.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


11 settembre 2017

Volentieri riceviamo e volentieri pubblichiamo

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

 

 

 

                                                                      

 




2 novembre 2016

Una ricetta precaria N.22

Ricetta precaria

22. il numero undici raddoppiato.

Schiacciata, stracchino e salsiccia. Tutto messo assieme per una merenda volante mentre prendevo al volo il treno per Lucca uscendo da scuola. A questo punto non posso omettere da questo testo certe deviazioni alimentari del mestiere d'insegnante laddove la scuola ha il bar. Potrei ricordare il giro di dodici anni di precariato a partire dai bar delle scuole o dalle merende organizzate per la giornata di lavoro. Mi ricordo che a Sesto non era male il trancio di pizza. Mi ritrovai a ricevere i genitori in una strana aula vicino al bar, sembrava una specie di cantina. C'era una cattedra, la sedia per il docente, due per i genitori. Una volta una coppia mi sorprese mentre avevo organizzato una colazione al volo con un pezzo di pizza e un cappuccino; scena imbarazzante sembravo un Fantozzi di turno beccato sul fatto dal dietologo. Un ricordo legato alla Schiacciata farcita dell'Istituto di Scandicci fu quando ci fu la convocazione per le cattedre annuali. Vi partecipò anche la moglie di uno dei politici più in vista e arrivarono un codazzo davvero imbarazzante di giornalisti e affini. Mi ricordo che mangiai di gusto mentre quelli aspettarono otto ore il momento della convocazione della signora, mi facevano un misto di pena e ripugnanza. C'erano quel giorno persone con storie incredibili da raccontare sulla scuola, vite vere di lavoro anche sofferte. Ma loro erano lì solo per raccontare la loro storia patinata e non si sarebbero mossi fino al momento del dunque, erano lì ignorando volutamente storie vere per rappresentarne una tutta loro. Pensai a quanto fossero squallidamente fuori posto mentre masticavo e grano, sale, maionese, insalata e prosciutto si mischiavano nel mio palato; avuta la loro storia andarono via di fretta. Un'altra volta in un esame di maturità il Bar della scuola, di solito ben fornito, aveva solo dei donuts vecchi e semicongelati. Dato che non c'era tempo per andare a giro ne comprai un paio e li masticai controvoglia e li buttai giù con un paio di bicchieri di caffè della macchinetta. Sembravo un tipo da cartoni animati, mi venne in mente perfino il videogioco di Fallout Tattics quando uno dei protagonisti da un frigorifero abbandonato recupera dei donuts congelati in una base militare infestata da mostri velenosi. Strane associazioni d'idee fa fare il cibo alla memoria. Invece a Firenze a un linguistico c'era un bar con un giardinetto sul retro, niente d'eccezionale ma era comodo per passare una mezz'oretta su una panca e magari ragionare con i colleghi. Mi ricordo che avevano cornetti e sfoglie calde la mattina prima di entrare in classe se avevo tempo mi facevo sfoglia e cappuccino, non era male neppure il caffè. In effetti la mattina avere un poco di tempo per rilassarsi prima di riprendere in mano l'insegnamento può esser utile, distende per un attimo i nervi e affronti meglio la classe e la situazione con i colleghi. Fra l'altro fu quello un anno difficile perché avevo una cattedra spezzata ed era anche un periodo di accese rivendicazioni sindacali, fermarsi a ragionare su quel che capitava era utile e necessario. Per quel che mi riguarda mangiare è di solito anche pensare. La testa in fondo, oltre al resto, ha anche la bocca e il naso e anche ciò che si mangia è parte della propria storia perfino di quella lavorativa.




29 luglio 2013

Diario Precario. Dal 28/6 al 11/7/2013

Data. Dal 28/6/2013 al  4/7/2013.

Note.

Nuoto libero in piscina per rilassarmi.

Esami a ritmo sostenuto, cinque candidati per volta

Dopo la presentazione della tesina il candidato o la candidata iniziano l’esame con uno dei professori nello schieramento a U.

Poi arriva il mio turno e la presentazione, alla fine del colloquio, del risultato della prima, seconda e terza prova.

Per la mia parte dopo le domande sul programma arriva il momento in cui presento la parte che mi compete della terza prova.

A quel punto l’esame è finito.

Riunione a porte chiuse per determinare il voto della prova orale e dell’esposizione della tesina ovviamente consultando la relativa griglia di valutazione,.

Somma della prova orale con le prove scritte, i crediti e infine ecco il risultato finale.

Poi avanti il prossimo.

Così va l’esame. Un candidato dopo l’altro.

Ho modo di parcheggiare nel parcheggio di una palestra adiacente all’istituto con un gettone che mi viene di volta in volta dato.

Gli esami iniziano verso le 8,20 e di solito si termina la sessione intorno alle due, in realtà l’orario varia da situazione a situazione.

Il bar della scuola non è male, sto bevendo molto thè confezionato.

 

Osservazioni

Fatta una gaffe con un esterno autodidatta, gli avevo chiesto se avevano fatto a lezione un certo argomento di storia da un certo punto di vista, mi ha risposto che era autodidatta. Non mi ero reso conto che si trattava di un esterno. Sono così abituato a pensare in termini di scuola, programma, cattedra che questa possibilità quasi l’escludo. Meglio così mi sono ricordato una cosa importante ovvero che il proprio mondo di convinzioni e di abitudini non è mai coincidente con la vastità del mondo di tutti.

