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1 febbraio 2010

La guerra ieri, oggi, domani



De Reditu Suo - Secondo Libro

 La guerra ieri oggi e domani

Lo so che ragionare di guerra e conflitti non piace alla maggior parte degli italiani ma è un fatto che dal 1991 il Belpaese si è trovato coinvolto nelle nuove guerre, si è passati da una spedizione militare all’altra seguendo al bandiera del fu Impero britannico e le insegne degli Stati Uniti D’America. Nei fatti la famosa e strapazzata egida dell’ONU arriva di solito a cose fatte dopo che sono passate le milizie, i bombardamenti, i massacri e le truppe delle varie coalizioni atlantiche. Nel trapassato remoto quando l’unica fonte di legittimazione del fatto militare era lo Stato era quasi facile dare una parvenza di nobiltà e giusta causa a un conflitto. Perfino le avventure coloniali dello stramorto Regno d’Italia erano, almeno fino ai fatti della repressione mussoliniana in Libia, coperte da un velo di patriottismo e di necessità e perfino di utile politico. Di questi tempi è difficile pensare la Patria quando l’unico metro di giudizio è il Dio-quattrino  e quando i ricchissimi con la loro corte dei miracoli ostentano una vita beata e felice, talvolta ai confini della morale e delle leggi.

Del resto a conferma dello spirito dei tempi ricordo ai gentili lettori che Wikipedia l’enciclopedia multimediale riporta la seguente dichiarazione di una top Model icona degli anni novanta:“In tempi più recenti Linda Evangelista ha dichiarato "We don't wake up for less than $10,000 a day" (in italiano: "Noi non ci alziamo neppure dal letto, per meno di 10000 dollari al giorno").

Prendo questa frase attribuita la top model come indicativa di un certo universo mentale consumistico ed edonistico che dalla fine degli anni novanta è arrivato fino a questo 2010, solo che mi pare incompatibile con la crisi e le spese militari correnti nel fu Impero Inglese, negli USA, e nei paesi Europei sotto l’egida della NATO. Quale temerario oserebbe mettere in forse la sua vita o gettarsi nel pericolo che è presente nella guerra quando i valori dominanti sono di questa natura? Per far la guerra per bene occorre accettare l’idea di dover morire, di essere nel punto estremo della propria vita e di rischiare tutto. L’essere umano in guerra è davanti alla prospettiva di trasformarsi da un momento all’altro in un corpo in decomposizione talvolta smembrato o sfigurato. La morte livella ogni cosa e il corpo del ricco e quello del povero finiscono con il decomporsi nella fossa comune come nel sepolcro di marmo. Il ricco perde il suo paradiso in terra, il povero lascia la sua valle di lacrime, sangue e duro fango. Vivere per il Dio-denaro non aiuta a sacrificarsi per una causa che va oltre se stessi. Proprio in questi giorni l’amico Franco Allegri ha tradotto una lettera aperta al Presidente Obama di M. Moore il famoso scrittore e regista statunitense che ha per argomento le sofferenze delle famiglie statunitensi alle prese con la guerra afgana e la crisi economica. La lettera è pubblicata tradotta in italiano sul sito di Futuro Ieri nella rubrica Mondo Piccino e si tratta di uno scritto per certi versi commovente che getta una luce assolutamente positiva sul suo coraggioso autore e il seme del dubbio sulla presente amministrazione a stelle e strisce.

  

IANA per Futuroieri






20 gennaio 2010

Perchè il morto afferra il vivo...


