.
Annunci online

  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


13 marzo 2010

La civiltà italiana come ricostruirla (VII)





 

De Reditu Suo - Secondo Libro

                              La civiltà italiana come ricostruirla (VII)

 La possibile ricostruzione della civiltà italiana civiltà deve tener conto delle differenze enormi che separano le genti della penisola. Negare la diversità interna al nostro Belpaese resa ancor più forte dalla presenza di decine di comunità di nuova emigrazione che portano con sé la loro cultura e ambizioni proprie di ascesa culturale e sociale è una follia, fare ciò vuol dire negare l’evidenza della realtà. Quindi occorre determinare una possibile ricostruzione della civiltà italiana a partire non da storie fasulle o immagini retoriche ma dalla presentissima disgregazione e moltiplicazione dei punti di riferimento psicologici e culturali che ormai affliggono le disperse genti d’Italia. Quindi una pluralità di culture, comunità, municipalità e forse perfino di famiglie deve trovare le ragioni del proprio star assieme, del diventare una unità composta di pluralità che riconosce e accetta delle regole condivise, una pubblica istruzione di cui si fa carico lo Stato, leggi comuni, una Carta Costituzionale magari riformata con equilibrio e non sulla base delle esigenze dei partiti politici o di leader ambiziosi. E’ bene inoltre che le genti del Belpaese si sveglino e scendano dal letto nell’anno del Signore 2010: lo sciopero dei cosiddetti lavoratori extracomunitari, o immigrati, del 1° marzo ha segnato una svolta.

 Le comunità straniere di recente immigrazione hanno dimostrato a noi e a se stesse che sono in grado di organizzarsi, coordinarsi, scioperare e presentare una piattaforma politica.
L’Italia non è più l’Italia dei soli Italiani-Italiani e ad oggi non è una civiltà ma una messe di tante differenze che sono i resti e le rovine delle tante civiltà e dei tanti Stati e Imperi che si son avuti nel corso di tre millenni nella penisola, il fatto che la Seconda Repubblica sia formalmente ancora in servizio nel momento in cui scrivo non cambia il mio pensiero.  Una pluralità così difforme come è quella italiana deve trovare delle sue ragioni  per unirsi intorno a qualcosa di fondamentale, presso gli antichi quando le famiglie e le tribù erano già fonte di differenza l’unione era data da re di origine divina o sacri o da antenati illustri spesso parte di una schiera di Dei ed Eroi. I sovrani vivevano una condizione sospesa fra mondo umano e mondo divino, l’unità politica e culturale anche se non era un precetto della fede pagana di solito era comunque cosa sacra o benedetta dagli Dei. Il problema è che cosa è rimasto di sacro o di simile al sacro nei nostri tempi. Ciò che si teme nella maggior parte della popolazione è la povertà, ciò che si onora e si brama presso la stragrande maggioranza della popolazione è la ricchezza.  La grande illusione creata dal culto del Dio - denaro rafforzata da una pubblicità invasiva, quotidiana e martellante domina  la mente della maggior parte delle genti diverse del Belpaese e in particolar modo delle donne che sono le più colpite da questo processo di creazione dell’identità attraverso il possesso di merci e l’ascesa sociale. Questo falso Dio va messo in condizione di non nuocere, questa è la prima condizione per poter pensare il futuro.