Devo dire che fra candidati e candidate sto sperimentando tutte le possibili varianti del comportamento umano davanti a una simile prova, si va dalla forte sicurezza di sé al panico da esame, non ci sono due allievi o allieve uguali.

Certo che questo mi fa comprendere la singolarità della mia situazione da precario perché in effetti son chiamato a valutare e a decidere in nome dello Stato, visto che di Esame di Stato si tratta; ma la mia condizione è quella di precario con contratto scaduto e rinnovato per la maturità.

Tuttavia per l’allievo o l’allieva che sostiene l’esame questa differenza non conta il professore è professore di per sé in sede d’esame.

Mi sono fermato a pensare che in fondo il mio ruolo me lo sono già guadagnato con anni d’esperienza e di servizio, quello che manca è un atto di volontà del potere politico che determina di mettere nel sistema scuola le centinaia di milioni di euro che servono ad assumere parte del precariato con anni di servizio sulle spalle.

Comincio a prendere il ritmo dell’esame e della routine, prevedere più o meno come si svolgerà la giornata aiuta a lavorar con meno tensione e fatica, anche in una situazione che dura due settimane occorre trovare quelle costanti che diventano punti di riferimento. L’essere umano tende ad aggrapparsi alle abitudini.

La temperatura è leggermente scesa.

Sono andato nella piscina di Sesto Fiorentino, mi è parso d’osservare una diminuzione della pubblicità presente in loco.

In compenso c’era il manifesto che si trova un po’ dovunque a Sesto di sostegno agli operai della fabbrica Ginori.

 

 

Data. Dal 5/7/2013 al  7/7/2013

Note.

Il lavoro ormai gira in modo sicuro. Ho messo in atto un piccolo sistema per fare l’esaminatore.

Osservo il candidato mentre espone la tesina, capisco più o meno come si orienta davanti alla commissione.

Sulla base di quello che fa e del programma che porta mi domando cosa è opportuno chiedere.

Lo scrivo su un foglietto volante e aspetto il momento nel quale dovrà esser interrogato da me.

Osservo qualche difficoltà dei candidati e delle candidate nelle mie materie: storie e filosofia

L’atteggiamento dei colleghi è cordiale e collaborativo.

Domenica sono andato a vedere l’associazione Lailac che presentava degli stand presso la Limonaia di Villa Strozzi.

Si tratta di un modo per fare beneficenza a favore dei bambini di Fukushima.

Al mare dove vanno i miei pochi gli italiani e tanti gli stranieri.

 

Osservazioni

A passeggio per la città di sera, domenica visita a una festa di beneficienza dell’associazione Lailac.

Si è trattato di andar a curiosare fra due o tre bancarelle e di dar qualche soldo in beneficienza.

La macchina l’avevo parcheggiata a quattrocento metri dal punto della festa, così ho fatto di sera una passeggiata nei luoghi d’infanzia.

Passando nei pressi di un palazzo ho sentito una voce. Era una bambina piccola due o tre anni che da un balcone osservava i passanti.

Quella bambina mi ha chiesto: chi sei? Evidentemente ero vestito in un modo per lei curioso, forse per via del cappello o della borsa a tracolla.

Non ho risposto, tuttavia la domanda mi è ritornata più volte nella testa.

In effetti in questa contemporaneità emerge forte il senso di una precarietà propria del singolo, che lo colpisce perfino nella considerazione di sè.

I bambini piccoli hanno la capacità di mettere in crisi gli adulti con domande semplicissime.

In effetti se ci si pensa bene rispondere a un simile quesito è difficile di solito è possibile rispondere solo con una banalità o una qualche ovvietà: ad esempio indicare la professione, la condizione sociale, il nome e cognome.

Il senso più profondo e determinante di ciò che uno crede di essere necessita di autocoscienza, meditazione e comprensione del proprio tempo, il che rende difficile una risposta immediata a meno che uno non sia un maestro Zen in grado di sintetizzare aspetti qualificanti della vita e della natura.

Alla fine questa e non solo questa domanda dovrebbe essere la tipica domanda che sta dietro tante risposte che gli umani danno automaticamente anche solo a livello celebrale.

Invece in Italia l’essere umano tipico ordinariamente tende a rispondere senza pensare alle domande che l’esistenza quotidiana e  professionale presenta di volta in volta, questo spesso senza aver dietro alle risposte delle domande complesse già almeno in parte risolte.

In effetti ogni buona risposta presume più domande risolte o affrontate in modo adeguato.

Notizie dalle ferie, i miei sono a  Montescudaio. Tutto il campeggio che ha riaperto è pieno di stranieri in particolare Olandesi e Tedeschi, pochissimi gli italiani.

Il lavoro prosegue, fino alla conclusione. In fondo lavorare mi aiuta, risponde a qualche domanda declinare la propria condizione professionale.

 

 

 

Data. Dal 8/7/2013 al  11/7/2013

Note.

L’istituto mi scrive di mandare il foglio per il pagamento delle ferie non godute, essendo precario è ovvio che non avrò modo di usufruirne una volta cessato il contratto.

L’istituto mi chiede se sono disponibile per gli esami di riparazione di settembre.

Fine orali maturità.

Riunione sindacale l’ultimo giorno di maturità.

Il luogo dell’incontro cambiato, sono finito nel mezzo di un funerale preso la camera del lavoro prima di capire cosa fosse successo; grande gaffe con il portiere.

Cena con i maestri del Judo club.

Bel ristorante, in mezzo al verde.

Domattina domanda per la disoccupazione.

Un cerchio si chiude, uno si aprirà a settembre.

