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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 febbraio 2015

Riedizione di una sintesi

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica
DI I. Nappini

Alcuni anni fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana. Oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e negli USA e di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese.
Questo ripubblicazione vuole dare un contributo di pensiero intorno alla questione della complessità dei processi che definiscono la memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento qui uno schema storico.

1861 - Il Risorgimento
L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861 - 1876 La destra Storica al potere
L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la  maggioranza degli italiani e le minoranze al potere di estrazione sociale aristocratica o borghese.

1876 - 1887 La Sinistra Storica
La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887 - 1896 L’età Crispina
L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere sia un nazionalismo esasperato sia forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze "liberali" che esercitano il potere in Italia.

1898 - 1900 Sangue e fango sull’Italia.
L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove l’esercito spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spenta. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901 - 1913 L’Età di Giovanni Giolitti
L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, si registrano aperture politiche  e sociali  alle forze sociali e operaie nel Centro - Nord.
Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914 L’Italia del Dubbio.
L’Italia è l’unico paese fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria - Ungheria, il parlamento è contrario alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti. Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra. La guerra è dichiarata forzando la volontà della maggior parte degli italiani e dello stesso parlamento.

1915 - 1918 L’Italia della Grande Guerra.
L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza politicizzata di nazionalisti e di estremisti politici  e di piccoli gruppi d’affaristi  e industriali a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei grossi debiti contratti e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

1919 - 1920 Il Biennio rosso
L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi progetto di creare un senso collettivo di appartenenza alla Patria. Emerge la reazione armata e terroristica fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di Patria e di Stato, una concezione mutuata dalla propaganda di guerra e priva, allora, di spessore filosofico e ideologico.


1921 - 1922  Lo squadrismo  e il Milite Ignoto
L’influenza della rivoluzione sovietica sulle masse operaie e contadine rimane forte nonostante i limitati e parziali risultati sindacali del biennio rosso. Nel 1921 il governo decide di procedere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto al Vittoriano a Roma. Tale rito  coinvolge tutta l’Italia e mette le opposizioni in difficoltà presso l’opinione pubblica sinceramente commossa per quel simbolo che rappresenta, ad oggi, i circa 600.000 morti della Grande Guerra. Si moltiplicano preso associazioni, parrocchie, istituzioni anche scolastiche le attività per ricordare i caduti della Grande Guerra con lapidi, cippi, targhe, monumenti. Il nazionalismo e la sua simbologia riprendono la scena pubblica. Intanto le squadre fasciste aggrediscono e disorganizzano il movimento operaio mentre Mussolini con una operazione trasformistica sulla destra Giolittiana riesce a far eleggere in  parlamento 35 deputati. Giocando sul tavolo della legalità e su quello dell’illegalità Mussolini cerca una via per arrivare alla presa del potere presentando il fascismo come il movimento salvatore della Nazione uscita vittoriosa dalla Grande Guerra.

1922 - 1924 Il Fascismo al potere
Mussolini riesce a trasformare i Fasci di Combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito, e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato derivato dalla “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico. Sul breve periodo hanno particolare rilievo l’istituzione dei Parchi della Rimembranza dedicati ai soldati morti nella Grande Guerra che vedono la partecipazione attiva delle scolaresche d’Italia per merito del sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi.

1925 - 1935 Il Regime fascista
Il 3 gennaio del 1925, dopo una crisi politica durissima dovuta all’omicidio del leader dell’opposizione Matteotti, Mussolini sfida apertamente  il  sistema parlamentare e riesce a schiacciarlo con il discorso del 3 gennaio; data che segna  anche dell’inizio della dittatura. Il fascismo come regime cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica. L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo, ma il fascismo deve di volta in volta attuare dei compromessi politici e sociali che riducono la forza di persuasione che può esercitare sulla popolazione italiana. Il concordato fra Stato e Chiesa Cattolica del 1929 aiuta il consolidamento del Regime e limita le possibilità d’azione delle opposizioni.

1935 - 1939 Anni Ruggenti
Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista, iniziano le prime smagliature nel consenso verso Mussolini e il fascismo. Tuttavia sul momento le vittorie in Etiopia e Spagna spengono tanta parte del dissenso. Intanto Hitler stipula un effimero e non sincero trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica per evitare la guerra su due fronti e iniziare la Seconda Guerra Mondiale con l’aggressione alla Polonia.

1940 - 1943 La guerra Fascista
Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate, guidate senza una strategia di guerra chiara  e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE. La guerra si complica con l’entrata nel conflitto della Russia Sovietica e degli Stati Uniti  e costringe il Regio Esercito Italiano a uno sforzo superiore alle sue possibilità militari. Le disfatte del biennio 1942 -1943 in Russia e Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943 - 1945 La Resistenza
Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale secondo la logica implacabile d’attribuire alla presenza della propria  forza armata sul territorio l’appartenenza di esso al sistema capitalista o a quello comunista.

1946 - 1947 Il Dopoguerra
L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto, il premier Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica. Di lì a breve si romperà anche l'unità delle forze antifasciste.

1948-1953 L’Italia Democristiana
L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico in Europa e nel Mediterraneo.

1954 - 1963 Il Miracolo economico
L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica e politica  nel Mezzogiorno d’Italia.

1963 - 1968 Il primo Centro-Sinistra
L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori e la nascita di un nuovo Potere, con la P maiuscola, diverso da quello che si è manifestato nel primo Novecento ma non meno insidioso e totalitario.