De Reditu Suo

Perché il morto afferra il vivo…

In certe mattine d’inverno quando fa freddo e devo con il buio andar a lavorare prendendo l’autobus mi prende il sospetto che qualcosa non vada;  in effetti sono martellato come altri milioni d’italiani dalla pubblicità commerciale nella quale si osserva come la gente che se la passa bene viene di solito ripesa dalle telecamere in orari ben più comodi e rilassanti e in situazioni molto meno prosaiche.  Così mi capita di domandarmi se in qualche modo l’alzarsi la mattina a certi orari non sia il segno del far parte di ceti sociali medio-bassi, queste ad oggi sono le mie impressioni.   Io so che in una diversa stagione della mia vita una mattina, una di quelle fredde e limpide, appena alzato guarderò fuori dalla finestra. Scalderò un po’ di latte, verserò il caffè e il latte in una tazza e berrò la miscela accompagnandola con qualche biscotto. Scenderò poi in strada constatando che le due Repubbliche sono in quel momento un ricordo lontano. Oggi nel tempo in cui scrivo ciò che è morto è paradossalmente ancora vivo: sono ancora attive per fini bassamente elettorali antiche identità politiche tenute artificialmente in vita. In una realtà bipolare è insensato parlare di destra, sinistra e centro; la divisione in quel caso è fra progressisti e conservatori come nel mondo anglo-americano. Questa è la vera scissione fra le parti politiche nel bipolarismo e solo in Italia si può narrare la favola del centro-destra e del centro-sinistra e del centro-centro. Gli elettori italiani che vivono con le categorie di destra, sinistra e centro sono ingannati e vogliono credere all’inganno. Le antiche appartenenze politiche erano credibili al tempo della guerra fredda e della minaccia comunista alle frontiere dell’Italia, adesso servono alle minoranze che vivono di politica per tenersi stretto il loro elettorato di riferimento cercando di far leva su antiche paure di carattere sociale e vecchie fedeltà.   Un mondo umano di personaggi che vivono di politica, e con una certa approssimazione affermo che vivono molto meglio della stragrande maggioranza dei loro amministrati, sono legati a un remoto passato, a aderenze politiche, a ideologie e a partiti scomparsi per una questione di veder pagati gli stipendi il 27 del mese. Non c’è altro. Il morto afferra il vivo in Italia per il motivo banale che le appartenenze morte danno da vivere, da vestire e da mangiare a una quantità cospicua di personaggi che han fatto della politica la professione. Viene quindi evocato per questioni di cassa e di carriera il centro, la destra, la sinistra, e addirittura il pericolo fascista come se l’Italia del 2010 fosse ancora quella del 1922. Del resto gran parte dell’elettorato italiano vuol mettere la testa sotto la sabbia, vuole ingannarsi, vuol credere alle favole e alle promesse anche le più stravaganti. Del resto perché assumersi in proprio delle responsabilità? Perché farsi carico delle pubbliche calamità? Perché sacrificarsi per un bene comune a dir poco chimerico? Ecco la soluzione che le diverse genti d’Italia amano: “vivere nella menzogna e nella finzione delegando a capi discutibili, chiacchierati o con condanne passate in giudicato l’onere di rappresentare la grande finzione della vestizione e animazione di ciò che è morto”. Questo presente con la sua carica di durezza e brutalità prima o poi  si farà strada e distruggerà le favole maligne e le troppe illusioni

