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12 gennaio 2014

Sintesi: Immobilismo sociale e Belpaese

Una sintesi dei pensieri di questi giorni è necessaria. Il problema principale  e determinante del Belpaese sono le condizioni sociali e culturali nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione. I ceti medio-bassi e bassi che formano la maggior parte delle popolazioni  della Penisola si sono sostanzialmente impoveriti  o vivono a diversi livelli e condizioni  situazioni di precarietà e disagio.  I fatti di cronaca criminale e  di cronaca politica di questi ultimi cinque anni se non fossero tragici sarebbero ridicoli, ma su questa materia c’è stata abbondanza di documentazione su quasi tutti i quotidiani del Belpaese e quindi non aggiungo altro.

Alle analisi e alle descrizioni lucide e chiare da parte di tanti che ragionano e cercano di capire questo presente e l’immediato futuro da molto tempo non corrispondono altrettanto lucide e chiare misure di correzione e di riforma. Il Belpaese gira su se stesso senza una direzione, in particolare quel che si può chiamare società italiana tende a riprodurre se stessa con le stesse gerarchie sociali, gli stessi ruoli e professioni che passano di padre in figlio. Questo è particolarmente vero per le professioni di maggior prestigio e guadagno. Il figlio del notaio che fa il notaio, il figlio del medico che fa il medico, il figlio del giornalista che fa il giornalista, il figlio dell'imprenditore che fa l'imprenditore, il figlio del proprietario terriero che fa il proprietario terriero, il figlio del cantante che fa il cantante sono figure ormai da barzelletta, da luogo comune. Tuttavia queste figure rappresentano una condizione reale ed esistente. Esiste, e non lo si vuol veder, un consenso trasversale a questo congelamento della mobilità sociale. Non ci sono solo le famiglie dei ceti medio-alti  direttamente interessate. A sostenere questo stato di cose  c'è una massa grigia di carattere elettorale, che pesa alle elezioni, che sa e approva. Per quel che mi riguarda è inutile cercare nelle rovine del passato e nei miti perduti  i segni di una resurrezione di non si sa bene qual regime politico, o peggio di qualche miracolo di natura riformistica. L’esistenza dell’essere umano nel qui e ora del proprio tempo  esige di pensare in questo tempo con i rapporti di forza reali e concreti in atto. Quello che manca è una forza politica, sociale, culturale realmente esistente  in grado di tradurre le troppe analisi impietose  in proposta, riforma, trasformazione. Al fondo della condizione presente c’è uno sprofondare che è una forza inconscia, una specie d’inerzia, di peso culturale che porta a ripetere gli stessi atti e a riprodurre le stesse condizioni di vita, le stesse concezioni del mondo e della vita sociale. Milioni d’italiani si sforzano di fingere che non sia cambiato nulla nel corso degli ultimi tre decenni, io vedo un gigantesco sforzo collettivo di sfuggire alla realtà  presente. Il grande sforzo di milioni di famiglie italiane è stato quello di adattarsi per quel che è possibile a qualche concetto pseudo-liberale e a due o tre parole inglesi alla moda che vengono ripetute in modo ossessivo da molti politici e dai mass-media. Questo sforzo si è però sfilacciato e disgregato: è un fatto che i partiti politici della Prima Repubblica si sono sciolti da decenni, nuovi partiti sono nati senza che la mentalità di fondo sia cambiata, spesso si tratta delle stesse persone con anni di carriera politica alle spalle. Grattando la crosta dei tanti liberali e riformisti del Belpaese di oggi a mio avviso riemerge di solito il democristiano, il conservatore, l’autoritario, l’opportunista e perfino il socialista e il comunista. Tutto cambia e tutto resta drammaticamente uguale, gelido, immobile; e tutto è drammaticamente inadeguato e senescente. Inadatto alla sfida  dei nuovi tempi del XXI secolo. Ancora una volta sono forzato alla descrizione di quel che osservo e noto, addirittura studio molti aspetti della realtà e di essi non scrivo quanto meditato e ragionato. In realtà mi sto autocensurando da tempo perché mi rendo conto che il disgusto che provo fa sbandare il mio pensiero e il mio scrivere e devo controllarmi per non offendere la sensibilità dei miei venticinque lettori.  

Alle analisi fondate, meditate, ragionate non corrisponde una risposta concreta, reale, efficace. Non corrisponde una visione del mondo, uno sforzo politico collettivo perché la realtà dei singoli italiani si è frantumata, spezzata in mille rivoli. Coalizioni politiche vigorose e leali e alleanze onorevoli  fra popolo e governanti sembrano fantasie; o peggio: roba da romanzi fantasy.  Molte soluzioni che vengono presentate in rete, e non solo, sono lucide utopie, illusioni collettive, desideri che prendono la forma di un programma politico, perfino pulsioni e passioni che prendono forme pseudo-ideologiche. Ma non trovo reali e concrete forze in grado di pensare un percorso per trasformare nel profondo la società italiana. Quello che osservo sia nei partiti politici più o meno tradizionali sia nelle proposte di quelli meno tradizionali è di fatto un necessario aggiustamento per salvare, per quel che è possibile, il presente così come è. Si tratta in fondo della continuazione e della conservazione di una società italiana a bassa se non nulla mobilità sociale verso le gerarchie che contano. I vertici del sistema, ovviamente, hanno a disposizione una capacità di acquisto di beni e servizi clamorosamente superiore alla massa che sta in fondo, quindi la questione della mobilità è un fatto sostanzialmente materiale e di calcolo economico. So che questo suona provocatorio. Ma si tratta di ciò che penso da anni. Io non vedo nell’Italia di oggi altro che calcoli di natura materiale e finanziaria, tutto si gioca qui e ora ed è concreto come la terra, l’acqua, l’aria, la casa, i figli, l’automobile, il carrello della spesa, e le scarpe nuove. Temo che la soluzione a questo immobilismo decadente non arriverà dalle forze interne del Belpaese ma da qualche disastro epocale, ossia  da qualche fatto drammatico di carattere planetario. Nei secoli passati è accaduto che eventi traumatici di dimensioni enormi hanno  forzato civiltà e popoli a rimettersi in discussione e a ricostruirsi.

