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11 febbraio 2010

L'Italia e la Repubblica per vecchi


De Reditu Suo - Secondo Libro

 L’Italia e la Repubblica per vecchi

I ceti dominanti in Italia, giudizio noto e ormai logoro, sono senescenti, impresentabili entro i limiti del consorzio umano, indescrivibili se non nelle opportune sedi penali; inoltre siamo l’unico paese dove un trentacinquenne esser ancora pensato come giovane. Del resto sempre più spesso i giovani italiani vengono presi in giro e offesi da coloro che li chiamano “Bamboccioni”, di solito costoro sono gente anziana e ricca che ha fatto fortuna e guarda con disprezzo i suoi simili che cercano di strappare alla malvagità dei tempi un poco di sicurezza economica e di pace sociale e familiare.  Tutta l’intelligenza e la dignità umana urla di sdegno contro il Belpaese, contro il suo egoismo sociale da caricatura, contro i deliri della politica che vedono di mattina la magistratura come un pericolo sovversivo in odore di bolscevismo e la sera l’invocano contro no-global, contro i  poveri che occupano case sfitte ed edifici pubblici e i licenziati. La Repubblica è oggi una garanzia per quelle poche decine di migliaia di vecchi che son riusciti a strappare alla malvagità del mondo umano  dei beni e delle proprietà di un certo valore, si può dire che tutto lo Stato esista per tutelarli e proteggerli e la politica di professione li coccola e li tranquillizza.  Non un solo appartamento  privato sfitto sarà dato a una ragazza-madre, non un solo pezzo di terra sarà espropriato a favore del piccolo agricoltore, non un solo privilegio di casta o professionale sarà tolto per permettere a qualche giovanotto che vuol  farsi strada di cercare la sua libera professione. Il Belpaese è oggi una Repubblica per vecchi terrorizzati che sta creando un odio fra generazioni e generando uno spaventoso male di vivere. Forse c’è una giustizia profonda nascosta in tutto questo, in fin dei conti gli umani non sono come gli insetti che nel corso  dello scorrere delle generazioni tendono a ripeter gli stessi atti, gli umani mutano gli strumenti e le forme delle loro civiltà. Nello scorrere delle generazioni anche la Seconda Repubblica con i suoi egoismi da pollaio e le sue furberie da ladri di galline diverrà una cosa remota, una serie di trovate giuridiche, sociali e criminali non più in sintonia con i tempi. Per assurdo se un filosofo del Rinascimento si trovasse davanti a un documentario sui bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, e intendo proprio quelli che hanno bruciato intere città con la popolazione, cosa potrebbe dire se non: E’ la fine del mondo! Eppure il mondo umano non è finito con la Seconda Guerra Mondiale, anzi siamo più di sei miliardi e in proporzione si potrebbe vivere meglio di come viveva l’umanità alla fine degli anni trenta del Novecento, anche perché scienza e tecnologia hanno messo a disposizione delle classi dirigenti delle possibilità impensabili ai tempi di Hitler e Mussolini, si pensi, ad esempio, allo sfruttamento dell’energia solare e allo sviluppo di internet. Ma questa Repubblica di vecchi aspetta che altri si cimentino nel salvare l’umanità da se stessa perchè forse non vuole più salvarsi.

IANA  per FuturoIeri




26 gennaio 2010

Secondo Libro- Dal passato al futuro senza questo presente


Reditu Suo - Secondo Libro

Dal passato al futuro senza questo presente

Sto usando come titolo  conduttore di questa mia serie di scritti il titolo di un componimento di Claudio Rutilio Namaziano (latino: Claudius Rutilius Namatianus; ) un poeta romano e un politico romano di nobile famiglia gallo-romana. Come ricorda Wikipedia egli è nato: “forse a Tolosa, fu praefectus urbi di Roma nel 414. L'anno seguente o poco dopo fu costretto a lasciare Roma per far ritorno nei suoi possedimenti in Gallia devastata dall'invasione dei Vandali. Tale viaggio - condotto per mare e con numerose soste, dato che le strade consolari erano impraticabili ed insicure dopo l'invasione dei Goti - venne descritto nel De Reditu suo, un componimento in distici elegiaci, giunto all'epoca odierna incompleto.”

Questa mia serie di scritti è giunta al secondo libro. Nel primo ho voluto considerare il rapporto fra il passato e il futuro, in questo secondo libro cercherò di comprendere la distanza fra il futuro sognato nel passato e questa realtà del qui e ora. Certamente non è un bel pensare perché la distanza fra il mondo degli Dei e degli Eroi e la realtà concreta va, forse, aldilà delle capacità del pensiero umano di concepirla. Gli anni che le sfortunate genti del Belpaese si trovano davanti saranno difficili, in troppi hanno creduto alle illusioni della pubblicità commerciale,  dei pubblicisti dei quotidiani e delle riviste  e del personale addetto alla propaganda politica di questo o di quel partito o personaggio e quindi per molti italiani la discesa dal mondo dei sogni alla realtà sarà brutale e dolorosa. Ora è necessario anche per me fare questo ritorno indietro e osservare la distanza fra il futuro pensato e quello concreto. In questa terza settimana di gennaio i giornali hanno riportato la notizia di un pessimismo diffuso fra i giovani italiani, in tanti temono la disoccupazione e le nuove forme di povertà. Questo venticinque fa sarebbe stato incomprensibile, anche perché le capacità di mobilitare delle forze sociali e politiche che arginassero il peggio del capitalismo selvaggio stavano entrando in crisi proprio allora. Ciò che risulta evidente è la portata della mutazione politica e sociale: la centralità del potere economico nella vita quotidiana ha fatto arretrate il potere politico e la possibilità che hanno le forze sociali di relazionarsi ad esso per mutare le condizioni in cui vivono e operano. Ma proprio mentre scrivo queste parole il dominio economico che corrisponde alla centralità del dollaro e della civiltà anglo­americana si sta avvitando su se stesso e sta perdendo la sua forza originaria.  Oggi il dominio del potere economico non è insidiato tanto dalle forze sociali  italiane ed europee quanto da una novità assoluta: l’emergere di potenze imperiali contrapposte alla civiltà Anglo-Americana. Cina,  Brasile,India ,Russia post-sovietica, e dietro di esse perfino il Venezuela, esse  cercano di trovare uno spazio loro non contrattabile e non sottoposto ai condizionamenti della civiltà Atlantica.  Usano sfacciatamente il capitalismo e le sue contraddizioni per ritagliarsi la loro fetta di potere al grande tavolo della guerra e del confronto diplomatico fra potenze,.La loro azione è sempre lucida, precisa, perfetta, machiavellica e  consegue di solito l’utile politico. Proprio perché il loro agire economico è volto all’utile politico queste nuove potenze stanno mettendo in discussione la centralità dell’economia la quale è coincidente con gli interessi delle minoranze al potere nella civiltà Anglo-Americana. Del resto proprio le gravi difficoltà della civiltà statunitense rivelano la strage delle vecchie illusioni italiche..

