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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


2 febbraio 2016

Una ricetta precaria per le mattine difficili


Ricetta precaria

E’ la 7. Quasi sicuro

Mentre la sveglia mattutina vi rintrona e la radio trasmette le notizie delle 06:30 e contemporaneamente pensate alla giornata ecco l'illuminazione. Il colpo alla testa.

Per mesi, anni tu precario, ora quasi ex precario o forse no, hai squadrato la crisi da molti punti di vista. Hai passato in rassegna l'economia, le minoranze di miliardari al potere, i super burocrati europei , i complessi militar-industriali delle grandi potenze, la de-industrializzazione e altre cose simili. Poi stamani la botta in testa. Il soggetto umano tendenzialmente ha perso il suo riferimento in materia di corpo di carne e d'identità. I modelli della pubblicità sono praticamente creati in laboratorio;per mettere in piedi quei corpi eleganti, sportivi, atletici, muscolosi o sensuali semplicemente ci vuole un lavoro di tipo professionale e talvolta uno staff di esperti. Non basta alle volte la professionalità dei cultori e allenatori del corpo; spesso ci vuole il ritocchino dell'esperto di grafica, quello delle luci, il fotografo alla moda con i suoi collaboratori. Si tratta di un salto logico quello che avviene normalmente nella testa dei molti; una realtà virtuale e fiabesca è data come modello a cui deve aspirare a gente comune e banalissima che deve tirare a campare e ne ha mille di croci quotidiane da portare. Lo steso salto logico avviene nella sfera sessuale per via della proliferazione virulenta della pornografia da quando VHS, DVD e internet hanno moltiplicato la possibilità dell'accesso a tutte le forme del genere. Un mondo immaginario dai tratti ora grotteschi, ora indecenti, ora fiabeschi si spalmato sulla realtà concreta al punto d'assorbirla. L'umano reale e concreto si è come dissolto nella moltitudine d'immagini virtuali o artefatte. Il mondo anche in questa materia è diventato una favola. Allora ecco che l'illuminazione della consapevolezza è passata e siete totalmente incapaci di alzarvi, di cambiarvi d'abito, far finta di lavarvi, dirigervi alla porta e rincominciare con il quotidiano lavoro. Ci vuole una terapia d'urto per questa crisi dei resti del vostro esser maschio post-ex-trans-patriarcale. Quindi ricetta.

Si prenda la solita mistura malfatta di latte e caffè malamente riscaldata nel forno a microonde.

Una fetta di pane raffermo o pane da toast rozzamente riscaldato.

Schiaffate con fredda ma lucida indifferenza abbondante d'nduia piccante tipo rovente in bocca ma spalmabile

L'effetto calore provocato dal discutibile salame spalmabile calabrese provocherà l'ingurgitare frettoloso della mistura di caffè e latte a prescindere dagli esiti del microonde. Con questo espediente potrete pensare di aver fatto colazione.

Quindi svolto il rito della colazione , mentre lo stomaco protesta con bruciori vari la discutibile commistione alimentare, apri la porta e vai a lavorare .

Quindi cari lettori la morale è sempre quella.

E anche stavolta avrete così risolto.




2 agosto 2014

Sintesi: Il Maesto - secondo atto - Immagine e potere politico

Franco Fusaro: Questo è vero. Destino collettivo e realtà concreta e quotidiana di solito coincidono. Tuttavia è diverso il punto di partenza. Clara parte dal soggetto, dall’individuo. Io da enti collettivi  che seguono il loro corso storico secondo natura.

Stefano Bocconi: Lo ripeto. Vi capiscono forse una dozzina di persone in tutta la penisola. Tuttavia cosa si fa per i primi. No dico! Siam venuti qui per il tortello di patate alla pratese giusto?

Paolo Fantuzzi: Certo. Si è scollinato per ore per cosa, per mangiare le tagliatelle?

Franco: Qui sono buone anche le tagliatelle, comunque sia possiamo fare come fa di solito il professore con gli amici, ossia una scelta di primi da dividere fra commensali. Proporrei visto che siamo in cinque una scelta sui tortelli e sui ravioli.

Clara Agazzi: Calma uomini.  Almeno un primo vegetariano lo esigo, siate signori!

Stefano Bocconi: Io intanto liquido quel che avanza delle focacce. Olio. Buono anche l’olio con un po’ di sale e pepe faccio una sorta di fettunta.

Vincenzo Pisani: Consiglio di scegliere i principali piatti di tortelli e di dividerli secondo i gusti, se volete parlo io con il padrone, mi conosce (sic). In fondo anche questa è cultura, cultura gastronomica.

Franco: Già il Belpaese è famoso per il cibo, sembra che siamo messi meglio degli altri in materia.

Stefano Bocconi: Assolutamente. Infatti copiano i nostri prodotti alimentari, si divertono a imitare pizza, sughi, formaggi, salumi, tutto. Poi fanno una bella confezione ci stampano sopra qualcosa di pacchiano che ricorda le nostre genti e lo mettono nei loro supermercati. Fanno i soldi vi dico. I soldi veri. Dove sono le nostre multinazionali nel settore alimentare? Chi le ha viste?

Paolo Fantuzzi: Non lamentarti sempre. Cosa volevi essere? Un australiano che vende la pasta e il vino rosso e magari la polenta fritta con il sugo di funghi?