IANA




29 dicembre 2013

Un ricordo lontano e sfocato

Un ricordo lontano e sfocato

 

Durante la mia infanzia mi capitò di vedere una cosa che mi colpì molto e mi rimase impressa, anche oggi a distanza di più di trent’anni ci ripenso. Mi capitò, credo con la scuola, di vedere un documentario naturalistico. Mi colpì molto vedere un povero pulcino di non so quale specie di pennuto, era giallo. Il disgraziato aveva avuto la sfortuna di veder evaporare per mezzo di non so quale siccità la pozza nella quale viveva. Pozza che era il suo mondo e la sua sussistenza. Ad un certo punto iniziò a girare in tondo su ciò che rimaneva dello specchio d’acqua, in modo ossessivo, disperato. Il piccolo pennuto stava morendo disidratato ma non riusciva a capire perché. Evidentemente sapeva che in quel punto c’era stata la pozza e girava  mentre il sole l’arrostiva implacabile. Poi il pennuto venne ripreso dalla telecamera morto stecchito. La natura aveva fatto il suo corso. Mi ricordo che ci rimasi male, bastava che il documentarista lo portasse via di lì, ed era fatta. Invece il pennuto  fu lasciato alla chimica della decomposizione naturale. In quella storia  di un piccolo affarino giallo, in una terra riarsa che lascia il solco del suo muoversi in cerchio fino a morire tante volte ho visto il destino di milioni di uomini dei nostri tempi. In questo tempo di crisi e di materialismo gretto e di culto del dio-denaro è facile perdere i propri punti di riferimento fino a girare a vuoto su se stessi e lentamente autodistruggersi. Anche per mancanza di alternative concepibili o semplicemente reali. In quell’episodio dell’infanzia avevo già quella mentalità tipicamente italiana dello sperare nell’intervento risolutivo di un miracolo, di un protettore. Il documentarista avrebbe dovuto salvare il pennuto che stava morendo, perché era il protagonista del suo racconto e da quando in qua si fa crepare il protagonista così, come uno qualunque. Ecco il punto: uno qualunque. Invece la realtà quotidiana è un po’ diversa, chiunque può esser quel “uno qualunque” che non avrà il suo miracolo. Confesso di aver per anni temuto la morale che in fondo comunicava questa mia memoria dell’infanzia. Identificarsi con il pennuto che gira a vuoto è facile di questi tempi. Chiunque può esser la prossima vittima della distruzione creativa della civiltà industriale, e quel chiunque può essere “l’uno qualunque” di cui ragionavo. In fondo il pennuto con l’esempio del tutto involontario della sua fine mi ha fatto riflettere su quanto fragile sia la vita e quanto sia facile l’evaporazione di ogni certezza e di ogni speranza.  




28 dicembre 2013

Sintesi: nebbia fitta nel Belpaese

Sintesi

Nebbia fitta nel Belpaese

Uno di questi giorni d'inverno, come capita dalle mie parti, una nebbia fitta ha avvolto la zona.
Mi capitava quel giorno di prendere il treno con il quale di solito mi reco al liceo per il lavoro e ho contemplato la scena. Il luogo della fermata del treno mi è apparso subito familiare, ma stavolta la nebbia lo rendeva sinistro. Qualcosa non andava. Ci ho pensato un solo istante e ho capito: la nebbia confondeva le forme, tutto sembrava indistinto. A un certo punto sembrava che il mio mondo ordinario, di sempre cominciasse a sparire. Certo una sensazione dovuta all'umidità, al freddo, alla nebbia. Eppure non era sbagliata la sensazione. Era davvero così. Pian piano il mio mondo di certezze di un tempo, le mie abitudini, la mia stessa attività lavorativa sta diventando qualcosa di altro, di estraneo. Si tratta del divenire delle cose quando per qualche motivo il tempo sembra subire una violenta accelerazione e quello che era stabile, certo, sicuro sembra perso nella nebbia. Da tempo non riconosco più il Belpaese tanto quello dell'infanzia quanto quello dell'adolescenza e perfino dei miei anni di studio e di lavoro; tutto sembra essersi lentamente ma inesorabilmente sprofondato in una nebbia che tutto copre. Per un momento mi è sembrato di esser rimasto solo. Niente passeggeri, niente treno, niente paesaggio, nemmeno la luce rossa, niente. Solo io e, manco a farlo apposta, il binario tre. Una sensazione di solitudine assoluta e di senso della fine. In quell'istante  ho dovuto  ammettere la dissoluzione delle cose in cui avevo sperato e creduto, sia le più futili sia quelle all'apparenza più serie, quaranta anni di vita sono volati, mangiati dalla nebbia del tempo che tutto confonde e tutto copre.
Quest'episodio mi ha lasciato con la difficoltà del far i conti con il senso della mia vita, mi sembra proprio d'esser dentro una decadenza della civiltà e della società in cui vivo e di aver speso tanti anni della mia vita per capire, per pensare, per istruire altri  intorno a questa macroscopica evidenza. A cosa è servito...Tutti i fatti pubblici e perfino quelli privati sembrano muoversi meccanicamente, una sorta di necessità metafisica estranea alla volontà dei singoli, essa sembra presiedere a questa sparizione del mondo di prima. Non c'è solo il capitalismo, la crisi, la finanza, le risorse limitate del pianeta. No. C'è tutto questo e anche di più: la decomposizione della realtà avviene dall'interno, è la stessa società italiana che si sta smantellando per vie invisibili, per piccoli pezzi, frammento dopo frammento, a tutti i livelli e in tutti i campi. Sembra quasi un fenomeno fisiologico.
Questo pensiero frutto di una mattina di nebbia mi pone il problema di cosa sono io davanti a questo processo che non approvo e che mi vede osservatore e per molti aspetti vittima. Avvolto da una specie di nebbia che tutto confonde e tutto copre il mio piccolo mondo antico scompare pezzo dopo pezzo. Ho capito che in realtà non sono forze straniere o esotiche, che pur ci sono e operano, a spezzettare e smantellare il tempo di prima senza soluzione di continuità. Sono gli stessi italiani, esattamente le popolazioni nostre che nel corso di tre decenni hanno trasformato il Belpaese. In questi giorni di amarezza e di meditazione rivedo la mia vita e nella mia testa penso ai personaggi che nel giornalismo, nella vita politica, nella critica del costume sono stati i più incisivi. C’è un contributo collettivo che parte da più direzioni  e spinge per cambiamenti nel mondo del lavoro, della vita sociale, della scuola, della vita politica improntati a una sorta d'imitazione del modello USA rivisto in salsa Mediterranea e ricoperto di una patina politica data da una destra liberale neoconservatrice. Prova ne sia l'importanza che ha avuto  l'enorme potere di trasformazione dell'immaginario politico avuto dal Cavalier Berlusconi negli ultimi vent'anni. Il vecchio mondo italiano dove sono nato, sono cresciuto, ho imparato un mestiere con i suoi equilibri, le sue logiche, le sue intime ragioni è finito. Distrutto dalle genti nostre prima ancora che dalla nefasta opera di non si sa bene quali stranieri.
Cosa resterà del Belpaese una volta che la nebbia sarà SPARITA con quel che nascondeva.
L'Italia che sta arrivando, lentamente ma inesorabilmente è un Belpaese più povero, rancoroso, diviso in centomila interessi e diecimila fazioni e gruppi,  dove a misure burocratiche e di polizia sarà delegato il compito di surrogare quelle forze morali e quei simboli civili dismessi da tempo dal loro ruolo di guide per la società. Fra queste tutte le figure che erano anche pensate come simboli d'interessi e valori condivisi come l'insegnante, il sacerdote, il politico, perfino il sindacalista. Tutto si rompe su un gretto individualismo materialista che cerca appiglio in quel che rimane dello Stato, spogliato della sua dimensione ideale, per prevalere su altri, aver ragione per forza, o per ottenere un risarcimento o un diritto negato.
Un “Bruttopaese” dal mio punto di vista, dove non è bene vivere a meno che non si sia miliardari o milionari in viaggio di piacere.
Ma chi è il mio prossimo in un mondo fatalmente votato al conflitto sociale ed economico e al conformismo?
Nessuno.