IANA per FuturoIeri




18 febbraio 2010

La domanda solita,vecchia,ipocrita


De Reditu Suo - Secondo Libro

                                  La domanda solita, vecchia, ipocrita

Certo che è sempre la solita storia: di fronte alle lamentele, alle deplorazioni pubbliche sulla condizione presente del Belpaese emerge sempre il furbastro che tira fuori la domanda che chiede che cosa si può fare o quale sia la soluzione decisiva e finale  che ha il tale che si lamenta o esercita il diritto di critica. Nel Belpaese questa domanda non ha lo stesso valore che potrebbe avere in altri paesi, essa è nella stragrande maggioranza dei casi un palese invito a fari gli affari propri, a  lasciar perdere la cosa pubblica o peggio a metter su uno sterile confronto tutto verbale con chi ha magari davvero un problema grave. La domanda che chiede la soluzione nella stragrande maggioranza dei casi nel Belpaese parte dalla convinzione che la soluzione sia in mano a un partito o a un potente che può agire con i mezzi e gli strumenti che solo lui può attivare o che al contrario chi si lamenta sia un debole perché  non ha i denari per cavarsi dai guai e allora la viltà suggerisce d’umiliarlo o di trattarlo come un visionario.   In realtà la domanda assume la sua natura provocatoria proprio perché queste due Repubbliche ben poco hanno fatto dal punto di vista concreto, reale e  pragmatico per trasformare popoli di ex sudditi e di faziosi in qualcosa in grado di coalizzarsi per qualche scopo di comune interesse o per cercare, con appoggi ampi e disinteressati, la soluzione di un problema di carattere collettivo. I partiti politici della Prima Repubblica vivevano sopra la disgregazione faziosa e sociale delle diverse genti d’Italia e non avevano certo interesse a creare un tipo di umano di natura democratica in grado di operare aldilà del suo limitato interesse o del gruppo d’appartenenza. Se le genti d’Italia fossero state nel recente passato in grado di esercitare una libertà priva di meschini interessi di parte o privati  questa presente realtà sociale e politica semplicemente non avrebbe avuto alcun modo per manifestarsi e di sopravvivere a se stessa accampata sulle macerie della Prima Repubblica. In realtà per uscire da questo pantano che sta disgregando quel che resta del Belpaese ci sono due vie che nominerò la Breve e la Lunga.

La Breve è data dal manifestarsi di un collasso di civiltà talmente forte e rapido da distruggere l’ordine sociale e le condizioni materiali su cui poggia il sistema Italia, questo comporta la distruzione fisica e il ruolo sociale di un numero imprecisato di abitanti della penisola e delle isole. La distruzione del sistema e l’azzeramento delle gerarchie comporta la ricostruzione di una diversa condizione politica e sociale. La Lunga è forse la cosa più oscura e meno epica perché si tratta di sollevare lentamente il Belpaese e non con le tele-prediche o le adunanze di parte ma con l’attivazione di forze concrete sociali e culturali che prendendosi un paio di generazioni di tempo dovranno mutare l’atteggiamento di fondo delle genti del Belpaese verso se stesse. Ammetto che questo è qualcosa di enorme e rischia di dar risultati parziali o comunque lontani da quelli inizialmente desiderati. Nessuno sceglierà la soluzione Breve o Lunga, l’una o l’altra si materializzeranno a seconda delle circostanze e delle vicende umane.

IANA  per FuturoIeri




23 gennaio 2010

PUTTANIERI SI DIVENTA

In principio fu un ultrasettantenne accusato dalla consorte di andare a minorenni e di essere seriamente ammalato di sessuomania.

Quindi venne un ex giornalista, fustigatore dei costumi e delle truffe del Belpaese, pizzicato con travestiti e polvere bianca di corredo.

Infine è stato un Docente universitario grigio e cattolico, accusato dalla ex amante di portarla a spasso per il mondo sotto le mentite spoglie di missioni di lavoro, con annesso shopping di comfort.

I nomi sono noti a tutti e quindi farli non viola alcun segreto istruttorio dei Magistrati.

Il primo caso è quello del Presidente del Consiglio in carica, Silvio Berlusconi, che dopo aver sfasciato due famiglie viene fotografato prima al diciottesimo compleanno di una ragazzetta napoletana che potrebbe tranquillamente essere sua nipote, poi nella gigantesca villa sarda con uno stuolo di prostitute e in compagnia di altri governanti europei con le pudenda all’aria.

Viene solo il dubbio se, in assenza di miliardi e potere, la sua altezza di un metro e sessanta e la sua calvizie mitigata da un toupé di nutria potevano attrarre cotante veline oppure lo avrebbero indotto con tanto di occhiali scuri e bavero alzato ad approssimarsi con fare circospetto verso il primo cinema pornografico!

Si da il caso che anche il secondo avesse, all’atto della discoperta, incarichi politici. Piero Marrazzo, Presidente della Regione Lazio, che, come l’ultimo dei venditori di pacchi, prima nega platealmente di essere lui nei filmini realizzati in una topaia romana coi pantaloni abbassati insieme ad un procace brasiliano/a ed un rinforzino di cocaina. Poi, di fronte all’evidenza e di fronte ad altri filmini o testimonianze, la butta sul pieticoloso.

Infine è la volta di Flavio Delbono, casualmente anche lui importante amministratore pubblico: Sindaco di Bologna. Prima si attiva per portare nella sua segreteria, allepoca dei fatti Vice Presidente della Regione Emilia Romagna, la propria amante. Solita biondona appariscente, solita storia di potere, soldi pubblici, sesso, donne di facili costumi e politici di facile etica. Viaggi, resort, bancomat a spese della Regione, poi la bufera e - pare - un tenero tentativo di comprare il silenzio.