IANA per FuturoIeri









9 gennaio 2010

Aspettando i nuovi miracoli





De Reditu Suo

Aspettando i nuovi miracoli

Quanto tempo ci vuole perché le sciagurate genti del Belpaese intendano che il secolo vecchio è finito, non è bastato nemmeno cambiar millennio per far intendere che ciò che è stato prima sta tramontando. Il Belpaese si nasconde dietro una cortina d’illusioni e di pietose finzioni, a giro c’è talmente tanta nostalgia del trapassato da dar spago a quanti ricordano il Craxi con nostalgia. Ciò che è morto non torna dai regni delle ombre e della notte. Quel che si decompone nelle tombe non è destinato a tornare in vita. Quest’affermazione, ovviamente, non vale per chi ha una fede così forte da prendere in considerazione la resurrezione dei corpi alla fine dei tempi. In quel caso la questione non è politica o morale ma di carattere religioso o filosofico.  Mentre le disperse genti d’Italia scrutano il futuro cercando le tracce di nuovi miracoli e atti straordinari io mi ritrovo da solo a considerare il passato per comprendere qualcosa del futuro e di questo indecoroso presente. Aspetto da anni l’ennesima abiura italiana, l’ennesima rimozione collettiva, l’ennesima maledizione. Tutto è finito piuttosto male nella penisola, non c’è stato un solo regime politico del passato recente o remoto che non sia stato in qualche misura aspramente criticato o maledetto. Non credo che questo quando arriverà la sua fine questa Seconda Repubblica farà eccezione. Mi vien fatto in questi giorni di portar avanti una considerazione non da poco: quanto ha spostato il fumetto e la satira italiana in Italia e quanto al contrario il fumetto e l’animazione giapponese in Italia negli ultimi trent’anni? Credo che fra i miracoli della prima e della seconda repubblica sia presente quello negativo di aver disperso le forze culturali e civili del Belpaese che potevano associare alcuni elementi della cultura popolare alla contemporanea civiltà industriale. La mia generazione che ha subito l’influenza dei fumetti e dei cartoni animati giapponesi si è vista passare davanti allo schermo un mondo fantastico “made in Japan” proiettato perlopiù verso il futuro con robot, capitani e piloti coraggiosi, alieni, aliene, astronavi spaziali, eroi in tute futuristiche e affini.  L’Italia, tranne qualche pugno di eroi fra i quali il grande Magnus, nella sua dimensione fumettistica e d’animazione era volta perlopiù verso il passato con eroi come Tex o Mister No o verso l’inserimento del fumetto nella vicenda politica attraverso la satira di parte; e satira di parte il che voleva dire allora comunista o in generale di sinistra. Il miracolo italiano che si è prodotto è stata la concessione dell’immaginario infantile e pre-adolescenziale orientato al futuro alla potenza culturale nipponica in strana intesa con le produzioni statunitensi; ancora una volta la distanza fra cultura alta elitaria italiana e la maggior parte della popolazione ha disarticolato le possibilità di leggere un possibile futuro o di sognarlo. Parto da questa constatazione che può sembrare poco sobria per considerare che in fin dei conti in questa materia del pensare il futuro anche in termini fantastici e artistici è opportuno che si verifichi un miracolo. Le disperse genti d’Italia devono ritrovare a capacità di pensare se stesse e di guardare oltre il dato immediato del qui e ora, altrimenti la prima innovazione asiatica o statunitense ci coglierà di sorpresa e l’immagine del nostro possibile futuro apparterrà ad altri e non sarà espressione del Belpaese e di un suo eventuale contributo originale.

IANA per FuturoIeri




11 ottobre 2009

Quale Italia fra reggenza e crisi dell'Impero?

La valigia dei sogni e delle illusioni

Quale Italia fra reggenza e crisi dell’Impero?

Il Belpaese uscirà da questa strana vicenda politica che vede poteri politici deboli che si baloccano con uno Stato Italiano in profonda crisi e con la chimerica influenza che esercita sulla penisola l’Impero Statunitense ex garante della tranquillità dei ricchi nostrani dalle minacce e dai pericoli derivati dal bolscevismo sovietico.   Se si preferisce il grande impero è stato il garante effettivo dei privilegi delle minoranze al potere nello Stivale insidiate da quelle masse di cittadini che durante la Prima Repubblica guardavano con simpatia alle forze di sinistra e votavano per i comunisti italiani, e talvolta per i socialisti, nella speranza di cavar fuori qualche beneficio economico e di limitare gli abusi di un sistema sociale e politico votato a fare gli interessi di alcuni ricchissimi e in generale dei ceti sociali più elevati. Non quindi la speranza di una rivoluzione mondiale o la prospettiva di eliminare fisicamente il nemico di classe come è avvenuto aldilà della cortina di ferro, ma al contrario il comunismo nostrano e le forze di sinistra affini hanno operato per dar corpo alla speranza di far colare fin ai livelli più bassi della società italiana i quattrini del sistema Italia e i benefici della civiltà industriale. Adesso il gigante a Stelle e Strisce è in sofferenza i suoi rivali più forti cinesi, russi, indiani gli contendono il potere mondiale e  le risorse strategiche, i vecchi alleati prendono le distanze; perfino il Brasile dà dei dispiaceri, l’attribuzione delle Olimpiadi tanto per fare un esempio,  alla presidenza USA.  Fra i nuovi poteri emergenti c’è chi accarezza l’idea di poter far a meno in futuro del dollaro come moneta degli scambi internazionali, se questo pio desiderio prendesse corpo il gigante USA sarebbe forzato a riconsiderare al ribasso la sua potenza culturale, finanziaria e politica nel mondo a vantaggio dei suoi concorrenti. Del resto il Giornalista Robert Fisk sull’Indipendent, l’articolo è tradotto in italiano dall’Internazionale della seconda settimana di ottobre, conferma che il progetto di sganciarsi dal dollaro da parte dei paesi arabi produttori di petrolio e da parte  dei loro clienti è in cammino e si concretizzerà entro il 2018. Quindi il Belpaese è in strato di reggenza, l’impero straniero che garantiva i ricchi non può più farlo o quantomeno non può farlo come prima, inoltre lo Stato italiano è troppo debole per imporre la sua volontà ai ceti privilegiati e il pagamento delle tasse, non a caso è stato votato l’ennesimo scudo fiscale per il rientro dei capitali fuggiti all’estero. Personalmente auspico che questo stato di cose cessi il prima possibile, le genti del Belpaese hanno il sacro diritto e il giusto dovere di essere messe in condizione di ricostruire la loro civiltà, di poter tornare a dare un senso complessivo e sano del loro vivere qui e ora in una Penisola al centro di un mare che mette in comunicazione tre continenti. Legittimamente è perfino auspicabile si dia in un futuro lontano un qualche contributo tangibile alla civiltà umana da parte delle disperse e difformi genti che abitano la penisola.