Questo è il problema. L'Italia s'incammina in un mondo di singoli che intrecciano legami d'interesse che sciolgono quando non è più utile portarli avanti, è il mondo che nasce dalla dissoluzione di ogni legame e valore comune formatosi qui dagli anni ottanta a oggi da forze, e lo ripeto, sono quasi tutte interne. I partiti politici della Prima Repubblica sono stati incapaci di unire sotto valori condivisi le diverse genti del Belpaese scissi come erano in interessi e  opposte ideologie. La disgregazione di oggi è la somma di una incapacità del passato di rinnovare modelli di vita, lavoro, abitudini unita alla potenza del modello statunitense e inglese di consumi e di stile di vita che spinge verso l'individualismo egoistico e il darwinismo sociale.
Si sta formando una società priva di autentici valori e legami fra individuo e individuo, fra gruppo sociale e gruppo sociale, fra comunità e comunità, ossia prende forma la negazione di quel che credo sia una società umana in grado di reggere alla pressione dei decenni, delle guerre, delle catastrofi, e delle generazioni che passano. Quest’Italia nuova resisterà, diverrà, farà finchè sarà per lei possibile contenere le forze disgregatrici che l’assenza di valori comuni crea. Questa non è una facile profezia ma una riflessione alla luce di anni passati nello studio della storia.  Civiltà intere sono crollate quando è venuto meno il collante morale e  ideologico che legava assieme le diverse parti sociali che la componevano. Penso ad esempio all’Impero Romano d’Occidente crollato sotto la pressione del disordine interno, del conflitto religioso e delle invasioni barbariche.

Sono impietrito dal dolore al pensiero di questa conclusione di un mondo di cose, abitudini, valori, concezioni del mondo al quale ero abituato e in mezzo alle quali vivevo. Ma c’è poco da fare perché dove stanno andando le difformi genti d’Italia è il binario che porta alla dissoluzione dei legami più profondi che tengono assieme una civiltà o una società. Forse arriveranno nuovi valori, ma questa è una cosa che non so.

Questa dissoluzione porta con sé una serie di conseguenze e fra esse: il relativismo morale ed etico, l’opportunismo, il cinismo nelle sue forme più aspre, lo scetticismo verso ogni innovazione o sentimento umanitario, la malafede nei rapporti personali, l’alienazione a tutti i livelli, lo sfruttamento, la perdita di punti di riferimento, il fanatismo ideologico e religioso, la ricerca di una salvezza provvidenziale, di un miracolo.
Ed io osservo. Il passato che va, il presente che è, il nuovo che si forma lentamente. Lentamente. come le tenebre che calano quando la luce del sole s'attenua.

Poi come per magia c’è solo nebbia, oscurità e il binario 3. Ma su quell’unico binario non passa mai un solo treno, forse qualcuno può ancora scegliere la direzione.