Queste vicende, oltre allo squallore hanno un altro denominatore comune, la piccata indignazione dei protagonisti una volta sgamati al cospetto della gente. Insomma un complotto per non lasciarli lavorare in pace. Eppure nessuno ha imposto loro di ricoprire cariche elettive e pertanto di essere uomini pubblici, ma nel momento in cui decidono di diventarlo devono accettare l’onore e l’onere che comporta avere quel ruolo. Se no, troppo facile. Si invoca spesso - e talvolta fuori luogo - l’America, sarebbe forse il caso di tenerla a modello anche nei suoi aspetti più rigorosi, per cui tradire la moglie e i figli è l’anticamera del probabile tradimento del popolo.

Chi sarà il prossimo ad essere pizzicato? Sotto a chi tocca...

 

Per leggere altre notizie ed editoriali: http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




10 novembre 2009

Ma è solo una crisi o c'è di più?

De Reditu Suo

Ma è solo una crisi o c’è di più?

Passeggiando per le vie di Sesto Fiorentino e di Firenze mi capita di gettar l’occhio sui segni della crisi più vistosi come i negozi che chiudono, le svendite totali, le auto e gli appartamenti con la scritta vendesi e un numero di cellulare, i cartelli affittasi. Ora la domanda cresce spontanea in me: è solo una crisi economica? Forse c’è qualcosa che s’aggiunge alle scelleratezze della grande finanza e al cinismo spietato con il quale son stati trascinati in miseria milioni d’esseri umani anche nel sedicente mondo ricco. I nuovi imperi emergenti vogliono sottrarre potere politico alle minoranze al potere negli Stati Uniti e nel fu Impero Inglese e la gestione politica dell’economia e della finanza assicura loro uno strumento di pressione altro dalla guerra molto efficace. L’idea quindi di omologare gli interessi globali sul modello e sulla politica statunitense sembra fallito e l’economia diventa uno strumento della lotta per il potere globale come le bande terroristiche, le compagnie di mercenari e gli eserciti più o meno democratici, i missili, e le ONG che arrivano dopo i bombardamenti, le stragi e i saccheggi.  Del resto pensando alla fine dell’Impero Romano d’Occidente si nota una leggerissima e curiosa analogia con questa situazione: al disordine culturale e religioso seguì una crisi economica strisciante che accompagnò i disastri militari rese difficile se non impossibile l’opera di ricostruire delle forze armate in grado d’opporsi alle popolazioni barbariche che entravano nell’Impero. Ora va da sé che la civiltà industriale è diversa da quella di un mondo antico, tuttavia è interessante osservare che pure in questa periferia servile dell’Impero a Stelle e Strisce si guarda con attenzione alla Russia e alla Cina che tanti dispiaceri hanno dato in tempi recenti a Inglesi e Statunitensi a proposito di fonti energetiche, politiche imperiali, diplomazia. Di fatto siamo trascinati nella crisi statunitense, e da buoni intenditori di crisi imperiali come seguendo un antico precetto, quindi non solo le sue classi dirigenti, le difformi genti della penisola guardano ora impauriti ora entusiasti  questi nuovi poteri con la speranza che la novità sia occasione di qualche colpo di fortuna. Del resto nella Penisola abbiamo una certa esperienza d’Imperi che vanno a pezzi. Dal 410, data del sacco di Roma ad opera dei Goti di Alarico, al 1989 gli italiani hanno avuto molte occasioni di riflettere sulla fine di poteri che si ritenevano sacri e invincibili. Oggi c’è una strana, annoiata attesa, si aspetta di vedere la fine del gigante e d’assistere al patetico e meschino spettacolo delle abiure e dei ripensamenti dei soliti mercenari della parola e della fede data. Il servilismo qui è scienza e s’associa sempre all’inclinazione verso il tradimento e la malafede: non sarà bello vedere gli ultra-americani di oggi e di ieri e gli oltranzisti atlantici tirar fuori le bandierine cinesi, le icone russe, e i ritratti di Mao. Ma per gente che convive con le rovine dei Cesari una “roba del genere” non è una cosa nuove e forse neanche strana. Questa non è una crisi ma una lotta fra imperi e poteri finanziari che si combatte con guerre che sono oltre la guerra. L’Italia solito vaso di coccio fra vasi di ferro deve subire le violenze altrui. Prima o poi arriverà lo schianto del Belpaese che finirà addosso alla realtà, quella concreta non le barzellette e le storielle che ci propina la televisione. Non sarà una bella cosa ma sarà totalmente meritata, e utile per ripartire e capire chi siamo davvero.