1969 - 1976 L’Italia della Strategia della tensione
L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella, spesso opportunistica, derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976 - 1990 L’Italia di Craxi
Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito: la distanza fra masse popolari e potere politico, il famoso Palazzo si riduce. In questi anni aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo mentre il PCI viene ridimensionato e l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore sociale o umano, pesante indebitamento dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991 - 1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994 - 2000 L’Italia della Globalizzazione
Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche e dominata da una cultura mercantile del consumo e del possesso di beni superflui. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001 - 2011 L’Italia della crisi globale
Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane (e di recente fra i deserti della Libia e le foreste dell'Ucraina). Nel periodo che va dal 2003 AL 2011 gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia partecipa con sue forze a "operazioni" in Afganistan e Iraq. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

2011-2014
La cronaca di questi anni vede irrisolte le questioni di fondo di un Belpaese che ha difficoltà a ritrovare se stesso e di una situazione internazionale resa sempre più grave e pericolosa da disastri ecologici, guerre di guerriglia e per procura, crisi finanziaria internazionale, decadenza e discredito delle istituzioni democratiche nell'Unione Europea quest'ultime evidenze manifestate da risultati elettorali che premiano forze di netta contestazione dell'ordine costituito e delle politiche neoliberali. La questione dell'identità collettiva degli italiani appare ad oggi irrisolta.




2 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Gaetano Linneo

Terzo atto

 

Si senta la voce del padrone che  saluta i tre con frasi di circostanza, e fa due o tre battute rivolte a Franco e Vincenzo per via del fatto che Franco ha pagato anche il conto di Vincenzo. I cinque si trovano presso il ponte che porta alla stazione ferroviaria di Vernio. Notte, freddo, il panorama delle montagne  intorno è ben visibile nella fredda aria della notte.

Clara Agazzi: Questo panorama è davvero notevole. Queste montagne viste dalla prospettiva del ponte del torrente  che grazie al suo scorrere interrompe l’ambiente urbano e agricolo e apre la vista a Sud e Nord. 

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero un bello spettacolo. Il freddo rende limpida l’aria si vede per chilometri nonostante il buio.

Stefano Bocconi: Son stato proprio bene. Il fatto di aver avuto in omaggio al tavolo le bottiglie di grappa e limoncello mi ha davvero rinfrancato. Devo però prender fiato. Ho a stento messo nello stomaco il dolce. Ho bevuto e mangiato più del mio solito.

Vincenzo Pisani: In effetti i dolci sono speciali. Tempo fa avevo l’abitudine perfino di portarne  via uno e di mangiarlo il giorno dopo.

Franco: E allora, eccoci qui dopo coppe alla crema di mascarpone, mattonella al cioccolato, panna cotta… Tutto fatto bene, belli i colori, la densità, l’intensità del sapore.

Stefano Bocconi: Veramente buoni. Ma quello è il professore si è fermato al parcheggio e ragiona con  i suoi amici del Judo.

Paolo Fantuzzi: Una notte davvero magica. Abbiam fatto bene a venir fin quassù.

Franco:  In effetti anche se fa freddo le montagne, l’acqua che scorre, i boschi creano uno scenario suggestivo.

Vincenzo Pisani: Scusate, mi allontano un attimo per sentire se il professore ha bisogno di esser riaccompagnato da me o fa in altro modo.  

Franco:  Quello lo conosco. Aspetti. Mi scusi ma lei è Linneo quello che fa arti marziali con il professore.

Gaetano Linneo: Precisamente, e mi ricordo di te.  Tu sei franco quello della cittadina di Cemento, quello che scrive sulla rete.

Franco:  Infatti scrivere e far partecipare la cittadinanza e i miei lettori ai grandi problemi che scuotono la cittadinanza cosciente e presente a  sé stessa è uno dei miei vanti, come quello di aver un mio pubblico di lettori. So che siete esperto di faunistica e di scienze che riguardano la natura e un esperto di arti marziali. Oso chiedere cosa ne pensate di quel che scrivo assieme al professore e altri.

Gaetano Linneo: Una richiesta facile che esige una risposta difficile. Per prima cosa voglio dire una cosa sul mezzo che usate, ossia la rete internet. Su quel mezzo tre sono le S importanti: Sangue, Sesso, Soldi. Il grosso di quel che passa dalla rete è legato a questi tre elementi. La prima S è il simbolo di quel che è rappresentato e mostra la guerra, la violenza privata, criminale,  organizzata, i film dell’orrore, sport di contatto o di lotta e cose simili. Lo spettacolo cruento,la lotta, la guerra, l’orrore, e in particolare i videogiochi dove si combatte, si uccide, si distrugge attirano un pubblico vasto. Lo stesso posso dire dell’altra S che è il Sesso ed è la parola simbolo di ciò che può attrarre sul piano della seduzione o dello stimolo sessuale  molti di quelli che smanettano  sulla rete. Il sesso e la seduzione in tutte le loro forme sono anche meravigliosi e potenti strumenti in mano a pubblicitari esperi. La terza S rappresenta i soldi e qui si va dai casinò on-line, alle società di servizi, alla vendita di beni su internet, alle banche e così via…  Anche questo attira il pubblico per questioni d’acquisizione di beni o servizi. Le tre S sono i simboli di ciò che attrae maggiormente sulla rete. Il che non toglie che ci sia chi cerca la ricetta della torta della nonna o un riassunto di filosofia per i liceali. Ma le tre S sono le calamite più forti, si pigliano il grosso dell’utenza; spesso sono dosate in modiche quantità anche sui portali. Quello che costruite con la vostra attività è l’usare un mezzo, che si presta ad essere il megafono di pulsioni forti, inconsapevoli e aggressive dell’essere umano, per veicolare informazione, conoscenze, riflessioni. Dalla vostra parte c’è il fatto che l’essere umano ha bisogno di veder mostrato secondo uno schema credibile il suo mondo di tutti i giorni, ha bisogno di spiegazioni più o meno serie che riconducano i mille fatti di questo presente a spiegazioni coerenti, non contraddittorie. Nell’umano c’è il vedere, l’ascoltare, il contare e molto altro ancora. Ma c’è anche il bisogno di dare ai fatti piccoli e grandi una coerenza, un filo logico, una relazione di causa-effetto. Ad esempio per capire la piena di un fiume non basta osservare l’acqua che scorre e percepire l’umidità. Sarà necessario collegare assieme i giorni di pioggia della settimana, le condizioni precedenti la piena, la stagione, i lavori fatti sugli argini e decine di cose del genere. La capacità razionale di creare una spiegazione coerente e non contraddittoria di un frammento di mondo che ci riguarda è  il necessario completamento delle facoltà e dei mezzi che si hanno per osservarlo e percepirlo. Dare strumenti che vanno in questo senso è un fatto positivo. Non spaventatevi se fra i numeri dei vostri contatori di visite e quelli di una presentatrice televisiva o di un cantante alla moda troverete differenze enormi. Il superfluo e l’effimero sono i compagni di strada delle tre S di cui ragionavo prima. Il mezzo della comunicazione sulla rete ha aspetti per così dire democratici, ma alla fine occorre puntare a un pubblico preciso e con un progetto chiaro e distinto di comunicazione.