 

IANA




24 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: Quando la nebbia finirà

Avvolto da una specie di nebbia che tutto confonde e tutto copre il mio piccolo mondo antico scompare pezzo dopo pezzo. Ho capito che in realtà non sono forze straniere o esotiche, che pur ci sono e operano, a spezzettare e smantellare il tempo di prima senza soluzione di continuità. Sono gli stessi italiani. Le genti nostrane nel corso di tre decenni hanno trasformato il Belpaese. In questi giorni di amarezza e di meditazione rivedo la mia vita e nella mia testa penso ai personaggi che nel giornalismo, nella vita politica, nella critica del costume sono stati i più incisivi. Si è formata in me l'evidenza che molti di coloro che volevano trasformare il Belpaese, cambiarlo, incidere profondamente tagliando questo o finanziando quello sono personaggi nati a nord dell'Appennino. La forza disgregatrice e trasformatrice del Belpaese tra gli anni novanta e questi primi anni del XXI secolo non ha preso forza dal Mezzogiorno, ma dal Nord. Non è la parte considerata Meridionale, dai molti pensata più arretrata e clientelare, del Belpaese a spingere per cambiamenti nel mondo del lavoro, della scuola, della vita politica improntati a una sorta d'imitazione del modello USA rivisto in salsa Mediterranea e orientati verso una destra liberale neoconservatrice. Prova ne sia l'importanza che ha avuto fino a due anni fa il partito della Lega Nord in Italia o l'enorme potere di trasformazione dell'immaginario politico avuta dal Cavalier Berlusconi negli ultimi vent'anni. Il vecchio mondo italiano dove sono nato, sono cresciuto, ho imparato un mestiere con i suoi equilibri, le sue logiche, le sue intime ragioni è finito. Distrutto dalle genti nostre prima ancora che dalla nefasta opera di non si sa bene quali stranieri.
Cosa resterà del Belpaese una volta che la nebbia sarà SPARITA con quel che nascondeva.
L'Italia che sta arrivando, lentamente ma inesorabilmente è un Belpaese più povero, rancoroso, diviso in centomila interessi e diecimila fazioni e gruppi,  dove a misure burocratiche e di polizia sarà delegato il compito di surrogare quelle forze morali e quei simboli civili dismessi da tempo dal loro ruolo di guide per la società. Fra queste tutte le figure che erano anche pensate come simboli d'interessi e valori condivisi come l'insegnante, il sacerdote, il politico, perfino il sindacalista. Tutto si rompe su un gretto individualismo materialista che cerca appiglio in quel che rimane dello Stato, spogliato della sua dimensione ideale, per prevalere su altri, aver ragione per forza, o per ottenere un risarcimento o un diritto negato.
Un Bruttopaese dal mio punto di vista, dove non è bene vivere a meno che non si sia miliardari o milionari in viaggio di piacere.
Ma chi è il mio prossimo in un mondo fatalmente votato al conflitto sociale ed economico e al conformismo?
Nessuno. Questo è il problema. L'Italia s'incammina in un mondo di singoli che intrecciano legami d'interesse che sciolgono quando non è più utile portarli avanti, è il mondo che nasce dalla dissoluzione di ogni legame e valore comune formatosi qui dagli anni ottanta a oggi da forze, e lo ripeto, sono quasi tutte interne. I partiti politici della Prima Repubblica sono stati incapaci di unire sotto valori condivisi le diverse genti del Belpaese scissi come erano in interessi e  opposte ideologie. La disgregazione di oggi è la somma di una incapacità del passato di rinnovare modelli di vita, lavoro, abitudini unita alla potenza del modello statunitense e inglese di consumi e di stile di vita che spinge verso l'individualismo egoistico e il darwinismo sociale.
Si sta formando una società priva di autentici valori e legami fra individuo e individuo, ossia la negazione di quel che credo sia una società umana in grado di reggere alla pressione dei decenni, delle guerre, delle catastrofi, e delle generazioni che passano.
Ed io osservo. Il passato che va, il presente che è, il nuovo che si forma lentamente. Lentamente. come le tenebre che calano quando la luce del sole s'attenua.




24 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: Quando la nebbia confonde le forme

Uno di questi giorni d'inverno, come capita dalle mie parti una nebbia ha avvolto la zona.
Mi capitava quel giorno di prendere il treno con il quale di solito mi reco al liceo per il lavoro e ho contemplato la scena. Il luogo della fermata del treno mi è apparso subito familiare, ma stavolta la nebbia lo rendeva sinistro. Qualcosa non andava. Ci ho pensato un solo istante e ho capito: la nebbia confondeva le forme, tutto sembrava indistinto. A un certo punto sembrava che il mio mondo ordinario, di sempre cominciasse a sparire. Certo una sensazione dovuta all'umidità, al freddo, alla nebbia. Eppure non era sbagliata la sensazione. Era davvero così. Pian piano il mio mondo di certezze di un tempo, le mie abitudini, la mia stessa attività lavorativa sta diventando qualcosa di altro, di estraneo. Si tratta del divenire delle cose quando per qualche motivo il tempo sembra subire una violenta accelerazione e quello che era stabile, certo, sicuro sembra perso nella nebbia. Da tempo non riconosco più il Belpaese tanto dell'infanzia quanto dell'adolescenza e perfino dei miei anni di studio e di lavoro; tutto sembra essersi lentamente ma inesorabilmente sprofondato in una nebbia che tutto copre. Per un momento mi è sembrato di esser rimasto solo. Niente passeggeri, niente treno, niente paesaggio, nemmeno la luce rossa, niente. Solo io e, manco a farlo apposta, il binario tre. Una sensazione di solitudine assoluta e di senso della fine. In quell'istante  ho dovuto  ammettere la dissoluzione delle cose in cui avevo sperato e creduto, sia le più futili sia quelle all'apparenza più serie, quaranta anni di vita sono volati, mangiati dalla nebbia del tempo che tutto confonde e tutto copre.
Quest'episodio mi ha lasciato con la difficoltà del far i conti con il senso della mia vita, mi sembra proprio d'esser dentro una decadenza della civiltà e della società in cui vivo e di aver speso tanti anni della mia vita per capire, per pensare, per istruire altri  intorno a questa macroscopica evidenza. A cosa è servito...Tutti i fatti pubblici e perfino quelli privati sembrano muoversi meccanicamente, una sorta di necessità metafisica estranea alla volontà dei singoli, essa sembra presiedere a questa sparizione del mondo di prima. Non c'è solo il capitalismo, la crisi, la finanza, le risorse. No. C'è tutto questo e anche di più: la decomposizione della realtà avviene dall'interno, è la stessa società italiana che si sta smantellando per vie invisibili, per piccoli pezzi, frammento dopo frammento, a tutti i livelli e in tutti i campi. Sembra quasi un fenomeno fisiologico.
Questo pensiero frutto di una mattina di nebbia mi pone il problema di cosa sono io davanti a questo processo che non approvo e che mi vede osservatore e per molti aspetti vittima.