IANA per FuturoIeri




8 ottobre 2009

Cari amici, così fra noi, parliamo un pò della Patria e dell'ipocrisia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Cari amici, così fra noi, parliamo un po’ della Patria e dell’ipocrisia 

Il Belpaese è un unico grande fascio di mezze verità e pietose finzioni. L’ipocrisia, la frode, le doppie, le triple verità, le quadruple verità rivelano l’essenza di una massa eterogenea di esseri umani molto diversi fra loro che si son ritrovati italiani quasi per accidente. L’assenza di qualsiasi progetto comune, di qualsiasi calcolo collettivo rende indispensabile l’opacità delle reali intenzioni dei singoli, del resto cosa si pretende dalla popolazione italiana: forse che sia migliore delle sue sedicenti classi dirigenti e dei poteri stranieri presenti sul territorio. L’ipocrisia italiana non dipende dalla malvagità dei singoli ma dall’assenza di regole e di fini. L’umano che è  casualmente italiano sa che nulla di davvero importante lo lega ad altri italiani, di fatto il suo patriottismo è di facciata. Il suo nazionalismo è blandamente ideologico quando si tratta di cose militari e politiche. Il suo patriottismo è da tifo calcistico e solo per gli eventi vittoriosi dei campioni sportivi, per il resto l’appartenenza odierna del signor  Mario Rossi è perlopiù scaturita dal confronto quotidiano che deve tenere con le comunità forestiere insediate in tutte le città italiane. L'altro, in quanto umano presente qui e ora in Italia, forza l’abitante originario del Belpaese a conferire un senso alla sua appartenenza a un qualcosa di indefinito che lo lega a esseri umani simili a lui.

Ipocritamente ecco che dalla mattina alla sera e per motivi i più strani ritornano discorsi sull’appartenenza verso  un qualcosa che viene chiamato Italia, discorsi strani che cancellano due secoli d’emigrazione nostrana, due sofferte  e tragiche guerre mondiali, e perfino una Prima Repubblica crollata sotto il peso delle inchieste su Tangentopoli. Non c’è vera assunzione di responsabilità verso il Belpaese ma solo l’ostentazione di un’appartenenza che è l’affermazione di una diversità verso le nuove comunità da poco inserite in Italia. Si capisce perché: la seconda generazione d’immigrati è in cammino ed essi intendono fare un po’ d’ascesa sociale, non molta solo un po’. Ecco allora materializzarsi la prospettiva di un giudice di colore, di avvocato o pubblici impiegati di origine cinese, di architetti filippini o indiani, di carabinieri figli di peruviani o di marocchini. In breve l’entrata reale e concreta delle comunità straniere nella vita del Belpaese. Il loro diventar parte di una cosa strana e difforme che è comunemente nominata Italia è la grande inquietudine non detta ma avvertita. Credo siano pochissimi gli italiani di recente immigrazione che non abbiano da tempo capito di che materia è fatta la morale della gente del Belpaese, il loro razzismo è paura di perdere il posto prenotato; altro che identità. Si rassegnino le genti del Belpaese se i nostri padroni del vapore e del commercio possono portare merci e  imprese all’estero è ovvio che si sposteranno milioni di esseri umani e qualche milione di essi verrà qui nello Stivale. Se la merce e i soldi si spostano si spostano anche gli umani e gli umani non sono solo braccia: sono storie, famiglie, culture, fedi diverse da quella cattolica. Sarebbe miglior cosa e buona cura contro il male di vivere se le genti diverse del Belpaese iniziassero a creare la loro civiltà, a darsi un nome e un volto. Almeno ci sarebbe qualcosa di più onesto e solido su cui unirsi o su cui dividersi.