Franco:  Questo riguarda il mezzo. Ma dietro il mezzo ci sono le idee, i pensieri, i valori immateriali.

Gaetano Linneo: Il mezzo condiziona le forme con cui si esprime il comunicare i valori immateriali.




5 gennaio 2015

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Prosecuzione del monologo

Di Ivo adesso voglio qui, poiché sono fra chi mi capisce, ricordare cose personali. Ad esempio l’accappatoio messo appeso nello spogliatoio, entravi, lo vedevi e capivi che lui era in palestra sul tappeto con quelli del turno prima. L’oggetto indicava la persona. Quando questo vecchio accappatoio mancò fu dopo la sua morte, di conseguenza nei primi mesi entravo nello spogliatoio e subito si formava in me l’idea che la palestra continuava senza di lui. Oggi c’è una teca con una delle sue vecchie cinture e alcune foto che lo ricordano sulla parete opposta all’uscita. Si tratta però di una cosa diversa. Le ombre che dalla strada si riflettevano sui vetri della palestra, per una combinazione di luci l’ombra dei passanti si spalma ancor oggi sulle vetrate poste in alto, alle volte mi capitava di fermarmi qualche istante a vedere queste ombre. Anche loro erano parte dell’insieme, come il disco delle campane delle chiesa vicino che ogni tanto si sentiva la sera, confuso con il rumore dei corpi proiettati sul tappeto o con la lezione sulle tecniche. La palestra in fondo è anche un luogo e visivo e sonoro.  Il ricordo è anche odori, suoni, luci, ombre, parole, frasi sentite tante volte. Poi c’era il suo modo di fare, mi ricordo che sedeva sulla panca vicino all’entrata vicino all’entrata e di solito parlava con gli allievi e con chi veniva a fargli visita. Magari anche per pochi minuti. Un altro suo modo era quello di sedere in osservazione sulla cassapanca a lato del tappeto e a un certo punto quando lo riteneva opportuno unirsi di nuovo agli allievi per correggere questo o quello o per mostrare una tecnica o qualche altra cosa da fare. Con il senno di poi mi son fatto l’idea che il suo esser maestro fosse anche ascolto e osservazione, entrava dentro il problema tecnico o di relazione avendo già in testa la possibile soluzione e la ragione per la quale essa era valida. Sotto certi aspetti è stato anche fortunato, infatti mi ricordo che una volta la palestra era in una situazione incredibile, era dicembre e c’erano dei lavori di manutenzione e mancava l’acqua calda, faceva freddo  e la situazione era tale che solo  in tre eravamo rimasti. In tre soli e pur di non lasciar la palestra vuota mi ricordo che feci la doccia fredda in pieno inverno. Cose di gioventù. Però fu una bella prova di carattere. Poi mi ricordo che dopo la sua morte la palestra si riempì d’acqua di fogna per via di un nubifragio e noi tutti i suoi allievi ci riunimmo per rifarla. Salvammo quel che si poteva salvare, pulimmo a fondo con una sistola le materassine del tappeto, buttammo via quelle compromesse, mi ricordo di aver fatto dei lavori perché anche il pavimento della palestra si era guastato.   In fondo aldilà di tutto credo che questo sia il beneficio ed è qualcosa che va oltre le gare, le cinture colorate e tutto il resto. Io non credo che sia comune in una palestra che i suoi iscritti e frequentanti si siano dati così tanto da fare per tenerla aperta. Alle volte penso alle critiche stupide che dai giornali e dalla televisione sono cadute sulla generazione mia intorno al  suo presunto carattere debole e sprovveduto. So che posso sembrar eccessivo ma io in palestra son stato testimone di molti esempi che smentiscono questo pregiudizio, e molti fra questi proprio in palestra. In fondo quando è ben praticato e con una guida sicura il Judo forma i caratteri e quindi le persone e oso dire che li forma in meglio. Una volta mi ripetè una frase del suo maestro Koeke. Disse che “cadere a terra è brutto”  nel senso che è brutto il cadere con il senso della sopraffazione. Uno se cade si rialza, deve dimostrare che non si  è fatto niente, che non ha subito il colpo. Ecco io nella mia ingenuità credo che questo insegnamento si formi nella testa di chi segue un maestro di arti marziali in quanto frutto delle esperienze, del mettersi alla prova, dell’esser chiamati a fare il doppio o il triplo di quel che comunemente si pensa di poter fare. Mi disse, anche, una volta che la preparazione e il concetto del Judo l’insegna la palestra e gli amici. Uno si accorge che prima si sentiva un niente ma dopo capisce mettendosi alla prova insieme agli amici che può esser bravo come gli altri. Questo dà forza, aiuta. Costruisce fisicamente e mentalmente.

Vincenzo Pisani: Adesso ha smesso. Ora parlano gli altri, penso che noi qui si possa finir d’ascoltare e ragionar dei fatti nostri.  Comunque amici ad ascoltarlo abbiam fatto freddare questo lauto pasto. Le parole del professore ci hanno preso, ma come insegnano le maschere della nostra commedia dell’arte non con l’aria fritta si riempie lo stomaco. I discorsi restano discorsi e così anche i ricordi.