 

Osservazioni

Fatta ormai siamo al finale, l’esame è quasi finito.

La scuola mi chiede se sono disponibile per l’esame di settembre, risponderò di sì anche se questo comporterà l’interruzione di un eventuale assegno di disoccupazione.

Di solito però trovo da lavorare con le supplenze di settembre o con le cattedre annuali, quindi dovrebbe esser mal di poco. Sulle ferie non godute direi che è proprio una necessità, io non presento il foglio-ferie dei colleghi a tempo indeterminato. Al sottoscritto scade il contratto.

Sono arrivato alla fine di questa inaspettata maturità, tra poco gli ultimi candidati e poi la parte burocratica e l’impacchettamento delle prove d’esame con tanto di sigilli in ceralacca.

La conclusione è prevista per il giorno 11. Al termine delle operazioni è stato fatto il pacco, io stesso ho timbrato il sigillo. Ho sempre avuto una certa affinità con i timbri, forse è perché occorre usare un po’ di forza per usarli, danno il senso del colpire e dell’ufficializzare qualcosa di burocratico.

Il tempo di salutarsi cordialmente fra colleghi e tutto è finito per me.

Lo stesso giorno avevo la riunione sindacale di pomeriggio sulla questione del precariato.

Il giorno 11 ho fatto una gaffe per via della riunione sindacale, sono finito nel mezzo di un funerale preso la Camera del Lavoro.

 Prima di capire cosa fosse successo ho dovuto ragionare il portiere che per la cosa era infastidito. L’auto era parcheggiata quasi due chilometri indietro.  La scena è stata fantozziana con il sottoscritto che in mezzo alla pioggia estiva se ne tornava sui suoi passi a ritmo di marcia per raggiungere il parcheggio e ripartire per l’altra sede del sindacato.

La riunione sul precariato era gremita, la stanza non era grande ma la gente stava anche in piedi o fuori dalla porta.

La situazione è quella nota: senza i soldi che servono ogni riforma o sistemazione del precariato nella scuola non può aver luogo.

La sensazione che ho avuto è stata quella di una situazione nella quale anche il precariato nel settore scuola è fortemente differenziato, le differenze sono molte e metterle assieme risulta estremamente difficile. In effetti questa è la debolezza della categoria: la frammentazione della categoria. I docenti sono divisi a causa della tipologia di materie che insegnano, a causa delle modalità di reclutamento sia per i contratti a tempo determinato che per i contratti a tempo indeterminato, a causa del tipo d’istituto scolastico, a causa dei diversi orientamenti dei sindacati del settore scuola. A questi quattro elementi ovvi s’aggiunge che si differenziano anche dal personale ATA (bidelli) e di segreteria. Di fatto il settore scuola è scomposto in tante parti e solo in occasioni di rivendicazioni molto forti è possibile congiungere nella protesta personale che viene da situazioni così diverse. Questa scomposizione di una vasta categoria di lavoratori nel settore della conoscenza rende più difficili le rivendicazioni sindacali. Credo sia questo il motivo di tante volte nelle quali ho visto un grande disagio fra i colleghi e talvolta fra i compagni di precariato e una difficoltà oggettiva a far valere le proprie ragioni come categoria.

Comunque una novità: la questione dei precari della scuola in Italia con contratti a tempo determinato reiterati per un periodo oltre i 36 mesi sarà rimessa alla Corte di Giustizia Europea.

Alla fine la questione del precariato diventa un caso individuale e di Stato, il singolo caso lavorativo è riconnesso a una dimensione più grande di carattere collettivo.

La cena con i maestri presso i campi da tennis. Dove c’è un ristorante all’ombra di antichi cipressi, una curiosa combinazione.

In fondo la sera, i vecchi amici, i cipressi, i ricordi, le stelle, la pizza e la birra sono un buon modo per chiudere un ciclo e cominciarne uno nuovo.

Domattina comincerò a pensare alle carte per la domanda di disoccupazione, poi l’attesa di un nuovo incarico annuale.  

Quest’ennesimo anno da precario non ritorna al suo punto d’inizio, è come un cerchio che vorrebbe chiudersi ma non ci riesce e finisce con il formare una spirale.




24 luglio 2013

Diario Precario 19/6 e dal 20/6/2013 al 27/06/2013

Data. 19/6/2013

 

Note.

Fine. Ma anche no.

Tarda mattinata, caldo esagerato. Appena svegliato.

Il CSA mi chiede di fare una sostituzione. Hanno avuto le disdette per l’esame di maturità.

Si tratta di un liceo scientifico-sportivo parificato, è relativamente lontano rispetto a dove abito.

Dico di sì. Parto su due piedi perché la sessione d’esame è in corso.

Arrivo che è già iniziata la prima prova.

Mi presento senza la nomina stampata, arriverà più tardi.

 

 

Considerazioni.                                                        

Prima sorpresa: è uscito fra le tante tracce una con un brano di Pasolini di cui avevo indirettamente trattato in classe, avevo visto giusto a far qualcosa in questo senso durante le lezioni sulla storia della Repubblica.

Ho come l’impressione che i miei allievi non ne abbiano fatto tesoro. Chissà…

La mia mente era già andata verso calcoli di che cosa fare dopo.

