.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


3 agosto 2012

Le Tavole delle colpe di Madduwatta Terzo Libro. Un cocomero ben tagliato

"Segreto svelato" di I. Nappini



Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Il Cocomero ben tagliato

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Il numero due degli Xenoi mi congedò ed io lo salutai come talvolta si salutano ossia con un leggero inchino della testa e mettendo la mano aperta sul petto. Ciò fatto andai verso il comandante, l’impressione di quel breve incontro era stata enorme. Il comandante mi sembrò sereno e con aria confidenziale mi disse:”Ein Stück der Wassermelone?”, sulle prime non compresi. Aveva usato il tedesco per chiedermi se volevo andare con lui, voleva offrirmi una fetta di cocomero. Che cosa curiosa. C’era una tradizione da quelle parti, in quella città; d’estate alcune bancarelle offrivano cocomero gelato per pochi spiccioli ai passanti. Precisò:” Fa caldo, perché non ci concediamo una fetta di cocomero bella gelata, so io un posto straordinario.” Accettai subito stupito dell’offerta. Fece un cenno e la macchina si avvicinò all’uscita. Disse all’autista:” Sulla passerella, quella prima del ponte rosso”, mostrò su un tablet la mappa e una foto del punto, il tipo al volante fece un cenno di aver capito e in pochi minuti eravamo già in strada diretti dalla parte opposta della città.  Lui mi parlò con tono amichevole:” adesso la porto nei pressi del principale parco della città,  troverà ben poco di monumentale ma è comunque un posto gradevole. Personalmente mi sono cari certi luoghi popolari, semplici.” Arrivammo in un quarto d’ora, non c’era traffico sulla strada, la macchina parcheggiò presso una piazzetta e ci avvicinammo al banco del rivenditore di fette di cocomero collocato  nelle vicinanze di un ponte pedonale sul fiume, il luogo era semplice e privo di decorazioni e di cose notevoli. Il caldo era forte e la polpa rossa fredda, dissetante e dolce proprio quello che ci voleva, con due soldi il comandante mi aveva dato una piccola lezione di gastronomia da strada locale. Lo ringraziai per il gustoso sollievo, l’emozione era stata grande e un piccolo momento di calma era prezioso, la tensione si allentava; fu allora che m’invitò a far due passi, dietro il chiosco si apriva un piccolo viale alberato. Fu l’occasione per fare due passi e parlare del più e del meno, ad un certo punto della conversazione il comandante volle mostrarmi un punto dal quale s’osservava il fiume dall’alto di un argine, una pescaia, le rive sassose e il parco alberato sullo sfondo. Il tutto aveva un fascino da cartolina, da acquerello comprato in qualche negozio di souvenir. Chiesi qualche notizia su quel posto, cose comuni, se c’erano delle storie al riguardo, se c’erano racconti di battaglie…

Lui mi parlò così indicando una pescaia semplicissima sul fiume:” Vede questo  luogo è un luogo semplice, è la periferia del fiume; la parte storica della città è dall’altra parte. Questo è un quartiere dove vive la gente comune, gente semplice. Il potere che abbiamo conquistato assieme agli Xenoi viene dal conoscere queste pietre, queste case, questo fiume, questi alberi e questi prati. Viene dalle cose piccole, dalla banalità, dalla semplicità. Sapere è potere e noi come certi guerrieri d’altri tempi ci siamo messi a conoscere noi stessi, il proprio luogo di vita, la propria storia, la natura. Ci ha aiutato ad avere una disciplina, ad aprire la mente, a prepararci ai disagi della guerra e della vita in clandestinità e della normalità nella gestione del potere.”.

A quel punto compresi al volo che dovevo approfittare di questa inaspettata confidenza:” Quindi una sorta di consapevolezza interiore, di spirito guerriero, di forza morale d’altri tempi era per voi fonte d’ispirazione, di coraggio?”

Lui fece una smorfia e disse: “ Perché tante e tante volte le genti di questa penisola hanno fallito nel corso delle loro rivolte, delle loro congiure, delle loro ribellioni? Perché andavano in ordine sparso, senza disciplina, senza logica, avendo in testa interessi personali, speranze private di ricchezza, desideri di vendetta, odio.  Per ciò che riguarda i capi le ambizioni personali, il doppiogioco, l’ indisciplina, le affinità con la delinquenza erano la regola e questa era la zavorra di tanti movimenti e gruppi politici del passato con ambizioni rivoluzionarie o sovversive. Sono miseramente affogati, la loro memoria si è perduta, le loro ambizioni dissolte, le loro speranze sparite. Noi non potevamo fallire in modo miserabile, in modo meschino come era già accaduto nel passato. Quindi ci siamo forzati alla disciplina e allo studio delle arti marziali. Troppi movimenti politici nel passato sembravano la cattiva copia della delinquenza comune, delle bande mafiose, della feccia di strada che vandalizza qualche quartiere popolare, che fa casino per svaligiare un supermercato o solo per far a botte con la polizia. Questo Belpaese  merita qualcosa di più , molto di più dell’ennesimo bivacco di ladri, teppisti e cialtroni travestiti da politici, da tribuni, da rivoluzionari. Poi c’è una cosa ancora. Erano spesso gente priva d’arte, di poesia, di filosofia , di retto e  corretto sapere. Con gente simile anche le migliori cause scadono nelle degenerazione e nel disastro“. Il comandante aveva le idee chiare e precise. Non potevo dargli torto, in fondo il vecchio ordine era pieno di cose corrotte e disastrate;  in quelle frasi vi fossero dosi forti di verità mischiate a risentimento e rabbia. Poi era anche vero che queste popolazioni erano state governate da potenze straniere, da despoti e tiranni domestici, da politici espressione della criminalità organizzata. Mi sembrava sicuro di sé. C’era un che di fastidioso nel suo fare.

Volevo smontarlo, almeno un po’; volevo approfittare della situazione venuta in essere con questo dialogo. Quindi chiesi in cosa davvero lui e i suoi amici e compagni d’arme ritenevano di essere migliore di tanti altri che avevano provato a far cose simili, a far rivolte, sommosse, rivoluzioni. In fondo con così tanti esempi cattivi del passato c’era da pensare che anche sua eccellenza potesse essere incluso nel numero dei candidati al fallimento.