Franco: Non c’è problema son di buon stomaco, saprò far fronte a miei impegni davanti a queste portate. Certo che il problema che pone il professore è grande, e tu mio caro fai male a svalutarlo. In effetti esiste qualcosa nell’educazione dell’essere umano che non sembra esser né nozione, né competenza, né abilità. La natura dell’umano e del suo vivere in  società presenta una complessità non riducibile ai grandi numeri o alle statistiche. La memoria che è elemento di base di ogni sapere e di ogni tecnica e scienza non è solo analitica ma per così dire è anche artistica, umanistica e va da sé personale. L’essere umano in questa terza rivoluzione industriale è la più fragile e la più complicata delle macchine che producono, consumano e vanno infine rottamate.

Clara Agazzi: Questo è ovvio, anche nel mondo della civiltà industriale si esiste come singoli, nella vita si fanno delle scelte, ci si orienta sul piano religioso, politico, dei gusti. Per chi crede c’è la vita dopo la morte e la responsabilità sulla propria anima.

Stefano Bocconi: Certo il problema della vita dopo la vita. Poi c’è il senso di questa vita. Quando penso che da morto cesserà il mio vivere con la carta di credito, il possesso della macchina, dei beni, dell’elenco clienti, del magazzino, della mia collezione di fumetti degli anni settanta. Mi dispiace pensare che la mia collezione di fumetti possa finire al macero o esser venduta per pochi spiccioli a copia. Strano. Ora provo affetto per quei ricordi di carta che ho messo da parte in uno stanzino, mi sembrano vivi.

Paolo Fantuzzi: Belle parole, anche le vostre. IO però che tante ne ho vissute e fatte di cose vi dico che il passato è passato. Certo circoscrive il presente, dà insegnamento, aiuta perché il vissuto è parte della coscienza del singolo, è rifugio di ricordi e ammonimenti in momenti difficili. Ma poi tutto pesa sulle spalle dei vivi che devono andar avanti e costruire il loro mondo che è sempre in divenire. Esperienze, vita vissuta, ricordi, speranze, impegni devono trovare qualcuno che se ne faccia carico, è il singolo che sceglie o che è oggetto di scelta da parte di altri e che subisce le conseguenze delle sue scelte o di quelle altrui . Per questo l’azione che si attua nel presente finisce sempre con il rivolgersi verso il futuro, il presente non è, esso diviene sempre e si trasforma in qualcosa di diverso; anche con la velocità del fulmine.

 

 




23 novembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo II

Adesso che ho mostrato la principale differenza fra la figura del maestro e quella del docente passo a considerare un secondo aspetto ossia la volontà. Seguire un maestro, i campioni che lo fanno per carriera e per denaro non sono parte dell’esempio, è impegnarsi con il corpo e la mente in una disciplina sportiva. Un giovane e così anche un praticante adulto si sottomettono a sforzi fisici e talvolta mentali con un atto di volontà. Il maestro uniforma e disciplina all’interno della palestra le mille e  mille differenze che emergono dai suoi praticanti e dagli allievi che intendono procedere con l’attività agonistica. In questa condizione di mettere assieme i diversi livelli di motivazione e d’esperienza emerge il suo carisma e il suo buonsenso nel dare una direzione al lavoro di palestra.  Quello che spesso è il frutto dell’esperienza e del buonsenso nella scuola è regolato da scadenze, programmi e da una burocrazia a tratti oppressiva. La mentalità comune ignora solitamente quanto il mestiere dell’insegnare a scuola sia vincolato a scadenze e procedure burocratiche. Non dico che sia giusto o sbagliato. Dico che l’attività del maestro e del docente sono regolate da principi diversi e si svolgono in contesti non sovrapponibili pur trattando dell’educazione  e della formazione dell’essere umano. La burocrazia che regola una palestra esiste ma non ha la natura  e l’intensità della burocrazia scolastica. Il maestro quindi può a mio avviso ritagliarsi un più ampio spazio, può creare un suo stile di conduzione della palestra e arrivare al raggiungimento dei risultati attesi con tempi e modalità suoi. Il lato spiacevole della cosa è che egli è praticamente l’unico responsabile.  Quindi i praticanti di un’arte marziale o di una qualsiasi disciplina sportiva che si trasmetta per mezzo di un maestro scelgono un percorso impegnativo per la mente e il corpo con la speranza di ricavarne dei benefici fisici, mentali  e perfino spirituali. Benefici che sono collegati all’insegnamento del proprio maestro di riferimento. In questa centralità di colui che insegna vedo il tratto caratteristico del maestro di judo, ossia il carisma. Quella capacità, che viene declinata in termini positivi, d’esercitare una forte influenza sulle persone. In effetti senza una guida è improbabile che gli esseri umani s’associno fra loro per fare cose difficili o percorsi di costruzione e definizione della propria mentalità e della propria fisicità.  

Clara Agazzi: Questo professore è un po’ scolastico però mi pare che ci pigli. Certe cose le descrive bene. Tuttavia mi pare che riveli un rapporto con il suo lavoro contradditorio. Da un lato ne sottolinea l’importanza e dall’altro ne definisce i limiti. Questa categoria del maestro di cui ragiona pare lo specchio su cui si riflettono i limiti della scuola formale e burocratica.