Franco: Sulla pasta non so. Per certo ti dico che il vino ormai è un prodotto dell’Australia, e di sicuro l’enologia non è una cosa tipica né degli aborigeni e meno che mai degli anglosassoni. Ma da tempo discuto e ho discusso con il professore e con il Pisani qui sul fatto che all’estero non solo si copia ma spesso si prendono cose che riguardano questo paese e si spacchettano, si scompongono e poi si ricompongono per far mille prodotti. Alle volte basta poco: un campanile, un piatto tipico, una torre del Rinascimento, un paesaggio tipico, un nome. Basta prendere il riferimento, toglierlo dal contesto e il gioco è fatto. Una roba da alchimisti del marketing. Devo dire che presto prendere ad altri qualcosa per cambiargli di segno e sfruttarlo per i propri fini è tipico anche delle forme della propaganda occulta o palese.

Clara Agazzi: Questo tuo ragionamento ci porta dal cibo al quotidiano. Basta pensare che oggi è possibile con le risorse multimediali togliere dal contesto delle immagini e collocarle in uno diverso, con i fotomontaggi e i ritocchi si può creare una vera e propria realtà illusoria. Pensate alle foto delle riviste di moda o alle foto della cronaca scandalistica. Avete notato che in estate nelle foto dei paparazzi che ritraggono i VIP che vanno al mare non piove mai. Anche con un’estate tormentata dal maltempo le signore famose  sono sempre seminude in spiaggia con fidanzati, mariti, figli, manager,industriali e gente del genere. La famosa nuvola dell’impiegato non esiste per loro ma solo per i comuni mortali. Siamo talmente abituati agli stereotipi da essere prevedibili per quel che riguarda la nostra immagine del mondo.

Stefano Bocconi: Il falso tecnologicamente calcolato non é solo del commerciale in senso stretto. Non c’è un solo settore dalla pornografia alla politica che si sottrae alla manipolazione. Oggi  la manipolazione delle immagini, delle parole, dei contesti è costante. Da anni vado maturando una sorta di reazione a questo schifo. Mi sento come se ogni giorno qualcosa volesse trarmi in inganno, magari è solo un ritocco per provare con qualche immagine a far passare nella mia testa un marchio o un prodotto.

Vincenzo Pisani: Già a questo mondo poco conta arrivare a una propria verità e talvolta può esser cosa imbarazzante o pericolosa. In realtà siamo in un mondo dove tanta parte dell’umanità si compone d’ingannati e d’ingannatori. Ci si meraviglia se in questo quotidiano tutto volge alla decadenza e alla corruzione? Comunque, con il vostro permesso io ora farei l’ordinazione ovvero una scelta di tortelli e ravioli della casa con ragù, ragù di cinghiale, burro e salvia, funghi, pomodoro piccante. Cinque sapori per cinque commensali. Mi pare una cosa buona. Poi sul vostro discorso volevo dire che dovete pensare anche ai luoghi comuni. Quanti stereotipi abbiamo in testa? Per esempio i VIP. Ma perché devono per forza stare al mare o sul veliero di turno. Ma uno di loro che se ne va in Nepal o in Tibet a respirare l’aria rarefatta fra le nevi perenni in mezzo a terre di ancestrale spiritualità? Una di queste attrici o presentatrici  che sale sulle montagne più alte del mondo a bere tazze giganti di tè con sale  e burro di yak non c’è mai? Non vi sembra una coazione a ripetere, anzi una grande finzione? In fondo siamo noi comuni mortali del ceto medio, ma anche medio-basso, che li vogliamo vedere così. Io per assurdo m’immagino che certi di questi signori e di queste attrici, presentatrici, e Dio solo sa cosa, che mollato il palcoscenico della spiaggia corrono con la valigia piena di antibiotici e medicinali per lo stomaco verso il tetto del mondo o le rive del Gange. In fondo per loro sarebbe questo un modo per distinguersi da noi banali piccolo-borghesi che li scrutiamo dalle pagine di un rotocalco. Anzi, a  pensarci bene è di gran lunga più esclusivo e degno di nota l’andare a giro con una borsa di antibiotici, antidolorifici, disinfettanti che non quello che ritraggono di solito i paparazzi sulle spiagge di Sardegna e Toscana  e che finisce spessissimo sui portali dei motori di ricerca.