IANA per Futuroieri




9 gennaio 2010

Aspettando i nuovi miracoli





De Reditu Suo

Aspettando i nuovi miracoli

Quanto tempo ci vuole perché le sciagurate genti del Belpaese intendano che il secolo vecchio è finito, non è bastato nemmeno cambiar millennio per far intendere che ciò che è stato prima sta tramontando. Il Belpaese si nasconde dietro una cortina d’illusioni e di pietose finzioni, a giro c’è talmente tanta nostalgia del trapassato da dar spago a quanti ricordano il Craxi con nostalgia. Ciò che è morto non torna dai regni delle ombre e della notte. Quel che si decompone nelle tombe non è destinato a tornare in vita. Quest’affermazione, ovviamente, non vale per chi ha una fede così forte da prendere in considerazione la resurrezione dei corpi alla fine dei tempi. In quel caso la questione non è politica o morale ma di carattere religioso o filosofico.  Mentre le disperse genti d’Italia scrutano il futuro cercando le tracce di nuovi miracoli e atti straordinari io mi ritrovo da solo a considerare il passato per comprendere qualcosa del futuro e di questo indecoroso presente. Aspetto da anni l’ennesima abiura italiana, l’ennesima rimozione collettiva, l’ennesima maledizione. Tutto è finito piuttosto male nella penisola, non c’è stato un solo regime politico del passato recente o remoto che non sia stato in qualche misura aspramente criticato o maledetto. Non credo che questo quando arriverà la sua fine questa Seconda Repubblica farà eccezione. Mi vien fatto in questi giorni di portar avanti una considerazione non da poco: quanto ha spostato il fumetto e la satira italiana in Italia e quanto al contrario il fumetto e l’animazione giapponese in Italia negli ultimi trent’anni? Credo che fra i miracoli della prima e della seconda repubblica sia presente quello negativo di aver disperso le forze culturali e civili del Belpaese che potevano associare alcuni elementi della cultura popolare alla contemporanea civiltà industriale. La mia generazione che ha subito l’influenza dei fumetti e dei cartoni animati giapponesi si è vista passare davanti allo schermo un mondo fantastico “made in Japan” proiettato perlopiù verso il futuro con robot, capitani e piloti coraggiosi, alieni, aliene, astronavi spaziali, eroi in tute futuristiche e affini.  L’Italia, tranne qualche pugno di eroi fra i quali il grande Magnus, nella sua dimensione fumettistica e d’animazione era volta perlopiù verso il passato con eroi come Tex o Mister No o verso l’inserimento del fumetto nella vicenda politica attraverso la satira di parte; e satira di parte il che voleva dire allora comunista o in generale di sinistra. Il miracolo italiano che si è prodotto è stata la concessione dell’immaginario infantile e pre-adolescenziale orientato al futuro alla potenza culturale nipponica in strana intesa con le produzioni statunitensi; ancora una volta la distanza fra cultura alta elitaria italiana e la maggior parte della popolazione ha disarticolato le possibilità di leggere un possibile futuro o di sognarlo. Parto da questa constatazione che può sembrare poco sobria per considerare che in fin dei conti in questa materia del pensare il futuro anche in termini fantastici e artistici è opportuno che si verifichi un miracolo. Le disperse genti d’Italia devono ritrovare a capacità di pensare se stesse e di guardare oltre il dato immediato del qui e ora, altrimenti la prima innovazione asiatica o statunitense ci coglierà di sorpresa e l’immagine del nostro possibile futuro apparterrà ad altri e non sarà espressione del Belpaese e di un suo eventuale contributo originale.

IANA per FuturoIeri




29 dicembre 2009

De Reditu Suo - Allegoria

Offro ai miei vencinque lettori la possibilità di leggere tutta l'Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

La fortuna ci consegna questo scritto ritrovato in una remota biblioteca, gli esperti lo attribuiscono al  sommo teurgo di Cerreto, il grande evocatore del fantasma del Doppio Meridione e uomo sommo per saggezza, dottrina e competenza nell’arte della divinazione politologica. Si tratta di una copia in cinque fogli della “Allegoria della Seconda Repubblica” certamente una delle copie più antiche, qualcuno ipotizza che possa essere perfino l’originale.

Primo foglio.

Accadde nel primo giorno della settimana. Si trattava di un grosso animale, più grande di quelli che si trovavano di norma nella zona; aveva addosso una qualche specie di bardatura che denunciava il fatto di essere una bestia che aveva avuto un ruolo nella società umana. Forse era stato un bue maestoso, o forse un grande cavallo montato da chissà quale gentiluomo per le feste civili o religiose. Adesso era un cadavere, una carcassa fredda abbandonata proprio nel mezzo della piazza del paese a metà fra la chiesa e il palazzo del podestà. Il corpo stava andando in decomposizione, il tempo era sfavorevole alla conservazione delle carni perché la primavera era finita e il vento caldo annunciava l’estate.