Prima o poi le genti del Belpaese ritroveranno l’Italia.

IANA per FuturoIeri




8 ottobre 2009

La guerra: il gioco dei forti e il Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

La guerra: il gioco dei forti e il Belpaese 

Il Belpaese ha la ventura di lanciarsi talvolta nelle guerre altrui. Questo è accaduto nelle vicende serbe, afgane e irachene, per fortuna la questione irachena non ci riguarda più, in ex Jugoslavia una fortuna mostruosa ci ha salvato da conseguenze funeste, in Afganistan si combatte e si muore. Tuttavia una riflessione viene spontanea: un vaso di coccio come il Belpaese va a fare le imprese dei vasi di ferro. C’è da preoccuparsi, gli altri sono abituati all’idea della guerra e della morte per loro è normale perdere delle vite fra i loro soldati di professione, schiacciare i civili altrui sotto i bombardamenti, e massacrare coloro che resistono. Nella civiltà Anglo-Americana c’è un confine netto, segnato dalla propaganda di guerra, fra i tuoi e i loro. Gli altri sono malvagi strani, mostruosi, maligni nella natura e nelle intenzioni, i nostri buoni, belli eroici, giusti e virtuosi e votati alla vittoria. Nella civiltà atlantica la propaganda di guerra coincide con la visione del mondo. Non si può distinguere la verità in quanto verità dall’immagine del nemico e dei propri soldati che lo combattono veicolata dai militari e dai propagandisti. Questo modo di procedere non riesce a far presa fino in fondo nel Belpaese, complice un sottofondo di diffidenza nei confronti dei forestieri e un certo universalismo culturale già dell’Impero Romano che la Chiesa Cattolica ha, quasi per sbaglio, raccolto. Di solito nell’italiano non c’è quell’abito psicologico duro e forte per cui il confine fra bene e male è nettissimo, dove il compromesso è impossibile e l’eliminazione fisica necessaria; lo stesso fascismo dopo venti lunghi anni di retorica e preparazione psicologica alla guerra constatò i risultati limitati del suo tentativo di creare un Belpaese guerriero e sanguinario. Eppure proprio la propaganda bellicista delle guerre di Clinton e dei Bush è penetrata nel Belpaese portando a un risultato paradossale: le genti disperse del Belpaese son state forzate a ragionare in termini di Nazione e di potenza militare, a pensare la guerra sia pure contro nemici poveri e disorganizzati. Il gioco dei forti ha cambiato qualcosa: le disperse genti del Belpaese vedono che esiste l’altro ed è irriducibile alle nostre logiche e ai nostri comportamenti. Questo impone dei ripensamenti anche negli italiani che sono cattolici perché il povero o il “nemico” adesso non è detto che sia cattolico o che possa o voglia convertirsi. Il gioco dei forti e la sua propaganda sta cambiando lentamente lo Stivale, gli abitanti da secoli presenti nella penisola si sentono catapultati in un Belpaese non più soltanto loro, dove la paura e la minaccia prendono forme quasi metafisiche, irreali; ma ora possono far ricorso a un qualcosa di elementare e primitivo: nella guerra ci sono i nostri e i loro. C’è una barriera invisibile che scinde il proprio bene dal male altrui, non è solo propaganda è qualcosa di remoto, di antropologico, quasi animale nel suo darsi.