Franco: Sagge parole amico mio. In fondo i luoghi comuni sono armi comuni per tutte le forme di propaganda e di plagio. Cosa c’è di meglio di uno stereotipo per far  credere cose altrimenti soggette a critica, a verifica, a serio esame. Con un luogo comune, con uno stereotipo, con immagini ripetute migliaia di volte si raggiunge lo scopo, si crea un genere, si costruisce una serie di discorsi. Funziona così anche la propaganda di guerra. Pensate a l fatto che in fondo per creare l’immagine  e la paura del nemico non sono necessari più di dieci luoghi comuni sul nemico ripetuti migliaia di volte in forme diverse da tutti i mezzi di comunicazione. Pensate solo al discorso banalissimo che si fa di solito raccontando che il nemico uccide i bambini o che sevizia gli animali domestici dei vinti. Funziona. Masse enormi di disgraziati finiscono con credere a queste idiozie e a qualsiasi altra favola venga loro propinata. Il che non vuol dire che in guerra non ci siano cani, gatti e bambini che vengono accoppati, solo che essi sono un luogo comune facile da sfruttare da parte della propaganda. Il potere politico in fondo è per motivi suoi di carattere professionale. L’attività politica organizzata usa abitualmente slogan e luoghi comuni per veicolare l’immagine del mondo che vuol far passare. Attenzione non sempre l’immagine della realtà che il politico presenta è quella in cui crede davvero, di solito il soggetto politico distingue fra ciò che deve far credere agli altri e ciò che davvero sa. In fondo anche Machiavelli raccomandava a chi volesse raccapezzarsi intorno alle intenzioni dei potenti di meditare sugli atti concreti dei principi e dei re. Da ciò che è concreto nell’azione politica spesso si deduce cosa davvero sa il politico e cosa davvero vede. Ma questo vale anche per l’ordine delle cose attuale, occorre sempre vedere il lato concreto dell’agire politico. La politica è un fatto concreto, non sempre lo è la sua immagine costruita con arte e sapienza illusionistica.

 Si sente una voce: “Allora se il Pisani ha finito di chiacchierare verrei a prendere l’ordine. Avete deciso?  Le specialità della casa. Bene. Subito questo foglio in cucina”.

Vincenzo Pisani: Il padrone qui mi conosce, a suo modo è un tipo importante da queste parti. Uno che si è fatto da sé. Poi c’è da ordinare il secondo. Che vogliamo fare pizza o bistecca, chiedo al padrone di farci vedere che pezzi ha. C’è anche la selvaggina se vi va. Qui son bravi un po’ con tutto.

Paolo Fantuzzi: Certo che questo posto lo conosci davvero bene. Mi sembri uno di quelli che fanno la pubblicità occulta e lasciano dei messaggi per far girare il nome del prodotto per cui lavorano. Del resto oggi non è più necessario neanche far lo spot basta far sapere e far ripetere che il VIP tal de tali ha comprato questo o quello e l’effetto desiderato è raggiunto.

Vincenzo Pisani: In gioventù quando ero studente ho lavorato nelle pubbliche relazioni.  Comunque quelli di cui ragioni si chiamano trendsetter, un termine inglese per indicare coloro che orientano o determinano una certa moda specie nel vestiario o negli accessori. Evidentemente coloro che sono già famosi e piacciano a un vasto pubblico sono soggetti ideali per veicolare una moda, certi accessori, certe merci della categoria dell’elettronica di consumo. Perfino gli snack vengono lanciati sul mercato attraverso campagne pubblicitarie mirate che usano i trendsetter,.




13 giugno 2010

La Guerra degli altri-pezzo ripubblicato

13 Giu, 2010

De Reditu Suo - 2° Libro: un pezzo ripubblicato da Franco Allegri su Empolitica


De Reditu Suo - Secondo Libro
La Seconda Guerra Mondiale degli altri

26/02/2010
Del Prof. I. Nappini
Se è difficile scrivere della Seconda Guerra Mondiale in Italia, È DIFFICILE ANCHE SCRIVERE DI UN FILM CHE NE MOSTRA UN ASPETTO POCO NOTO e portatore di dubbi e di nuove considerazioni.
Quasi per caso e a pezzi su Youtube ho potuto vedere qualcosa di un film sulla guerra in Italia fatta dalle truppe francesi golliste al seguito delle forze armate Statunitensi.
Sto prendendo in considerazione il film nominato in lingua inglese Days of Glory del 2006, in francese è noto sotto il nome di “Indigènes” il regista è Rachid Bouchareb.
Si tratta della storia di una forza armata di Marocchini, Tunisini, Marocchini e montanari del Nord-Africa arruolati nella Prima Armata Francese che combatté sul Fronte di Montecassino in Italia, in Francia del sud e infine in Alsazia-Lorena ai confini della Germania.
A onor del vero queste truppe nel Belpaese si son fatte una fama tremenda, DEL RESTO SECONDO UN VECCHIO GIUDIZIO E PREGIUDIZIO LE GENTI D’ITALIA AMANO CONSIDERARE COME LIBERATORI SOLO GLI STATUNITENSI CHE ERANO UNA DELLE TANTE FORZE che combattevano il Nazi-Fascismo nel Belpaese nel periodo 1943-45.
L’immagine dello statunitense in divisa e elmetto che regala Coca-cola e cioccolata ai bambini, vera o falsa che sia, è per così dire quella alla quale s’affezionano le genti del Belpaese.
Gli altri Marocchini, Inglesi, Greci, Nepalesi, Maori, Sudafricani, Neo-Zelandesi, Brasiliani e quanti altri ora sul momento non ricordo, sono poco considerati o dimenticati da una certa retorica ufficiale e da una certo modo di pensare la Seconda Guerra Mondiale.
Del resto a onor del vero c’è da dire che le truppe francesi che sfondarono le difese tedesche e aggirarono la posizione di Montecassino erano proprio quelle di cui si racconta nel film in una cruda scena di combattimento ed esse ricavarono dalla campagna d’Italia una fama sinistra di violenza gratuita contro le popolazioni civili.
Occorre precisare che questa triste fama è stata sfruttata dalla pubblicistica della Repubblica Sociale molto attenta alle paure fondamentali della piccola borghesia italiana e in particolare al terrore che suscita il diverso, anche in quanto negro o magrebino, e il comunista ateo in quanto distruttore della proprietà privata dei ricchi.
Quel che considero interessante tuttavia è l’emergere della guerra degli altri, OSSIA DI COLORO CHE NON SONO PARTE DI UN CERTO MODO STEREOTIPATO E RETORICO DI DESCRIVERE LE VICENDE BELLICHE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE; i quali peraltro hanno anche pagato con la vita la loro partecipazione al conflitto.
Credo che fra non molto anche nel sonnolento Belpaese si aprirà, fra l’indifferenza generale delle diverse popolazioni, il problema della cultura degli altri che non sono affatto delle pagine bianche ma recano con sé le loro ragioni e i loro modi di vivere anche in materia di storia comune.
Le genti del Belpaese si son illuse: hanno chiesto braccia e badanti e son arrivate intere famiglie e son qui per restare e portano la loro storia e la vicenda umana; questo film ne è la dimostrazione.
—-
Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it