 




19 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Ricapitolo i fatti per quel che sono: il Ministero e il ministro di centro-sinistra stanno organizzando una curiosa sperimentazione che è la presa delle misure per ridurre il liceo di un anno e tagliare altri 40.000 posti di lavoro nel settore.  Il fatto è noto al pubblico come agli esperti del settore. Al termine della mia riflessione presento una scelta dei molti scritti comparsi sulla rete sul ponderoso tema. Tuttavia a titolo strettamente personale descrivo quel che si chiama un leggerissimo sospetto con un proverbio chiaro e sintetico:” il filo si taglia dove è più corto”. Per fare tagli di cassa dei governi e dei gruppi dirigenti possono far diverse scelte. Una è la meno inquietante sul piano elettorale: “tagliare dove le forze sociali e lavorative  colpite possono mettere in campo minori ritorsioni politiche e rivendicazioni sindacali e atti che tolgono voti e consenso”.

Questo mi pare sia il caso della scuola in quanto essa è frammentata in tante realtà lavorative e sociali. Basti pensare che esistono scuole materne, elementari, medie e superiori con il loro personale, le loro esigenze, i loro problemi. A livello poi di personale che lavora nella scuola esso è diviso in ambiti di lavoro diversissimi. C’è il personale ATA  (i vecchi bidelli per capirsi) , il personale di segreteria, i docenti, i vicepresidi, il dirigente scolastico che un tempo era denominato preside,  il personale che si occupa di laboratori e aule computer, e altro ancora…

Per esempio in un liceo può far parte dello stesso consiglio di classe riunito per uno scrutinio un supplente con la prospettiva di una supplenza breve, un professore con incarico annuale magari precario da dieci o dodici anni, un docente che ha vinto un concorso nel millennio scorso (ossia nel 1999), un docente prossimo alla pensione.  Questa frammentazione aiuta a indebolire il momento della rivendicazione e della protesta sindacale e rende facile attuare tagli nel settore o intervenire sulla scuola. Aggiungo poi che i sindacati nella scuola sono più di uno e non è scontata la collaborazione fra essi. Non vedo un disegno diabolico nel trasformare e tagliare sulla scuola, o se c’è esso è il frutto di convergenze e d’opportunismo, piuttosto vedo la solita politica neoliberale tipica della destra statunitense che vede nello Stato che si occupa di sociale e di collettività il problema e nel privato la soluzione. Dal momento che sul sociale si deve tagliare ecco che la scuola appare come un terreno dove forze disperse si prestano ad esser colpite separatamente. Nulla di strano. In tempi come questi dove fra le forze politiche non c’è un terreno di valori di natura collettiva e comunitaria condivisi e stabili la politica tende a pensarla alla maniera della sofistica e ai colpi bassi e a considerare la volontà della maggioranza o del più forte la legge legittima. Usando un facile paragone mi permetto di scrivere che: “La corda della scuola è strappata in più punti. Si taglia facile. Basta recidere dove i fili sono più sottili”.

Riporto alcune fonti per provare le basi oggettive della mia riflessione:

http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/23/news/ministro_carrozza_d_il_via_al_liceo_di_4_anni_si_risparmierebbero_1_380_mln_di_euro-69238917/

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12706

http://www.flcgil.it/scuola/docenti/corsi-di-riconversione-su-sostegno-per-i-docenti-appartenente-ad-insegnamenti-in-esubero.flc

http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_01/riforma-cicli-liceo-quattro-anni-316bbfb2-5a6b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

http://www.partitodemocratico.it/doc/262587/liceo-di-4-anni-carrozza-e-puglisi-perch-no.htm




17 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: UNA TEMPESTA DI RICORSO!

Si fa presto a dire scuola: una  tempesta di ricorso!

Elenco i fatti per chi non sa.

 Risulta che il TAR del Lazio si sia pronunciato contro aspetti decisivi e qualificanti della riforma Gelmini.

Gli articoli pubblicati in queste ore sembrano concordi, questa è una vera e propria tempesta perché rimette in discussione tutto. Nei prossimi giorni e nelle prossime ore la situazione potrebbe chiarirsi per ora i lanci delle prime notizie indicano qualcosa di simile a una tempesta dovuta, ovviamente, a ricorso. Segno questo della diffoltà in cui versa da un decennio la scuola in Italia e della colpevole disattenzione e arrogante supponenza con cui la politica dei palazzi e dei partiti ha guardato al lavoro e all'insegnamento quotidiano di centinaia di migliaia di lavoratori nel settore scuola.