La provocazione lo scosse solo un poco. Mi sorrise. Indicò il fiume, le due rive  e  la pescaia

Poi mi disse più o meno queste cose: “ Il pericolo del fallimento è forte, ma proprio per questo ci proponiamo una disciplina di partito e marziale. Si tratta di far molto di più e meglio di quanto da queste parti si è visto in passato. Vede non è che in passato mancassero buone idee o buoni ideali. Mancavano gli esseri umani in grado di realizzarli, di portarli a  buon fine. Anche il materiale umano conta. So che è una brutta espressione ma le cose stanno così. Se non liberiamo noi stessi dalla spazzatura che abbiamo in testa, dalle ambizioni sceme, dal cretinismo portato dall’egoismo falliremo di nuovo, come è successo tante volte. Ecco la necessità di fare un salto, di andare oltre grazie ai nostri alleati Xenoi. Non possiamo oggi scappare nel ricordo del passato come tante volte hanno cercato di fare i rivoluzionari, i ribelli, gli eversori. Inutile il cercare in cose morte, nei detriti di storie politiche e sociali finite da generazioni l’ispirazione per un riscatto collettivo, per una salvezza di tutti o di qualcuno. La salvezza può venire solo da una proiezione in avanti, da una rivoluzione sì; ma non come ritorno alle origini. Non c’è un paradiso perduto nel passato recente o remoto che sia, ciò che siamo e che potremo essere si decide qui e ora. Il passato serve forse a non perdersi, a capire da dove si è partiti, ma non può essere il suo ritorno la nostra causa. Vede il fiume, oggi è lento e pigro nel suo scorrere, in inverno è forte e impetuoso. Il fiume non è mai uguale e quella pescaia oggi è emersa, visibile. In altri momenti pare sparire sotto la forza delle acque. Il fiume non si ferma mai. Cercare l’acqua del fiume di venti o trent’anni fa è pazzia, ogni presente scrive da sé la sua storia. Anche il nostro presente scriverà la sua storia e costruirà da sé le sue regole. Quindi siamo forzati per così dire all’esercizio della virtù, alla disciplina, ad essere una forza che si muove tutta assieme con uno scopo collettivo; dobbiamo fare il nostro percorso, costruire un mondo materiale e umano e non rapinare i detriti di società umane rovinate e di realtà politiche scomparse. Rapinare i vinti, gli scemi e la gente ignorante è stata per secoli l’abitudine delle minoranze al potere da queste parti, ossia abitudini criminali e criminogene”.

C’era molto di vero nelle sue parole e c’era anche il desiderio di giustificare se stesso, le proprie azioni, i ricordi. Sorrisi e dissi due o tre parole di circostanza mentre ammiravo il paesaggio.




5 luglio 2012

I primi appunti sul processo - note e scritti su un testo tutto da scrivere-

Assedio di I. Nappini




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

I primi appunti sul processo

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

 

Ripetevo gli stessi gesti, in modo nervoso e un po’ seccato. La camera presa in affitto mi sembrava maledettamente piccola e la mia raccolta di vocabolari e di testi mi sembrava inadeguata.    Andavo dalla scrivania dove avevo collocato il computer  per scrivere i miei appunti e le mie note al materiale cartaceo. Non ne uscivo fuori, rimanevo incastrato in cattive immagini, mi perdevo in pensieri oziosi, in visioni deludenti, in letture parziali; in breve perdevo tempo. La mia curiosità e il mio interesse si disperdeva in mille cose diverse. Poi arrivai alla prima domanda seria. Perché loro?

Perché proprio degli esseri squallidi, dei guitti dell’informazione e dello spettacolo, dei personaggi vissuti di pubbliche relazioni, di pubblicità commerciale e propaganda travestita da notizie vere, di delazioni vergognose, degli squallidi pubblicisti al soldo di chi paga dovevano essere al centro di un processo esemplare. Perché proprio loro. Sulle prime pensai a un processo ridicolo, ai capri espiatori, a una sorta di sacrificio animale. Poi mi resi conto che la cosa  era più complicata. Volevano quelli lì e proprio quelli. Dovevano esser messi davanti ai loro delitti, alla loro miseria morale, al loro  vendersi per soldi o per qualche favore; dovevano essere l’esempio negativo. Il senso del processo era la messa in stato d’accusa di tutto il passato “occidentale” di queste popolazioni, ciò che era stato prima doveva prendere l’aroma della vergogna  e della truffa, dietro questo regime nuovo più o meno rivoluzionario non doveva restare nessun punto di ritorno, nessun tempo delle origini. Ma perché allora proprio delle cialtrone televisive, dei giornalisti venduti, dei pubblicisti usi alla menzogna. Poi compresi. Quelle categorie umane erano state per decenni l’immagine della cultura popolare della lega più bassa e vile, ma erano stati un pezzo del quotidiano e  del vissuto, i servi squallidi delle minoranze al potere e degli alieni nemici degli Xenoi e intrattenitori della popolazione di questo paese. Non le rovine degli antichi, i ruderi delle fortezze medioevali, le ville del Rinascimento o le meraviglie architettoniche dell’età Industriale,  ma al contrario i miserabili della televisione e della stampa e della rete erano il passato da stroncare, il passato pericoloso. Pericoloso perché molti non si ricordavano di coloro che avevano costruito la ferrovia, il mercato coperto, il castello, la villa reale, il rudere dei cavalieri crociati o la villa romana, le mura cittadine. No i molti si ricordavano del tale che si era presentato nel salotto televisivo con la cravatta color aragosta, della presentatrice bellicista con la minigonna e la magliettina, del demagogo sudato e  cialtronesco nel discorso con la canotta militare presa al mercatino etnico, della cicciona volgare della televisione che insultava a destra e a manca, del politico che si presentava alla tribuna politica con i colori della squadra della città o della nazionale di calcio. Il cretino televisivo e la scema di turno  da film amatoriale erano i campioni della civiltà da poco scomparsa e quelle dovevano essere le bestie da uccidere, il lupo al quale doveva esser fracassata la testa per far felici pecore e pastori. Era così evidente che mi son chiesto perché non avevo capito subito la cosa, ma questo poi mandava la mia persona a sbattere contro un diverso problema.  Una volta stroncato questo modello scellerato con cosa sarebbe stato poi sostituito? Cosa volevano fare di questi popoli? Come volevano integrare gli alieni Xenoi dentro la popolazione locale? Quel processo conteneva molte risposte. Una delle cose che gli eserciti fanno durante un conflitto è conquistare appoggi presso le popolazioni invase con la propaganda di guerra o manipolare con soldi, corruzione, ricatti, favori associazioni umanitarie, gruppi culturali, minoranze religiose per far passare come cosa buona e giusta la loro impresa militare e i loro propositi di conquista. In particolare nella guerra a bassa intensità è vitale per un esercito occupante costruire attorno alla sua presenza una rete di consenso. Qui era però diverso. Questa non era esigenza di guerra, e neanche un tentativo di stroncare qualche gruppo di dissidenti o di ribelli locali distruggendo la rete di complicità e la loro credibilità. Questa era volontà di mettere una sepoltura su un tempo finito e di criminalizzare l’immagine del passato. Ciò che era stato il precedente regime in blocco era quella cosa lì: l’ultimo esito e tragico esempio umano di decomposizione civile e morale. Questi i nomi: Michele Tito Stano, Giorgio Meschini, Gano Serrat, Pina Riccobaldo da Ferrara, Maurizia Pigalle, Maria Battista de Melis e infine Puddu Maligni. Quattro uomini e tre donne messe davanti al fallimento del loro regime e della loro esistenza. La sentenza di morte era già scritta, il problema era come ci sarebbero arrivati. So come ce li voleva portare il comandante Giosia: in ginocchio, anzi strisciando fino al patibolo.