Cercavo di allontanarmi dal pensiero del lavoro, essendo di fatto concluso anche se il contratto cessa il 30 del corrente mese. Ma mentre pensavo alla lettera da mandare alla commissione sull’ora alternativa e alla domanda relativa allo stato di disoccupazione ecco che torno in cattedra, anzi in commissione come esterno. Un supplemento d’attività lavorativa, va bene perché ci sarà da lavorare anche nelle due settimane di luglio e son soldi che arrivano dopo il contratto, del resto l’alternativa era presentarsi il 1 di luglio per chiedere al patronato di supportare la mia domanda per l’indennità di disoccupazione, così mi pare una cosa onorevole. Capita proprio bene la sostituzione e in un quartiere che conosco e avevo frequentato quando ero universitario. Il presidente di commissione pare un tipo tranquillo e sereno, io e lui siamo gli unici docenti di sesso maschile in quella commissione, gli allievi da esaminare sono 54. Quindi con una media di cinque a mattinata c’è da pensare ragionevolmente che l’esame arriverà fino alla seconda settimana di luglio. Curioso come l’indisponibilità di una collega diventa per me occasione di un guadagno, quasi una sorta d’equilibrio nei fatti della vita.

Ho già individuato le macchinette del caffè e delle merendine e il bar della scuola che resterà aperto in questo periodo.

Tuttavia questa novità mi rappresenta di nuovo il senso della precarietà della mia condizione lavorativa.  

 

 

 

Data. Dal 20/6/2013 al  27/6/2013

 

Presento la nomina stampata nel pomeriggio del giorno prima.

L’esame assomiglia a una serie di passaggi collegati fra loro.

Come in una produzione industriale.

Il 20 la seconda prova.

Il 21 e il 22 le correzioni

Il 24 la terza prova con correzione nel pomeriggio.

Il 25 attività legate alla burocrazia e al corretto funzionamento dell’esame

Il 26 giorno di pausa.

Il 27 inizio orali.

Il giornalaio sotto casa espone il cartello di cessione attività, intende chiudere.

 

Considerazioni.

Prima azione personale della maturità: faceva caldo fuori e ho sistemato io il ventilatore per dare un po’ di ricambio d’aria nell’aula durante la seconda prova.

Sorpresa: non mi ricordavo che ci fossero così tanti verbali, firme, lettura elaborati…

Avevo saltato un paio di maturità per motivi diversi e quindi rieccomi dentro il meccanismo.

Come professore elaboro i quesiti di terza prova per le mie materie, era una cosa che non facevo da tempo.

Dopo quattro giorni intensi il premio di un giorno di pausa poi di nuovo al lavoro.        

Il 27 i primi candidati per gli orali, i quali si mettono al centro di una sorta di U composta dal centro dato dal presidente della commissione e a destra le materie scientifiche e a sinistra quelle letterarie. Dietro il candidato c’è il pubblico.

In effetti dal punto di vista del posizionamento il candidato dovunque ruoti la testa vede gli esaminatori, la maturità è anche una prova di carattere.

La maturità così come è organizzata trovo che presenti parecchio di meccanico. Nel senso che alla fine risulta essere una somma fra le varie prove a cui si aggiungono i crediti scolastici. Arrivare al 100 è estremamente difficile, ci vogliono delle condizioni di partenza buone e occorre non sbagliare praticamente nulla.

Trovo questa modalità  troppo severa, soltanto alcuni casi rari per istituto possono raggiungere il punteggio massimo.

La prima cosa che cerco di fare in questi casi è ambientarmi, cercar di capire come funziona l’esame nel senso di scoprire chi sono i colleghi, quali le condizioni di lavoro, quali gli ambienti, dove si può parcheggiare la macchina, quali i trasporti pubblici su cui far affidamento.

Una delle cose che mi ha sorpreso è il traffico la mattina, la gente ordinaria non sembra esser andata in vacanza.

Il caldo è una tortura, perfino il volante e il cruscotto sono caldi. Metto la radio per sentir meno la temperatura.

Quando uso i mezzi pubblici ci metto più tempo per la percorrenza ma osservo la città e i luoghi durante il tragitto; però mi vedo la città, ripasso da luoghi conosciuti, faccio due passi.

Il giornalaio del quartiere ha messo il cartello “Cessione  attività, astenersi perditempo”. Coerente con i molti cartelli della piana  e della città con la scritta affittasi, vendesi, chiuso…

Come docente alle volte mi chiedo cosa faranno questi allievi e questi esaminandi, vent’anni fa era possibile fare una previsione, oggi il futuro si sta restringendo e domina un presente triste e piuttosto cupo nonostante il sole e il caldo aggravato dal tasso d’umidità.




20 luglio 2013

Diario Precario Dal 14/6 al 18/6/2013

Data. Dal 14/6/2013 al  18/6/2013

 

Note.

Scrutinio alle 8.00.

Fine.

Davvero la fine di questo periodo d’insegnamento

Secondo rito: restituzione dei registri personali.

Poi considerazioni personali sull’anno scolastico che tengo per me.

Delle due quinte quattro non ammessi in una, e due di questi miei allievi alle lezioni alternative, e nell’altra tre non ammessi.

 Il numero dei non ammessi mi disturba.

 

Considerazioni.                                                        

La mia disposizione d’animo è tale che ho avuto un cattivo sogno la notte del 17 e sdoppiato perfino.

Ossia ho sognato male, mi sono svegliato, mi sono riaddormentato e di nuovo un cattivo sogno.

Ne deduco che il mio inconscio ha qualcosa d’inquieto.

Una stagione di lavoro è finita. Un nuovo anno di lavoro si prospetta.

Così va nel sistema del precariato si passa da un anno scolastico all’altro spesso senza continuità.

