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14 aprile 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Pillola Rossa o Pillola Blu

Vincenzo Pisani: Scusate ma parliamoci chiaro. Questa è o non è una piramide sociale. Immagino che fra noi ci sia concordanza nel ritenere che questo modello capitalista e corporativo sia una piramide sociale. In tempo l’antico Egitto aveva conosciuto una piramide sociale con il faraone e la sua famiglia sulla punta, poi a scendere in livelli sempre più larghi: sacerdoti, generali, scribi, soldati, artisti lavoratori, artigiani, mercanti, contadini, schiavi. Ora come si abbatte una piramide. Se si toglie il vertice resta una piramide tronca e prima o poi qualcuno rifà la punta e magari invece di chiamarla Faraone la chiama Satrapo o Governatore. Un modo esiste ed è quello di togliere gran parte delle basi su cui si regge la piramide. Pensate a una cosa del genere fatta con dei libri, se si toglie i libri in basso o si alzano i livelli in basso la struttura perde equilibrio e frana sotto il suoi stesso peso. Vuoi perché pericolosamente inclinata, vuoi per via della mancanza di sostegno. Allora cosa è la visione apocalittica se non questo: la fine della piramide sociale e la sua trasformazione in macerie su cui ricostruire una diversa figura geometrica di Stato. Sempre che rimanga abbastanza gente viva per farlo in una o due generazioni, il rischio è che rimanga così poco da veder sorgere un periodo di nuova barbarie, un rinnovato mondo di cavernicoli post-tecnologici. Ma del resto quando popoli interi son fatti oggetto di un capitalismo selvaggio e senza limiti come credere che la nostra piramide con la punta costituita da Banche Centrali e famiglie di ricchissimi e verso il basso gente come noi non sia a rischio di crollo.

Gaetano Linneo: Queste parole sono esatte ma un po’ crudeli alle mie orecchie. Tuttavia è vero. C’è un limite oltre il quale il sistema umano come quello naturale cessa d’essere e l’ordine nuovo dovrà prendere forma seguendo il corso del tempo. Un bosco brucia, dieci anni dopo sulla terra offesa dalle fiamme un nuovo bosco è risorto. La questione è chi ha il diritto e il cuore di mandar arrosto un bosco vecchio con tutto quello che di vivo esso contiene. Lo stesso s’applica al discorso appena fatto. Chi ha il diritto di decidere della vita e della morte di una piramide sociale, di un ordine di cose, di uno Stato perfino? Finora la necessità dovuta  a pestilenze e carestie e la legge del più forte in guerra si son fatti carico di portar a termine queste catastrofi. Ma vedere nella violenza organizzata e scientifica o nelle grandi  catastrofi naturali o accidentali dei benefattori non è curare i mali dell’umanità, ma amputare e far chirurgia pensando che la durezza del rimedio cancelli una sorta di colpa originaria, di peccato mortale e collettivo.

Paolo Fantuzzi: Quindi stanotte scopro che l’apocalisse non c’è perché non c’è chi se ne fa carico. Ma se qualcuno se ne fa carico è un sadico sociopatico, quindi uno strano tipo di benefattore a sua insaputa che monda i peccati dell’umanità con il sangue altrui.

Franco:  In effetti è anche questa una verità. Una mezza verità.

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero un discorso inquietante. L’umanità sembra una nave dei folli bisognosa di castighi e punizioni, e in mancanza del buon vecchio Dio elargitore del diluvio e delle piaghe d’Egitto ecco che occorre far da noi o sperare nel classico asteroide che ha perso la sua rotta cosmica e ci finisce in testa.

Clara Agazzi: Questi son discorsi disgraziatissimi, ma insomma non è possibile pensare a una soluzione sana, di lungo periodo, progressiva. In fondo esistono anche cause che richiedono tempi lunghi, generazioni. Non si può purificare il mondo umano in tre mesi o sei senza provocare un massacro di enormi dimensioni. Inoltre chi pagherebbe più di altri se non i deboli, le donne e i bambini. Facile far la guerra con i fantasmi o con la vita altrui. In questo paese sulla carta son tutti generali e tutti eroi. Poi al momento del dunque chi li vede mai questi condottieri e questi martiri dell’ideale.