Cominciai a vedere la cosa nel suo complesso; questo non era un caso minore, uno studio da tesi o da ricercatori di seconda fila, dietro questi fatti c’era il senso di un passaggio di stato. Era la mia occasione, poteva essere il mio biglietto per la carriera accademica se fossi riuscito a trovare il senso politico e propagandistico di questo processo. Inoltre la sfortuna aveva fatto sì che molti degni compari e complici di questi sette fossero dispersi, stati linciati, massacrati dalla folla, uccisi sul posto. Avevo trovato la ragione del mio lavoro, del mio studio e una forse carriera.




27 giugno 2012

Appunti profetici e sparsi su uno scritto da fare




opera di I. Nappini




Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Una notte difficile

( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Fra le cose notevoli che voglio presentare ai miei lettori una mi resta difficile da esprimere. Si trattò della notte prima dell’incontro con il numero due del regno Xenoi. Ero pieno di paura e di tensione, si trattava di una breve udienza, forse venti minuti; ma a parte alcuni leader politici e ministri degli esteri delle grandi potenze imperiali quasi nessuno aveva avuto occasione di rivolgere la parola a un capo politico e  militare Xenoi di rango così alto. Non riuscivo a dormire, mi giravo nel letto, dovevo essere lucido ma la tensione mi forzava a bere una o due bottiglie di birra locale, curiosamente era di ottima qualità. Cominciò a farmi male la pancia, sudavo, poi mi addormentai e sognai di essere una persona diversa, in un paese diverso, con un lavoro che non era il mio. Ero uno che viaggiava, parlava, incontrava gente, la cosa era piacevole, divertente. Poi mi svegliai. Era mattina tardi e un sole caldo e generoso inondava con i suoi raggi il letto, le lenzuola e la mia persona. La testa era pesante ma subito compresi cosa dovevo fare; prepararmi convenientemente per l’appuntamento. In frigo avevo lasciato la colazione una cosa semplice e leggera: caffè, latte, una mela, qualche fetta di pane, burro, la locale crema di cioccolato peraltro ottima. Volevo star leggero, senza digestioni complicate avrei avuto più lucidità. La primavera era ormai tarda e era necessario lavarsi bene per non sudare, profumarsi, prendere gli abiti migliori e indossarli. Il tutto andava fatto con semplicità e  senza ostentazione. Mi ritrovai vestito di bianco e color crema, a ripensarci c’era qualcosa di funereo in questo mio abbigliamento. Aspettai per una o due ore fino a quando due auto mi vennero a prendere, una era per la scorta e la seconda era per me, entrai. C’era il vecchio comandante nell’auto. Mi parlò brevemente dando alcune raccomandazioni generiche, il luogo dell’appuntamento era nella zona signorile della città, sul colle dove era posto il Belvedere; in un giardino ben curato, aperto al pubblico per alcuni giorni dell’anno, sua altissima eccellenza mi avrebbe ricevuto per pochi minuti. Ella era interessata alle rose che là erano coltivate e alle piante ornamentali, in un certo senso ella esprimeva così un sentimento gentile, quasi umano. O forse no, si trattava magari di una curiosità scientifica legata alle proprietà farmacologiche e alimentari delle piante ornamentali e da giardino locali. La strada salì per poche centinaia di metri fra ville immerse nel verde e alberi bellissimi, fiori, erba freschissima e odori molti forti, fra i quali quello di magnolia. Sul marciapiede  qua e là c’erano a gruppi di due o di tre dei soldati dei corpi speciali, gente a passeggio, qualche operaio, qualche giardiniere. Le vetture si fermarono sul piazzale del belvedere della città, subito una scorta comandata dallo stesso comandante mi condusse nel luogo dell’incontro. A quel punto la situazione cambiò, ad aprire i cancelli del giardino c’erano due Xenoi in alta uniforme. Mentre entravo uscivano degli umani con delle borse e dei comunicatori, forse miliardari in cerca di protezione, forse ambasciatori, o forse capi politici di qualche nazione umana. La scorta rimase a breve distanza, il comandante mi prese per un braccio con gentilezza, sapendo il misto d’imbarazzo e di paura che covava dentro di me, era un gesto carino; in un certo senso voleva aiutarmi e stava facendo di più del dovuto. O forse sapeva che quella del primo incontro con uno dei capi Xenoi era una cosa traumatica, una sorta d’iniziazione al futuro. Il comandate mi portò presso un pino in un angolo del giardino e disse: Eccellenza, ecco l’uomo di cui vi ho detto”. Allora mi accorsi di essere vicino a una creatura di quasi due metri, sembrava una divinità egizia, una sorta di Dea Iside tutta bianca, con una pelle lucida che pareva riflettere la luce solare, o forse l’assorbiva, non so. All’inizio non riuscivo a vedere il volto, era una sorta di creatura accecante, comunque doveva essersi ambientata piuttosto bene, non sembrava usare apparecchi sofisticati di supporto vitale. La sua tuta era molto semplice, elementare e sembrava spalmata sul corpo più che rivestirlo era di colore Rosso scarlatto, qualche fregio semplicissimo color oro, pantaloni bianchi, stivaletti neri, guanti neri. In effetti faceva paura e suscitava un senso d’inferiorità. Quella creatura lì era il numero due degli Xenoi la sua scorta visibile era di quattro unità, due evidentemente addette alla sua sicurezza con le armi del caso e due con della strumentazione, evidentemente erano delle segretarie o esperti di comunicazione o qualcosa del genere. Probabilmente c’erano altri Xenoi a dovuta distanza, tuttavia quella piccola folla mi rendeva inquieto, se fossi stato nudo e legato davanti a un campione di boxe mi sarei sentito molto più forte e sicuro. Quella creatura emise delle parole, non le compresi sul momento, il comandante mi disse: presentati e dopo ti lascerò solo per circa venti minuti. Poi verrò a riprenderti, mi metterò là vicino al roseto grande. Indicò un punto nel giardino. Così iniziò il colloquio con una presentazione impacciata che suonava più o meno così:” professor Ulmann, da Berlino; sono estremamente onorato di poter parlare con sua eccellenza illustrissima e la ringrazio dell’udienza in forma privata”. La creatura usava un traduttore sofisticato, riproduceva una voce che forse era la sua, c’era qualcosa di singolare, non era qualcosa di artificiale, l’essere aveva una padronanza di sé spirituale e mostrava una cultura e un talento geniale profondissimo, maturato in secoli e secoli di vita. Rispetto al grosso dell’umanità era un Dio, o qualcosa che assomigliava ad uno degli esseri immortali dei miti e delle leggende. Così mi rispose: ”Ho stabilito che questo luogo confortevole e bello per voi umani potesse metterla a suo agio. So che la primavera e i fiori e gli odori delle piante più belle hanno un positivo effetto sul vostro carattere. Questo è uno dei luoghi più confortevoli della città per fare della contemplazione della natura e dei suoi odori e dei suoi colori.” Mi aveva preso per il verso giusto, e disarmato intellettualmente, risposi subito:” Ringrazio sua eccellenza per la cortesia di parlarmi in uno dei luoghi più belli della città, segno della stima e del rispetto che voi Xenoi avete per gli umani. Del resto è noto che quanto avete conquistato sul pianeta Azzurro o sottomesso alla vostra volontà è stato da voi curato con attenzione e come dite spesso “migliorato”, anzi “redento”. Non capita spesso di trovare invasori così belli, forti, potenti e amanti del bello e  della natura. Mi permetta quindi…