30 maggio 2010

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- secondo discorso




De Reditu Suo - Terzo Libro

L’Italiano educato dagli stranieri invasori- secondo discorso

Certo che le genti d’Italia sono straordinarie: la memoria della Seconda Guerra Mondiale passa per milioni di giovani attraverso videogiochi e film stranieri che parlano e descrivono, fra una finzione ludica e tanti  effetti speciali, la gloria dei loro eserciti e le imprese dei loro condottieri ed eroi, molti dei quali assolutamente di fantasia. La Seconda Repubblica ha ereditato dalla Prima una retorica roboante, finta, para-risorgimentale che fa della Seconda Guerra Mondiale il momento del riscatto e della ritrovata libertà. Il problema è che su questo concetto alto e nobile una parte d’Italia non la pensa così e non si tratta solo dei post-fascisti ma anche milioni di delusi da questa democrazia all’italiana che ama solo i ricchi, intanto una massa enorme di suggestioni, immagini, film, videogiochi risentono del loro essere stati creati in qualche altro paese. Altrove il giudizio su quel periodo di storia del Belpaese è impietoso e l’Italia o è collocata fra le forze dell’Asse o semplicemente è inesistente.  Invito quanti non ci credono a verificare confrontando qualche decina di videogiochi dedicati alla Seconda Guerra Mondiale fra i tanti prodotti.  Inoltre quando si tratta di Partigiani e Resistenza spesso si vedono film poco caritatevoli come “Miracolo a Sant’Anna”, un film che oltre a suscitare polemiche rivela come gli altri popoli non usino il nostro metro di giudizio e non siano usi a ipocrisie e letture ideologiche. Per  gli altri ci sono i vincitori e i vinti, gli amici e i nemici, i soldati e i mercenari, il combattente buono e bello perché amico e quello malvagio e brutto perché nemico. Poi gli sceneggiatori e gli sviluppatori  complicano la trama di film e videogiochi, fra gli eroi c’è il solitario, il vendicativo, il ladro, il generoso e fra i nemici l’idiota, il torturatore, il genio del male, il complice inconsapevole; la trama può esser complessa, i personaggi ben fatti ma tendenzialmente la divisione fra buoni e cattivi e fra eroi e delinquenti è netta. Forse solo alcune opere, e non sono la maggior parte, dell’animazione giapponese rompono questo schema manicheo che è al fondo della maggior parte delle produzioni. Devo però correggermi subito e ammettere che non sempre le opere di cui ho detto trattano dell’argomento in oggetto. Cosa resta quindi del ripensare la propria storia della Seconda Guerra Mondiale nel Belpaese? Credo essenzialmente un discorso politico marginale indirizzato a minoranze fortemente politicizzate perlopiù reso rozzo e fazioso dal fatto che l’esperienza di guerra e la Resistenza non è al centro del vero discorso politico che in Italia verte su: riforme, nomine, fondi, grandi progetti e grandi appalti, elezioni, sanità e aziende municipalizzate e presenza politica nei consigli d’amministrazione delle fondazioni bancarie. Gli stranieri fanno fatica a capirci e hanno ragione.

IANA per FuturoIeri




23 aprile 2010

Fonti e note in libertà

De Reditu Suo - Terzo Libro

Fonti e note in libertà

Sto usando come titolo  conduttore di questa mia serie di scritti il titolo di un componimento di Claudio Rutilio Namaziano (latino: Claudius Rutilius Namatianus; ) un poeta romano e un politico romano di nobile famiglia gallo-romana. Come ricorda Wikipedia egli è nato: “forse a Tolosa, fu praefectus urbi di Roma nel 414. L'anno seguente o poco dopo fu costretto a lasciare Roma per far ritorno nei suoi possedimenti in Gallia devastata dall'invasione dei Vandali. Tale viaggio - condotto per mare e con numerose soste, dato che le strade consolari erano impraticabili ed insicure dopo l'invasione dei Goti - venne descritto nel De Reditu suo, un componimento in distici elegiaci, giunto all'epoca odierna incompleto.”