Stefano Bocconi: Giusto, ma chi può aspettare due o tre generazioni se non i ricchissimi, i pochi privilegiati, i detentori di enormi patrimoni. Alla fine siamo scissi fra il disgustoso presente e un futuro possibile ma inquietante e pericoloso.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ora vi pongo il problema dello Stato frantumato dai nuovi poteri e il persistere di barriere ideologiche del secolo scorso. Le due cose si tengono assieme, forze politiche che fingono di vivere in un tempo diverso e alternativo in virtù di credenze di tempi perduti sostengono di fatto i nuovi poteri bancari e finanziari. Il fanatico che folleggia di fascismi e comunismi e comunitarismi immaginari è il miglior alleato che esista di poteri concreti e realmente operanti. Viene pagato poco o nulla da questi nuovi poteri e dalle loro caste, opera una frammentazione e una dispersione del pensiero e delle forze sociali  realmente dissidenti o ostili alla concentrazione della ricchezza e dei capitali in poche mani e inoltre sul piano operativo e concreto è impotente, inutile. Si tratta dell’utile idiota che porta soccorso involontario ai grandi ricchi e ai loro enormi privilegi. Diverso è il ruolo di una forza ideologica operante realmente che cumula forze e risorse in vista di un rovesciamento dell’ordine costituito o di una riforma del sistema; essa o viene combattuta se pericolosa per l’ordine delle cose o appoggiata se lo difende. Il vecchio Stato nazionale con i suoi limiti e i suoi difetti era tuttavia un potere coercitivo e autoritario che almeno in parte tassava i ricchi e operava una redistribuzione della ricchezza prodotta, poneva vincoli, pretendeva il primato della politica sull’economia. Oggi i nuovi poteri finanziari di questa parte sedicente occidentale del pianeta non vogliono uno Stato di questo tipo, vogliono le mani libere. Da questo nasce lo strapotere delle banche, delle multinazionali, dei super-ricchi, essi apposta indeboliscono lo Stato di vecchio tipo per far emergere un loro potere privato. Per farlo pagano ogni sorta di movimento o gruppo politico disposto a ridurre la consistenza strutturale delle istituzioni e ogni sorta di mercenario del giornalismo e della televisione per portare nelle case della gente comune e più sprovveduta il linguaggio del pensiero neoliberale più aggressivo e spregiudicato. Fuori da questo recinto che si è denominato occidente sorgono però oggi a sud e a est nuovi poteri e nuovi imperi e c’è da pensare che là il potere politico non si sottometta a poche oligarchie di ricchissimi. Io credo che sia un bene che l’immigrazione intellettuale del nostro paese s’indirizzi verso quelle genti forestiere, a mio avviso se questo Stato debolissimo non può più esser potenza e dominio che favorisce i suoi cittadini allora i suoi componenti sono liberi di scegliere un diverso luogo dove vivere dove queste parole non sono chimere ma realtà viva e concreta.

Gaetano Linneo: Queste considerazioni sono interessanti, ma dimmi Vincenzo dal momento che le pillole sono due la rossa dell’apocalisse e la blu delle sorti magnifiche e progressive di un  processo di riforma globale che sarà forse ventennale se non di più tu che voi per te.

Vincenzo Pisani: Né una e meno che mai l’altra. La soluzione è andarsene da questo paese. Imparare un  mestiere, fare un po’ di soldi, fare biglietto di sola andata e via verso un nuovo mondo aldilà dell’oceano. Lascio ai miserabili delle plebaglie elettorali, ai furbetti con il sussidio, ai politicanti da strapazzo e ai loro parassiti il disagio di vivere nelle rovine che hanno provocato. E poi fra noi lo voglio dire: la riforma lenta e progressista serve solo ai ricchi e ai possessori di rendite di qualsiasi tipo per aver il tempo di ricollocarsi e cambiar uniforme. L’apocalisse è di due tipi:  uno naturale e l’altro umano. Quello naturale va dalla catastrofe ecologica, al meteorite, al sole che ci brucia con qualche fenomeno celeste singolare. Quello umano è una nuova guerra mondiale o qualcosa del genere. In un caso non si può far molto per causare il disastro perché non è cosa che attiene agli esseri umani, nell’altro chi inizia si prende una responsabilità enorme. Se vogliamo si sporca l’anima per sempre. Quindi in un caso non posso accelerare il processo che sarà lento generazioni, nell’altro non ho i mezzi e la volontà di affogare il mondo nel sangue. Quindi cosa rimane se non il pensare la fuga, il rifarsi una vita altrove. Credimi, se questo paese si svuota della gente di merito e di talento sarà sempre più difficile viverci e  alla fine la feccia che credeva di far da pidocchio e da sanguisuga derubando e truffando chi la mattina va a lavorare dovrà cambiar posto o ammazzarsi. Non è bene restar qui e aiutare con il mio lavoro e le tasse chi mi tassa senza motivo, mi truffa, mi  multa in modo insensato, mi fa torto, mi censura. Se va via l’uomo va via il lavoro e la ricchezza che produce. Chi va via punisce a modo suo un sistema sociale iniquo e amorale con l’unica cosa che conta: i meno soldi e la meno ricchezza prodotta. Dopo dovranno tassare i nullatenenti, nullafacenti e i furbi. Li voglio vedere.