 

Osservazioni

 Quando le lezioni cessano si chiude un ciclo iniziato nel momento in cui metti piede in aula. Se hai il contratto da precario non hai garanzia di continuità e devi farti una ragione della scissione fra la natura intima del tuo lavoro e il senso del tuo contratto. Ho fatto due sogni che indicavano in modo brutale la cessazione del ruolo che avevo. Uno era una specie di cartone animato sulla presa di una fortezza una roba da pirateria del settecento, dove un tesoro grande non veniva né conteso né bramato dai conquistatori intenzionati a far chissà che cosa. L’altro invece mi trovavo a far lezione ed erano spariti gli strumenti della lezione, perfino al lavagna, gli studenti dell’ultimo anno non mi davano retta e alla fine interrogavo me stesso e poi spariva tutto. I due sogni li ho interpretati come l’evidenza della cessazione dell’esperienza lavorativa. Il tesoro che lasciava indifferente era probabilmente quel che avevo cercato di comunicare e d’insegnare, e la lezione inutile era la percezione onirica dei limiti del mio lavoro. Così ho interpretato i due sogni, ho cercato di dare un senso a quanto mi comunicava l’aspetto onirico della mia esistenza, credo che cominci a pesare sulla mia coscienza questa condizione di precariato nella scuola pubblica che si protrae da otto anni nella quale ogni anno la mia esperienza lavorativa viene rimessa in discussione senza nessuna continuità se non casuale. Non mi sento valorizzato dal sistema, c’è poco da fare così stanno le cose.

Poi c’è la grande questione del tempo dell’essere umano che è relativamente breve, quindi tempo che va e non torna. Per questo il tempo di lavoro assume una certa importanza perché finisce con l’esser una parte della propria vita, si lega alla tua identità personale e alla vicenda umana che porti avanti con il tuo esserci in questo mondo e in questo tempo. Quindi la restituzione delle chiavi del cassetto e, dopo gli scrutini, dei registri segnano la cessazione di quella esperienza che compone una parte del tempo e della  vita; e nello specifico del mio tempo e  della mia vita. In effetti quando si è dentro il lavoro non si visualizza come esso sia parte del flusso d’esperienze che formano un pezzo della propria personale vita, eppure proprio la natura del mio lavoro dovrebbe indicarmi l’importanza del pensare quanto faccio nel corso dell’anno scolastico come parte di un percorso unico. Comunque sia su quest’anno scolastico fatto l’ultimo scrutinio e consegnato i registri cala la parola fine, ci potrebbe essere una riconvocazione a settembre per la commissione giudicante gli esami di riparazione, comunque sia è andata. 

Ora ho bisogno di riposare e di lasciar che la mia mente s’abitui alla cessazione di questo quotidiano rapporto di lavoro e sia pronta a un nuovo incarico fra circa tre mesi. Vita e lavoro a mio avviso sono strettamente connessi in questo tempo, per questo, in generale, il lavoro dovrebbe esser qualcosa di più e di diverso da una serie di aridi rapporti mercantili, di dati numerici, di “produttività”. Il lavoro potrebbe esser una parte della costruzione del senso della propria esistenza qui e ora.

 Ma capisco che è chiedere troppo di questi tempi, la completa realizzazione di se stessi nel proprio tempo stride con le difficoltà del momento, il qui e ora punisce le aspirazioni senza fondamento.




15 luglio 2013

Diario Precario Dal 11/6 al 13/6/2013

Data. Dal 11/6/2013 al  13/6/2013

 

Note.

Scrutinio alle 8.00.

Sono segretario.

 Tocca a me scrivere i nomi degli ammessi e dei non ammessi all’esame di maturità con le motivazioni e le registrazioni del caso.

Dopo le due quinte, altri scrutini di classi prime, seconde e terze a vario titolo come professore di materia alternativa o di storia e filosofia.

Rinnovo del contratto separato come professore di materia alternativa per poter effettuare gli scrutini del caso fino al giorno 13/6.

 

Considerazioni.

La mia disposizione d’animo non è serena.

Durante lo scrutinio dovrò esser scrupoloso più del solito.

Sono il segretario che redigerà il verbale di scrutinio nella 5B.

Intanto un dispiacere personale: il numero di non ammessi all’esame di Stato nella quinta dove facevo lezione e nell’altra dove avevo la cattedra di materia alternativa è stato relativamente alto.

 

Osservazioni

Sono portato a mettere i fatti e quel che conosco in discussione da più punti di vista, eppure lo scrutinio finale mi appare sempre difficile.

La principale preoccupazione dei docenti è il ricorso.

 Il discorso comune fra i docenti indica che il  ricorso di solito viene vinto per vizio di forma. Quindi attenzione estrema alla forma in sede di scrutinio e va da sé in quella di Esame di Stato.

Come tante altre volte c’è stata la relazione della docente coordinatrice, i diversi interventi, poi le decisioni all’unanimità o a maggioranza.

 Lo scrutinio è simile nella procedura a tanti altri scrutini finali cui ho avuto modo di partecipare, ma cambiano sempre i nomi, i casi, le situazioni, i docenti, il quadro generale.

Non ci sono mai due classi uguali, non ci sono due scrutini uguali se non per qualche dettaglio numerico.

Tuttavia quest’anno mi trovo a dover fare più scrutini del solito per via dell’ora della materia alternativa.

Così ho avuto modo di vedere tutto il ciclo del Liceo e non solo il triennio.