Credo che la conclusione naturale di questo processo culturale sarà la nascita di un principio di nazionalismo italiano, diverso da quello pseudo - risorgimentale e da quello fascista, si tratterà  del darsi  di forme d’appartenenza al Belpaese che fatalmente metteranno un discrimine fra le difformi genti della Penisola e i popoli che vivono nell’altra sponda del Mediterraneo, nel Nord - Europa e da quelli che son separati dal continente dalla barriera dell’oceano Atlantico.

 

IANA per FuturoIeri




4 ottobre 2009

Le genti d'Italia fra Impero, Immobilità e rassegnazione

La valigia dei sogni e delle illusioni

Le genti d’Italia fra Impero, immobilità e rassegnazione

 

Il Belpaese assiste a un fatto curioso. Questo concretissimo mondo umano è entrato in crisi e non  è una crisi leggera; sembra una specie di nemesi, di vendetta primitiva o antica contro quella cosa strana e malvagia che i nostri per anni ci hanno venduto come “Civiltà Occidentale”. Per certo il concetto d’Occidente indica un concetto geografico relativo: a occidente di qualcosa. L’unica realtà politica degna di chiamarsi Occidente è stato nel mondo antico quella metà dell’Impero romano che corrisponde ad alcuni territori dell’Europa e del Nord - Africa.  Si trattò dell’Impero Romano d’Occidente. Una cosa finita da oltre quindici  secoli.

Ciò che oggi viene dai nostri imbonitori e ciarlatani denominato Occidente è una cosa strana e pazza, inesistente assolutamente nella realtà, e perfino a geografia variabile. A seconda dei casi è Europa con Giappone e Stati  Uniti, altre volte è solo Stati Uniti più ex Impero Inglese, o gli Stati Uniti punto e basta; infine talvolta questo concetto comprende anche Australia in quanto governata perlopiù dai discendenti dei coloni inglesi. Sarebbe più onesto parlare di Impero-Americano o degli USA più i loro alleati, per così dire, storici; non una civiltà quindi ma una serie di forze militari e di persuasione propagandistica legate alla volontà politica statunitense.

Ma l’Italia fugge dal reale, evita il contatto con qualsiasi tipo di riflessione che riguardi i suoi interessi legittimi; le genti del Belpaese si accontentano della televisiva retorica patriottica post-risorgimentale e post-resistenziale, fanno finta di crederci e tirano a campare.

Siamo molto lontani, nel bene e nel male, dalle asprezze nazionaliste di Statunitensi e  Inglesi, e in generale dal feroce egoismo propagandato dalla miscela del protestantesimo più sciovinismo, più dottrine sociali neo-liberali. Proprio la profonda estraneità dell’Italia e delle geni del Belpaese a simili culture deve far riflettere sul fatto che esse sono lontane da noi come dall’Europa. L’occidente si cui si favoleggia nelle televisioni del Belpaese è un miscuglio scomposto di pubblicità da centro commerciale  e propaganda di guerra: i miracoli del cinema americano e del fare acquisti nel centro di Londra convivono con le presunte vittorie degli eserciti di sua Maestà la Regina e degli invincibili marines statunitensi in Oriente e in Asia.  

Le genti del Belpaese devono creare la loro civiltà e non fare il tifo da stadio per quella altrui per ignavia, spirito servile, cialtroneria. Forse una disfatta dell’unico Occidente che esiste quello delle forze armate Anglo-Americane potrebbe svegliare le disperse genti nostre e far capire la necessità di costruire una propria civiltà.

IANA per FuturoIeri




4 ottobre 2009

L'Italia malata di trapassato remoto

La valigia dei sogni e delle illusioni

L’Italia  malata di trapassato remoto

 

