peggio, o quantomeno l’esito dei medesimi sarà ben diverso da quello pensato dai neo-conservatori:il trionfo del sistema statunitense nel presente XXI secolo. Già perché questo è un secolo nuovo e le genti dello stivale dovrebbero ammettere che la seconda metà del Novecento è finita da circa nove anni e che quel che rimane delle genti della prima Repubblica e dei leader e dei partiti politici sono tendenzialmente pessimi ricordi. La Prima Repubblica è stata, sia pure senza una piena sovranità e in forme limitate, la prima, grande, autentica possibilità che hanno avuto gli italiani di governarsi secondo la libertà e il reciproco rispetto. Il fallimento è così grave che non è neanche necessario constatarlo, semplicemente è qui e ora. La Seconda Repubblica dominata da altre forze politiche testimonia il discredito e il disprezzo nel quale sono caduti i partiti del trapassato presso la popolazione dello Stivale, prova ne sia che ad oggi il partito più anziano è la Lega Nord, tutti gli altri sono stati sciolti o rifondati. Coloro che “vivono di politica” si son presto acconciati a cambiar casacca, a reinventarsi un posto e un ruolo nelle nuove forme di potere politico ed economico, l’abiura delle classi dirigenti e di coloro che “vivono di politica” è, se possibile, più forte di quella delle disperse genti d’Italia. In questa decomposizione c’è spazio per i vecchi miti forestieri, così si parla d’altro.

IANA per FuturoIeri




15 settembre 2008

UNA LEZIONE DA CAPITAN HARLOCK

Quando ero alle elementari venne trasmessa da Raidue la serie televisiva di Capitan Harlock, quella classica contro le Mazoniane e Raflesia, per capirsi. Era l'anno 1978, o così mi pare. Il capitano se la doveva vedere con l'invasione aliena dall'esterno e con l'imbecillità tutta interna di una razza umana e di un governo terrestre imbelle e dissoluto. Il genere umano nella finta leggenda eroica è descritto rincretinito fino all'inverosimile da programmi televisivi programmati per stordire la gente e tenerla quieta ed è tenuto in uno stato d'ignavia da una politica tutta fatta d'immagine e divertimenti. Erano gli anni settanta e la critica a certe degenerazioni potevano venir espresse in questo modo caricaturale e semplicistico ma non privo d'efficacia. Come curioso del genere mi sono sempre chiesto se il creatore di Harlock il famoso maestro del fumetto giapponese Leiji Matsumoto non si sia ritrovato tra le mani un personaggio così enorme da essere quasi ingestibile, specie in questi ultimi anni in cui quel tipo di personaggio reccentemente riproposto ha sprigionato l'entusiasmo di molti. Mi dimentico sempre che si dovrebbe usare il plurale perchè in realtà gli eroi sono sempre tre in queste storie: il capitano, il suo amico che ha costruito l'Arcadia, e la nave del capitano, giocati in modi, forme e tempi diversi. Comunque dai remotissimi anni settanta, che avevano ben più solide utopie viene, in una forma strana ma non ingenua, questo monito volto a diffidare di una corruzione generalizzata del costume pubblico per via televisiva, perchè il pericolo è di non saper più distinguere nulla e nello stordimento di ritrovarsi come collettività incapaci di difendersi dai nemici esterni come da quelli interni. Così è qui in Italia dove il nostro paese, solito vaso di coccio fra vasi di ferro, vive una finta spensieratezza proprio mentre emergono nel Mediterraneo e sul Pianeta Azzurro scenari economici e geopolitici da spavento. Ma la nostra televisione rassicura e ostenta: veline, belle donne, il calcio a dosi da pregiudicare il cuore e la salute mentale dei tifosi, giochi televisi con premi, chiacchere a tutte le ore e ogni tanto qualche persona pazzoide sbattuta agli onori della cronaca per una strage o per qualche infanticidio. Eccola lì la lezioncina del capitano, l'eroe della mia lontana infanzia: diffidare dei poteri che campano sull'imbecillità dei molti, sulla viltà, sul facile divertimento. L'essere cretini non salva se stessi come non salva gli altri quando qualche grave sciagura cade, il caso in questione era proprio quello, sul pianeta azzurro. Il capitano sfregiato e guercio aveva dalla sua l'equivalente fantascientifico di Excalibur la spada dei re (mi riferisco a Computer&astronave da guerra) e una compagnia di seguaci e fedelissimi da far invidia alla Compagnia dell'Anello del "Signore degli Anelli". Il che non è male per chi deve affrontare innumerevoli nemici e pericoli, il maggiore dei quali è l'idiozia dei propri simili. Qui effettivamente c'è poco da dire o da fare: l'impresa eroica è per coloro che sono prossimi o simili agli Dei come nel mondo degli antichi. Tuttavia fuori dal facile gioco delle comparazioni c'è qualcosa che può far pensare e andare oltre la finzione della serie animata. A quanto pare l'eroe, e questo tipo di eroe in particolare, che si pone ai margini della società per salvare il salvabile ai molti ancora piace, si riconosce ad esso un valore, si riguarda con piacere le sue vecchie avventure. Nonostante gli anni settanta siano finiti da tre decenni o quasi questo romanticismo eroico, e a tratti spudoratamente nicciano, prende, suscita emozioni, a suo modo convince. C'è fame di eroi finti, virtuali o di celluloide perchè quelli veri sono invisibili, inesistenti o trovate pubblicitarie. Il mondo delle meschinità televisive non riesce a cogliere tutto il mistero dell'essere umano e le sue pericolose profondità psichiche, ciò che non appartiene a questo mondo di nani, veline e ballerini alla fine ci salverà.  Forse è questa la lezione di Harlock. O forse no. Comunque sia questo credo di aver trovato ripensando alla cosa a distanza di trent'anni.
Per avere l'invincibile capitano pare si debba aspettare il 30° secolo.
Chi vive qui e ora dovrà far a meno di lui. Dovrà far da sè, meglio se non da solo.