Questa mia serie di scritti è giunta al terzo libro. Nel primo ho voluto considerare il rapporto fra il passato e il futuro, nel secondo libro ho cercato d’interpretare la distanza fra il futuro sognato nel passato e questa realtà del qui e ora e di capire se era possibile pensare in un lontano futuro una resurrezione della civiltà italiana. Certamente non è un bel pensare perché la distanza fra il mondo degli Dei e degli Eroi e la realtà concreta va, forse, aldilà delle capacità del pensiero umano di concepirla. Nel terzo libro mi occuperò solo di alcune fra le note e fonti che hanno formato questo mio ragionare e voglio condividere con i miei venticinque lettori le mie considerazioni su di esse.

La Prima nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una potentissima impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio che risultò non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere rivista a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una facile riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema e imporre  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

                                                                                IANA per FuturoIeri




22 febbraio 2010

Ataru: un personaggio da riscoprire

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                     Ataru: personaggio da riscoprire

Studente a suo modo pieno di difetti e contestatore integrato, integrato quel tanto che basta per essere vittima di tutte le assurdità della sua condizione sociale e del sistema scolastico, reagente chimico sotto forma di personaggio di un fumetto e poi di una serie animata che rivela con la sua assurdità le assurdità e le idiozie di carattere collettivo. In effetti più di Lamù è il suo fare scombinato e bizzarro, il suo cadere in vicende ridicole o pericolose che anima le storie della serie. Fra l’altro l’enciclopedia in rete Wikipedia  sintetizza l’importanza della serie  fortunata; di quella sintesi  riporto qualche  passaggio:”...Lamù (??????, Urusei Yatsura?) è un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie anime televisiva, sei film ed undici OAV. Nel 1981 la serie ha vinto il Premio Shogakukan per i manga in entrambe le categorie shonen e shojo[1], e nel 1987 il Premio Seiun come miglior fumetto SF/fantasy… La storia narra le bizzarre avventure di un gruppo di liceali che vivono a Tomobiki, località immaginaria nel distretto cittadino di Nerima, Tokyo, dove frequentano l'omonimo Liceo. La vicenda in particolare ruota intorno ad Ataru Moroboshi, un ragazzo estremamente sfortunato e donnaiolo, e a Lamù, figlia del grande capo degli Oni giunto dallo spazio per invadere la Terra. Vestita unicamente di un bikini tigrato, Lamù s'innamora di Ataru dopo aver frainteso una sua frase per una proposta di matrimonio. Le avventure sono organizzate per singoli episodi, ed in alcuni casi un episodio è diviso in più puntate. Gli argomenti sono in genere la sfortuna e le avventure sentimentali di Ataru che si incrociano con gli insoliti alieni amici di Lamù o con i terrestri suoi "simili" dalle personalità più grottesche. Molte delle situazioni che di volta in volta si presentano, altro non sono che parodie della società moderna e del folklore giapponesi (un po' come sono i Simpson per il pubblico statunitense).”

In Italia un simile personaggio con la sua dirompente carica satirica e di rivelazione attraverso il comico  di certe manie collettive si sarebbe ritrovato addosso qualche etichetta del cavolo di carattere politico: fascista, comunista,qualunquista, maschilista e forse oggi “grillista”. Ma Ataru è giapponese e fa satira e fumetto raccontando il Sol Levante degli anni ottanta del secolo appena passato, quindi è una cosa strana che viene da lontano, collocata in un lontano arcipelago dove la popolazione mangia con le bacchette di legno e ha gli occhi a mandorla e quindi per i nostri non c’è motivo di sforzarsi per inquadrarlo nelle logore categorie italiane. Eppure proprio il confronto con un personaggio di questo tipo che ha avuto i suoi momenti di gloria e di fama nel Belpaese,  grazie all’importazione della lunghissima serie animata e poi dei fumetti che lo riguardano, mi porta a pensare che il circoscrivere il momento della satira e del grottesco al solo momento politico rivela una distorsione nel sistema Italia il peso di un passaggio storico e sociale nel quale i partiti politici erano centrali nella vita sociale e culturale al punto da condizionare i modi di pensare il Belpaese da parte dei suoi abitanti. La serie fortunata dove è presente Ataru Moroboshi infatti la leggo come il prodotto di una civiltà industriale che pur fra mille problemi e resistenze al nuovo ha accettato se stessa. Il Giappone mi consente di effettuare  un paragone con il Belpaese che a mio avviso  non è riuscito ad accettare  la propria civiltà industriale e ha cercato di mascherare se stesso  con esorcismi culturali pietose finzioni.