Paolo Fantuzzi: Aspettate. Qui devo dire qualcosa io. Ricordatevi in materia di sport di contatto e arti marziali di una grande verità di cui tutti i praticanti e gli agonisti del settore sono consapevoli: le botte fanno male. Per questo qui nel Belpaese certi sport e le arti marziali hanno poco seguito. Lo sport quando praticato è soddisfazione e fatica, ma per capire la mia affermazione pensate al pugilato o sport minori ma simili. Oggi televisione, cinema, pubblicità commerciale non fanno vedere lo sforzo della persona qualunque, la normalità della fatica dell’uomo della strada. Televisione, pubblicità commerciale, cinema, illustrazioni varie  fanno vedere i presunti VIP in barche di lusso, nei ristoranti e nei privè per gran signori, al ricevimento di questo o di quello, nella villa del tal dei tali, all’inaugurazione del locale esclusivo.  Ovvia conseguenza che tanta gente e la gioventù in particolare sia sviata da questi messaggi ripetuti fino all’ossessione e fugga quanto è fatica, percorso anonimo e silenzioso, costruzione di se stessi. Se l’esempio che gira nelle nostre periferie cittadine è il ricco o il mammifero di lusso che si gode i soldi è normale che l’impegno che ha come premio non il riconoscimento del singolo presso un pubblico ma una sua crescita fisica e mentale sia evitato. Comunque in questo discorso c’è questo che non mi torna: mi pare che in quelle parole si voglia cercare un bene e un male che non stanno nella vicenda di tutti i giorni. Il divenire del mondo non è bianco o nero come il colore dei pezzi sulla scacchiera.

Stefano Bocconi: Certamente hai della ragione dalla tua. Da anni mi chiedo se non siano folli coloro che inseguono l’idea fissa di un bene o un male assoluto, come se bene e male fossero sfere perfette, realtà metafisiche, enti angelici o demonici. Eppure credo che sia lecito cercare oggi una qualche guida, beninteso. Oggi come ieri occorre iniziare da qualche parte e darsi un punto fermo, un qualche inizio. Se questa cosa può farlo un maestro come dice quello lì. Ma perché no?

Franco: Il professore non si è smentito. Qui è bastato ascoltarlo dieci minuti e subito son fioriti i distinguo, i dubbi, le approvazioni. Ma invito qui gli amici tutti a pensare a quanto sia forte il peso specifico della quotidianità, della noia, del vivere strascicandosi di qua e di là. Quella cosa che individuate come esempio negativo della pubblicità è l’ordinaria banale conseguenza di un mondo umano che si è impoverito ma che pensa se stesso come un mondo di consumatori. Il desiderio stimolato fino al parossismo e al delirio di consumare beni e servizi in assenza di una ricchezza autentica sul piano materiale provoca nei molti disordine mentale, odio, paure irrazionali. Immaginate questo: un tale per sue ragioni di lavoro è forzato a vivere spostandosi per ore e ore in macchina in condizioni di traffico indecenti. Un giorno si trova in campagna e rimane sconvolto. Non è quello il mondo nel quale vive e capisce che qualcosa non va nel suo stile di vita, davanti a un prato fiorito rimane come bloccato da un dolore al petto. Bene questa è la condizione del traumatico risveglio dei molti che hanno fatto l’errore e d’identificarsi con una delle tante illusioni indotte dalla pubblicità in relazione a donne bellissime, consumi da signori, barche, ville, soldi facili e così via. Prima o poi qualcosa si blocca, la dura realtà batte i suoi colpi  e uno rimane con la sensazione di aver inseguito il vento, di aver fatto volar via la vita rincorrendo un miraggio.

Stefano Bocconi: Certamente è così ma non vedo il legame fra il tuo ragionamento e quello  del  professore.

Franco: Il professore credo che stia ragionando intorno al fatto che occorre costruire se stessi, conoscere se stessi  per non cadere vittima delle molte forme di manipolazione e degenerazione della presente civiltà industriale. In questa opera di chiarimento interiore le figure dei maestri da cui si è avuto una qualche impostazione e l’esempio  sono decisive.  Riconoscere esempi e insegnamenti  e la propria origine è l’inizio di una costruzione interiore e  della fondazione propria immediata consapevolezza di se stessi.




30 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo

Stefano Bocconi: Vero. Maledettamente  vero.  Questa nostra società è priva di un punto fermo. Di un centro su cui convergono quelli che una volta erano i valori e le tradizioni.  Mi chiedo come si possa riconoscere un buon esempio, un buon insegnante, un…  Non  so. Ditemi un po’ come la pensate.

Paolo Fantuzzi: Un punto fermo diverso dal conto corrente. Chiedi molto. Oggi che la vecchia società è disgregata e disfatta manca proprio il terreno su cui dovrebbe poggiarsi un sano insegnamento o un vero discorso sul  mondo. Qui nel nostro tempo tutti i valori o sono oggetto di commercio o sono relativi, di conseguenza solo la legge nel senso della polizia e del tribunale può tener assieme una società disfatta sul piano sociale e priva di valori condivisi. Va da sé che tribunale, polizia, burocrazia sono poteri, sono poteri dello Stato e quindi le minoranze che controllano lo Stato sono il nuovo Potere che governa senza autentiche forze d’opposizione. Quello che salva un po’ la gente comune da una più grande oppressione è che queste minoranze al potere sono divise fra loro e piene di contrasti e spesso non riescono a far morire il vecchio per creare il loro mondo. Lavorare per una società umana disgregata è stato un loro successo, ma nello stesso tempo non son riusciti a metter assieme i pezzi. Bravissimi nel dividere e nel frammentare e nel trarre profitto da leggi svuotate di senso e da società in disfacimento ma pessimi nel costruire un loro mondo stabile e forte. Questa per me è la decadenza di oggi. Questo tempo di decadenza è reso più amaro dal fatto che c’è poca speranza, non si comprende come possa determinarsi un futuro migliore. Inoltre se si guarda sul serio il futuro si notano che queste guerre nuove e spettacolari fatte di spedizioni militari, lotta al terrorismo, lotta agli insorti e chi più ne ha ne metta s’avvicinano ogni anno sempre più pericolosamente ai confini dell’Europa e di riflesso del Belpaese.

