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13 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (8)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 8

D-. A questo punto del dialogo vorrei sapere se essere maestro è diverso quando si ha a che fare con i bambini. Immagino che allenare e aver a che fare con i bambini sia più difficile.

R-. Sì è difficile.

Ci vuole carisma. Il bambino deve vedere il forte, la forza a cui appoggiarsi. Alcuni genitori sbagliano. Il dialogo è una cosa, ma bisogna fargli capire che ha bisogno dell’adulto finchè non sarà grande. E gli va fatto capire, anche che sei il più forte. E’ la legge della vita.

Io alle volte parlo così ai ragazzini: Tu ce li hai i soldi, li guadagni? Fin quando non sarai in grado di far da solo hai bisogno degli altri, e dopo se gli altri ti sono ostili non vivi.

D-. Questo è un problema grosso.

R-. Però quando i ragazzi parlano, io so anche alzare la voce. Per questo mi hanno detto tutti: Ivo è un fenomeno; come si dice è carisma. Le cose le devi saper fare, le devi saper far bene, devono ammirarti.

D-. Questa è la parte più difficile dell’insegnamento perché viene in essere da una somma di circostanze e di abilità.

R-. Bravo!. Il carisma viene da una somma di circostanze e di abilità, e soprattutto fiducia in te stesso. Saper ascoltare, aspettare, far parlare gli altri e quando parli devi parlar chiaro. Non è facile far così alle volte.

D-. Certo il carisma è un fattore molto importante, che viene in essere aldilà dell’insegnamento.

R-. Il carisma è essenziale. Il judo va preso con i suoi pregi e i suoi limiti. Per prima cosa occorre considerare la formazione del fisico e a quella del carattere. Nella vita alle volte bisogna far paura ai prepotenti, quella gente che pensa di esser forte non pensa d’esser molto meno forte di quanto creda. Pensa quando dicevo queste cosa passavo da fascista e da violento. La potenza ha un limite mi credi? Pensa a Beppe Grillo, io sono un osservatore delle cose che fa, quando afferma che la gran parte della popolazione indignata dalle malefatte del sistema non deve temere coloro che sono usi a far prepotenze e scorrettezze d’ogni sorta dice il vero. Giustamente egli fa capire che questi che si comportano così sono molto meno forti di quanto credono o vogliono far credere. Di solito la fanno franca per la paura che incutono alla gran parte delle loro vittime, se vengono messi alla prova si scopre che sono vulnerabili e deboli. Torniamo però al concetto del judo: il forte subisce da quello preparato perché il debole si rivela forte come lui.

D-. Non capisco dove vuoi arrivare con questo discorso.

R-. Mi spiego meglio, se uno vuol farsi vedere con la Mercedes fuori dal bar per incutere soggezione e darsi delle arie e entra uno e gli dicono:”quello è un campione olimpionico di judo”, l’effetto mercedes sparisce, perché in quel momento conta più il campione della mercedes, e incute più rispetto. Mi è successo più volte qualcosa di simile. Un esempio: ero a Casale Monferrato quando facevo il militare, c’erano 7.500 soldati che facevano l’addestramento, imparavano a difendere. C’erano 1.500 fra ufficiali e sottoufficiali in tuta a far ginnastica, mi guardavano sapevano che ero uno che facevo judo, non erano più niente rispetto a me. Le stellette, l’accademia, non erano più niente; mi facevano “sei una cintura nera di judo”, allora poi erano in pochi a fare arti marziali. Quando c’era il controllo per la libera uscita mi facevano “vai, passa pure”, ed allora uscivi dalla caserma ed eri un civile. Mi è capitato pure alla palestra Libertas di dover mettere paura a un prepotente che aveva influenza e un certo potere, dopodiché si è dato una regolata e io son diventato qualcuno in quella palestra.

D-. In effetti alle volte i prepotenti e i prevaricatori non sono poi più di tanti preparati, spesso non s’aspettano una reazione.

R-. Fossi in te farei una riflessione su questo: quando si tratta di judo, perché io giro intorno al judo, si vuole troppo e sbagliato.

D-. In che senso parli di troppo in relazione al judo?

R-. Troppo perché prende delle persone che sono inabili quasi, le costruisce fisicamente, ne fa dei condottieri quasi, nel senso pulito del termine, non con la voglia del combattere.

D-. Questo concetto di pulito mi sembra importante.

R-. Non c’è il cercare la rissa però ti dà, ti dice questo sport ti dà la possibilità di reagire se un giorno ce ne fosse bisogno e ti dà la calma per questo. Certamente ti richiede un sacrificio, anche mentale dovuto alla preparazione. Questo però la gente comune non lo capisce, anzi c’è chi arriva in palestra e fa: “quanto ci vuole per andar fuori e difendersi?”. Quelli non hanno capito niente!

Si può benissimo imparare a difendersi col judo, ma ci vuole, un anno, cinque, dieci, tanta passione e impegno; saperlo fare.

D-. Quindi anche la volontà di difendersi.