L’essere parlò prima che potessi finire:  “ Professore devo chiederle io una cosa prima d’iniziare, a cosa o a chi va la sua fedeltà, ovvero l’essenza più intima e profonda del suo comportamento in questa vita.”

Non sapevo che dire ma risposi” A me stesso… voglio far carriera. Per quelli come me è importante.”

Lei:” Al mio sovrano, che è il mio Dio Vivente e il mio popolo, e la mia anima, e l’anima di tutti gli Xenoi che si fanno uno in esso. Noi siamo unità, molti e uno nello stesso tempo. La volontà del sovrano è coincidente con quella delle sue genti e dei suoi schiavi e delle forme di vita inferiore che voi definite animali o beni di consumo, abbiamo le nostre forme di rappresentanza, perfino di scelta dei capi  e dei processi elettorali.  La nostra autocoscienza e natura spirituale  e sacra si fa uno con il Dio Vivente  che assomiglia a uno dei Cesari dell’antichità, a una sorta di re-sacerdote delle epoche umane più oscure. Il nostro sovrano è il garante di una forma d’identità collettiva che è anima e autocoscienza viva . Questa guerra contro i nostri nemici locali ci ha rivelato degli alleati imprevisti e utilissimi, senza i quali l’impresa non sarebbe riuscita così bene.  Queste genti di queste terre hanno conosciuto per secoli e per generazioni diarchie tragiche, rovine di regni, distruzione di Stati, scomparse di grandi imperi perché i poteri si spaccavano in due, tre, quattro parti, la religione di Stato cercava di strappare privilegi allo Stato, lo stato cercava di sequestrare i beni dei religiosi, i ricchi opprimevano i poveri e i poveri si rivoltavano contro di loro o li tradivano in mille modi, troppi rubavano o erano meschini e dissoluti  e intanto  popoli stranieri invadevano, rapinavano, violentavano, rubavano. Noi come Xenoi  possiamo con la nostra civiltà porre dei limiti a tutto questo, loro possono aiutarci a mettere solide basi qui e a stabilirci in via permanente. Ecco la fondazione di questo matrimonio di civiltà che là nelle vostre terre temete, noi meno alieni e loro un po’ meno umani. La speranza nello scorrere dei millenni è fondare una sola civiltà e un tipo di umano del tutto nuovo, una sorta di popolo nuovo in grado di vivere qui e di esser il meglio di entrambe le specie umanoidi. ”

Un bel colpo, accidenti! Tutto era chiaro e senza giri di parole. Il problema è che essi con questa fusione creavano una potenza imperiale nuova, certo volevano pagare il biglietto per così dire ai popoli umani, ma le loro intenzioni erano di restare e di fare qui il loro regno. Mi apparve in tutta la gravità il problema del Belpaese e delle sue genti. Lo sdoppiamento dei poteri, la doppia, tripla, quadrupla morale per sopravvivere e arrangiarsi in mezzo  potenze dispotiche e straniere o a mafie domestiche. Certo che questa era una soluzione rapida e decisiva. Un solo potere al posto di poliarchie di ladri,  di partiti politici al soldo delle banche e  dei miliardari popolati di farabutti e mascalzoni, di oligarchie criminali, di diarchie istituzionali inutili, dissolute e farneticanti. Un progetto ambizioso. La cosa grave è che si tratta di un patto compreso dalle genti del Belpaese, loro non riuscivano ad uscire dai loro limiti storici, morali, civili e questi Xenoi non potevano non stare qui, altrimenti i loro nemici alieni ne avrebbero tratto vantaggio.  Un patto, uno scambio, una fusione. Avevo capito. Altro che invasione! Questa era politica e che politica!