Ho capito questo: il sistema ha bisogno di due cose: una riforma seria che parta dalla realtà quotidiana della scuola e dal corpo insegnanti e non da fantasticherie elettorali o favole della politica e poi occorrono molti soldi.

Occorre che il potere politico accetti di mettere soldi nella scuola e nel sistema della formazione, ossia occorre investire bene quelle cifre del bilancio dello Stato che servono e che oggi vanno nelle cose più strane e bizzarre. Occorrono dei fini generali, occorre una civiltà propria che giustifichi uno sforzo mai fatto prima per costruire il senso dello stare assieme di genti e comunità così diverse nel Belpaese, anche passando dalla scuola e dal suo rinnovo in termini di risorse, personale, dotazioni tecnologiche, strutture.

La scuola ha poi bisogno di un Belpaese con qualche sana ambizione. Le diverse genti d’Italia non possono esser solo una massa informe di singoli consumatori, debitori, lavoratori e contribuenti verso il fisco. Questa pluralità infelice deve darsi delle mete, dei fini, degli scopi di uno star assieme di carattere collettivo.

Ad esempio perché questo popolo non si dà l’ambizione di trasformare il suo enorme patrimonio di carattere ARCHEOLOGICO E CULTURALE in uno strumento di soft power volto a condizionare in senso buono della parola il sistema di vita, produzione e consumo in Europa e non solo in Europa. Ma l’Italia del 2013 appare lontana da tutto questo, le ambizioni della maggioranza sono clamorosamente egoistiche e individuali, perfino i politici sembrano incapaci di far squadra. Non può darsi in questa situazione una volontà collettiva, il senso di una civiltà propria che propone ad altri sue specifiche qualità.

Tutto il passato sembra disgregato e morto e nulla sembra cambiato.

Intanto in questi giorni di scrutinio e di chiusura dei registri personali ripasso a mente quanto ho fatto in quest’anno scolastico, rivedo le scelte, i successi, le delusioni, i casi personali di allieve e allievi.

Alla fine ci penso sempre e mi chiedo spesso se potevo far diversamente, se altre scelte avrebbero inciso in maniera diversa.

Finisco con il ritornare all’altro tempo, nell’altro secolo quando ero sui banchi e non in cattedra.

La mia esperienza scolastica diventa uno dei tanti elementi in gioco per giudicare me stesso e il lavoro, e quindi il mio tempo.

Cosa c’è di così diverso in questa nuova generazione?

Perché è evidente che questi ragazzi e ragazze non sembrano associabili o sovrapponibili  a quelli di due decenni fa!

Una domanda difficile, forse le nuove tecnologie informatiche hanno inciso in profondità sui comportamenti quotidiani, più di quanto comunemente non si voglia ammettere.

In fondo far il mio mestiere è anche porsi domande, creare e ricostruire di continuo dei percorsi educativi e d’insegnamento.

In fondo esser docente non è esattamente un mestiere come un altro.




7 luglio 2013

Diario Precario Dal 9/6 al 10/6/2013

 

Data. Dal 9/6/2013 al  10/6/2013

 

Note.

Notte prima dello scrutinio. Ovviamente son andato a mangiare i tortelli di Prato a Vernio.

Scrutinio alle 8.00.

Sono segretario, una cosa da fare in più; peraltro non facile.

 

Considerazioni.

Battuta personale a proposito della continuità didattica: chi presenta il foglio-ferie, chi ha il contratto scaduto.

Sto diventando sarcastico e un po’ acido, gli anni pesano.

I tortelli erano buoni, davvero una cucina raccomandabile quella della Casa del Popolo di Vernio.

Fra un bicchier di vino e una buona forchettata ho come al solito ragionato di politica e di costume con il Vincenti.

Mi rendo conto però che questo non serve. Almeno per quel che mi riguarda.

Tutto gira su se stesso: i ragionamenti, i discorsi, le analisi argute vengono pronunciate, magari criticate, anche lodate; e poi nulla accade.

Senza un potere reale e concreto le parole rimangono aria e suoni che si perdono nella notte.

Non è certo ragionando in modo amichevole, a tavola, fra una cosa e l’altra che può cambiare questa realtà umana.

La zona delle montagne rimane comunque molto bella, c’erano davvero dei bei paesaggi leggermente deturpati dai soliti capannoni.

Di notte vedendo il profilo delle montagne e delle colline a nord di Prato mi rendo conto che c’è una fisicità del territorio che va oltre i tempi ristretti della vita umana. Il profilo dei monti e delle colline di notte mostra una natura imponente, che attende la sfida dei millenni e non quella dei decenni o degli anni. Il profilo della conformazione della terra si stampa nella notte come una massa nera su un cielo scuro.

Anche viaggiando in auto la massa dei monti e delle colline colpisce l’attenzione. Ti senti un minuscolo dettaglio in una storia non umana votata a passare ancora qualche altra epoca geologica.

Tra parentesi scrivo che siamo nell’Eone Fanerozoico, l’era è il Cenozoico, il periodo è il Quaternario e l’epoca attuale è l’Olocene.

Davanti alle decine di  millenni l’essere umano singolo è maledettamente fragile, marginale, un granello di sabbia in una spiaggia.

La mia disposizione d’animo non è serena.

C’è uno scarto troppo grande fra la brevità della vita umana e la manifestazione della natura.

Questa presente forma di civiltà industriale non riesce a trovare alcun tipo d’armonia dentro le società umane, d’integrazione con la natura e la conformazione questo pianeta, di senso proprio per quello che riguarda i fini generali e collettivi. Questa civiltà è moltiplicazione di ricchezza, tecnologia e potenza senza un senso ultimo, un fine superiore. O se c’è pare inconfessabile perché non è evidente e non è pubblico.