IANA  per FuturoIeri




7 dicembre 2009

Una Legnata perfino da Sampei




De Reditu Suo

Una legnata (molto cortese) perfino da Sampei

Mi è capitato un fatto curioso. L’ultima domenica di novembre ho assistito alla proiezione gratuita del film giapponese su “Sampei il ragazzo pescatore” con sottotitoli in italiano. Si tratta di una trasposizione, l’ennesima in questi anni, di un fumetto giapponese  in un film con attori in carne e ossa. Il regista della pellicola Yojiro Takita è molto quotato nel suo settore professionale e gli stessi attori, per quel che posso capire, mi son sembrati ben dotati di talento e capacità. Purtroppo non ho potuto apprezzare fino in fondo l’opera perché non ho mai amato la serie animata di Sampei pur avendola vista più di una volta da pre-adolescente prerchè  ho una certa estraneità rispetto al piacere della pesca e alla sua cultura. Il film mi è sembrato gradevole per altri motivi: il regista ha giocato con la storia di Sampei per creare un ritratto di famiglia giapponese segnata da un lutto familiare gravissimo: la morte di entrambi i genitori.  Il film è impostato sulla rappresentazione di un Giappone rurale pre-industriale quello di Sampei e del nonno che si scontra e incontra un Giappone tecnologico e competitivo incarnato dalla sorella di Sampei Aiko e con un Giappone che nel contatto con il mondo Statunitense ha perso di vista le ragioni profonde dell’esser giapponesi; quest’ultimo ruolo è affidato al pescatore professionista orbo che anche nella serie animata segue Sampei nelle sue imprese. La sorella maggiore, peraltro interpretata da una donna di rara bellezza, è venuta da Tokio per portar via il piccolo pescatore prodigio e ricollocarlo in città lontano dai boschi, dalle sorgenti, dalle montagne e dai ruscelli dove va a pescare. Il nonno di Sampei con il sostegno del pescatore sportivo di professione porta Sampei e la sorella a pescare un pesce enorme in un luogo remoto presso delle sorgenti che conosce solo lui. Si tratta di una sfida che ha in palio l’affidamento di Sampei e il completamento di qualcosa d’importante che il padre del piccolo pescatore prodigio ha lasciato a metà a causa della morte prematura. Altro non dirò perché qualche lettore potrebbe aver la curiosità di cercarsi il film. Quello che mi preme è la riflessione sul modo con cui è rappresentato il Giappone rurale; nel film emerge un senso di solidità dei sentimenti e dei valori che davanti alla sfida e al momento del ricordo riemergono potentissimi, ed emergono in un contesto di acque limpide, natura incontaminata, di bosco animato con i suoi suoni. C’è perfino una cascata di acque cristalline nel luogo dove avviene la pesca miracolosa.  Ora il film mi lascia il senso di una cortese bastonata fra capo e collo perché mi son chiesto: esiste qualcosa del genere che racconta l’Italia di oggi? Credo proprio di no. La cultura “popolare”, uso questo termine perché non ne ho altri sottomano, non si è incontrata con la cultura alta; l’Italia oggi viene raccontata o in modo dozzinale dai Cine-Panettoni o da film di denuncia o da pellicole con smanie intellettuali. Manca quel tono leggero, quasi ludico, da fumetto o manga che dir si voglia che rende ordinario e banale il riportare sul grande schermo una possibile immagine della propria popolazione. Evidentemente nell’Arcipelago questo è possibile senza troppi problemi anche ingaggiando un regista famoso e quotato. Alle volte ho il sospetto che il modo nostrano di descrivere il Belpaese nasconda un complesso d’inferiorità evidentemente collettivo  e non dichiarato e che sia giocoforza per gli italiani leggerlo attraverso le lenti dei film di denuncia, del comico, del grottesco o della visione intellettuale. Quindi ecco oltre alla sorpresa di un film ben fatto su un simile soggetto arriva la bastonata intellettuale, data in modo molto cortese, che spinge alla riflessione e alla meditazione. Mi è arrivata da Sampei il ragazzo pescatore, questo mi dà da pensare non poco.

 

IANA per FuturoIeri




31 ottobre 2009

Adesso il Belpaese è tutto il mondo, quindi non sa chi è

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Adesso il Belpaese è tutto il mondo, quindi non sa chi è

La penisola ne ha viste tante: invasioni barbariche, eserciti medioevali e rinascimentali messi in piedi con tutta la feccia umana del Vecchio Mondo e non solo, e poi l’età Moderna con gli stati italiani messi in palio durante le guerre fra le potenze d’Europa nel Settecento e nell’Ottocento e i loro eserciti che han fatto il comodo loro per tutta la lunghezza del Belpaese da nord a sud. Il Novecento è stato fin troppo umiliante, e gli esiti delle due Guerre Mondiali hanno manifestato le troppe debolezze dell’Italia e delle sue genti difformi e la totale irresponsabilità e viltà delle sue sedicenti classi dirigenti. Queste amarissime vicende storiche han fatto sì che lo straniero nel Belpaese sia sinonimo d’invasore, di barbaro, di assoldato razziatore e delinquente, di saraceno venuto dal mare per bruciare le chiese, sterminare la popolazione e rapir le donne. Questo macigno non può essere rimosso nemmeno dalla pessima pubblicità commerciale dove bambini di tutti i colori ostentano prodotti commerciali magari prodotti nei paesi poveri da una forza lavoro adolescenziale sfruttata e vessata, da mitologie del tutti belli e buoni, dal buonismo farisaico dei partiti moderati, da un comune buon senso che è solo chiudere gli occhi davanti alla realtà, dal fingere con pertinace indifferenza che nulla è cambiato. Questo fatto si combina con la doppia morale tipica degli italiani per mezzo della quale si fanno certe affermazioni in pubblico e in privato si pensa o si opera in modo completamente diverso secondo le proprie inclinazioni e il proprio interesse. Ritengo che la maggior parte degli italiani non riveli pubblicamente ciò che pensa davvero sulle trasformazioni che sono avvenute nel Belpaese e in particolare sull’evidenza che si sono inserite in Italia comunità di recente immigrazione con altre culture e altri costumi.