Franco:  Infatti eccoci qui a lamentarci. Almeno nel medioevo le confraternite potevano fare una bella e collettiva recitazione di preghiere e processioni varie allo scopo di incorrere nella benedizione e nell’intervento della Madonna e dei santi.  Vi ricordo che è l’essere umano colui che dà senso alla sua vita, e in questo giudizio e personale convinzione sono confortato dai numerosi testi di religione e mistica che ho letto e studiato. Quindi anche se l’evidenza ci comunica la nostra marginalità davanti ai grandi poteri del mondo occorre ammettere che esiste uno spazio interiore che è il primo luogo da liberare e da far nostro. Ripeto. Occorre prima liberarsi dal pregiudizio e dalla pigrizia e dall’ignoranza, e dopo si potrà costruire un proprio sapere e una propria visione del mondo umano e della natura. Oggi  i molti desiderano e vogliono comprare verità preconfezionate, seguite da qualche evidenza, da immagini edificanti o terrorizzanti. Insomma chiedono non percorsi spirituali o culturali da seguire e su cui impegnarsi ma miracoli, profezie di santoni, magie facili e popolari, in una parola illusioni. Di sicuro occorre qualcosa di più di qualche illusione, di qualche gioco intellettuale per trovare un punto fermo nel divenire delle cose di oggi.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ho l’impressione che sia opportuno tacere. Sento che al tavolo del professore stanno parlando di qualcosa di simile. I maestri di arti marziali stanno ragionando del loro maestro defunto. Credo ci riguardi. So che non è da  gran signori. Ma intuisco che sia opportuno ascoltarli facendo finta di niente. Aspettate sta arrivando anche il capo.

Il padrone del locale: signori tra poco faccio portare la bistecca, ho preso dei bei pezzi dal mio fornitore, per voi ho messo a cuocere la migliore.  Aspettate e sarete ben serviti, la faccio semplice ma buona.

Clara Agazzi: Questa bistecca è più che altro vostra.

Paolo Fantuzzi: Aspettate un momento mi pare che al tavolo in fondo il tuo amico il professore stia per prendere la parola. Ci vuole altro vino. Altro vino per favore!

Stefano Bocconi: Accidenti sono confuso. Mangiare o ascoltare. Non riesco a far bene tutte e due le cose.

Franco: Fate quel che vi pare, per quel che mi riguarda voglio proprio sentire cosa dice.

Si sente la voce del professore. Si rivolge ai maestri e ai vecchi allievi del suo defunto maestro di Judo.

Ora voi avete rammentato il maestro ricordandolo in molti modi. Ora poiché tutti avete parlato e raccontato qualcosa adesso tocca a me. Confesso un certo imbarazzo perché devo scendere nei ricordi personali, proprio come avete fatto voi. Questo è necessario  per sviluppare il mio discorso. Il mio ricordo è questo ed è molto lontano nel tempo. Ero nei primi anni dell’adolescenza quando stanco per l’allenamento e l’esercizio cercai di andar via dal tappeto. Il maestro mi fu subito addosso e mi disse che dovevo restare, perché ero sul tappeto e non potevo andar via. Sarei andato via quando lui l’avrebbe stabilito. Quella per me fu una lezione importante di vita. Perché in quel caso il carisma del vecchio Ivo fece il suo effetto. Mi resi conto allora che nella vita, anche nei fatti apparentemente banali, ci sono dei momenti nei quali non ci si può sottrarre, non ci si può ritirare o nascondere dietro una scusa. Non si può uscire dal tappeto quando fa comodo. Questa è la morale di questo ricordo. E qui devo tornare su una cosa che era un po’ sospesa nei vostri discorsi. Ossia la differenza fra un comune docente e un maestro. Il maestro diventa parte della propria esperienza di vita. Questo non sempre si può dire del docente, dell’insegnante, del professore i quali sono figure che istruiscono, che giudicano, che formano ma non sempre sono maestri. Questo perché la figura tipica del maestro che oggi onoriamo è per l’allievo formazione del fisico, del carattere, è stare dentro le regole del judo, seguire la vita di palestra, è esperienza viva e concreta che si trasmette e si fortifica nelle prove, nelle competizioni,  e nella pratica sportiva. Il maestro è più di una somma di risultati sportivi o di ricordi di tempi passati, è parte della costruzione fisica e mentale di un praticante di arti marziali. Il docente. Il professore è una figura che è simile al maestro sotto molti punti di vista  ma che spesso non ha il carisma, o le condizioni, o la cultura, o l’ambiente giusto e ovviamente la considerazione per  assumere l’importanza che ha la figura del maestro di arti marziali verso i suoi allievi.  L’insegnate spesso è una figura di passaggio nella vita dell’adolescente e di solito non si tratta di una scelta. Per caso questo o quello in qualità di docente entra nella vita di ciascuno. Il maestro di judo si segue o si lascia. Quindi c’è differenza fra i due casi.




21 novembre 2012

Diario Precario dal 8/11/2012 al 14/11

 

Precario

 

Data. 8/11

 

Note.

Mobilitazione delle Provincie Italiane contro le iniziative del governo, minacciano di spegnere il riscaldamento alle scuole per mancanza di finanziamenti.

La cronaca mi dà senso di nausea, fastidio.

Le notizie del TG3 sul concorso mi sono parse surreali,  amio modesto avviso degne di una provocazione futurista o di un quadro di Dalì o di De Chirico. Eppure mi sa che sono vere. Fin troppo vere.

 

Considerazioni

Cosa è oggi il lavoro del docente? Sembra una foglia, un tronco di legno in mare aperto, una nuvola nel cielo. Ossia qualcosa che viene spinto qua e là dal vento, dalle onde, dal caso.

 

Precario

 

Data. 9/11

 

Note.

Ancora notizie sulle mobilitazioni.

La scuola dove lavoro vive il disagio della situazione presente, per ora è l’insieme di coloro che vivono nella scuola che accusa i colpi di tempi.

La notizia delle agitazioni ora sembra davvero interessare i giornalisti.

Aria di elezioni anticipate?

Chissà.