Non era chiaro chi dovesse prendersi cura di rimuovere quel corpo. La piazza era del potere civile proprio come di quello religioso e anche della gente del luogo e perfino dei mercanti e degli ambulanti che si recavano lì per il mercato, ma nessuno voleva far una cosa che non era ritenuta di sua competenza. I popolani, le guardie, il podestà e il monsignore semplicemente ignoravano la cosa e volgevano lo sguardo altrove. La piazza era pubblica, talmente pubblica che nessuno la riteneva propria, luogo di tutti e di nessuno e questo essere di nessuno la rendeva priva di cura. Alcuni fra gli abitanti ritenevano che la carcassa dovesse esser rimossa a spese del monsignore in quanto il giorno della fiera in onore del miracolo del Santo Patrono era prossima e la piazza doveva esser pulita e sgombra, altri ritenevano che il potere civile dovesse farsi carico della cosa, nacquero delle discussioni anche violente ma la carcassa restò lì a decomporsi.

Tra il quarto e il sesto giorno l’aria intorno alla carcassa cominciò a guastarsi, la cosa si stava sfasciando lentamente e affioravano le ossa e le viscere ormai preda delle larve.

Con indifferenza le genti del borgo assistevano al disfacimento del corpo, forse si trattava di un presagio di qualcosa che sarebbe accaduto o forse era un simbolo di qualche fatto misterioso che era già avvenuto da anni e che nessuno aveva considerato o compreso. Il corpo lì rimase fino al settimo giorno.

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Secondo foglio

Erano in cammino fin dalla metà della notte, chi a piedi portando a spalla il fagotto con le poche cose da vendere e chi con qualche mezzo carico di casse e imballaggi, tante luci si muovevano nell’oscurità dirette alla piazza del paese. Il giorno di mercato si teneva in onore di un miracolo del Santo  Patrono, il venerabile al tempo della calata dei barbari aveva pregato e fatto penitenza e Dio aveva indirizzato il furore degli stranieri altrove risparmiando il miserabile borgo di allora dalla strage e dal saccheggio. Per questo dalle campagne vicine approfittando del giorno lieto di festa giungevano in tanti per fare i loro affari al mercato. Ma l’alba non era ancora sorta quando i primi commercianti arrivati per prender posto s’accorsero del tanfo e del corpo; non avevano previsto una cosa del genere e essendo litigiosi e discordi urlavano e bestemmiavano a voce alta ma non si mettevano d’accordo fra loro. Si presentò alla loro vista un piccolo essere seguito da una mezza dozzina di servitori brutti e deformi che quasi nascondevano i loro corpi con abiti, cappelli e con cappucci calati, gli infelici trascinavano un carretto con degli attrezzi. L’essere che li guidava era il più basso di tutti una veste da medico degli appestati lo copriva da capo a piedi, un paio di scarpe con dei vistosi tacchi rivelavano quanto fosse basso, il volto era coperto dalla maschera a forma d’uccello tipica di coloro che assistono i contagiati; qualcuno addirittura giurò di aver visto una coda da rettile uscir fuori da quel vestito altri affermarono che il rumore dei suoi passi aveva qualcosa di strano come se i suoi piedi fossero di pietra. Il nano salì su una cassa e parlò grossomodo così ai mercanti:”Amici sfortunati, mi conoscete di fama mi chiamano il nano del cielo perché vivo sul monte, lontano dagli uomini e vicino alle nuvole. Io vi osservo dall’alto e guardo questa piana stretta fra le colline e i monti e vedo i vostri affanni e i vostri desideri e le vostre iniquità con l’occhio del falco. Più volte avete chiamato me e i miei servi deformi per fare dei lavori che altri non volevano fare. Oggi posso aiutarvi e togliere l’ingombro ma voi mi darete una triplice ricompensa. Nel giorno del miracolo è costume che la decima parte del guadagno vada alla chiesa in segno di etera riconoscenza ma voi oggi la verserete a me perché vi ha deluso con il suo silenzio.  Un altro decimo voi lo versate al podestà che è il braccio armato della legge e dell’ordine ma voi mi donerete anche la sua parte perché non ha fatto il suo dovere.  Infine mi verserete quella decima parte che è quella che spetta a Dio per l’elemosina e le pie opere di carità poiché egli si è ritirato dal vostro mondo e in questa ultima parte della notte non è qui con voi. Per i tre decimi del vostro guadagno vi darò la vostra piazza e toglierò il corpo morto che ostacola il guadagno del giorno.” I mercanti e gli ambulanti si guardarono negli occhi nessuno si fidava l’uno dell’altro. Il nano stravagante prometteva di far fare ciò che loro non potevano neanche iniziare. L’inimicizia che regnava fra loro era troppo grande per trovare un’intesa su una cosa che comportava lo sporcarsi le mani e rischiare un’infezione quindi accettarono le condizioni del nano. Uno per uno giurarono sulle sue mani che avrebbe avuto la parte di Dio, della chiesa e del podestà.

 

 