Eppure il confronto a livello di pensiero alto, di sincera preoccupazione per il futuro dovrebbe essere non la tornata elettorale prossima ma il senso della vita umana su questo pianeta.

Il problema  che si esiste come singoli. Alla fine è il singolo che si confronta con qualcosa che rimanda all’eternità, allo scorrere dei milioni di anni.

 La collettività, e non solo in Italia, pensa al qui e ora; l’agenda delle priorità e del dibattito pubblico è legata ai tempi dello spettacolo, del commercio, della pubblicità, della finanza internazionale. C’è un oltre che non viene neanche pensato o intuito. In fondo mi piace pensare allo scorrere dei secoli e  dei millenni e delle centinaia di migliaia di anni perché mette fra parentesi questo presente, in quanto questo pensiero lo confina e lo rende incredibilmente mortale; in una parola lo svuota della sua potenza ipnotica, affabulatoria e ingannevole.

 

Osservazioni

Sono alla chiusura di un percorso scolastico. Del solito percorso, per così dire. Una specie di labirinto del precario che ogni anno si ripresenta ad ogni nuovo contratto.




4 luglio 2013

Diario Precario Dal 7/6 al 8/6/2013

Data. Dal 7/6/2013 al  8/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno due, meno uno…

Fine lezioni per Nappini

Mini-rito della restituzione delle chiavi del cassetto.

Ultima ora di lezione: reazioni opposte da parte degli allievi chi si dimostra riconoscente, chi quasi infastidito.

Va bene così. Sta nel divenire delle cose.

Prima riunione della commissione a tre su una proposta per l’ora alternativa da presentare a settembre

Sabato notte scrittura via internet di voti e giudizi

 

Considerazioni.

Il rito della riconsegna delle chiavi è  stato un lampo, una breve formalità. Meglio così.

Le mie lezioni cessano, per motivi d’orario, quest’anno prima dell’ultimo giorno di lezione, di solito l’ultimo giorno è difficile da gestire. In effetti scavando nei ricordi mi è capitato proprio d’assistere a una sorta di primordiale e infantile scatenamento, l’energia con cui escono dalla scuola l’ultimo giorno non è paragonabile a niente di simile durante l’anno scolastico. Talvolta i presidi mandano circolari apposite perché gli studenti cercano di forzar la mano sulla disciplina e di non far nulla; e poi fuori dalla scuola, di solito, si vedono gavettoni e lanci di uova. Talvolta qualche passante s’arrabbia, specie se la scuola è nel centro di una città.  Questo stavolta non mi riguarda. Finisco il giorno prima.

La scuola è finita e ora  c’è lo scrutinio finale che inizia con la messa online sul sistema Argo delle votazioni e dei giudizi.

Io preferisco lavorare di notte, dopo aver riletto più volte il registro personale e segnato quel che devo inserire. Nella mia zona dopo le 23 comincia a scendere un silenzio rotto solo da qualche auto e camion che supera i limiti di velocità o strombazza in piena notte, da qualche urlo, da qualcuno che sbatte porte e portiere. Così con la finestra aperta mi metto al computer e lavoro per il giudizio, quello conclusivo. Il silenzio della periferia quando si riesce a percepirlo è una fotografia del proprio mondo interiore, è come vedersi riflessi nell’acqua scura. Il lavoro diventa dialogo con se stessi e ripercorri cosa hai fatto, cosa credevi di fare, quali risultati hai raggiunto, voti e giudizi ti forzano a dare l’estrema sintesi al lavoro che è anche un pezzo di vita e di memoria. La periferia di notte  è un silenzio rumoroso e quindi ti lascia solo con i tuoi ricordi e i tuoi pensieri.

C’è qualcosa d’artigianale, di medioevale nel lavoro del docente, proprio perché è in uso la registrazione informatica emerge con forza la necessità di far entrare in formule e numeri quel che si è fatto. Più si usano cifre e frasi fatte o griglie più emerge che qualcosa sfugge sempre al dato numerico. Il docente ha a che fare con l’irriducibile singolarità dell’esser umano e non è facile inquadrare il singolo e la sua vicenda dentro una griglia di valutazione che pensa in termini generali e collettivi.

Dal momento che l’insegnamento impartito darà i suoi frutti nel corso della vita del singolo, se di un serio insegnamento si tratta, è facile osservare che c’è qualcosa di profetico, di destinato al dopo e al domani nel lavoro del docente.  

 

Osservazioni

Spesso mi sembra d’essere un profeta che predica alle rocce.




26 giugno 2013

Diario Precario Dal 3/6 al 6/6/2013

Data. Dal 3/6/2013 al  6/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno tre, meno due, meno  uno ormai resta solo la burocrazia e forse l’ultima spiegazione o interrogazione.

Tempo variabile, piove e poi arriva il sole.

Notizie: netto aumento delle proteste in Italia per povertà e disoccupazione e vittoria dei governativi nella guerra siriana, i ribelli sono in fuga.

Collegio docenti finale: quasi quattro ore.

 

Considerazioni.

La scuola è finita e son riuscito a farmi mettere in via temporanea in una commissione che stilerà un documento sulla possibile organizzazione dell’ora alternativa alla religione cattolica, ovviamente questo mio lavoro è a gratis, ovvero non ho incentivi economici. Lo spirito del docente deve prevalere sulla materia in questa piccolissima cosa.

