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5 giugno 2009

Ma dove sono i problemi della mia generazione?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Ma dove sono i problemi della mia generazione?

 

Da tempo sono funestato dai dibattiti televisivi, dalle discussioni di coloro che vivono sulla gestione del consenso e della cosa pubblica, dai troppi luoghi comuni, dalla gente intervistata per pochi secondi sugli argomenti i più strani. In tanta abbondanza di aria fritta e parole al vento mi pare che manchi una sincera, nobile, alta volontà d’occuparsi dei problemi della mia generazione quella dei tanti che sono fra i trenta e i quarant’anni. I motivi di preoccupazione non mancano: lavoro precario, difficoltà a formare una famiglia di qualsiasi tipo, affitti alti, mutui per la prima casa cari o inaccessibili, poca meritocrazia nell’accesso alle carriere che contano, famiglie d’origine anziane o in crisi, inquietudini sul futuro come privati e come realtà collettive o sociali. La mia modesta impressione è che aldilà di programmi elettorali, delle dichiarazioni di principio, delle ostentazioni di facciata di questa generazione freghi ben poco. Sono di gran lunga più importanti i cantieri delle grandi opere sia a livello nazionale che locale, la questione delle immigrazioni clandestine e delle  pensioni che mobilitano milioni di potenziali elettori anziani terrorizzati  dalla possibilità di perdere qualcosa per colpa dell’immigrato “che ruba” o di una riduzione di quel che gli entra in tasca, le invenzioni della polemica elettorale stretta fra la necessità dei ceti che vivono di politica di mettersi d’accordo al momento opportuno e quella di far finta di litigare su qualcosa. La generazione a cui appartengo è per così dire, forzata dal clamoroso silenzio della politica a pensare da sé sola ai suoi guai; essa è di fatto invitata a far da sé, ad arrangiarsi, ma attenzione: deve farlo in assenza di concrete possibilità e risorse. Questo tirare a campare è un bruciare la casa in pieno inverno per riscaldarsi per qualche ora, si tratta di una scelta che costerà un prezzo spaventoso alla società italiana e a tutto ciò che tiene in piedi il Belpaese. Sinceramente gradirei da parte dei nostri candidati dei fragorosi “Me ne frego”, l’espressione è fascista ma rende bene l’idea della natura del Belpaese dove chi non ha famiglie importanti alle spalle o protettori difficilmente può aspirare ad ascendere la gerarchia sociale, che ormai coincide con la pura remunerazione economica. Perché la questione è anche e prima di tutto una questione di soldi, ora che la ricchezza scarseggia le povertà emergono e l’egoismo sociale diventa fattore di crisi dell’identità dei singoli e della collettività. Del resto nel nostro amato stivale l’uomo è ciò che ha e se non ha non è.

Il futuro non esiste ad oggi nel Belpaese perché da anni non c’è più politica, quella che si vede è la sua caricatura, o peggio la sua decomposizione, le nostre genti ritrovano l’arte d’arrangiarsi sulla via di una nuova disperazione.

IANA per FuturoIeri




23 agosto 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 2

E’ per me penoso tornare sull’argomento di quanto la realtà di questo paese smentisca ogni legittima aspirazione, ogni volontà di andare oltre la realtà, di costruire qualcosa di nuovo.

Il Belpaese si presenta sempre sotto i soliti panni meschini del vorrei ma non posso, dell’essere vaso di coccio fra vasi di ferro, del credere nei miracoli perché non è più possibile credere nella nuda realtà e nel valore del merito e della competenza. Un piccolo esempio di cosa siamo lo racconta un breve articolo di Repubblica, il noto quotidiano moderato, del 18 agosto 2008. Il titolo è questo:“Fioretto in economy, calcio in business in aereo medaglia non significa classe”. L’articolo a firma di Mattia Chiusano racconta che i giocatori di calcio nostrani alle olimpiadi hanno avuto dalla Figc il biglietto pagato nella classe superiore, mentre le fiorettiste, che comunque erano arrivate al podio e alla medaglia, avevano quello del Coni in classe economy, all’aereoporto le vincitrici hanno visto i perdenti a un gate diverso dal loro, quello della classe superiore. Sono stati perdenti e, in questo trattamento, premiati i giocatori di calcio del Belpaese. Questo non è solo l’ennesimo atto arrogante di un calcio nostrano sempre meno sport e sempre più circo e corte dei miracoli ma la dimostrazione del profondo disvalore che ha oggi il merito nel Belpaese. Ogni atto meritorio e buono del nostro agonismo nazionale è un atto di forza contro questa putrefazione che ci opprime. Indico quale evidente fenomeno di decomposizione il profondissimo disprezzo del merito e del valore che è insito nella società italiana. Parlo di società al singolare ma di questi tempi il Belpaese è talmente confuso che forse più che di un solo popolo e di una sola cultura sarebbe necessario parlare di una serie di realtà diverse che si sovrappongono spesso senza neanche conoscersi, e che per incastro e quasi per miracolo formano le nostre genti.