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Terzo foglio

Giurarono tutti quanti ponendo le loro mani sopra quelle del nano del cielo. I guanti neri da medico  degli appestati furono toccati da una piccola folla eterogenea di mani le più diverse: c’erano quelle lisce e morbide degli usurai che prestavano di nascosto i soldi, quelle pulite delle prostitute, quelle fredde dei venditori di pesce, quelle grassocce dei dettaglianti di formaggi e salumi, quelle screpolate dei rivenditori di attrezzi agricoli, e quelle inanellate dei merciai e dei rivenditori di vestiti; perfino qualche disperato dalle unghie sporche che portava in un fagotto le sue tre o quattro cose da rivendere per trovar due o tre soldi mise le sue mani sopra quelle del nano. Mille storie e mille disagi erano disegnati sui volti e sulle mani di coloro che per guadagno offrivano la parte di guadagno non loro al nano, ognuno aveva avuto qualche disgrazia o si era elevato solo un poco lasciandosi alle spalle la povertà, oppure era disceso nella scala sociale fino a diventare un’ambulante. Tutti volevano il loro guadagno erano lì e non se ne sarebbero andati senza aver udito un familiare tintinnar di monete. Tutti offrirono la loro parola e la loro dignità. Il nano ricevuto l’omaggio urlò qualcosa di gutturale e brutale ai servi deformi ed essi indossarono dei guanti e tirano giù dal carretto dei teli, delle asce da boscaioli e dei ganci e certe aste di legno. Il nano prese da un fagotto una grande ascia nera, e iniziò a colpire il corpo in alcuni punti frantumando le ossa e facendo schizzare per  ogni dove i frammenti decomposti.  In molti lo osservarono con cura perché volevano constatare se era vero quel che si diceva di lui ossia che aveva i piedi di pietra a causa di una maledizione e se davvero una coda di rettile era nascosta dalle sue vesti, altri lo fissavano con misto di repulsione e di attrazione perché turbati dalla sua opera.  Quando cominciarono a mostrarsi le prime luci dell’alba egli interruppe la sua opera e chiamò i servi a sezionare le parti della bestia che aveva spezzato, i servi deformi divisero le masse informi in alcuni mucchietti usando lame e seghe create in origine per tagliare i tronchi dei pini, sistemarono le carni decomposte sopra dei teli dopo averle spostare con dei ganci e le infagottarono. A suon di pugni e calci il nano comandò che i suoi servi legassero i ripugnanti fagotti alle aste proprio a metà di esse. I servitori presero le aste così appesantite per le estremità e furono in grado di portare agevolmente via quella materia puzzolente. Il nano salì sul carretto  e disse:”Amici, tornerò quando la luce che ora mi caccia da questa piazza sarà debole e allora verrò a chieder conto di quanto da voi promesso.  Avete guadagnato il vostro tempo e vostro è questo giorno di luce sta a voi ora farlo fruttare e trasformarlo in denaro che gira di mano in mano e che crea il nostro mondo fatto di cose morte e vive che vengono vendute e comprate. Oggi tutto ha un prezzo e questo è il mercato la rappresentazione più schietta di tutta la nostra realtà, con dispiacere vi devo lasciare perché qui sento una forza vitale che è affine al mio spirito”. Ciò detto il Nano e i suoi servi abbandonarono il luogo in modo che la sua schiera di portatori deformi e odoranti di morte e decomposizione non disturbasse gli acquisti della gente venuta dalle campagne al mercato del paese. Fare affari al momento giusto era una cosa importante, di mezzo c’era il tempo perché la vita è breve e un soldo non guadagnato oggi non potrà essere investito domani e non darà un profitto dopodomani, il denaro vive di lavoro e di tempo, se mancano questi due elementi può sparire come per magia. Il nano lo sapeva meglio di tutti loro e aveva scelto il momento giusto per imporre il suo prezzo e la sua volontà. Tutti ne erano consapevoli ma fingevano di non aver capito, c’era da guadagnare quel giorno, e tutto il resto non contava più nulla.

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quarto foglio

I mercanti, i barrocciai, e gli ambulanti trassero dei sospiri di sollievo, il mostriciattolo stava sparendo dalla vista con il suo seguito di esseri indegni. Il nano aveva fatto il suo lavoro e fin qui le cose andavano bene, chissà come mai aveva chiesto proprio la parte altrui. Ma erano pensieri inutili, pensare troppo non è bene per chi vive di vendere e comprare e deve spostarsi di qua e di là per piazzare la sua merce o per strappare a un concorrente un buon affare. Il mattino era alto nel cielo e gli affari dovevano assorbire tutta la volontà e la capacità di concentrazione di coloro che si presentavano in piazza per vendere e per comprare. Questa concentrazione in un solo luogo di diversa e varia umanità creava un piccolo mondo ora ridicolo, ora pittoresco. Là gentiluomo ben vestito contrattava il prezzo di una collanina da poco per la sua giovane amante con un venditore di cianfrusaglie e al suo fianco un mascalzone cercava presso il rivenditore di ferraglia degli attrezzi per fare un furto con scasso, nel mezzo della piazza un paio di saltimbanchi e un ciarlatano attiravano il pubblico, quest’ultimo attraverso la scienza del suo occulto e truffaldino sapere. A pochi passi da loro un monaco impartiva benedizioni cercando qualche piccola donazione, alcuni contadini esibivano sui loro carretti frutta e verdura di stagione con la speranza di cavarne abbastanza per comprar medicine e qualche coperta per il prossimo inverno, perfino un mendicante esibiva qualche moneta per pagarsi una bevuta di vino e un paio di stracci per coprirsi. Da un lato non lontano da un muro usato come pisciatoio per i cani un tale, con qualche turba religiosa in testa, chiamava a raccolta i credenti contro il peccato. Il fanatico era di fatto ignorato e non lontano da lui i venditori di vestiti e di piccoli oggetti richiamavano una folla di donne che cercavano un piccolo affare per portar a casa qualcosa con la certezza di aver spuntato un buon prezzo e non di esser state fregate. Gli occhi delle signore brillavano di avidità e d’illusioni mentre i gli ambulanti declamavano la loro merce e raccontavano loro ciò che volevano ascoltare. Il venditore di pentole e di oggetti in rame, con una faccia da straniero del sud, aveva raccolto una piccola folla. Dava qualche colpo ai suoi oggetti e li faceva risuonare per far sentire che c’era anche lui e che la sua mercanzia era bella e valida. I bambini erano indecisi se era più interessante quella strana persona o il venditore di piccoli oggetti e giocattoli da poco, il maestro del paese intanto cercava il rivenditore di cianfrusaglie che aveva anche carta e materiale per scrivere. Al centro della piazza nel posto d’onore un vecchio vendeva vecchi vestiti e scarpe usate cercando d’imbrogliare i clienti sulla qualità della merce, a sinistra del suo banco aveva il venditore di dolciumi e a destra quello di vino.  L’uno attirava i bambini pieni d’illusioni sulla vita, l’altro i vecchi delusi dall’esistenza che cercavano un paradiso alternativo a quello del prete con due litri di rosso scadente. Qualcuno era felice e fra costoro il sensale di maiali, quello di pecore e il tale che combinava matrimoni e fidanzamenti. Tutti e tre erano seduti comodamente nella bettola che faceva da taverna e da albergo per i forestieri e guardavano con interesse lo spettacolo di quel mondo umano in movimento e rigiravano fra le mani qualche buona moneta. I tre pensavano anche loro avrebbero avuto una parte di quel fluire di denari per il paese grazie ai loro commerci di lana, pecore, carni suine e ragazze da maritare. Intanto il tempo passava, le voci si facevano meno insistenti, e le ombre s’allungavano. Stava arrivando la sera e la piazza iniziava a spopolarsi, il mercato era quasi finito era venuto il momento di far gli ultimi affari svendendo la merce invenduta, di lasciar gli scarti per terra per la gioia dei miserabili e dei pezzenti e dei bambini abbandonati a se stessi. Era l’ora e di far i conti del guadagno del giorno e quindi  di mettere in mano al nano del cielo le tre parti che gli erano dovute.