Considerazioni

Ci vuole un grande silenzio interiore per ascoltare se stessi. Qualche volta ci provo ma non riesce bene la cosa. C’è sempre troppo casino intorno a me, ci vorrebbe l’austerità di un monastero o il rigore di un tempio buddista al tempo dello shogunato Tokugawa. Quindi mi ascolto a momenti. La pace interiore e il silenzio mistico son cose di pregio, oggi rare.

Data. 10/11

Note.

 Mobilitazione delle scuole in alcune grandi città d’Italia.

La cronaca parla di docenti e allievi assieme nella protesta.

Servizi  del TG3. Danno copertura mediatica alla protesta in atto. Interessante.

 

Considerazioni

Quello che avevo visto a Firenze si ripete altrove, le due parti in causa nella scuola allievi e insegnanti assieme nelle protesta. Che risultato!

Solo questo dovrebbe far pensare.

 

Data. Dal 11/11 al 14/11/12

Note.

 Mobilitazione delle scuole continua. Sciopero generale Europeo ben riuscito a Firenze.

Fatto corso della FLC per concorsone, non mi ha rasserenato la cosa. Se possibile il mio umore è peggiorato davanti all’evidenza della natura della prova.

La cronaca parla di nuovo  di docenti e allievi assieme nella protesta. La copertura mediatica non manca stavolta. Odore di elezioni?

Sicuramente. Già si parla di votare per il Lazio e si è già votato per la Sicilia con risultati dirompenti.

Burocrazia per esame di Judo. Pure questa. Quest’anno è infilato male quanto a carte e certificati.

 

Considerazioni

Sento il peso degli anni. Il precariato mi provoca una diffidenza verso tutta la realtà, verso tutti i rapporti umani. Credo sia stato un grave errore affidare la realtà Italiana ad una ricetta sociale che ha funzionato nell’ex Impero Inglese e negli USA per due decenni. Non siamo come Italia impero, quindi non può esser quella la soluzione che in fondo è scaricare sulla società le contraddizioni dell’accentramento della ricchezza nelle mani di poche famiglie di supermiliardari. La schiena dell’Italia è troppo piccola per un peso così tremendo.

Ho avuto fra le mani il vecchio tesserino del Judo. Che roba. Il tipo della foto sono io in un tempo lontano da questo. Molto lontano. Sono passati nemmeno dieci anni. Oggi è  come se fosse passato un abisso di tempo, trascorsa una vita altra. Sette o otto anni sono un salto su un diverso pianeta. Questa terza  civiltà industriale corre troppo in fretta, forse vuol arrivare alla fine della sua corsa in anticipo. In fondo accelerare un percorso di trasformazione  e mutazione anche negativa sul piano di sofferenze ed effetti è percorrere un tempo e delle situazioni. Questa forma di civiltà aumenta ritmo e velocità di trasformazione del reale e velocizza i tempi  di obsolescenza del già prodotto e già usato. Per il suo bene  dovrebbe rallentare ma in realtà va ancora più forte.

 




3 luglio 2010

Un palco per il cavaliere solitario e per il vecchio maestro

De Reditu Suo - Terzo Libro

Un palco per il cavaliere solitario e per il vecchio maestro

Fra le cose del mio personale e recente passato c’è stato il palco della Villa San Lorenzo a Sesto Fiorentino, un palco molto semplice, essenziale e spartano. Quel palco di tanti anni fa mi ricorda una delle esibizioni di Ivan Della Mea in occasione della festa del 1° Maggio. Mi ricorda anche l’esibizione del Judo club del compianto Maestro Ivo, quella nel quale per una volta eravamo sul palco e non all’aperto. Fu una cosa diversa dalle re perché  c’era poco pubblico e quel poco era venuto per noi d allora Ivo presentò semplicemente quel che veniva fatto ordinariamente in palestra, il quotidiano delle sue lezioni, la banalità del riscaldamento, del provare le tecniche, delle cadute era l’oggetto dell’esibizione. Perché si svolgeva su un palco dedicato alle manifestazioni pubbliche e quindi era una vera e propria esibizione. Io ero uno di quelli che con gli altri allievi  mostrava il banale di una lezione di Judo spiegata a parenti, amici, e qual che curioso di passaggio. L’idea di presentare il banale, frutto un po’ del caso e del fatto che i presenti perlopiù ci conoscevano, mi pare ancor oggi a distanza di tanto tempo davvero ben fatta: è relativamente facile stupire e intrattenere il pubblico con lo straordinario, non tutti riescono a farlo con l’ordinario. L’ordinario era in questo caso l’insegnamento del maestro che aveva un concetto alto del suo Judo e pensava questa disciplina allo stesso tempo sportiva e marziale come un fatto integrale di educazione e formazione della personalità. Su quello stesso palco cantò anche Ivan e da buon cavaliere solitario che con la sua chitarra e  la sua voce cantava le lotte e le speranze dei lavoratori e degli sfruttati dal sistema con i suoi accordi e la sua voce faceva la sua lotta. Un essere umano davvero poco comune Ivan che usava il suo talento canoro e i suoi mezzi artistici per rappresentare la protesta e le speranze degli sfruttati, degli umili, degli emarginati e cantava tutto questo a modo suo da comunista anomalo venato di spirito libertario. Sia il maestro che il cavaliere con la chitarra hanno svolto parte della loro attività a Sesto Fiorentino e entrambi sono morti nel 2009, la vicenda terrena dei due si è almeno in un caso  per un brevissimo tempo svolta nello stesso luogo.  Un palco solo quindi per il cavaliere solitario armato di voce e chitarra e per il maestro di arti marziali e la sua scuola, un oggetto unico che associa nella mia mente il ricordo di due uomini così lontani e diversi che son vissuti nello stesso tempo.   