IANA per FuturoIeri




5 giugno 2009

Lo "Stivale" davanti alle sue troppe maschere

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Lo “Stivale” davanti alle sue troppe maschere

A seconda dei tempi e delle situazioni i ceti che nel Belpaese vivono di politica hanno assunto diverse maschere ideologiche. Quelle del remoto passato avevano la loro ragione inscritta nelle rivoluzioni industriali e nelle due Guerre Mondiali, le presenti sono grette trovate pubblicitarie, trucchi circensi per raggranellare un po’ di consenso tra una gioventù smarrita che osserva la mancanza di prospettive e fra vecchi terrorizzati perché temono che l’extracomunitario gli “rubi in casa”, o che lo Stato salti il pagamento della pensione o di qualche specie di sussidio. Le maschere indossate dai ceti sociali che vivono di politica nel Belpaese sono usurate, vecchie, sporcate e ripugnanti da vedere e da indossare.  Le ultime recentemente indossate, ma già nate logore, del moralismo politicamente corretto, del siamo tutti fratelli italiani, dell’amicizia verso il diverso e l’uomo di colore si sono coperte di ridicolo e di disgusto. Apertamente si sono rivelate fin da subito il cattivo costume di chi voleva coprire il suo perbenismo con richiami alla solidarietà umana e alla giustizia degni delle frasi dei baci perugina o dei biscotti della fortuna cinesi: slogan, frasi fatte, roba priva di qualsiasi contenuto politico o sociale. Chiunque viva per più di sei mesi nel Belpaese capisce che il primo interesse dei ceti sociali che vivono di politica e di quelli che hanno delle proprietà o delle posizioni dovute al rango sociale, o beni immobiliari e fondiari è quello,  in qualunque modo e a qualunque costo, di tenersi ben strette le loro condizioni di privilegio e se possibile immobilizzare la società e la cultura italiana. Non c’è alcuna solidarietà, vita, onore, decoro, o corso storico o progresso; il Belpaese è solo lotta sleale per prendere dei beni, dei soldi,  dei privilegi, talvolta  per accumularli o, sempre più spesso, per mantenerli. Le maschere solidali, comunistoidi, liberaleggianti, nazionaliste o fascistoidi servono solo a far finta di vivere altrove, in una società e in un Belpaese di pura fantasia. Si vuole convivere con questa recente immigrazione, bene! Il nodo aspro da sciogliere è la possibilità di ascesa sociale, si aboliscano gli ordini professionali e tutti i lacci, si “annientino” anche le concessioni per diventare tassisti. A chiunque ha le capacità, i titoli e i soldi, sia esso d’origine filippina, senegalese, cinese, indiana, o di qualsiasi altra provenienza sia data la possibilità di fare senza incontrare numeri chiusi, concessioni, ordini professionali e via dicendo. Quanti dei nostri moralisti che vengono dai ceti sociali altolocati come architetti, notai, avvocati, giornalisti e liberi professionisti in genere sarebbe disposto in nome della tolleranza ad abolire il proprio ordine professionale?  Davvero le nostre borghesie potrebbero accettare un medico cinese, un notaio filippino, un professore di colore di greco e latino al liceo o un capo di origine rumena? Nella testa di chi fa moralismo un “tanto al chilo” c’è l’idea che i filippini devono fare i domestici, gli africani gli ambulanti, gli asiatici i commercianti al minuto. Quella che si prepara è una società multi-razzista, gonfia d’odio e nel momento delle grandi difficoltà collettive pronta ad esplodere per colpire i più deboli. Io so,anche se non so dire come, che questo disegno funesto ricopiato sul peggio della società Anglo-Americana fallirà, il Belpaese avrà la forza di opporsi a questa “scienza malvagia” .

IANA per FuturoIeri




27 maggio 2009

Chi si rivede! Il moralismo all'italiana

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi si rivede! Il moralismo all’italiana

L’esercizio quotidiano della virtù come insegnavano certi filosofi illuministi è cosa da repubbliche ben ordinate, da cittadini virtuosi, sobri e sicuri nei loro diritti e doveri. La virtù stessa era la base morale delle forme di governo democratico almeno quanto l’onore per le monarchie e la paura per i regimi dispotici. Nel Belpaese dei nostri giorni ci si deve accontentare come base per questa Seconda Repubblica di un sottoprodotto della civiltà che è il moralismo, ossia il fingere di credere in valori e virtù avendo sempre come propria cura il tirare a campare e l’arraffare beni e piaceri; il sottrarre alla malvagia avidità del mondo quel che è desiderato o che semplicemente è stato preso a qualcun altro. Non quindi vere virtù o vere credenze in questo o quello ma finzioni, mascherate, travestimenti, il tutto con lo scopo di raggiungere un piccolo guadagno. Questo moralismo di cose non credute ma ostentate, di finzioni di fedeltà alla propria cultura, di mistificazione dei veri propositi delle proprie azioni, di doppiezza morale e civile è la speciale dimensione su cui poggia la Repubblica e con essa le sfortunate genti del Belpaese. Questa natura moralistica riemerge con forza nel periodo elettorale e con fare dirompente ci regala lo spettacolo della grande finzione del far finta che le cose siano “come se…”.