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quinto foglio

Quando le ombre della sera si allungarono e annunziarono la notte tornò il Nano con la sua veste da medico degli appestati e assieme a un personaggio vestito di oro, di nero e di rosso con una maschera da antico attore di teatro sul volto, lo presentò come  il suo cassiere e assieme a lui prese le tre parti del compenso che finirono in una borsa di pelle marrone e vennero le somme versate annotate in un registro. Erano una coppia molto buffa un essere piccolo e vestito da medico degli appestati e un tale spilungone vestito in modo eccentrico che in modo cerimonioso s’inchinava quando doveva aprir la borsa per far cadere i denari e annotava con scrupolo le somme. Quando la coppia andò via i mercanti, gli ambulanti, i ciarlatani e i barrocciai iniziarono a contare il guadagno rimasto e fu allora che cominciarono a farsi sempre più intensi dei suoni. I garzoni stavano riponendo le merci sui carri e tutti erano prossimi a partire quando dal pozzo posto su un lato della piazza emerse una sorta di fantasma. Era lo spirito del pozzo, chi fosse stato davvero non era noto, o forse i paesani stanchi di ricordare la gente onesta l’avevano dimenticato, o forse lui stesso aveva perduto il suo nome poiché e cose cambiano e gli umani non restano mai gli stessi. La sua apparizione destò disprezzo e divertimento, da tempo era noto che il fantasma era ridotto solo ad essere una vuota voce che si perdeva nella notte e che sibilava al calar delle tenebre. Così andò profetando l’antico spirito:”Malvagi, cosa avete fatto! Avete dato la dignità del potere a un nano maligno, deforme e maledetto per le sue magie, a un essere empio dalla lingua bifida come i biscioni che strisciano nella nera terra. Avete dato a costui la dignità di Cesare quando gli avete ceduto la parte che spetta al podestà, l’avete onorato come l’Altissimo dando ad esso la parte che spetta al monsignore e infine dando la parte vostra dedicata a Iddio avete tributato culto a un essere composto di pietra, ossa, carne e nero sangue. Cosa credete di aver fatto! Io so perché siete così iniqui, perché deridete questa voce che sibila nella luce che muore di questo giorno, perché disprezzate così tanto la vita e tutto ciò che è sacro. Io so che voi siete già morti, ombre spente di un mondo che non c’è più, avidi esseri travolti dal mutare delle cose che voi stessi create con il vendere e il comprare. Voi avete distrutto il vostro piccolo mondo umano per avidità e oggi vi prostrate per una fede interessata e meschina al nano che è sceso dal monte e dal cielo per mostrare a tutti i viventi le nostre deformità morali e la perversione dei nostri costumi.  L’animale che ha spezzato, segato, diviso e fatto portar via dai suoi servi infelici era una nobile bestia, voi tutti l’avete ammirata e in altri tempi e l’avete posta a tirar il carretto con l’immagine del patrono, l’avete vista alla destra del Podestà e a sinistra del Monsignore. Adesso che avete rinnegato la vostra antica fede la morte ha mutato ciò che era nobile e vivo in un corpo senza vita e decomposto. Solo voi date al nano del cielo il potere di decidere sul giorno del mercato, di prendere ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare; la vostra discordia è il suo potere, e a costui oggi avete tributato culto. Malvagio è colui che prende ciò che non è suo e despota colui che compensa con i beni altrui i suoi favoriti, voi siete stati despoti e malvagi contro voi stessi. Siate dunque maledetti fino al punto di sprofondare nel vostro egoismo scellerato e sparire con esso nel profondo della nera terra. Possa il vento che soffia sulle vostre porte e sulle vostre finestre ricordarvi ogni notte la malvagità della vita vostra e dove essa vi porterà.”

Dopo aver sibilato le sue maledizioni il fantasma ritornò nel profondo del pozzo. I mercanti e gli ambulanti non avevano più nulla da fare in quel luogo, accesero le loro luci e le loro lanterne e si misero in cammino, lentamente perché la stanchezza era tanta, i passi pesanti e la strada lunga.

 




29 novembre 2009

Antiche Rovine




De Reditu Suo

Antiche rovine

Arriverà prima o poi il tempo nel quale alcuni simboli della Repubblica come gli stadi di calcio saranno trasformati da chi verrà in un lontano futuro in qualcosa di buono e di sano per una popolazione italiana rinnovata. Adesso le periferie deformi, gli stadi di calcio, gli orrori urbanistici, le rotonde prive di gusto e talvolta i ruderi del recente passato industriale del Belpaese sono parte del vissuto quotidiano di milioni di italiani. Le antiche rovine delle remote civiltà d’Italia e del fu Impero Romano comunicano un certo rispetto, talvolta un vago senso di minorità rispetto alla grandezza di due millenni fa. Le opere caratteristiche di questi ultimi sessant’anni portano già ora che sono usate e parte della vita di milioni d’Italiani un senso di nausea quando finirà, chissà quando, questo tempo sciagurato questa nausea si trasformerà in una pesantissima abiura. Ritengo che le genti d’Italia attueranno verso loro stesse e verso questi anni una vera e propria abiura; non una rimozione o una sorta di autocritica ma una potente affermazione di estraneità rispetto a queste due Repubbliche. Le rovine di questi anni resteranno senza alcun popolo o alcun potere che se ne assuma la responsabilità, questi anni per chi verrà dopo questo tempo saranno incomprensibili o pensati come nati dalla follia e dalla malvagità di pochi apolidi malvagi ascesi al potere per i motivi i più strani inconfessabili. Le rovine antiche hanno padri, madri e carnefici; cosa si può dire di ciò che sta già oggi andando a pezzi nel Belpaese?