 Suona un po’ assurdo per un precario.

Nell’ultimo consiglio ho voluto dir la mia sull’ora alternativa e come al solito mi son fatto carico dei miei pensieri. Personalmente credo che sia impossibile oggi fare un ragionamento di etica o un ragionamento sulla Costituzione senza prima aver costruito un vocabolario minimo. La stragrande maggioranza degli studenti non sa cosa sono i partiti citati nell’art.49 della vigente Costituzione Italiana perché non li ha mai visti. Voglio proprio prendere l’esempio dell’art.49 perché mi semplifica l’argomentazione. I ragazzi e le ragazze nati dal 1994 in poi non hanno, per motivi anagrafici, memoria, di cosa è accaduto prima a livello politico, sociale, di vita quotidiana. Ciò che sanno del passato recente è spesso frutto di nozioni o argomenti che si sono sedimentati per caso o sono arrivati loro in modo frammentario se non addirittura distorto. Ad esempio cosa poteva esser un partito politico italiano della Prima Repubblica  lo possono immaginare o ricostruire perché semplicemente sono nati dopo quei fatti e quel tipo di costume e di società.  Quelli di oggi non sono più i partiti del dopoguerra, sono perlopiù organizzazioni politiche diverse  simili ai partiti liberali dell’ Ottocento, quindi se un liceale associa un partito di massa del Novecento ai movimenti o ai partiti legati a un singolo personaggio di questo XXI secolo  rischia di trasporre il presente sul passato e di giudicare o pensare ciò che era stato come se fosse un fatto del quotidiano. Se non viene fatto un percorso per spiegare allo studente la natura e la storia dell’argomento in esame, nell’esempio si tratta del partito politico, il rischio che capisca poco o male è fortissimo. Sono persuaso che oggi ragionare d’etica anche in senso laico presupponga percorsi di conoscenza strettamente collegati all’attualità e alla padronanza delle parole che orientano in questa civiltà industriale. Del resto il grosso della comunicazione che passa oggi è pubblicità, intrattenimento, spettacoli; gli adolescenti e i pre-adolescenti sono bombardati da un tipo di cultura dei consumi e dello spettacolo che non si accorda con il ragionamento, la meditazione sui grandi problemi, la comprensione delle grandi questioni di questa civiltà industriale arrivata a toccare gravi problemi di sviluppo e crescita.

Per il resto nel mio quotidiano prevalgono le preoccupazioni di fine scuola.

Domani è l’ultima lezione per me. Con venerdì chiudo.

Dopo rimane solo il dato numerico dello scrutinio.




17 giugno 2013

Diario Precario Dal 30/5 al 2/6/2013

Data. Dal 30/5/2013 al  2/6/2013

 

Note.

Lezioni mancano meno cinque ormai.

Ora la prospettiva è lo scrutinio e fare le medie.

Domenica faccio il presentatore del Judo club alla festa dello sport di Sesto

Sabato e domenica fuori a cena.

 

Considerazioni.

La mia testa pensante va alla fase degli scrutini.

Ho le ultime ore per decidere, interrogare, calcolare le assenze, fare le somme e le sottrazioni del caso.

Mi sono messo nell’aula vuota di fisica con un righello in mano e la matita per far il punto sulle assenze, in quel momento l’insegnate sembrava un contabile dell’ottocento, poi i risultati finiranno sul sistema di registrazione elettronica della scuola. In quel momento come  ero sospeso fra l’ottocentesco registro di carta e il XXI secolo digitale.

Lo scrutinio finale è il momento dove è necessaria maggior precisione, dove lo strumento dell’Ottocento incontra il XXI secolo dove il dato numerico registrato su carta dovrà diventare digitale.

Sbagliare vuol dire prestar il destro a un ricorso di eventuali bocciati o delle loro famiglie.

Lo scrutinio non è iniziato e già sono al punto di pensare ad esso, mi proietto già verso la fine prima che arrivi la parola stop.

Sono giorni piuttosto intensi.

L’Italia intanto mi par sempre più triste. La cronaca continua ad essere pessima, notizie di delinquenza, cronaca politica fusa con la giudiziaria, confusione, incapacità di affidarsi a voci credibili o autorevoli, venti di guerra nel Mediterraneo, troppe storie di povertà e disoccupazione.

La manifestazione sportiva a Sesto con l’occasione dell’anniversario della Repubblica è andata bene, con dei volenterosi e con i maestri si è portato il materiale, allestita la postazione, fatta l’esibizione e ho presentato la palestra. La giornata di sole era bella, temperatura ottima, c’erano nel parco le più importanti realtà sportive del territorio di Sesto Fiorentino.  La folla di curiosi e amatori del parco di quest’anno rispecchia una popolazione del Belpaese molto variata con una percentuale crescente di popolazione proveniente dai quattro angoli del pianeta, l’Italia da questo punto di vista come prima  impressione si presenta sempre di più come una sorta di Stati Uniti in miniatura, o se si vuole come una caricatura degli USA.

C’è una sorta d’Italia sospesa fra passato ingombrante, un presente estremamente provvisorio e un futuro imprevedibile.

Da tempo credo che questi ultimi due decenni nei quali mi trovo a vivere qui in Italia  siano una sospensione, una lunghissima pausa in attesa che ben  altre potenze impegnate in lotte titaniche  definiscano il futuro dell’Europa e di gran parte della razza umana e delle risorse del pianeta.

Occorre precisare che le risorse sono abbondanti ma finite.



sfoglia     luglio       
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email