Per gli abitanti della Penisola il rimescolare le popolazioni presenti sul territorio non è una novità e l’abbiamo condiviso con tanti altri popoli  al tempo dell’Impero Romano che ha portato a spasso per la Vecchia Europa perfino i Samarti un popolo delle steppe dell’Asia, arruolati nelle forze armate imperiali. Alcuni di loro, a quanto pare, finirono nella Britannia romana. L’Italia ha attirato popolazione dall’Africa e dalla grande massa di terre emerse dell’Europa e dell’Asia. Oggi con l’emigrazione da tutti e cinque i continenti completiamo il percorso intrapreso due millenni fa, l’Italia ha dentro di sé popolazioni di tutto il pianeta azzurro, ogni grande città italiana, quasi per una burla del destino, ha al suo interno comunità che rappresentano quasi tutte le popolazioni umane. Come al tempo dei nostri Cesari non sappiamo più molto bene chi siamo, dove andiamo, che cosa si dovrebbe essere. Per ora questi  problemi sono taciuti o hanno il bavaglio; l’eccezione al grande silenzio si è manifestata ed è quella della manifestazione rabbiosa della comunità cinese che si è fatta sentire in modo clamoroso a Milano qualche anno fa per questioni locali. Di fatto le comunità di recente immigrazione non hanno ancora visibilità politica e televisiva, ma questo dato ha i giorni contati; presto non sarà più possibile ignorare la realtà, fingere che queste genti siano solo di passaggio, che resteranno solo nei quartieri e nelle realtà dei loro padri. La seconda  generazione nata e istruita in Italia chiederà per sé qualcosa di diverso e d’altro.  Cosa sia il Belpaese è assolutamente ignoto, non so quale sia il volto del Belpaese, forse oggi non è possibile ricostruire l’immagine di qualcosa che si sta trasformando così rapidamente. Rimane allora l’immagine personale e privata, confusa e distorta che mette assieme vecchie rovine, storie del tempo che fu, volti di gente un tempo conosciuta e oggi trapassata e le quotidiane immagini della televisione. E’ qualcosa, ma è anche troppo poco per capire quello che sta prendendo forma.

 

IANA per FuturoIeri




21 gennaio 2009

Contro l’idolatria della famiglia fai da me

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

4-Contro l’idolatria della famiglia fai da me

Un tempo le famiglia era sacra, proprio nel senso stretto della parola era qualcosa d’inviolabile, qualcosa su cui non si poteva scherzare. L’esaltazione di certe donne famose e felici con figli a carico e senza marito è una cosa ripugnante quando vengono proposte come modelli di donna emancipata. Quella non è emancipazione: è semplicemente seguire il proprio egoismo e dirottare una parte dei profitti verso la prole, è la via che possono permettersi solo donne agiate di un ceto spessore economico. Per le comuni mortali anche un solo figlio e un solo reddito è una trappola se non si ha una famiglia che paga alle spalle o un reddito molto alto. Sì è con scienza massacrato e deriso un modello di famiglia per sostituirla con l’illusione, con l’allucinazione, con le false speranze. Una società di donne che reggono da sole tutto il carico della famiglia, come dicono di fare certe attrici e presentatrici, è possibile solo se tutta la civiltà è orientata e piegata a questa esigenza primaria del difendere la maternità. Questo non è quel che si ha nei paesi industrializzati o avanzati e non è la condizione del Belpaese. L’idolatria della famiglia fai da me rivela il profondo disprezzo per la vita e per la dignità umana che è insito in questo modello sociale ed economico. Contano le menzogne, le allucinazioni, i fantasmi di libertà e di ricchezze impossibili per la maggior parte della popolazione umana, quel che possono far i pochi non si adatta ai molti che s’alzano la mattina presto per andare a lavorare, o che rispondono di persona di ogni ritardo e di ogni piccolo errore sul posto di lavoro. Il massacro morale della famiglia italiana si compie anche con l’uso antitaliano del lavoro precario, con l’impossibilità per i molti di arrivare al bene casa, con la distruzione delle politiche vere e sane a favore della famiglia come il creare case popolari per calmierare i prezzi da tempo fuori da ogni comune senso della realtà.

Queste genti d’Italia sono un qualcosa che deve sopravvivere alla violenza di pochi gruppi finanziari e di palazzinari senza scupoli, i quali sono estranei da sempre alla storia e alla vita della Nazione. Come certe cellule tumorali che distruggono la vita e si autodistruggono con l’annientamento della loro vittima. Deve questa popolazione italiana anche sopravvivere alla criminosa messe di messaggi scellerati e socialmente distruttivi. La politica è assente o connivente con i pochi malvagi e la popolazione prostrata dalla crisi e offesa da troppe delusioni si è lasciata andare. Coloro che traggono profitto da tutto questo dovrebbero però far mente locale che un male così grande e malvagio finisce sempre per andare fuori controllo e rivoltarsi contro gli apprendisti stregoni che l’hanno voluto e imposto con le arti della frode e con vero odio contro l’essere umano.

IANA per FuturoIeri




13 gennaio 2009

IN MEMORIA DI UN MAESTRO DI JUDO (8)

 Il maestro di Judo Ivo Fischi è morto il 2 gennaio 2009.
Presento in questo blog le parti del dialogo fra me e lui, fra maestro e allievo.