 

Le fonti:

http://giala.altervista.org/tar-lazio-boccia-riforma-istituti-tecnici-professionali/

http://www.repubblica.it/scuola/2013/12/16/news/riforma_tecnici_bocciata_da_tar-73783797/

http://www.ogginotizie.it/284348-mariastella-gelmini-tar-lazio-boccia-la-riforma/#.UrBlKuKPC70

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/03/16/scuola-il-tar-boccia-la-riforma-del-ministro-gelmini-sul-taglio-dei-bidelli/

http://www.fanpage.it/la-riforma-gelmini-bocciata-dal-tar-del-lazio/

http://www.fanpage.it/riforma-gelmini-la-corte-costituzionale-boccia-la-norma-sulle-graduatorie-scoppia-il-caos/


IANA




29 agosto 2012

Il Vangelo secondo Marcione





Il Vangelo secondo Marcione

 

Devo come prima cosa spiegare ai lettori il perché di un  titolo così singolare per la mia nuova raccolta di scritti. Il motivo è semplice. Dietro il disfacimento progressivo e potente dei miti morti e dei costumi ereditati dal Novecento emerge il bisogno di forme nuove di credenza e ragioni di vita adeguate ai tempi. Questo farsi di un mondo di valori altro e di ragioni altre non può essere impresa di pochi, sarà una creazione che verrà in essere per mezzo di molti che vivono nel disagio e di masse di umani delusi da questo presente. Quel che posso fare io a partire dalle piccole tribune virtuali per le quali scrivo di solito è provare a circoscrivere e a delimitare. C’è  il passato che è passato e non è più qui e ora  e c’è la proiezione verso il futuro. In mezzo il concretissimo presente. Quello che cerco con questi scritti è la circoscrizione di questo tempo meschino dominato da forze finanziarie e corporative senza volto e da pochi supermiliardari e la visione di un tempo altro possibile. Ovviamente come in molti miei scritti il passaggio da un tempo a un tempo diverso è qualcosa di distruttivo e di crudele, è anche il disvelamento del fallimento totale delle illusioni e delle promesse politiche del tempo morto. Intendo quindi con questi scritti affidare il mio discorso sul futuro da un lato al trapassato remoto, a ciò che è lontano e antico e dall’altro alla proiezione fantastica nel futuro. In questo modo spero di riuscire a limitare e delineare il più possibile questo presente e  a cogliere in modo intuitivo i processi di trasformazione  in atto.  

In questo momento mi pare improbabile poter delineare visioni di carattere probabilistico o matematico, preferisco, alla luce dei miei mezzi, intuire e delimitare quel che è possibile; anche la suggestione, l’intuizione, l’interpretazione di fatti antichi o di futuri immaginari può essere utile per capire e forse agire. Al lettore e alla lettrice auguro di trovare qualcosa di buono o di suggestivo da questa mia fatica.

 Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007

Recensione

Parte prima

Questo testo esige due sforzi interpretativi da parte del lettore, uno è volto a ricostruire il mondo storico sul piano umano e materiale nel quale si muoveva Marcione, l’altro è lo sforzo di capire perché l’autore ha profuso così tante energie intellettuali per scrivere la storia della Chiesa Marcionita. L’autore è stato un teologo e storico tedesco protestante di grande spessore intellettuale[1] di orientamento politico liberale e borghese vissuto fra l’ascesa del Secondo Reich e gli anni della Repubblica di Weimar. La forza della sua riflessione storica e teologica è quella di riscoprire le origini del cristianesimo e di mettere in discussione ogni pretesa dogmatica e quindi ogni limitazione autoritaria alla ricerca seria e motivata. La sua personalità di studioso rigoroso e sistematico emerge da questo suo testo così complesso e difficile. Basti pensare questo: non esiste un testo ufficiale della dottrina e della chiesa marcionita, ciò che si sa deve essere ricostruito a partire dalle molte informazioni che sono pervenute dai critici e dagli avversari cristiani di Marcione. Harnack ha rimesso assieme tutto quel che si conosceva fra gli studiosi del settore  fra fine Ottocento e anni venti del Novecento per ricostruire la teologia marcionita e la storia di questa Chiesa Cristiana. L’autore parte da quattro fonti: I resoconti e gli scritti che i suoi avversari hanno scritto contro di lui, la conoscenza della dimensioni e delle parti dei testi sacri che compose per sostenere le sue idee, la conoscenza precisa della sua critica biblica, alcune parti trascritte delle sua opera teologica Antitesi. Quello che lega queste quattro parti è la profonda conoscenza dell’autore della storia del cristianesimo e la sua volontà di distinguere, di capire per dare ai suoi lettori qualcosa di più delle tracce e dell’ombra della Chiesa di Marcione e di delinearne i fondamenti e le ragioni storiche; impresa intellettuale fatta a distanza di circa diciotto secoli dai fatti.