La grande recita a quel punto si fa collettiva perché gli elettori, con l’eccezione di qualcuno davvero convinto, fingono di credere alle promesse e alle autopresentazioni dei candidati alle elezioni e i candidati, fatte salve le solite anime candide, si convincono di aver fatto il loro gioco e di aver in tasca un consenso fondato sulla loro capacità di persuasione e non solo. In realtà si tratta della grande messa in scena, di uno psicodramma collettivo nel quale si recita su un canovaccio logoro dove son scritti abbozzi di parti e situazioni, dove condizioni drammatiche ed emergenze sociali convivono con la bieca propaganda elettorale, dove il narcisismo dei candidati che tappezzano le città con i loro volti e i loro nomi fa sparire dalla propaganda elettorale quelle lotte politiche e sociali che essi in fin dei conti dovrebbero condurre.   Se non fosse chiaro faccio riferimento ai manifesti elettorali che caratterizzano le città al momento delle elezioni per gli enti locali, non c’è occasione se non allora di vedere i volti di chi fa politica ovunque nelle nostre città, forse una Repubblica sobria e virtuosa si porrebbe il problema se un simile rapporto con l’elettorato sia un fatto decente o meno. Sia detto per inciso il momento della propagande elettorale rende forte chi può spendere di più e può moltiplicare pochi ma semplici messaggi, quindi è facile ottenere buoni risultati puntando sulle paure, sull’estetica del candidato, sulla frase ad effetto, sulla composizione del manifesto elettorale. Sarebbe auspicabile un momento di riflessione, di presentazione di contenuti ma il modello di comunicazione politica e il moralismo imperante impedisce però una critica seria e spontanea al come è la nostra Repubblica, l’ipocrisia del “far finta che tutto è come dovrebbe essere anche se non è così” domina in questa campagna elettorale. La civiltà italiana ritornerà in vita, ma certo non ora.

IANA per FuturoIeri




29 dicembre 2007

BAFFINO D'ALEMA FRA UNIPOL/BNL, LE MORATORIE E I MORTACCI

Dopo aver detto del Tg1, divenuto una propaggine di Verissimo, il rotocalco gossipparo di Mediaset, ci vogliamo occupare oggi di una delle più colossali "bufale" spacciate dai mass media italiani.
Chiunque avrà udito notizia, fra le innumerevoli di cui invece non avrà mai traccia, dell'approvazione da parte dell'assemblea generale dell'Onu della risoluzione che invita gli Stati del pianeta ad una moratoria sulla pena di morte. Mercoledì 12 nessun quotidiano europeo apriva le sue prime pagine con questa notizia! Nessuno!
Ora, sgombriamo subito il campo dagli equivoci, noi siamo fermamente contrari all'uso abominevole della punizione capitale, poiché solo chi ha dato la vita o chi ne ha ricevuto dono può avere titolo a decretarne la fine.
Detto questo, non possiamo tacere dell'ipocrisia che gronda copiosa da quella risoluzione. Primo perché - come sappiamo bene da altre varie risoluzioni, per esempio quelle ad Israele relative ai territori palestinesi - questi atti di intenti nessuno se le fila, né se li è mai filati neppure in passato sin dall'epoca della Società delle Nazioni. Secondo perché non hanno nessuna cogenza di diritto internazionale in quanto non prevedono sanzioni. Terzo perché sono votati da Stati nessuno dei quali ha la coscienza veramente a posto.
Prendiamo il caso dell'Italia che è stata fra i Paesi che ha più trafficato per l'approvazione. Dove erano tutti gli esponenti politici pro-moratoria nei giorni, peraltro quasi gli stessi, in cui è venuto in visita a Roma il Dalai Lama, autorità morale e religiosa del popolo tibetano, da anni e anni oppresso e perseguitato dalla Repubblica "popolare" cinese? Nessuno si è degnato di riceverlo, tutti si sono defilati, chi per qualche inaugurazione fantasma, chi per un imprevisto, chi per un attacco di diarrea. Nessuno, né di centro-sinistra né di centro-destra. Tranne la lodevole eccezione di Beppe Grillo, oramai l'unica figura credibile di questo nostro povero Paese.
Sfiga ha voluto, però, che il giorno successivo all'approvazione della moratoria quattro persone venivano impiccate in Iran e due fatte secche in Cina per induzione alla prostituzione. Aspettiamo presto all'appello il Texas e altri Stati a stelle e strisce. In Iraq ed in Afghanistan, il problema non si pone neanche, visto che la gente salta in aria direttamente a domicilio. Una sorta di pena di morte pret-a-portet.
Ora, diciamolo. Se doveva essere uno spot per ricostruire la faccia politica di un personaggio abbondantemente squalificato come Massimo D'Alema, noto ai più col nomignolo di Baffino, responsabile di una delle più ignominiose guerre, quella del Kosovo, indagato oggi per le scalate dei furbetti del quartierino e ieri per la stecca che Primo Greganti portò in Botteghe Oscure e poi sparita nel nulla. Ecco, diciamolo, se doveva essere per questo, per beghe tutte italiane, bastava dirlo subito e non scomodare i funzionari Onu che dormono beatamente da decenni e che hanno ancora molto sonno da consumare. Altro che moratorie, ma li mortacci...