Quando affermo che "Non esistono padri, madri e carnefici," intendo affermare che la creazione delle deformità della penisola  ha  dietro di sè degli interessi più o meno legittimi, tuttavia i nomi dei politici e  degli imprenditori che hanno prodotto lo scempio e coloro che hanno lucrato sopra le cose malfatte o nate disgraziate sono sconosciuti ai più.

 Chi ha creato e fatto tutto questo pare esser stato nessuno. Questo fatto mi ricorda il grandissimo Omero e segnatamente l’episodio quando Odisseo l’eroe astuto acceca il ciclope malvagio e antropofago. L’eroe si era presentato a Polifemo col nome di “Nessuno” e quando Polifemo chiama aiuto e chiede vendetta affermando che “Nessuno” lo ha accecato. I suoi fratelli ciclopi pensano che questo “Nessuno” sia appunto nessuno e abbandonato il malvagio fratello alla sua disperazione. Ecco credo che senza qualcosa di miracoloso che congiunga la fortuna del Belpaese con le più alte speranze questo sarà il senso delle due Repubbliche per coloro che saranno dopo questo tempo. Questo sistema sarà un male inaudito che “Nessuno” ha prodotto e di cui “Nessuno” è colpevole, ma che tutti hanno subito e di cui la penisola porterà per secoli i segni.




25 novembre 2009

La Banalità di un mondo umano piccino



De Reditu Suo

La banalità di un mondo umano piccino

Il Belpaese esce dalle sue stagioni passate per esaurimento fisico, per consunzione dei corpi e delle menti di coloro che ne hanno fatto parte, fino all’ultimo il discorso su ciò  che è stato è inquinato dai rancori e dalle paure di coloro che hanno vissuto quei tempi.

Proprio gli anni che sono volati via dovrebbero far pensare intorno alla questione di cosa tiene assieme questa massa informe di esseri umani diversi e rissosi che passa sotto il nome collettivo di “Italiani”.  L’Italia della politica di questi ultimi anni è a metà strada fra l’aula di  tribunale e l’ospizio di lusso per ricoverati provenienti dai ceti più elevati della società. Quel che ho capito di questa situazione non è rassicurante, ormai le diverse genti d’Italia stanno assieme per paura e per una sorta di forza d’inerzia che sconfina nella rassegnazione, l’elemento della politica che dovrebbe adeguare le leggi ai tempi e influire positivamente sui costumi e sull’azione del governo sta giocando un ruolo perverso, di fatto divide, umilia e deprime le disperse genti del Belpaese. Le genti d’Italia si dividono e si spaccano su tutto proprio adesso che i tempi esigono delle politiche in grado di rispondere a problemi gravi, mi limito ad elencarne alcuni: scarsa mobilità sociale, disprezzo generalizzato per la cosa pubblica e la politica, povertà presente in diversi ceti sociali, razzismo strisciante, paura, egoismo sociale, indifferenza al “bene comune”, estraneità rispetto alla storia e alla cultura del Belpaese. Queste sono le basi per pianificare una catastrofe, per vedere l’ennesimo otto settembre. Stavolta potrebbe non andare così bene, finora gli stranieri non hanno voluto sostituire le popolazioni della penisola, deportarle o incenerirle. Destino che altre genti hanno incontrato nel corso del secolo scorso. Questo secolo potrebbe non essere così caritatevole come quello appena passato, e non è bene lasciarsi andare. Occorre costruire qualcosa che superi la vulnerabilità dell’essere Stato, che sia più forte delle ingerenze straniere, dei poteri finanziari. Occorre che si formi una civiltà italiana del tutto nuova in grado di reggere la sfida dei tempi. Questo non può essere il lavoro di un privato o di un cenacolo di dottori e persone di specchiata moralità, le diverse e disperse genti d’Italia devono ricostruire se stesse e creare una loro storia, darsi da sé le ragioni profonde del loro stare assieme.

Solo ricostruendo degli elementi di comune identità italiana sarà possibile uscire da questi anni funesti, da questo gelo della vita civile, morale e spirituale. La crisi in corso e l’enorme debito pubblico proiettano delle ombre inquietanti su questo mondo piccino, su quest’Italia delle certezze ridicole e delle illusioni, sulla politica del finto buonsenso e della retorica, sulle immagini rassicuranti di un Belpaese che esiste solo nel fantasia di qualche pubblicista. E’ banale ricordarlo ma nel comune sentire di tanta parte delle genti d’Italia c’è un qualcosa di profondamente estraneo alla libertà; questo strano e oscuro oggetto sta emergendo con forza spinto dalla crisi che lo svincola dalle sue catene.

 

IANA per FuturoIeri

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23 ottobre 2009

Il Belpaese e il suo risorgere

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Il Belpaese e il suo risorgere

Fra una follia imperiale e l’altra, nei ritagli di tempo di questi anni pazzi e disonesti dove anche le parole hanno perso senso e suono mi ritrovo a delineare le possibilità di una condizione diversa da questa.

In cuor mio cerco di capire come possa in un futuro ancora lontano risorgere il Belpaese e come sia possibile l’uscire dai tempi presenti. Come prima evidenza credo che risalterà e si mostrerà apertamente che gli stranieri che fanno parte di civiltà e culture forestiere ci tengono a tenere le distanze fra noi e loro con tanti saluti alle fantasie universalistiche di origine politica o mistica che nel secolo scorso hanno fatto i loro danni nel nostro Belpaese. Questo comporterà per le genti della penisola  il pensare se stessi e il darsi quel nome e quel volto che oggi l’Italia non ha.