Rimasi due minuti in silenzio e dissi:” Eccellenza…Voi avete una grande visione politica, ma comprenderete che nell’Europa del Nord i vostri progetti suscitano sorpresa, timore e stupore. Inoltre come metterete assieme gli umani con esseri come voi la cui natura è per noi di difficile comprensione. Ad esempio perché tanta pressione politica e poliziesca contro le fedi diverse da quella di Stato, perché una forte presenza numerica, come mai una fusione di forze di origine umana e di forze armate vostre in uniche organizzazioni o unità militari  miste… ”

Rispose: “ Avete trovato da voi la risposta, ma la confermerò. Per restare qui. Restarci per secoli, per millenni, di più se possibile. Restarci non in piccoli gruppi, o in strutture scientifiche o di ricerca  ma con comunità numerose e operose. Per questo è per noi indispensabile finita la fase militare e di distruzione trovare accordi politici e di convivenza con esseri già abituati all’ambiente, capire come si vive qui ogni giorno. Inoltre ai fini generali dell’evoluzione del sistema biologico e di autocoscienza nostro è importantissimo creare delle città e dei centri di produzione di beni e di consumo. Dobbiamo misurarci con il difficile Pianeta Azzurro. So che avete compreso”




18 giugno 2012

Le Tavole delle colpe di Madduwatta Terzo Libro Appunti sparsi sulla punta della piramide sociale

http://www.empolitica.com/wp-content/dati/Tempesta-di-fuoco.jpg








Le Tavole delle colpe di Madduwatta

Terzo Libro

Appunti sparsi sulla punta della piramide sociale


Devo ammettere di aver solo immagini distorte e approssimative di coloro che esercitano il potere reale e concreto oggi in questo inizio di XXI secolo. I super miliardari, gli oligarchi, i superburocrati  che indirizzano la grande politica e le grandi speculazioni finanziarie e pianificano le nuove guerre. Non hanno un nome e un volto, posso solo far lo sforzo d’immaginare le facce, le sagome, i segni tipici della posizione sociale e della ricchezza di queste piccolissime minoranze al potere; vedo gli effetti di quel che fanno, gli esiti dei loro piani ma non riesco a mettere a fuoco una visione d’insieme, le loro forme, i loro volti. I livelli inferiori del loro potere sono visibilissimi e riconoscibili e mi riferisco ai livelli votati all’intrattenimento delle masse, allo spettacolo televisivo e politico, ai capi politici finanziati massicciamente da campagne di raccolta di fondi elettorali o da fondazioni o da miliardari, ai generali al comando di eserciti di coalizione e ai portavoce delle forze armate.  Ma chi tira le fila pare invisibile o almeno sfumato, quando qualcuno di questi potentissimi prende forma c’è sempre da sospettare che dietro vi sia un potere altro, un livello ulteriore, segreto. Questo sistema democratico alla maniera Anglo-Americana assomiglia a un a serie di scatole cinesi, di società che sono contenute da altre società, il sistema reale di potere nel sedicente “Occidente” rivela dei meccanismi misteriosi, oscuri dove si muovono improvvisamente campagne politiche, colossali speculazioni, guerre insidiose  e pericolose e l’opinione pubblica è forzata a credere questo o quello pressata dal martello di una informazione che è principalmente spettacolo e intrattenimento e dell’incudine del silenzio colpevole e interessato di chi potrebbe almeno spiegare qualcosa di questi processi ma si nasconde o si rinchiude in un cattivo silenzio. Così fatti terribili e funesti avvengono e a milioni di cittadini d’Europa vengono offerte solo fantasie, storie di comodo, inganni, narrazioni della propaganda di guerra, il grande potere che è dietro il potere si nasconde e nasconde le sue reali intenzioni. Quel potere nel potere è il livello ultimo e più alto della piramide sociale. I suoi effetti sono però reali, concreti, clamorosi e per alcuni popoli, travolti da guerre economiche o finanziarie o militari o terroristiche, terribili. Le vittime sanno bene quanto sia forte il potere distruttivo delle nuove oligarchie al potere. Ma quel che manca è i volti, i nomi, i luoghi reali di vita, le università e i centri di formazione, di vita quotidiana, di lavoro dove queste minoranze piccolissime al potere vivono,  acquisiscono sapere e competenze specifiche. Non è noto il loro quotidiano, o se è noto è noto solo a esperti e a singoli con competenze specifiche. Per i molti i VIP sono i calciatori di serie A, e le loro mogli o fidanzate, personaggi televisivi, presentatori e presentatrici, qualche onorevole, qualche attrice o cantante dalle forme graziose, qualche donna dell’alta società. Ma il resto? Dove sono i pianificatori delle grandi strategie bancarie globali? Dove sono gli strateghi a tavolino delle guerre? I capi dei servizi segreti? I boss del commercio internazionale di armi leggere? Dove sono i super-generali e i grandi ammiragli delle potenze imperiali globali? Non ci sono. Non ci sono articoli, cronache fotografiche, esclusive o speciali sulle riviste destinate alle masse popolari su coloro che sono davvero il grande potere nel mondo umano. Non ci sono speciali televisivi a meno che non si tratti di qualche testa coronata d'Europa e solo in occasione di celebrazioni, grandi feste, matrimoni. Ci sono i politici che arrivano a mettere la firma sulle grandi decisioni  dopo che la macchina del potere dietro il potere si è mossa e ha offerto loro delle possibili opzioni, delle vie d’uscita dai problemi, delle strategie economiche e militari. Al tempo dei Cesari era più facile farsi una vaga idea di chi fosse il potere, le statue del Cesare al potere in quel momento  arrivavano fino nelle provincie remote dell’Impero. Il Cesare era il vertice sia del potere politico sia di quello militare. Ma oggi manca il volto del potere, del vero potere. Così chi si oppone a questi poteri dietro il potere formale  finisce con l’indicare dei fantasmi, dei poteri invisibili, degli spettri; manca la capacità di dare al pubblico ordinario  il mostro di fine livello dei videogiochi. Ma ancor di più pare quasi impossibile fra capire il meccanismo di ragionamento con il quale si muove questo potere. Come si muove? Pare, e sottolineo pare, muoversi secondo uno spirito capitalista collegato a forme esasperate di darwinismo sociale, finanziario e militare. Ma ad oggi non saprei cogliere tutte le sue sfumature. Forse non ho neanche tutti gli strumenti culturali per capire i tanti colori e aspetti di questo potere oligarchico. Infatti quel che par di capire è che questi poteri si muovono secondo logiche di carattere tecnico ossia  secondo procedure bancarie, finanziarie, militari, spionistiche. E’ il regno di logiche precise ma lontane dalla vita quotidiana; ma i loro effetti possono devastare la vita di milioni di umani e dare la via  e il segno agli esecutivi e ai parlamenti dei principali paesi del mondo. La punta della piramide sociale è ignota, è come se una grande luce al vertice impedisse la visione, accecasse la vista e ciò che è visibile lo è per deduzione, per fantasia. Questo è un limite perché alle volte un volto, un luogo, un centro di formazione può dare il senso di queste minoranze al potere, ma se essi sono nascosti c’è un motivo: hanno interesse a restare dietro la facciata del potere con cui si relazionano e attraverso il quale operano. Questo è un grave problema, comprendere il proprio tempo diventa molto difficile, descriverlo qualcosa di complicato. Occorre intuire le proprie risposte per  scarsità di verità e di autentico sapere.