26 ottobre 2007

EMINENTI BUROCRATI DEL P.D. (DOVE D STA PER DUROCRATICO)

Ci sembra interessante che i nostri amici internauti conoscano certi personaggi pubblici la cui ambizione è inferiore solo alla loro insensibilità sociale. Non faremo i nomi ma chi è intelligente capirà di chi si tratta. Si dice che il professor              sia esperto di lavoro. infatti ha studiato molto quello degli altri ed è ossessionato dagli sprechi tanto che ha scritto il libro "I nullafacenti". Egli ha un curriculum tutto particolare. Si iscrisse alla CGIL - FIOM da giovanissimo e nel 1969 divenne dirigente, aveva 20 anni. Si occupò del mondo del lavoro per 10 anni, senza aver passato troppi anni in fabbrica. Nel 1979           venne eletto alla Camera dei deputati, ed entrò in Commissione Lavoro. Vi restò solo 4 anni, ma maturò una ricca pensione che inizierà a riscuotere dal 2009. Durante la sua attività di parlamentare fu anche assunto come ricercatore all’Università di Milano. Nel 1986 diviene docente di Diritto del lavoro dopo concorso. Ecco come si diventa esperto di lavoro e riformatore, una carriera fulminante, ha sempre bruciato le tappe. A questo punto ci soffermiamo un momento sulla sua attività legislativa. Quando arrivò in parlamento (a legislatura iniziata da qualche mese) la Legge Mosca era in vigore (n. 252 del 1974), essa consentiva a chi avesse collaborato con partiti e sindacati di vedersi regolarizzata la propria posizione contributiva scaricando i costi sulla fiscalità complessiva, bastava una certificazione presentata dal partito o dal sindacato. In buona sostanza questa legge “avvantaggiava” le posizioni di migliaia di burocrati che risultarono essere stati dirigenti sin dalle scuole medie. Questa orda di oltre 40.000 veri nulla facenti è costata alle casse dello stato tanti miliardi.          si occupò subito dell'ennesima ed ultima proroga di questa legge aggiungendo la sua firma alla proposta di legge numero 291 avente a titolo “Riapertura di termini in materia di posizione previdenziale di talune categorie di lavoratori dipendenti pubblici e privati”. Questo progetto di legge favorì spudoratamente i sindacalisti come lui e contribuì a quella voragine nei conti pubblici che il professore propone oggi di sanare con i sacrifici e il duro lavoro (degli altri). A lui restano due ottime pensioni cumulabili (parlamentare + professore universitario) e forse altre due dato che è stato anche sindacalista e giornalista. La sua carriera politica (si spera) dovrebbe essere finita.