Una seconda evidenza sarà quella di costruire una forma di civiltà italiana, ossia di creare o ricreare gli strumenti civili e culturali per affrontare questo nuovo millennio e le novità portare dalla terza rivoluzione industriale. E’ evidente che la presente rappresentanza politica è legata al trapassato remoto, alle grandi ideologie del Novecento oggi sopravvissute in forma di farsa o di testimonianza del tempo che fu nella memoria di pochi privati, vincolata a un pertinace insistere in prassi di nepotismo e piccola corruttela in politica e nella vita civile e lavorativa. Questo modo di agire e di vivere è la scorciatoia che  prepara ogni sorta di disordini e disgrazie. Il Novecento è stato benigno col popolo italiano: i massacri che ha subito sono pochissima cosa rispetto a quel che è capitato a sovietici e cinesi nel Secondo Conflitto Mondiale, le sue città non hanno subito la sorte di Dresda, di Hiroshima, di Nagasaki che sono state cancellate a forza dalla faccia della terra. Questa fortuna enorme, immeritata, sfacciata potrebbe non durare in questo nuovo secolo del nuovo millennio che si presenta inquieto e ancor più insidioso del precedente. Non è possibile costruire una civiltà sulla base dei consigli dei pochi o della volontà di un dittatore o di un partito; una civiltà è una creazione collettiva, è l’insieme dei diversi strumenti che un gruppo umano si dà per reggere alla prova del suo tempo, alle sfide materiali, sociali e morali che deve vincere se non vuol essere disgregato e assorbito, o perfino distrutto, da gruppi umani più forti, più coesi, meglio armati.

Questi strumenti vanno pensati e costruiti e nello stesso tempo occorre che prenda forma una terza cosa che oggi è assente: una comune identità italiana, o per esser più precisi una serie di valori e di regole in comune valide per le diverse e disperse genti d’Italia. Se non si può avere una creazione qui e ora compiuta, ordinata, e precisa è almeno necessario che dei privati comincino l’opera del predicatore nel deserto che prova a delinearne i confini, a descrivere le prime forme, a indicare l’urgenza e la necessità di essere qualcosa.

Ho appena descritto tre cose dal suono folle, che addirittura presentano un che di stramberia nei tempi presenti. Non posso che indicare ai miei venticinque lettori di meditare criticamente su ciò che scrivo. Ognuno, se vuole, può rispondere a quel che affermo interrogando la propria coscienza e la propria onestà.

IANA per FuturoIeri




24 maggio 2009

Il Belpaese davanti agli Dei e agli Eroi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Il Belpaese davanti agli Dei e agli Eroi…

Quanto dolore fisico e psicologico costa constatare la ricchezza del possibile e la miseria del presente, la distanza fra il mondo degli Dei e degli Eroi e il nostro quotidiano di figure squallide e meschine, di attori pessimi che calcano la grande scena della vita e della politica. Eppure occorre andare fino in fondo nel pozzo nero, guardare l’abisso per capire questo tempo, la sua decomposizione, le sue debolezze, la sua viltà e slealtà.

In fin dei conti la distanza fra modelli ideali e concrete realtà è sempre stata enorme, ma qui e ora c’è la novità di una decadenza che sembra non risparmiare niente e nessuno, è come una pestilenza, un gas invisibile che si spande in tutta la penisola e la degenera, la corrompe, la sfonda con le sue tossine. Le diverse genti del Belpaese sono malate di presente, vivono male e vivono per il qui e ora; vivono in una condizione crescente di disagio e con inquietudini crescenti questa crisi che è enorme e a differenza di quanto si dice è anche politica perché la grande posta sul tavolo verde è l’egemonia planetaria dell’Impero Statunitense. Questo momento che richiederebbe un coraggio ai confini della temerarietà  e una capacità di vedere un futuro possibile è semplicemente esorcizzato, i ceti dominanti, i leader politici al governo, i galantuomini che contano cercano d’ignorare la grande tempesta, si nascondono dietro mille travestimenti, cercano di negare l’evidenza, se è il caso danno la colpa ai comunisti e ai no-global, che non sono neanche rappresentati in parlamento. Davanti all’evidenza di questa crisi che potrebbe essere solo la prima di tante altre La stragrande maggioranza delle genti del Belpaese fugge dalle sue responsabilità, s’illude che basti accendere ceri ai santi e alla Madonna per scongiurare le crisi, che con un a buona raccomandazione fortuna e vita s’aggiustino per incanto, che il gigante americano alla fine ci salverà da ogni male, o che l’Europa, sempre più Nord-Europa, si dissangui economicamente per salvare le genti di questa penisola. Sono tutte illusioni, allucinazioni, facili fughe dalla realtà. Molto probabilmente passeremo da una crisi economica e finanziaria, a una crisi energetica, a una alimentare, a una politica e militare; i prossimi anni e mesi metteranno a durissima prova il Belpaese. Davanti al male che sta per prendere forma tutto tace e una cappa di conformismo e idiotismo da televisione-spazzatura accompagna questo scivolare verso il nuovo millennio.

Forse un giorno avremo una civiltà italiana, ma non se ne può parlare adesso.

Non qui e ora.

IANA per FuturoIeri




13 aprile 2009

A proposito del film Nazirock: qualcuno mi spieghi questo miracolo!

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

A proposito del Film Nazirock: qualcuno mi spieghi questo miracolo

(Pericle espone i meriti e il valore della democrazia ateniese, il discorso dello statista ateniese ci è tramandato dallo storico Tucidide)

Abbiamo un sistema di governo che non emula le leggi dei vicini ; ma siamo noi stessi un modello piuttosto che imitatori degli altri. E quanto al nome per il fatto che non si amministra lo Stato nell’interesse dei pochi  ma di una maggioranza , si chiama democrazia…”