R-. Soprattutto, la volontà di prepararsi e il concetto del judo l’insegna la palestra e gli amici. Una volta non ti senti niente poi ti accorgi che insieme agli amici sei bravo come gli altri, questo non ti dà forse forza.

D-. Si certo.

R-. Ecco di questo si tratta.




7 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (5)

Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 5

D-. Vorrei avere la tua opinione su come viene percepito comunemente questo sport.

R-. Guarda, in Italia la gran parte della gente va dietro ai giocatori di calcio, specie quelli che fanno le presenze in televisione. Alcuni di loro non valgono un dito di una Morico o di un Maddaloni.

D-. Mi nomini Maddaloni una cintura nera di judo medaglia d’oro alle olimpiadi. Alludi a una differenza di trattamento.

R-. Non solo di trattamento c’è anche una differenza di considerazione. Presentano in televisione il calciatore perché ha giocato in una squadra e dato sette calci, e la sera è stato visto, o si è voluto far vedere, al pub o in qualche locale di moda con una ragazzetta, cose da cronaca rosa…

D-. Intendi riferirti a quelle attività di pubbliche relazioni che sono parte oggi dell’esser calciatore, almeno di quella caregoria.

R-. In una trasmissione televisiva ho visto Buger, è uno dei migliori d’Europa, è uno dei migliori quarto del mondo, perché fa la guardia carceraria non gli veniva data importanza. Eppure stava e sta facendo uno sport più difficile del calcio.

D-. Ed è un judoka

R-.Sì, ma fa parte della polizia penitenziaria. Come si può imparare a considerare il vero valore delle cose, he! Come si fa.

D-. Se lo strumento televisivo è dominante è chiaro che la comunicazione viene falsata.

R-. Se un giorno per una Rivoluzione Culturale il calciatore viene considerato calciatore e il chirurgo cardiovascolare inizia a volere per una visita l’ingaggio di un giocatore di calcio di una squadra importante, tu cosa gli racconti se ti chiede milioni.

D-. Ti metti a piangere perché così come sono le cose non ha tutti i torti.

R-. Qualcuno potrebbe dirgli ma il suo è un lavoro umanitario e di vocazione. Per vocazione si gioca anche al calcio e quanto all’umanitario lasciamo perdere. Uno potrebbe esser diventato un medico esperto perché riusciva bene nel mestiere e salvava la vita altrui. E’ umanitario anche giocare al calcio e far contenti i tifosi. Capito! Tutto è umanitario. Un calciatore potrebbe dire ho imparato a far divertire il mio pubblico, il mio è un mestiere umanitario. Che gli dici a quel punto?

D-. Nulla, perché ti ha bruciato le parole in gola.

R-. E anche qualcosa in più, è questo che bisogna far capire.

Questo mi fa pensare a quando anni fa dovevo andare con un professore a giro per tenere delle conferenze. Pensa la moglie non volle perchè era gelosa.

Ti rendi conto!

D-. Il tempo è fuggito, io avrei ancora da chiederti se c’è differenza fra allenare uomini o donne, ragazze e ragazzi.

R-. Sì, c’è differenza.

D-. Ho sentito dire molte cose diverse a questo proposito proprio in relazione a questo sport.

R-. La cosa fondamentale è questa, formalmente non lo ammette, ma la donna vede l’uomo superiore a lei.

D-. Ha!

R-. E’ così, lo vede. Non si rende conto la donna che lei ha una costanza e un’osservazione che è superiore all’uomo. E’ la normalità della strada, della vita che rende l’uomo aggressivo e forte. Cosa succede quando la donna trova uno sport che gli piace e un maestro, allora crede ciecamente nel maestro. Capito!

D-. E’ una reazione?

R-. E’ credere ciecamente in una cosa. Vuol dire anche adulare. Ti faccio un esempio Gershwin disse: col jazz che conosco io posso fare della musica sinfonica, e l’ha fatto. Bisogna credere nelle cose.

L’uomo è difficile che creda nell’altro uomo, perché ha sempre la presunzione di non stare un gradino sotto. La donna è abituata per costume a star un gradino sotto. Lo vedi anche negli esami di guida se ci sono venti uomini e venti donne la donna ha paura di guidare peggio, e magari guida meglio.

D-. Ma è soltanto in Italia?

R-. Questo è in Italia, in particolare

D-.E’ un problema nostro?

R-. E’ nostro, se vai nei paesi nordici è al rovescio. E’ l’effetto del maschilismo che qui le donne hanno subito da almeno duemila anni; è dagli anni cinquanta in poi che il maschilismo declina. Noi abbiamo avuto un maschilismo legato al patriarcato e alle famiglie. A differenza di certi settori dell’Islam dove la donna conta in casa, nel cattolicesimo e nel protestantesimo l’uomo è sempre stato patriarca. Pensa alla moglie di Curie, la chiamavano la Madame Curie, la prendevano in giro, eppure portò avanti gli studi sulle radiazioni del marito.



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