Il Belpaese è malato di trapassato remoto, tanta parte della nostra popolazione cerca di scappare indietro nel tempo; forse è la paura del nuovo, forse è una certa affinità con le soluzioni semplicistiche e demagogiche. C’è chi scappa nella primavera del 1945, chi negli anni cinquanta, chi nel 1968, qualcuno negli anni settanta.  A milioni di abitanti del Belpaese piace un rapporto con la propria realtà che nega la vicenda quotidiana e costruisce al suo posto una finzione di comodo, eppure questo costruirsi nella testa un palcoscenico di cose finte è in sostanza una fuga dal mondo concreto e una diserzione dalle proprie responsabilità. La vanità e la viltà si confondono e si fondono in questo modo di stare al mondo tutto italiano, la finzione prende il posto delle cose reali; ecco che nella fantasia si materializzano finti nazisti, finti fascisti, finti comunisti, finti democristiani, finti liberali, perfino finti cristiani. Questo gioco d’illusioni è utile alle generazioni che hanno fra i settanta e i cinquant’anni, serve a rimandare ogni decisione impegnativa e ad assolvere i singoli come i gruppi organizzati da ogni responsabilità; così è possibile parlare di scuola farneticando di minacciose ideologie sessantottine ancor oggi attive, o ragionare di quel che rimane dei partiti politici attuali narrando di  improbabili crociate antifasciste, anticattoliche, anticapitaliste e di altre appartenenze ideologiche ormai catacombali. Questa realtà è infinitamente più brutale e abietta di ogni fantasia retorico – decorativa.  Tutto può essere sintetizzato nella germanica legge del pugno: il forte ha ragione perché domina gli altri e con la sua potenza impone la sua volontà ai deboli. Chi è oggi forte è il ricco, ma non il comune ricco, si tratta del miliardario apolide, estraneo a tutte le fedi e a tutte  le patrie che sulla corruzione e degenerazione del potere politico italiano ed europeo ha costruito le basi di un potere enorme fatto di estese impunità, di paradisi fiscali, di società per azioni, di manager che si prestano ad assumersi le responsabilità delle azioni che derivano dall’applicazione della volontà dei ricchissimi che controllano i pacchetti azionari delle multinazionali. Una super-casta di apolidi, di estranei per natura e per costumi alla vita ordinaria delle moltitudini che frequentano i loro centri commerciali. Costoro, del resto, sono lontanissimi dalle fobie etniche e nazionaliste degli aderenti e simpatizzanti dei partiti politici di centro-destra da loro, spesso e volentieri, sostenuti.

Pur di non vedere questo straniero e barbaro dominio  le genti d’Italia sono disposte a tutto, anche a credere alla pubblicità commerciale, a fingere che questo Belpaese sia la terra mostrata dalle pubblicità dei formaggi, dei biscotti, e dei panettoni. Del resto fare i conti con la realtà è spiacevole. Sprofondare scappando nel passato e nelle illusioni è, al contrario, comodo.  Tanto prima o poi tutto finisce e sul mondo umano cade l’oblio della morte e della dissoluzione. Che importanza può avere il senso morale della propria vita? Alla stragrande maggioranza degli italiani basta non essere gli ultimi a pagare, l’importante è che non tocchi al signor Mario Rossi di turno  il momento in cui, con una serie di colpi di maglio, la realtà entra a viva forza e sbatte tutte le genti del Belpaese davanti alle loro pesantissime responsabilità e alle dure punizioni conseguenti.