Sezione 8

D-. A questo punto del dialogo vorrei sapere se essere maestro è diverso quando si ha a che fare con i bambini. Immagino che allenare e aver a che fare con i bambini sia più difficile.

R-. Sì è difficile.

Ci vuole carisma. Il bambino deve vedere il forte, la forza a cui appoggiarsi. Alcuni genitori sbagliano. Il dialogo è una cosa, ma bisogna fargli capire che ha bisogno dell’adulto finchè non sarà grande. E gli va fatto capire, anche che sei il più forte. E’ la legge della vita.

Io alle volte parlo così ai ragazzini: Tu ce li hai i soldi, li guadagni? Fin quando non sarai in grado di far da solo hai bisogno degli altri, e dopo se gli altri ti sono ostili non vivi.

D-. Questo è un problema grosso.

R-. Però quando i ragazzi parlano, io so anche alzare la voce. Per questo mi hanno detto tutti: Ivo è un fenomeno; come si dice è carisma. Le cose le devi saper fare, le devi saper far bene, devono ammirarti.

D-. Questa è la parte più difficile dell’insegnamento perché viene in essere da una somma di circostanze e di abilità.

R-. Bravo!. Il carisma viene da una somma di circostanze e di abilità, e soprattutto fiducia in te stesso. Saper ascoltare, aspettare, far parlare gli altri e quando parli devi parlar chiaro. Non è facile far così alle volte.

D-. Certo il carisma è un fattore molto importante, che viene in essere aldilà dell’insegnamento.

R-. Il carisma è essenziale. Il judo va preso con i suoi pregi e i suoi limiti. Per prima cosa occorre considerare la formazione del fisico e a quella del carattere. Nella vita alle volte bisogna far paura ai prepotenti, quella gente che pensa di esser forte non pensa d’esser molto meno forte di quanto creda. Pensa quando dicevo queste cosa passavo da fascista e da violento. La potenza ha un limite mi credi? Pensa a Beppe Grillo, io sono un osservatore delle cose che fa, quando afferma che la gran parte della popolazione indignata dalle malefatte del sistema non deve temere coloro che sono usi a far prepotenze e scorrettezze d’ogni sorta dice il vero. Giustamente egli fa capire che questi che si comportano così sono molto meno forti di quanto credono o vogliono far credere. Di solito la fanno franca per la paura che incutono alla gran parte delle loro vittime, se vengono messi alla prova si scopre che sono vulnerabili e deboli. Torniamo però al concetto del judo: il forte subisce da quello preparato perché il debole si rivela forte come lui.

D-. Non capisco dove vuoi arrivare con questo discorso.

R-. Mi spiego meglio, se uno vuol farsi vedere con la Mercedes fuori dal bar per incutere soggezione e darsi delle arie e entra uno e gli dicono:”quello è un campione olimpionico di judo”, l’effetto mercedes sparisce, perché in quel momento conta più il campione della mercedes, e incute più rispetto. Mi è successo più volte qualcosa di simile. Un esempio: ero a Casale Monferrato quando facevo il militare, c’erano 7.500 soldati che facevano l’addestramento, imparavano a difendere. C’erano 1.500 fra ufficiali e sottoufficiali in tuta a far ginnastica, mi guardavano sapevano che ero uno che facevo judo, non erano più niente rispetto a me. Le stellette, l’accademia, non erano più niente; mi facevano “sei una cintura nera di judo”, allora poi erano in pochi a fare arti marziali. Quando c’era il controllo per la libera uscita mi facevano “vai, passa pure”, ed allora uscivi dalla caserma ed eri un civile. Mi è capitato pure alla palestra Libertas di dover mettere paura a un prepotente che aveva influenza e un certo potere, dopodiché si è dato una regolata e io son diventato qualcuno in quella palestra.

D-. In effetti alle volte i prepotenti e i prevaricatori non sono poi più di tanti preparati, spesso non s’aspettano una reazione.

R-. Fossi in te farei una riflessione su questo: quando si tratta di judo, perché io giro intorno al judo, si vuole troppo e sbagliato.

D-. In che senso parli di troppo in relazione al judo?

R-. Troppo perché prende delle persone che sono inabili quasi, le costruisce fisicamente, ne fa dei condottieri quasi, nel senso pulito del termine, non con la voglia del combattere.

D-. Questo concetto di pulito mi sembra importante.

R-. Non c’è il cercare la rissa però ti dà, ti dice questo sport ti dà la possibilità di reagire se un giorno ce ne fosse bisogno e ti dà la calma per questo. Certamente ti richiede un sacrificio, anche mentale dovuto alla preparazione. Questo però la gente comune non lo capisce, anzi c’è chi arriva in palestra e fa: “quanto ci vuole per andar fuori e difendersi?”. Quelli non hanno capito niente!

Si può benissimo imparare a difendersi col judo, ma ci vuole, un anno, cinque, dieci, tanta passione e impegno; saperlo fare.

D-. Quindi anche la volontà di difendersi.

R-. Soprattutto, la volontà di prepararsi e il concetto del judo l’insegna la palestra e gli amici. Una volta non ti senti niente poi ti accorgi che insieme agli amici sei bravo come gli altri, questo non ti dà forse forza.

D-. Si certo.

R-. Ecco di questo si tratta.



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