IANA per FuturoIeri




26 maggio 2010

Io ho avuto un maestro di arti marziali



De Reditu Suo - Terzo Libro

 Io ho avuto un maestro di arti marziali

Parlare dei propri maestri è difficile, sembra di compiere un furto e di rubare serietà, vita e saggezza a uomini morti da tempo che non possono  semplicemente smentire quel che affermi con una telefonata o una battuta. Voglio correre il rischio e scrivere sul mio maestro di un tempo recente ma già lontano. Il maestro è scomparso ai primi di gennaio del 2009 quello che mi ha mostrato in vita era una lezione di coerenza perché  l’uomo, l’artigiano e lo sportivo erano aspetti del vivere integrati nella sua persona. Ritorno con la memoria all’ultimo periodo del suo insegnamento; molto spesso le lezioni del maestro  avevano un inizio ma non una fine. Di solito le lezioni in un Dojo iniziano con un inchino formale e si concludono allo stesso modo. Per alcuni mesi di fila le nostre iniziavano con il saluto sul tappeto, poi non terminavano con il saluto di congedo.  Era un po’ come se la lezione di Ivo avesse sempre un inizio e mai una fine, come se il suo insegnamento, sempre interrotto dal fattore tempo, dovesse rincominciare di nuovo in una sorta di continuità, in una specie di unità ideale d’azione e di pensiero. Era qualcosa di singolare ma in qualche modo mostrava quell’assoluta unità di cui lui era interprete. Non c’era scissione fra Ivo artigiano, Ivo atleta, fra Ivo maestro e Ivo uomo di tutti i giorni. La sua lezione era precisa, il suo metodo chiaro, la sua azione coerente e generosa. Quest’unità è oggi utopia. Il suo insegnamento era certo quello d’insegnare a lottare: ma con le regole e nelle regole, mai contro di esse. Poi il momento del saluto conclusivo è arrivato davvero, al suo funerale con tutti gli amici e i tanti allievi giunti da ogni dove per onorarlo. La sua lezione era finita, l’esempio che ha dato, invece, è  destinato a durare presso coloro che vorranno far tesoro del suo insegnamento sportivo e formativo. Oggi scrivere di questi personaggi, delle persone singolari, per onestà, coerenza, impegno tradisce la nostalgia, l’illusione o peggio la volontà di fuggire nel trapassato remoto o semplicemente suscita il sospetto nello sconosciuto che ascolta che colui che parla eserciti una qualche ipocrisia farisaica. Il Belpaese è così lontano dagli Dei e dagli Eroi e dalle grandi e sovrane passioni che in molti non possono più  capire il senso intimo di una vita, di una causa, di una ragione profonda, di una questione di principio onesta e filantropica. Ho avuto un maestro e questo è un piccolo privilegio non quantificabile in cruda moneta.

   

                                                                     IANA per FuturoIeri




5 ottobre 2009

L'Ombra del Maestro

 

 

 

L’Ombra del maestro

Sono morto.

Ora sono l’ombra del maestro d’uomini e donne

che fui in vita.

Ho preso presso di me ragazze timide,

giovanotti goffi,

bambini con problemi.

Gli ho donato me stesso.

Gli ho insegnato a lottare.

Con le regole, nelle regole.

Ero maestro d’arti marziali, di Judo.

Con la mia disciplina e il mio sapere

Ne ho fatto dei combattenti puliti, ora sono uomini e donne.

Gli ho dato come esempio

la mia vita dove lavoro, onestà, sport erano una sola cosa.

Ero un maestro d’arti marziali, di Judo

La mia utopia mi è costata amarezze.

La mia coerenza mi ha messo contro i costumi dei tempi.

Sono stato più forte di ogni avversità, di ogni critica.

Ero un maestro d’arti marziali.

Maestro di Judo.

Ho speso bene la giornata della mia vita.

La mia opera è l’incontaminato possesso

di coloro che mi hanno amato

 in vita.

Ivo.

Circa nove mesi fa, dopo il funerale di Ivo, presi con me stesso l'impegno di onorare il suo insegnamento con una poesia. La fortuna mi ha voluto bene e vinsi il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia Edita ed Inedita Racconta il tuo sport" indetto dall'ACSI. Oggi propongo ai miei venticinque lettori quanto ho scritto.




15 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (9)

 

Elogio funebre del Maestro Ivo

Non ero preparato alla morte del maestro che è arrivata come un fulmine a ciel sereno.
Avendo seguito delle tracce e non un canovaccio riporto il discorso che ho pronunciato il giorno del funerale del maestro Ivo Fischi così come lo ricordo e come ho potuto ricostruirlo.

Nessuno di noi può arrivare preparato a questo momento, non è possibile, quindi sarò breve.

La situazione non consente del resto discorsi lunghi e non è né l’occasione, né il luogo per farli.

Ivo, a suo modo, resterà l’incontaminato possesso di coloro che l’hanno amato in vita. Ciò che ha generosamente donato a tutti noi: il suo tempo, le sue parole, il suo impegno, se stesso, nella vita, nel lavoro e nello sport gli viene oggi restituito. Il suo elogio funebre siamo noi. Coloro che sono qui oggi testimoniano ciò che è stato il maestro con la loro semplice presenza. Guardiamoci: l’essere presenti qui in così grande numero è l’omaggio liberamente donato alla sua persona e alla sua opera. Quel che ho capito in vent’anni di lui è stata la sua unità di vita, di lavoro e insegnamento. Il fatto che abbia voluto nella cassa il suo judogi e la sua cintura ne è la prova. Quest’unità è oggi utopia. Il suo metodo e il suo insegnamento era certo quello d’insegnare a lottare: ma con le regole e nelle regole, mai contro di esse. Da questi suoi principi derivava la sua amarezza nel contastare i costumi dei tempi. Il suo insegnamento,che sapeva essere giusto, è stato alle volte da lui difeso con durezza dalle critiche. Questo suo essere maestro gli ha imposto talvolta scelte difficili per sé e per gli altri. Le sue scelte e le sue decisioni le ha prese per onorare il suo ruolo, per difendere i principi, per dare l’esempio.

Un maestro per sempre

Il maestro Ivo



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