IANA per FuturoIeri




26 settembre 2009

Fra noi in confidenza: parliamo della paura

La valigia dei sogni e delle illusioni

Fra noi in confidenza: parliamo della paura

Il Belpaese è malato di paura, essa si spande, si diffonde ovunque. Non è qualcosa di preciso ma l’insieme di molte inquietudini: di tante difficoltà della vita, la precarietà del lavoro, dell’incapacità che hanno i più di riconoscere oggi come oggi il loro paese tanto è cambiato in soli 25 anni.  Tutto questo crea un male di vivere enorme e la cosa grave è l’indifferenza assoluta dei ceti che vivono di politica davanti a questo malessere psicologico diffuso, come se le vicende delle genti d’Italia fossero una strana variabile, un fastidio, una questione spiacevole di cui tener conto fra la pianificazione della carriera e le scadenze elettorali. Per quello che riguarda i miliardari che esercitano un potere enorme sull’economia e sulla vita sociale da decenni essi sono diventati apolidi, estranei a tutte le patrie e a tutte le ideologie, in breve né coloro che vivono di politica, né i detentori delle leve del potere economico hanno un reale interesse ad occuparsi delle genti del Belpaese aldilà del loro immediato interesse di cassa. Credo fermamente che il fenomeno Berlusconi sia non il processo politico-degenerativo dello Stivale ma la sua logica estensione all’interno della politica-spettacolo, anche la paura dei nostri giorni ha una sua natura che va aldilà di quel che può fare la politica e la televisione. Essa è anche la percezione di tanta parte delle genti d’Italia di essersi lasciate andare per oltre trent’anni e di dover far i conti con i loro eccessi, la loro stupidità, la loro malvagità, la loro incapacità di essere qualcosa di più di una massa informe di singoli e di famiglie che stanno assieme per sbaglio. Su tutto questo cade la vicenda tutta italiana di una politica bipolare data da singoli personaggi della politica-spettacolo e fortemente condizionata dalle sette grandi società della comunicazione che sono: Rcs Mediagrup, Mediaset-Mondadori, Gruppo L’Espresso, Gruppo il Sole 24 Ore, Gruppo Rieffeser, Gruppo Caltagirone, Telecom Italia Media. Forse proprio il fatto che la grande comunicazione isola o riduce le voci dissenzienti o allarmistiche, o politicamente antagoniste al sistema dominante rende la situazione accettabile per milioni di italiani e di italiane. Le popolazioni del Belpaese nella maggior parte dei casi chiedono solo di essere rassicurate nel loro assoluto e privatissimo egoismo, di essere assolte preventivamente da qualsiasi condanna morale e di non sapere nulla che vada oltre il loro specifico e particolare interesse di breve respiro. Quella parte del Belpaese che studia, ragiona, s’incazza, fa società civile e associazionismo, spera nel futuro è una minoranza e per anni è stata una minoranza in odore di comunismo o di posizioni elitarie da intellettuali. Nella paura c’è un gioco al massacro quindi di tanta parte del Belpaese, che è in qualche modo consapevole di essere in torto nei confronti di tutto ciò che esiste, il sacro non appartiene a un popolo iper-materialista come il nostro, e vuole sentirsi raccontare solo  quello che gli fa comodo.  Il popolo italiano nella sua maggioranza vuole essere ingannato e ne è in qualche modo consapevole; fa questo per poter fare i C***I suoi e poi al momento del dunque quando ci sarà da rispondere protestare innocenza e accusare qualche capro espiatorio; magari un servo sciocco caduto in disgrazia.

C’è un momento nel quale non si può più scappare, e si deve affrontare il problema di ciò che si è sul serio e non nella finzione di comodo, per evitare più gravi disgrazie spero che tutte le genti del Belpaese vengano presto messe davanti al momento della verità. O si è ciò che si è o non si è niente.

IANA per FuturoIeri




3 giugno 2009

La grande festa dei miti perduti

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

La grande festa dei miti perduti

Queste elezioni che a breve daranno il loro esito si sono fatte carico di ostentare come se fossero antiche e venerate reliquie o immagini medioevali della madonna i simboli e le sigle politiche di un remoto passato. E’ una fiera campionaria di falci e martelli incrociati, di democrazie cristiane, di partiti comunisti, di scudi crociati, di simboli liberali o nazionalisti, addirittura ho visto la stella gialla proprio quella dei Lager, messa a bella vista da gente di un partito che non nominerò, per l’occasione di qualche intervista televisiva. Queste elezioni sono l’esposizione dei miti perduti, delle grandi ideologie del secolo appena defunto, delle mascherate grottesche di ceti politici che vivono di politica e cercano di  tirare a campare prendendo simboli di tempi morti per potenziare il loro messaggio elettorale. Si tratta d’intercettare senza troppi scrupoli quell’elettorale sbandato dalla malvagità delle trasformazioni di questi ultimi tre decenni e di rassicurarlo con simboli un tempo potenti veicoli di idee e visioni del mondo. Miti potenti che furono in un tempo lontano e remoto. E’ molto meno  una presa in giro o di una truffa, ci vuole in fin dei conti talento per far cose simili, è marketing elettorale, pubblicità della specie più bassa, invenzioni da pubblicisti passati alla pubblicità, arido calcolo che fa leva sulla psicologia e sulla sociologia delle masse elettorali. Quel che resta aldilà del cinismo elettorale è il senso della fine di un mondo umano, i simboli quando vengono ostentati per fini così banali e a tratti presuntuosamente ridicoli sono simboli non più venerati o odiati ma qualcosa di simile ai loghi commerciali, strumenti per comunicare una fedeltà a un prodotto, in questo caso politico. Siamo lontani dal “Secolo Breve” dai suoi orrori, dalle sue ideologie criminali e sanguinarie, dalle utopie comuniste, fasciste e capitaliste che passavano sopra mucchi di cadaveri freschi, questo è il discount dei simboli e dei miti perduti. Questa tornata elettorale è la grande festa dei miti perduti, la fiera delle vanità, la mascherata finale di ceti che vivono di politica e che devono nascondersi dietro costumi ideologici ormai fuori tempo massimo per nascondere la brutalità di un mestiere loro che è l’unico che sanno fare e neanche tanto bene. I miti quando diventano farse e caricature di se stessi devono essere considerati per quello che sono e nel caso occorre liberarsi della loro nefasta influenza se recano un danno alla vita e alla possibilità di pensare il futuro e la libertà. Il passato non sempre si può onorare cercando di riprodurlo nel presente, alle volte occorre accettare che esso è finito assieme alla società umana e al mondo di valori e di miti che esprimeva. La prima libertà va trovata in se stessi e nel proprio tempo.