Diverso è il caso dell'altro burocrate. Quel             che fa carriera passando da un disastro all'altro e da un'inchiesta giudiziaria all'altra. Alla fine arriva sempre una nuova promozione. Il politico fa grandi sogni. E' un rampollo di quella classe dirigente che non sacrifica mai nulla dei suoi privilegi, soprattutto è un collaboratore fidato dell'attuale ministro degli esteri che lo valorizza e promuove. In realtà quando divenne ministro dei trasporti a molti genovesi si drizzarono i capelli, conoscevano la sua attitudine a combinare incredibili sconquassi. Da un paio d’anni ha un'idea fissa, costruire la Gronda del Ponente ovvero vuole compiere un nuovo scempio a Genova. Questa grande opera dovrebbe risolvere il problema del traffico genovese: consiste in un grande ponte ad otto corsie che scavalcherà la Val Polcevera e immetterà il traffico di autoveicoli proveniente dalla Genova - Serravalle - Milano verso una grande e per ora ipotetica autostrada che dovrebbe giungere fino a Livorno. I lavori dovrebbero iniziare dal grande ponte anche se l'autostrada resta poco più di una mulattiera scoscesa e pericolosa. Insomma si vuole costruire un grande ponte per una piccola autostrada. Il progetto è assurdo,            lo ha presentato due volte ma la commissione competente lo ha bocciato. Il nostro ambizioso politico ritenterà, sono in ballo tanti soldi e Società Autostrade ha già presentato ricorso: questo ente pare essere il vero «ispiratore» di tutto. La Società Autostrade non tiene conto delle tante opposizioni, vuole realizzare il ponte e ha fretta. In regione nel frattempo si lavora, si sta cercando di far passare una legge regionale sugli espropri perché la Val Polcevera è una delle zone più densamente popolate dell’area metropolitana genovese. Una zona che un tempo era il cuore della Genova industriale e che oggi cerca con ogni mezzo di non diventare territorio abbandonato. La zona ha una forte percentuale di immigrati e una disoccupazione preoccupante, ma non è ancora una favela. Le resistenze al degrado sono organizzate grazie all'impegno dagli abitanti che cercano di sfuggire a un destino di precariato.                non vuole aiutare questa gente, lui pensa alla demolizione del vecchio ponte autostradale nonostante i rischi di disastro ambientale, il collasso della viabilità dell’unica arteria della valle e lo strangolamento di migliaia di negozi, laboratori, officine, piccole imprese, locali pubblici. La prima mossa sarà l'espropriazione e la demolizione di non meno di 800 alloggi. Serve una legge regionale che consenta di compiere gli espropri velocemente per evitare ritardi, anche se butterà sul lastrico migliaia di cittadini che spesso hanno tirato su quelle casette contraendo mutui che non hanno ancora finito di pagare. Le ruspe stanno accendendo i motori e saranno pochi i cittadini che guadagneranno con l'esproprio delle case, forse i soliti furbi. Ai cittadini onesti che perderanno la casa la nuova legge riserverà un compenso pari al 35% del valore erogabile in un tempo medio di 10 -15 anni. Se si trattasse di un rustico in campagna, una terza casa o quarta casa di un proprietario agiato non sarebbe la morte di nessuno. Se si tratta dell’unica casa di un lavoratore, di un pensionato, magari con figlio disoccupato a carico o di un immigrato allora la situazione cambia. Parliamo di gente che ha firmato cambiali. Di fatto si tratta di una condanna a morte. Saranno stritolati dal meccanismo messo in moto da Società Autostrade. Queste persone si sono riunite in un comitato il cui link del blog è (http://www.antigronda.splinder.com) che si è distinto per numerose iniziative di lotta.

In Regione i collaboratori di              hanno proposto di risolvere il problema degli espropriati insieme a quello della collocazione dei Rom realizzando un campo negli stabilimenti abbandonati dalla Miralanza. Ci porteranno container e prefabbricati ed ecco pronta una bella soluzione abitativa per tutti, una bella baraccopoli. E la gente non dovrebbe lamentarsi secondo loro! Non è uno scherzo, è tutto vero. E l'emergenza la stanno creando loro, che vedono tante modeste case come intralci per i loro progetti. Gli uomini di           hanno anche detto: <<Se viene fatta resistenza è per «immaturità democratica» e per, diciamocelo, un neppure troppo sotterraneo razzismo. E pensare che ci sono migliaia di genovesi che aspettano da anni l’assegnazione di un alloggio!>>

Questa è la nozione di Bene Comune con cui dovranno confrontarsi gli espropriati. Il potere unisce la casta dominante da anni, ma i segnali di insofferenza si fanno ogni giorni più forti.

 

Chi avesse riconosciuto i protagonisti può lasciare un commento o mandare una email a:

amici.futuroieri@libero.it
 



sfoglia     febbraio        aprile
 







Blog letto 1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0
Feed ATOM di questo blog Atom

ISCRIVITI: "no-globalizzazione" direttamente nella tua casella email