L’oggetto di tanto lavoro intellettuale è Marcione di Sinope passato alla storia come eretico ma anche come fondatore di una chiesa sua[2]. Marcione (85 d.C – 160 d.C) era originario di Sinope una città sul mar Nero fondata da coloni greci e già patria di Diogene il filosofo,  oggi la città si trova in Turchia. Secondo l’autore[3] Marcione era armatore di navi e questo suo mestiere spiega perché cercò di farsi accogliere dalla Chiesa di Roma in cambio di una cifra notevole 200.000 sesterzi che al momento della rottura religiosa e teologica gli vennero resi. L’autore dà per certo che vi sia stato un dibattito formale dove la dottrina Marcionita è stata ricusata e vista come pericolosa, il fatto fu tale che rimase famoso nella chiesa Paleocristiana. La cosa, secondo l’autore, è così singolare che potrebbe esser vera e rivela l’intenzione di questo personaggio di portare dalla sua parte la Chiesa di Roma. In effetti la sua dottrina prefigurava due divinità il Dio Straniero annunciato dal Cristo e il Dio del Vecchio Testamento che Marcione riteneva fosse davvero il creatore del mondo e quindi il male e il dolore del mondo e della condizione umana erano vincolati alla sua opera e non al Dio annunciato da Cristo. La scelta di Roma era forse dettata dalla speranza di trovare in quella comunità cristiana un terreno favorevole alla separazione netta che voleva proporre sul piano teologico.  Occorre capire che la Chiesa Antica prima dell’imperatore Costantino non era unitaria[4], quindi Marcione poteva sperare che la sua visione teologica rifiutata probabilmente a Sinope potesse esser accolta a Roma. Marcione riteneva di dover portare alle sue conseguenze la predicazione dell’apostolo Paolo, ossia la separazione netta fra cristianesimo ed ebraismo, fra la dottrina cristiana e  le leggi mosaiche. La teologia di Marcione segnava questo una separazione e un togliere alla vicenda di Cristo ogni riferimento al mondo ebraico. Marcione, secondo Adolf von Harnack, era un conoscitore[5] della Bibbia ebraica e anzi suppone che egli potesse aver avuto fra i parenti degli ebrei; non aveva le caratteristiche intellettuali di uno gnostico o di un filosofo pagano. Infatti l’adesione di Marcione a una visione teologica che va oltre San Paolo in quanto a superamento della Legge del Vecchio Testamento e fondazione di una nuova fede fa pensare a un percorso simile a quello dell’Apostolo folgorato sulla via di Damasco. Per far comprendere il centro della visione Marcionita Harnack scrive nell’introduzione: “Nei primi secoli della nostra era, ad Atene e ad Roma, probabilmente anche in altre città, si potevano leggere iscrizioni che recitavano “Agli Dei sconosciuti” oppure “ agli Dei dell’Asia, dell’Europa e dell’Africa, agli dei sconosciuti e stranieri” e forse anche “Al Dio straniero”. Queste iscrizioni erano motivate dal timore e avevano il compito di prevenire attacchi sgradevoli da parte di divinità ignorate o straniere (religio eventualis) (…) A un simile Dio avevano pensato solo coloro che con la loro pavida e subalterna pietà avevano innalzato sull’altare “il Dio sconosciuto e straniero”. L’uomo che annunciò questo Dio è stato il cristiano Marcione di Sinope. I cristiani credevano di sapere di essere già stranieri su questa terra. Marcione corresse questa credenza: Dio è lo straniero che li conduce da questa patria d’oppressione e miseria nella nuova Casa del Padre. Di cui non hanno sentito parlare prima d’ora.” Il Dio di Marcione non era il Dio della Bibbia e fondatore assieme a Mosè del popolo d’Israele, era qualcosa di nuovo ed estraneo al mondo materiale e  a questo mondo che non aveva fatto lui; egli si fa annunciare attraverso il Cristo e offre la possibilità si salvarsi per una generosità e bontà divina sua in quanto è estraneo al male e al suo esser presente come parte costitutiva della vita e della natura. Di conseguenza Marcione passa anni a scrivere dal 139 al 144 per chiarire ed esporre la sua teologia; il suo sforzo va in due direzioni da una parte cerca di costruire un canone neo-testamentario costituito dal Vangelo di Luca[6] amputato di ogni riferimento al mondo ebraico e da alcune lettere di San Paolo e un testo le “Antitesi” incentrato sulla palese evidenza, per mezzo del confronto diretto fra i testi, delle grandi differenze fra il Dio ebraico di carattere Nazionale e locale e il Dio universale e spirituale del cristianesimo nascente. Per l’autore Marcione intese essere restauratore[7]  e critico dei testi cristiani che circolavano allora, anzi probabilmente il concetto di Vangelo inteso come libro e non come messaggio contenuto in scritti diversi si deve proprio a questa sua creazione di un Vangelo epurato dall’elemento ebraico e da quello che pensava essere la falsificazione portata avanti da falsi maestri e falsi cristiani.

Per l’autore questa posizione di Marcione è supportata dall’influenza delle lettere di
San Paolo  e in particolare della “Lettera ai Galati [8] dove si trova scritto: “Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate a un altro vangelo. In realtà però non ce n’è un altro; soltanto vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo.” (Gal.1,6;Gal 1,7). In fondo se il Dio del Vecchio Testamento aveva una sua “Littera Scripta” anche questo Dio straniero doveva averne data una, di sicuro preferiva non fidarsi della tradizione orale, ma neppure di quella scritta in quanto dubitava delle attribuzioni dei Vangeli agli Apostoli[9]. Questo Vangelo doveva esser da qualche parte e Marcione provò  a ricostruirlo con una riscrittura sulla base delle sue convinzioni e dei suoi studi a partire dal Vangelo di Luca, forse il primo che aveva studiato nella sua Patria. Quindi la sua opera dopo l’espulsione dalla Chiesa di Roma fu la creazione di una Chiesa propria, diversa, con una morale rigida, i cui fedeli erano pronti ad accettare il martirio quando arrivava per mano delle autorità. Una Chiesa quindi, con tanto di luoghi di culto, comunità, vescovi e non una setta gnostica o  un cenacolo di filosofi che discutono di teologia.

 

(Prosegue nella seconda parte)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]Il profilo intellettuale dell’autore è esposto su http://it.wikipedia.org/wiki/Adolf_von_Harnack.

Dell’autore fra l’altro si sottolinea:” La sua opera maggiore (il Lehrbuch der Dogmengeschichte in tre volumi), manuale di storia dei dogmi pubblicato fra il 1886 e il 1890, fu ripubblicato più volte. In quest'opera Harnack evidenziò il sorgere del dogma, concetto con il quale egli intende il sistema dottrinale autoritativo del IV secolo e i suoi sviluppi fino alla Riforma protestante. Egli sottolineò che, alle origini, la fede cristiana e la filosofia greca erano così intrecciate che molti elementi non essenziali al cristianesimo penetrarono nella dottrina cristiana. Secondo Harnack, dunque, i protestanti non soltanto sono liberi di criticare i dogmi (in questo senso, per essi, il dogma neppure esiste) ma devono criticare ogni concezione dogmatica.”