29 dicembre 2009

De Reditu Suo - Allegoria

Offro ai miei vencinque lettori la possibilità di leggere tutta l'Allegoria della Seconda Repubblica

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

La fortuna ci consegna questo scritto ritrovato in una remota biblioteca, gli esperti lo attribuiscono al  sommo teurgo di Cerreto, il grande evocatore del fantasma del Doppio Meridione e uomo sommo per saggezza, dottrina e competenza nell’arte della divinazione politologica. Si tratta di una copia in cinque fogli della “Allegoria della Seconda Repubblica” certamente una delle copie più antiche, qualcuno ipotizza che possa essere perfino l’originale.

Primo foglio.

Accadde nel primo giorno della settimana. Si trattava di un grosso animale, più grande di quelli che si trovavano di norma nella zona; aveva addosso una qualche specie di bardatura che denunciava il fatto di essere una bestia che aveva avuto un ruolo nella società umana. Forse era stato un bue maestoso, o forse un grande cavallo montato da chissà quale gentiluomo per le feste civili o religiose. Adesso era un cadavere, una carcassa fredda abbandonata proprio nel mezzo della piazza del paese a metà fra la chiesa e il palazzo del podestà. Il corpo stava andando in decomposizione, il tempo era sfavorevole alla conservazione delle carni perché la primavera era finita e il vento caldo annunciava l’estate.

Non era chiaro chi dovesse prendersi cura di rimuovere quel corpo. La piazza era del potere civile proprio come di quello religioso e anche della gente del luogo e perfino dei mercanti e degli ambulanti che si recavano lì per il mercato, ma nessuno voleva far una cosa che non era ritenuta di sua competenza. I popolani, le guardie, il podestà e il monsignore semplicemente ignoravano la cosa e volgevano lo sguardo altrove. La piazza era pubblica, talmente pubblica che nessuno la riteneva propria, luogo di tutti e di nessuno e questo essere di nessuno la rendeva priva di cura. Alcuni fra gli abitanti ritenevano che la carcassa dovesse esser rimossa a spese del monsignore in quanto il giorno della fiera in onore del miracolo del Santo Patrono era prossima e la piazza doveva esser pulita e sgombra, altri ritenevano che il potere civile dovesse farsi carico della cosa, nacquero delle discussioni anche violente ma la carcassa restò lì a decomporsi.

Tra il quarto e il sesto giorno l’aria intorno alla carcassa cominciò a guastarsi, la cosa si stava sfasciando lentamente e affioravano le ossa e le viscere ormai preda delle larve.

Con indifferenza le genti del borgo assistevano al disfacimento del corpo, forse si trattava di un presagio di qualcosa che sarebbe accaduto o forse era un simbolo di qualche fatto misterioso che era già avvenuto da anni e che nessuno aveva considerato o compreso. Il corpo lì rimase fino al settimo giorno.

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Secondo foglio

Erano in cammino fin dalla metà della notte, chi a piedi portando a spalla il fagotto con le poche cose da vendere e chi con qualche mezzo carico di casse e imballaggi, tante luci si muovevano nell’oscurità dirette alla piazza del paese. Il giorno di mercato si teneva in onore di un miracolo del Santo  Patrono, il venerabile al tempo della calata dei barbari aveva pregato e fatto penitenza e Dio aveva indirizzato il furore degli stranieri altrove risparmiando il miserabile borgo di allora dalla strage e dal saccheggio. Per questo dalle campagne vicine approfittando del giorno lieto di festa giungevano in tanti per fare i loro affari al mercato. Ma l’alba non era ancora sorta quando i primi commercianti arrivati per prender posto s’accorsero del tanfo e del corpo; non avevano previsto una cosa del genere e essendo litigiosi e discordi urlavano e bestemmiavano a voce alta ma non si mettevano d’accordo fra loro. Si presentò alla loro vista un piccolo essere seguito da una mezza dozzina di servitori brutti e deformi che quasi nascondevano i loro corpi con abiti, cappelli e con cappucci calati, gli infelici trascinavano un carretto con degli attrezzi. L’essere che li guidava era il più basso di tutti una veste da medico degli appestati lo copriva da capo a piedi, un paio di scarpe con dei vistosi tacchi rivelavano quanto fosse basso, il volto era coperto dalla maschera a forma d’uccello tipica di coloro che assistono i contagiati; qualcuno addirittura giurò di aver visto una coda da rettile uscir fuori da quel vestito altri affermarono che il rumore dei suoi passi aveva qualcosa di strano come se i suoi piedi fossero di pietra. Il nano salì su una cassa e parlò grossomodo così ai mercanti:”Amici sfortunati, mi conoscete di fama mi chiamano il nano del cielo perché vivo sul monte, lontano dagli uomini e vicino alle nuvole. Io vi osservo dall’alto e guardo questa piana stretta fra le colline e i monti e vedo i vostri affanni e i vostri desideri e le vostre iniquità con l’occhio del falco. Più volte avete chiamato me e i miei servi deformi per fare dei lavori che altri non volevano fare. Oggi posso aiutarvi e togliere l’ingombro ma voi mi darete una triplice ricompensa. Nel giorno del miracolo è costume che la decima parte del guadagno vada alla chiesa in segno di etera riconoscenza ma voi oggi la verserete a me perché vi ha deluso con il suo silenzio.  Un altro decimo voi lo versate al podestà che è il braccio armato della legge e dell’ordine ma voi mi donerete anche la sua parte perché non ha fatto il suo dovere.  Infine mi verserete quella decima parte che è quella che spetta a Dio per l’elemosina e le pie opere di carità poiché egli si è ritirato dal vostro mondo e in questa ultima parte della notte non è qui con voi. Per i tre decimi del vostro guadagno vi darò la vostra piazza e toglierò il corpo morto che ostacola il guadagno del giorno.” I mercanti e gli ambulanti si guardarono negli occhi nessuno si fidava l’uno dell’altro. Il nano stravagante prometteva di far fare ciò che loro non potevano neanche iniziare. L’inimicizia che regnava fra loro era troppo grande per trovare un’intesa su una cosa che comportava lo sporcarsi le mani e rischiare un’infezione quindi accettarono le condizioni del nano. Uno per uno giurarono sulle sue mani che avrebbe avuto la parte di Dio, della chiesa e del podestà.