Alle volte mi capita di leggere notizie che mettono in crisi il mio buonsenso. Talvolta mi capita di riflettere su quanta pazzia si scatena dalle vicende umane. La politica è ormai qualcosa di estraneo alle grandi narrazioni ideologiche, ai miti che dovevano fondare un mondo umano del tutto nuovo, alle identità forti legate a un partito. Qui in Toscana c’era un tempo un forte partito comunista che era allo stesso tempo realtà  ideologica, identità collettiva, parte politica legittima e riconosciuta come tale anche dai suoi principali avversari. Questo mondo è finito e la politica, locale e nazionale che sia, nel Belpaese si concentra sulla difesa dell’esistente e su questioni che attengono all’amministrazione, talvolta con risultati grotteschi quando non oggetto dell’interesse della magistratura. Questa dimensione dell’appartenenza a dei valori e a qualche forma d’identità collettiva viene fatta propria da piccoli gruppi, spesso da piccoli partiti di estrema destra, mi chiedo a che punto è arrivata questa democrazia se una cosa del genere sembra depositarsi in realtà talvolta filo-fasciste o peggio para-naziste. Un documentario discutibile, edito da Feltrinelli in coppia con una raccolta di saggi sul tema niente male, per la sua impostazione dal titolo Nazirock mostra alcuni aspetti di queste identità politiche basate su fragili basi culturali e politiche ma su un forte senso d’appartenenza a un gruppo coeso. La mitologia fascistoide che incensa questi gruppi mi pare strettamente collegata al senso del gruppo, va da sé che il piano della storia è limitato al senso dell’essere eguali solo fra sè e alla sfida palese che portano alle democrazie e al buonsenso. Qualcuno deve però illustrarmi come si è potuto dare il miracolo odierno di una resurrezione sia pure in forme limitate e caricaturali di queste ideologie seppellite dallo sfacelo della Seconda Guerra Mondiale. L’evidenza mi porta a pensare che queste democrazie, perché il problema della minaccia comunista è cessato da due decenni e non può essere usato per giustificare quelle appartenenze, incentrate sul culto del Dio-denaro, sul darwinismo sociale, sulla prevalenza del ricco sul povero hanno lasciato sul terreno migliaia di infelici, di poveri, di gente che non è riuscita a strappare all’avidità del sistema sociale il suo piccolo “posto al sole”. Gli esclusi da questo finto benessere, da questo falso paese dell’abbondanza non aspettano che una bandiera sotto la quale sfogare il loro odio contro un modello economico che li penalizza e li opprime e li costringe alla marginalità economica, politica e sociale. Certamente le forme nuove di neo-fascismo hanno intercettato questo grande malessere e lo hanno fatto proprio e, per così dire, ci lavorano sopra per creare consenso trasformandolo in realtà politica.

La democrazia o è per tutti o è per nessuno, o è una cosa diversa dalla democrazia.

IANA per FuturoIeri




23 agosto 2008

APPUNTI BERLINESI 2

 

Non credo di essere il solo, ma quando son tornato dalla Germania in Italia ho avuto come una vertigine, come la percezione che qualcosa di sbagliato sia nell’aria. In effetti in questi primi giorni post ferragostani fra grandi eventi internazionali che non smuovono il ministro degli esteri e le dichiarazioni del Bossi, mi pare ministro delle riforme, è difficile ri-ambientarsi. Ci riuscirò ancora una volta, non dubito. E’ un po’ come il vivere su un’isola, al mare ci si fa l’abitudine.

Quello che c’è intorno a me un po’ mi spaventa, come ad esempio le ferragostane raccolte tragicomiche delle ordinanze dei sindaci, nelle quali si evince che ciò che può essere vietato in un comune può essere lecito in quello accanto. Quindi potrei fare una cosa illecita in un comune e magari dall’altra parte della strada in un diverso comune l’illecito è lecito e viceversa. Provo a fare un piccolo esempio. Nel comune A magari è vietato stendere i panni in pubblico, allora è bene spostarsi nel comune B dove è lecito. Però nel comune B i bambini non possono giocare nei giardini pubblici, allora l’accorto padre di famiglia fa giocare i bimbi nel comune A dove è lecito e mette casa nel comune B, magari sull’altro lato della casa, così può stendere i panni in pubblico. In entrambi i comuni c’è le multe per i fidanzatini che si baciano vistosamente in pubblico, allora l’accorto padre di famiglia scongiura la figliola adolescente di spostarsi nel comune C dove le ordinanze sono più tolleranti in materia di decenza pubblica, il quale magari non è lontano ma è in fondo alla strada.

Sciocchezze? Credo proprio di no!

Si sta ripresentando un Belpaese quasi feudale dove ogni realtà fa quel che gli pare, anarcoide nel suo cieco egoismo, senza punti di riferimento e senza ambizioni che non siano gli stretti interessi privati dei singoli e le loro manie di protagonismo. L’attivismo di sindaci e in qualche caso degli assessori in materia di ordine pubblico può fare un po’ di colore, dare visibilità a questo o a quello ma il degrado è interno a questa società e non è portato dall’esterno da soggetti marginali o delinquenziali di piccolo livello. Quello che manca al Belpaese è ambizione, volontà, capacità di fare il gioco di squadra, vedute politiche ampie. Quello che c’è sono ambizioni di corto respiro, ignoranza, superstizione, faciloneria, volontà di credere nei miracoli, ottusità, menefreghismo, egoismo, talento criminale. Se non viene punito il livello più alto del delinquere, ossia quello della criminalità finanziaria e dei colletti bianchi sarà impossibile indirizzare l’intera società verso un livello decente di legalità e coesione interna. Per fare cosa poi! Questo è un paese dove il figlio del notaio fa il notaio e il figlio del medico fa il medico, dove le carriere negli ordini professionali che contano si ereditano, per così dire, dove è bassa la speranza di migliorare la propria condizione sociale. E’ molto difficile mettere in riga la popolazione senza avere speranze per tutti e senza quei legami che tengono assieme un corpo sociale eterogeneo come il nostro. La forza, il credere nei miracoli e nelle delibere più o meno estemporanee non basterà. Questo Belpaese un giorno dovrà pur rendersi conto di far parte dell’Europa, dovrà prima o poi rinunciare a credere nei miracoli, a seguire ora quello ora quell’altro espediente, lasciare il discutibile talento nell’improvvisazione e nella recita estemporanea in materia di gravi decisioni politiche per iniziare a costruire qualcosa che davvero assomigli a uno Stato, che sia Europa, che sia una cosa credibile, ossia NOI STESSI..

IANA per Futuroieri



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