 IANA per FuturoIeri




16 maggio 2009

"Che cosa sono le nuvole?":la grande politica davanti alla sua crisi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

“Che cosa sono le nuvole?”: la grande politica davanti alla sua crisi

Se la situazione non fosse tragica sarebbe ridicola e a tratti grottesca.

I ceti sociali che vivono di politica in Italia sono sempre più succubi e dominati dalla dimensione pubblicitaria, l’ossessione del modello pubblicitario fa sì che ormai i messaggi politici siano ricalcati su stereotipi commerciali. In questo momento di campagna elettorale gli esempi si sprecano. E’ più facile e nobile cercare di vedere se a giro ci sono messaggi politici non di carattere commerciale e pubblicitario che fare un lungo patetico elenco di fotocopie politiche dei messaggi pensati per vendere beni e servizi. La politica finisce con il condividere lo stesso linguaggio e la stessa natura del momento della televisione commerciale, dello spot, della trasmissione dove e si parla del più e del meno e dove di volta in volta personaggi maschili e femminili fanno la loro comparsa per qualche settimana, mese, anno e poi spariscono. Questo può essere il finale della nostrana politica vittima e non dominatrice dei sistemi di comunicazione di massa. Il politico diventa inesorabilmente anche personaggio di un contesto televisivo, parte di uno spettacolo, attore e improvvisatore senza il mestiere e l’abilità di chi sa davvero star nella parte, di chi sa essere guitto, artista di strada, uomo o donna di teatro. Ai ceti sociali che vivono di politica consiglio di guardare con molta umiltà “Che cosa sono le nuvole?” di Pierpaolo Pasolini  oggi reperibile su Youtube con facilità. Si tratta di una parabola sul mestiere del teatro e della società contemporanea, e quindi della società dello spettacolo. La parabola è semplice: in un teatro di marionette viene costruito il pupazzo di Otello, dopo la creazione  il dramma della gelosia di Otello viene messo in scena, finito lo spettacolo i pupazzi di Otello e di Jago il traditore vengono scaraventati nella spazzatura dopo che sono serviti alla produzione. Jago è Totò -geniale-, Ninetto Davoli è Otello, Franco Franchi  e Ciccio Ingrassia sono Roderigo e Cassio, Laura Betti è Desdemona, un celebre cantante degli anni settanta Modugno si presta a far il “mondezzaro” che scarica in una discarica i pupazzi personaggi principali del dramma. I pupazzi rappresentati da Davoli e Totò concludono la loro esistenza contemplando le nuvole, le quali rappresentano la “straziante, meravigliosa bellezza del creato”.

Una politica che si sottomette alle logica della pubblicità e della televisione commerciale è destinata a seguire il destino dei personaggi e delle donnine del piccolo schermo, un momento di notorietà e poi sparire, dissolversi nell’anonimato, subire la vaporizzazione nella memoria di tutti e forse anche nella propria. La politica nostrana corre verso questo finale meschino non per una forza del destino ma perché da trent’anni non è più politica e non è più Italia. Una massa eterogenea e bizzosa di privati che vivono sulla decomposizione del nostro sistema ”democratico” si son trasformati in guitti, in comparse, in attori senza mestiere. Anche il peggiore degli spettacoli fatalmente arriva ad una conclusione, è quello il  momento in cui il sipario si chiude e passa l’omino con il camion della “monnezza”. Così è sul pianeta azzurro, quello dove ci sono le nuvole.

IANA per FuturoIeri



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