 

 

 

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Terzo foglio

Giurarono tutti quanti ponendo le loro mani sopra quelle del nano del cielo. I guanti neri da medico  degli appestati furono toccati da una piccola folla eterogenea di mani le più diverse: c’erano quelle lisce e morbide degli usurai che prestavano di nascosto i soldi, quelle pulite delle prostitute, quelle fredde dei venditori di pesce, quelle grassocce dei dettaglianti di formaggi e salumi, quelle screpolate dei rivenditori di attrezzi agricoli, e quelle inanellate dei merciai e dei rivenditori di vestiti; perfino qualche disperato dalle unghie sporche che portava in un fagotto le sue tre o quattro cose da rivendere per trovar due o tre soldi mise le sue mani sopra quelle del nano. Mille storie e mille disagi erano disegnati sui volti e sulle mani di coloro che per guadagno offrivano la parte di guadagno non loro al nano, ognuno aveva avuto qualche disgrazia o si era elevato solo un poco lasciandosi alle spalle la povertà, oppure era disceso nella scala sociale fino a diventare un’ambulante. Tutti volevano il loro guadagno erano lì e non se ne sarebbero andati senza aver udito un familiare tintinnar di monete. Tutti offrirono la loro parola e la loro dignità. Il nano ricevuto l’omaggio urlò qualcosa di gutturale e brutale ai servi deformi ed essi indossarono dei guanti e tirano giù dal carretto dei teli, delle asce da boscaioli e dei ganci e certe aste di legno. Il nano prese da un fagotto una grande ascia nera, e iniziò a colpire il corpo in alcuni punti frantumando le ossa e facendo schizzare per  ogni dove i frammenti decomposti.  In molti lo osservarono con cura perché volevano constatare se era vero quel che si diceva di lui ossia che aveva i piedi di pietra a causa di una maledizione e se davvero una coda di rettile era nascosta dalle sue vesti, altri lo fissavano con misto di repulsione e di attrazione perché turbati dalla sua opera.  Quando cominciarono a mostrarsi le prime luci dell’alba egli interruppe la sua opera e chiamò i servi a sezionare le parti della bestia che aveva spezzato, i servi deformi divisero le masse informi in alcuni mucchietti usando lame e seghe create in origine per tagliare i tronchi dei pini, sistemarono le carni decomposte sopra dei teli dopo averle spostare con dei ganci e le infagottarono. A suon di pugni e calci il nano comandò che i suoi servi legassero i ripugnanti fagotti alle aste proprio a metà di esse. I servitori presero le aste così appesantite per le estremità e furono in grado di portare agevolmente via quella materia puzzolente. Il nano salì sul carretto  e disse:”Amici, tornerò quando la luce che ora mi caccia da questa piazza sarà debole e allora verrò a chieder conto di quanto da voi promesso.  Avete guadagnato il vostro tempo e vostro è questo giorno di luce sta a voi ora farlo fruttare e trasformarlo in denaro che gira di mano in mano e che crea il nostro mondo fatto di cose morte e vive che vengono vendute e comprate. Oggi tutto ha un prezzo e questo è il mercato la rappresentazione più schietta di tutta la nostra realtà, con dispiacere vi devo lasciare perché qui sento una forza vitale che è affine al mio spirito”. Ciò detto il Nano e i suoi servi abbandonarono il luogo in modo che la sua schiera di portatori deformi e odoranti di morte e decomposizione non disturbasse gli acquisti della gente venuta dalle campagne al mercato del paese. Fare affari al momento giusto era una cosa importante, di mezzo c’era il tempo perché la vita è breve e un soldo non guadagnato oggi non potrà essere investito domani e non darà un profitto dopodomani, il denaro vive di lavoro e di tempo, se mancano questi due elementi può sparire come per magia. Il nano lo sapeva meglio di tutti loro e aveva scelto il momento giusto per imporre il suo prezzo e la sua volontà. Tutti ne erano consapevoli ma fingevano di non aver capito, c’era da guadagnare quel giorno, e tutto il resto non contava più nulla.

 