Del resto non potrebbe non essere così, i fenomeni di globalizzazione dell’economia hanno accentuato ciò che divide gli italiani e colpito duramente ciò che li tiene assieme. In una realtà dove è importante solo il Dio-denaro e i consumi di lusso, dove l’unica cosa che conta è il successo economico i valori che normalmente tengono assiene popoli e comunità si svalutano o si dissolvono. I peggiori difetti e le tragiche piccinerie delle nostre sedicenti classi dirigenti trovano un buon terreno per prosperare, tuttavia in tanta sciagura qua e là si vedono atti di testimonianza che vanno in direzione opposta alla tendenza. Fra questi sono da considerare positivamente anche le nobili imprese degli sport minori. Così vengono comunemente nominati, ma le loro medaglie e le loro vittorie sono di solito non minori ma maggiori a causa dell’umilità e del sacrificio che gli atleti sostengono per arrivare ai risultati. Altro che nazionale di calcio alle olimpiadi.

IANA per Futuroierii




5 marzo 2008

TARDO IMPERO

L’Italia è uno dei pochi agglomerati di esseri umani del Pianeta Azzurro dove si manifesta una devota continuità al peggio ricevuto in eredità dagli ultimi secoli dell’Impero Romano d’Occidente. Il riferimento va all’abitudine di ereditare la professione dei genitori e in specie del padre, come accadde nella Penisola quando l’Impero in preda alle invasioni barbariche e alla crisi economica e demografica cercò di stabilizzare la società imponendo per legge l’ereditarietà delle professioni e dei mestieri.

I fatti sono noti e anche un quotidiano come “La Nazione” il 29 febbraio 2008 ha dedicato un’articolo con un titolo davvero insolito per quel giornale:”Meno laureati, più figli di papà. Il 40% eredita la professione”. Ovviamente sono le professioni più lucrose e di prestigio che vedono in modo clamoroso la manifestazione di questo fenomeno. Questo costume vede maggiormente interessate le facoltà di: Architettura, Giurisprudenza, Chimica, Farmacia, Ingegneria, Medicina, Economia.

Fuori dalla cronaca c’è da chiedersi che senso possa avere per un tale che vive e lavora in Italia comportarsi in modo decente e responsabile quando è evidente che ad un comportamento buono&corretto non seguirà la ricompensa di un’ascesa sociale o un compenso in denaro o una crescita in stima sociale. Non si vive di solo pane, questo è vero, ma saltare i pasti quando qualcuno mangia al tuo posto dà molto fastidio. Questa società immobile non è solo corrotta, è anche criminogena al massimo grado. Essa mostra al forestiero residente, allo straniero immigrato, al Mario Rossi di turno come sia incapace di provvedere al mantenimento della promessa politica che è la chiave del suo attuale assetto istituzionale che è l’elevazione morale, materiale e spirituale del cittadino attraverso il lavoro. Se il primo principio è diventato acqua fresca a cascata tutto l’impianto del sistema è già andato a pezzi, ciò che era creduto prima è ormai una fantasia coltivata da pochi, o peggio una tragica carnevalata che nasconde sotto le molte maschere e i variopini costumi il non-volto e il non-corpo di una popolazione&società italiana priva di valori condivisi e di forza morale. Ci tiene assieme più la noia, l’amore per il denaro, la paura di nuovi disastri e uno spirito negativamente fatalista che non qualcosa di sano e positivo che potrebbe dare la cifra di un Futuro da costruire, l’orizzonte di una Nazione ancora da definire. Rimane da chiedersi quale prezzo costerà uscire dal nostro piccolo Cuore di Tenebra.

IANA per FuturoIeri   http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 

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IL VOTO UTILE? QUELLO CHE NON DIAMO A VELTR-USCONI !



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