IANA per FuturoIeri

Post Scriptum
La versione che andò in onda un trentennio fa a detta degli esperti del settore ebbe dei tagli, la cosa è nota. Di questo mi pare  si trovi traccia anche su Wikipedia, comunque ho comprato a suo tempo la versione integrale e mi sono rifatto una mia idea da lì.




26 luglio 2008

SI FA PRESTO A DIRE NO-GLOBAL

Invito i gentili lettori a riflettere su questa citazione. Poi scriverò da dove è tratta:”La realtà attuale ci pone di fronte al fenomeno della globalizzazione. Soprattutto dalla caduta del muro di Berlino, tale fenomeno è andato espandendosi a grande velocità e con grande forza, trasformando tutto il mondo in un unico grande mercato. La globalizzazione implica che la persona e il suo operato vadano perdendo sempre più valore rispetto a quello che è il valore del prodotto. Le differenze di ordine culturale e linguistico ed etnico vengono abolite e soppresse nel segno di un grande “melting pot” che comprende tutto il mondo. Ne conseguono spesso una mescolanza culturale e linguistica, svarite forme di ibridazione culturale, soprattutto nelle grandi megalopoli che non di rado contano una popolazione addirittura maggiore di quella di interi stati” Questo scritto è tratto da: Profili storici della scuola ladina in provincia di Bolzano, pubblicazione dell’ufficio cultura e scuola ladina, provincia autonoma di Bolzano, anno di stampa 2006. Lo scritto è di Ronald Verra, di professione fa l'intendente scolastico per la scuola delle località ladine della provoncia di Bolzano. Quella che potrebbe essere la premessa di un discorso che qui solitamente in Italia nei principali mass-media è bollato come No-global è semplicemente la constatazione della realtà. 

Quello che interessa all’autore è sottolineare come certi processi di globalizzazione distruggono la varietà linguistica e aggiunge:”Ma le lingue possono anche morire. Secondo l’UNESCO, attualmente vi sono 5000 lingue, di cui ogni anno ne scompaiono circa 25. Continuando questa progressione, alla fine di questo secolo ne rimarranno solamente 2500 lingue, e probabilmente addirittura di meno, visto che il processo di uniformazione proseguirà a ritmo sempre maggiore…Quando però una lingua muore, con essa muore tutta una concezione del mondo che nel suo patrimonio lessicale trovava espressione.”.

La denuncia dei pericoli dei processi di globalizzazione e di riduzione di tutta la realtà a merce non è una fissazione della leggendaria Nouvelle Droite o dei presunti No-Global, è la banale constatazione di un dato di fatto. Le minoranze formate da pochissimi miliardari al potere hanno creato questa situazione e non sanno controllarla, neanche sanno indirizzarla, c’è quindi il concretissimo pericolo che essa produca nuove mostruosità foriere di conflitti e di disordine. Non si può promettere il paradiso in terra e l’eterna giovinezza a tutti e poi dare alle moltitudini un mondo umano osceno nelle forme, brutalizzato nei rapporti sociali e stomachevole per quel che riguarda le prospettive di sviluppo. Fino a che punto potrà andare avanti questa tragica farsa, questo carnevale delle maschere ridicole; quando arriverà il momento di scendere con i piedi per terra e osservare lo sfracello compiuto da un modello di produzione e sviluppo fatto a immagine e somiglianza della frode, della scelleratezza e della pirateria. Ultimamente però sta prendendo forma l'abitudine di prendere di mira coloro che non sopportano questa situazione intollerabile affibbiandogli il nomignolo di No-Global, come se un pensiero rivolto al futuro o una condizione di disagio potessero essere criminalizzate o fatte svaporare pronunciando questa parolina magica. Si fa presto a dire No-Global.

IANA per Futuroieri
http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 



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