 

[2] Sul Marcione di Sinope quale interprete e scrittore dei Vangeli Cfr. Corrado Augias, Mario Pesce, Inchiesta su Gesù, Chi era l’uomo che ha cambiato il mondo, Mondadori, Milano, 2006, pag. 16. Sulla biografia di Marcione  http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione e http://www.treccani.it/enciclopedia/marcionismo_(Dizionario-di-Storia)/

 

[3] Esistono versioni diverse sulla biografia di Marcione e sul senso che si può attribuire  all’accusa di esser stato cacciato dal padre per aver sedotto una vergine, o al fatto che il padre fosse vescovo e forse lo fosse lui stesso. In generale si consiglia al lettore di prendere in esame più punti di vista. Cfr: http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione e http://www.treccani.it/enciclopedia/marcionismo_(Dizionario-di-Storia)/

 

[4] Sulla Chiesa delle origini e la sua formazione Cfr: Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, TEADUE, Forlì, 1992, pp. 318-326.   Ad una domanda di Augias sui primi nuclei organizzati del cristianesimo il professor Pesce osserva:” Questi nuclei organizzati, dicevamo, non hanno ancora un’autorità centrale che li amministri e non sono neppure federati fra loro. Il Cristianesimo nascente è fatto di tante comunità, dove nessuno esercita una funzione direttiva centrale. Certo, le comunità hanno rapporti fra loro, sentono di essere componenti dell’unica Chiesa di Cristo. Mano a mano che il tempo passa, tra la fine del II secolo e l’inizio del III, alcune sedi – Alessandria, Antiochia, Roma, Cartagine e naturalmente Gerusalemme – che coincidono, ad eccezione di Gerusalemme, con le grandi metropoli, acquistano una sorta di supremazia.”Cfr. Corrado Augias, Mario Pesce, Inchiesta sul Cristianesimo, Come si costruisce una religione, (Smart Collection),Mondadori, Milano, 2008, pag.114 .

 

[5]   Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 31-33

[6] Sulla questione di una fonte comune a Marcione e al testo del Vangelo di Luca cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Marcione. E http://it.wikipedia.org/wiki/Vangelo.

 

[7]   Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 48-49

[8] Il riferimento è stato preso da La Sacra Bibbia, Edizione Ufficiale della CEI, Edizioni Paoline, Roma, 1980. L’autore cita la lettera ai Galati e in particolare Gal 1,7 a proposito della vicenda di Marcione.

 

[9]   L’autore ritiene che circolassero al tempo di Marcione i Vangeli attribuiti agli Apostoli, tuttavia Marcione riteneva che gli apostoli non avessero scritto i Vangeli, cosa piuttosto probabile, e che l’attribuzione apostolica fosse arbitraria. Adolf von Harnack, Marcione, il Vangelo del Dio Straniero, Una monografia sulla storia dei fondamenti della Chiesa Cattolica, a cura di Federico Dal Bo, Marietti, Città di Castello, 2007. Pp. 54-55






20 novembre 2009

La realtà comincia a cedere, un mondo nuovo si forma

De Reditu Suo

La realtà comincia a cedere, un mondo nuovo si forma

Nel Belpaese solo adesso s’inizia a vedere qualche piccola crepe nel muro di menzogne e pietose finzioni che per decenni ha fatto la fortuna delle nostrane sedicenti classi dirigenti, con la crisi emerge lentamente la realtà concreta di un mondo umano di lavoratori precari e di uomini e donne dei ceti sociali “medio – bassi” umiliati e schiacciati da questi anni di cattiveria e follia egoistica. Gli stipendi di chi lavora per i privati o per la pubblica amministrazione sono stati messi sotto in questi ultimi dieci anni dal costo della vita crescente e aggravati dalla povertà portata dalla crisi. Quello che era il,vecchio ceto medio è stato umiliato, offeso, punito e calunniato; lui più dei proletari e degli immigrati era l’oggetto del cieco e ottuso odio di classi dei miliardari e dei loro esperti al soldo.  Credo che questa cosa indecente sia in relazione con l’incredibile sottovalutazione della sofferenza psicologica e lavorativa di questi ceti sociali, i quali se continuano ad essere vessati in questo modo potrebbero cominciare a sviluppare rispetto all’ordine costituito delle tensioni antagonistiche. Proprio quella massa informe di ragionieri, di piccoli professionisti, di piccoli esercenti, poliziotti, militari di carriera, professori, maestri e dottori aveva fatto da barriera nel Novecento alla massa montante dei ceti operai e contadini attratti dal comunismo e dal socialismo; oggi le minoranze di miliardari miracolati da questa opera di contenimento dell’eversione di sinistra si godono i frutti dell’erosione del potere politico ed economico di questi ceti medio - bassi. Poche volte nella storia umana la fedeltà e la speranza di centinaia di milioni di esseri umani è stata così profondamente  umiliata e mal ripagata. Eppure c’è da temere perché non si può vessare intere classi sociali per decenni e sperare che per qualche strano miracolo non accada nulla, neanche la più roboante campagna pubblicitaria può nascondere la crisi e l’arrogante violenza esercitata dalle minoranze costituite da pochi ricchi contro tutto il resto dell’umanità. Ecco che in questa grande delusione, in questo sconforto, in questa crisi morale nella quale i figli temono di perdere il tenore di vita dei padri durante la loro esistenza  e di avere una peggiore carriera lavorativa si forma la possibilità del cambiamento. La realtà pretesa come solida e assoluta inizia a cedere a mostrare buchi e crepe, la vicenda umana è ricondotta in questi anni ad una brutalità semplicissima che parla di un mondo umano segnato dalla violenza organizzata e dal culto del Dio-denaro. Si formano le prime flebili critiche al sistema, nascono forme nuove di dissenso, perfino di proposta come il Social Forum, e l’inquietudine dei trentenni e dei quarantenni emerge perfino nel senescente e malato Belpaese. Ma tutto questo se sarà continuità con il passato, nobile o ignobile che sia, non riuscirà a capire e a decifrare la novità dei tempi. Nonostante le apparenze questo si sta formando un mondo umano del tutto nuovo. Ciò che appare come simile è dovuto solo agli esseri umani e alla loro capacità di auto-ingannarsi intorno alla natura delle cose. Stavolta il salto nel buio è già storia passata, di nascosto, in silenzio come fanno i sonnambuli tutto il piccolo mondo antico del Belpaese ha traversato una barriera invisibile fra ciò che è stato prima e questo presente. Occorre avere l’onestà intellettuale di riconoscere l’irreversibilità dei processi in atto.

IANA per FuturoIeri



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