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quarto foglio

I mercanti, i barrocciai, e gli ambulanti trassero dei sospiri di sollievo, il mostriciattolo stava sparendo dalla vista con il suo seguito di esseri indegni. Il nano aveva fatto il suo lavoro e fin qui le cose andavano bene, chissà come mai aveva chiesto proprio la parte altrui. Ma erano pensieri inutili, pensare troppo non è bene per chi vive di vendere e comprare e deve spostarsi di qua e di là per piazzare la sua merce o per strappare a un concorrente un buon affare. Il mattino era alto nel cielo e gli affari dovevano assorbire tutta la volontà e la capacità di concentrazione di coloro che si presentavano in piazza per vendere e per comprare. Questa concentrazione in un solo luogo di diversa e varia umanità creava un piccolo mondo ora ridicolo, ora pittoresco. Là gentiluomo ben vestito contrattava il prezzo di una collanina da poco per la sua giovane amante con un venditore di cianfrusaglie e al suo fianco un mascalzone cercava presso il rivenditore di ferraglia degli attrezzi per fare un furto con scasso, nel mezzo della piazza un paio di saltimbanchi e un ciarlatano attiravano il pubblico, quest’ultimo attraverso la scienza del suo occulto e truffaldino sapere. A pochi passi da loro un monaco impartiva benedizioni cercando qualche piccola donazione, alcuni contadini esibivano sui loro carretti frutta e verdura di stagione con la speranza di cavarne abbastanza per comprar medicine e qualche coperta per il prossimo inverno, perfino un mendicante esibiva qualche moneta per pagarsi una bevuta di vino e un paio di stracci per coprirsi. Da un lato non lontano da un muro usato come pisciatoio per i cani un tale, con qualche turba religiosa in testa, chiamava a raccolta i credenti contro il peccato. Il fanatico era di fatto ignorato e non lontano da lui i venditori di vestiti e di piccoli oggetti richiamavano una folla di donne che cercavano un piccolo affare per portar a casa qualcosa con la certezza di aver spuntato un buon prezzo e non di esser state fregate. Gli occhi delle signore brillavano di avidità e d’illusioni mentre i gli ambulanti declamavano la loro merce e raccontavano loro ciò che volevano ascoltare. Il venditore di pentole e di oggetti in rame, con una faccia da straniero del sud, aveva raccolto una piccola folla. Dava qualche colpo ai suoi oggetti e li faceva risuonare per far sentire che c’era anche lui e che la sua mercanzia era bella e valida. I bambini erano indecisi se era più interessante quella strana persona o il venditore di piccoli oggetti e giocattoli da poco, il maestro del paese intanto cercava il rivenditore di cianfrusaglie che aveva anche carta e materiale per scrivere. Al centro della piazza nel posto d’onore un vecchio vendeva vecchi vestiti e scarpe usate cercando d’imbrogliare i clienti sulla qualità della merce, a sinistra del suo banco aveva il venditore di dolciumi e a destra quello di vino.  L’uno attirava i bambini pieni d’illusioni sulla vita, l’altro i vecchi delusi dall’esistenza che cercavano un paradiso alternativo a quello del prete con due litri di rosso scadente. Qualcuno era felice e fra costoro il sensale di maiali, quello di pecore e il tale che combinava matrimoni e fidanzamenti. Tutti e tre erano seduti comodamente nella bettola che faceva da taverna e da albergo per i forestieri e guardavano con interesse lo spettacolo di quel mondo umano in movimento e rigiravano fra le mani qualche buona moneta. I tre pensavano anche loro avrebbero avuto una parte di quel fluire di denari per il paese grazie ai loro commerci di lana, pecore, carni suine e ragazze da maritare. Intanto il tempo passava, le voci si facevano meno insistenti, e le ombre s’allungavano. Stava arrivando la sera e la piazza iniziava a spopolarsi, il mercato era quasi finito era venuto il momento di far gli ultimi affari svendendo la merce invenduta, di lasciar gli scarti per terra per la gioia dei miserabili e dei pezzenti e dei bambini abbandonati a se stessi. Era l’ora e di far i conti del guadagno del giorno e quindi  di mettere in mano al nano del cielo le tre parti che gli erano dovute.

De Reditu Suo

Allegoria della seconda Repubblica

Quinto foglio

Quando le ombre della sera si allungarono e annunziarono la notte tornò il Nano con la sua veste da medico degli appestati e assieme a un personaggio vestito di oro, di nero e di rosso con una maschera da antico attore di teatro sul volto, lo presentò come  il suo cassiere e assieme a lui prese le tre parti del compenso che finirono in una borsa di pelle marrone e vennero le somme versate annotate in un registro. Erano una coppia molto buffa un essere piccolo e vestito da medico degli appestati e un tale spilungone vestito in modo eccentrico che in modo cerimonioso s’inchinava quando doveva aprir la borsa per far cadere i denari e annotava con scrupolo le somme. Quando la coppia andò via i mercanti, gli ambulanti, i ciarlatani e i barrocciai iniziarono a contare il guadagno rimasto e fu allora che cominciarono a farsi sempre più intensi dei suoni. I garzoni stavano riponendo le merci sui carri e tutti erano prossimi a partire quando dal pozzo posto su un lato della piazza emerse una sorta di fantasma. Era lo spirito del pozzo, chi fosse stato davvero non era noto, o forse i paesani stanchi di ricordare la gente onesta l’avevano dimenticato, o forse lui stesso aveva perduto il suo nome poiché e cose cambiano e gli umani non restano mai gli stessi. La sua apparizione destò disprezzo e divertimento, da tempo era noto che il fantasma era ridotto solo ad essere una vuota voce che si perdeva nella notte e che sibilava al calar delle tenebre. Così andò profetando l’antico spirito:”Malvagi, cosa avete fatto! Avete dato la dignità del potere a un nano maligno, deforme e maledetto per le sue magie, a un essere empio dalla lingua bifida come i biscioni che strisciano nella nera terra. Avete dato a costui la dignità di Cesare quando gli avete ceduto la parte che spetta al podestà, l’avete onorato come l’Altissimo dando ad esso la parte che spetta al monsignore e infine dando la parte vostra dedicata a Iddio avete tributato culto a un essere composto di pietra, ossa, carne e nero sangue. Cosa credete di aver fatto! Io so perché siete così iniqui, perché deridete questa voce che sibila nella luce che muore di questo giorno, perché disprezzate così tanto la vita e tutto ciò che è sacro. Io so che voi siete già morti, ombre spente di un mondo che non c’è più, avidi esseri travolti dal mutare delle cose che voi stessi create con il vendere e il comprare. Voi avete distrutto il vostro piccolo mondo umano per avidità e oggi vi prostrate per una fede interessata e meschina al nano che è sceso dal monte e dal cielo per mostrare a tutti i viventi le nostre deformità morali e la perversione dei nostri costumi.  L’animale che ha spezzato, segato, diviso e fatto portar via dai suoi servi infelici era una nobile bestia, voi tutti l’avete ammirata e in altri tempi e l’avete posta a tirar il carretto con l’immagine del patrono, l’avete vista alla destra del Podestà e a sinistra del Monsignore. Adesso che avete rinnegato la vostra antica fede la morte ha mutato ciò che era nobile e vivo in un corpo senza vita e decomposto. Solo voi date al nano del cielo il potere di decidere sul giorno del mercato, di prendere ciò che è di Dio e ciò che è di Cesare; la vostra discordia è il suo potere, e a costui oggi avete tributato culto. Malvagio è colui che prende ciò che non è suo e despota colui che compensa con i beni altrui i suoi favoriti, voi siete stati despoti e malvagi contro voi stessi. Siate dunque maledetti fino al punto di sprofondare nel vostro egoismo scellerato e sparire con esso nel profondo della nera terra. Possa il vento che soffia sulle vostre porte e sulle vostre finestre ricordarvi ogni notte la malvagità della vita vostra e dove essa vi porterà.”

Dopo aver sibilato le sue maledizioni il fantasma ritornò nel profondo del pozzo. I mercanti e gli ambulanti non avevano più nulla da fare in quel luogo, accesero le loro luci e le loro lanterne e si misero in cammino, lentamente perché la stanchezza era tanta, i passi pesanti e la strada lunga.

 



sfoglia     luglio        settembre
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email