Gaetano Linneo: Questi son propositi di vendetta. Certo non ci avevo ancora pensato. Emigrare e andar via per sempre per punire il proprio popolo e il proprio governo.

Franco:  Una mezza verità. L’emigrazione di categorie con mestieri di concetto o competenze specifiche da paesi disgraziati a paesi ricchi per via delle leggi che regolano il mercato della forza lavoro qualificata è parte del sistema. Mi dispiace. Ne rimani dentro e non fuori. Forse puoi prenderti una rivincita sull’ordine della nostra gerarchia sociale se farai molti soldi o se trovi una sistemazione degna. Nulla di più. No andiamo oltre lo squallore quotidiano; qui c’è la scelta della pillola la rossa o la blu. Il bivio di oggi è riforma o catastrofe. Questo vale per le questioni private, per il territorio, per la politica locale e nazionale e per il mondo intero. Scegliere stavolta è qualcosa di totalizzante, è la mia vita e nello stesso tempo è il destino del mondo e dell’umanità. Perché stavolta se si vuole la pace e il benessere esso non può esser solo di questo o quell’impero o nazione o multinazionale o colosso finanziario. L’unica strada per una vera riforma è cambiare il senso di questa civiltà industriale farne una questione di umanità, una cosa seria finalmente.




16 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale catastrofe possibile?

Paolo Fantuzzi: Quindi stanotte ho scoperto che chi ragiona di fine del mondo, in vario modo, ha una sorta di complesso dell’amante tradito, è un risentito contro il destino cinico e baro. Tuttavia ancora non si è detto che esistono dei rapporti di forza che impediscono la vittoria del buonsenso, dello spirito di sopravvivenza della razza umana. Qui in questa terra la gente che pensa e ragiona è poca e dispersa; non ci sono le forze per contrastare speculatori, politici corrotti, faccendieri, delinquenti di varia natura. Ne fermano uno e novantanove prendono il posto del fesso che è stato beccato. Dietro questa degenerazione crescente del clima, dell’ambiente, delle risorse planetarie e delle società umane storicamente fondate ci sono le grandi concentrazioni finanziarie, ossia quel piccolo numero di ricchissimi che non solo controllano i capitali ma addirittura creano il denaro attraverso le banche centrali. Chi può fermarli fra coloro che sono gente normale, gente che la mattina va  a lavorare e ha famiglia e anche problemi quotidiani.

Franco:  In effetti è difficile. Supereroi non se ne vedono, se è questo quel che vuoi dire. Tuttavia io considero questo: l’essere umano è al vertice della catena alimentare su questo pianeta, non ha rivali reali in altre specie e la sua evoluzione è un caso del tutto singolare. Praticamente si tratta di qualcosa di unico sul pianeta azzurro. Questo fatto di essere una specie che è stato spinto in cima al vertice delle specie viventi da circostanze ad oggi non chiare lo ha posto anche nella condizione di sviluppare tecnologia e  scienza e  di trasformare l’ambiente che ha attorno a sé. Se non modifica qualcosa, se non si procura riparo, utensili, vestiario, beni di vario tipo e molte altre cose l’essere umano a differenza di altri animali muore in natura, o tende a morire. Quindi la capacità trasformativa del reale è una specifica dell’essere umano. Questa caratteristica unica è anche la possibilità di risolvere la questione della crisi delle risorse planetarie e di questo sistema di produzione, sviluppo, redistribuzione delle ricchezze. Ossia la caratteristica di produrre tecnologie, saperi e scienza potrebbe determinare la soluzione.

Vincenzo Pisani: Scusa ma al contrario può determinare esattamente l’opposto. Questa capacità trasformativa come la chiami tu può creare le condizioni per un disastro. Un numero enorme di specie viventi si sono estinte su questo pianeta nel corso delle diverse ere geologiche, siamo come specie a rischio. Una nuova guerra mondiale o un collasso delle risorse e del sistema potrebbero determinare un tracollo nel numero degli esseri umani presenti sul pianeta. Non c’è bisogno d’aspettare il classico meteorite che cade sulla testa dei popoli e fa effetto tipo grande sterminio dei dinosauri. Basta l’idiozia umana a spazzar via tutto e tutti. Inoltre come non veder che quest’attesa dell’apocalisse è una sorta di millenarismo, di fuga della mente in un ben strano misticismo che vuole il bene posto in un futuro lontano e il presente destinato alla dannazione  e alla più aspra delle distruzioni. Questa è anche una comoda messa fra parentesi della realtà, una facile via per ignorare il quotidiano. Poi lo voglio dire e so che il mio amico il professore è d’accordo con me:  l’attesa della fine del mondo è una consolante possibilità perché quando le cose vanno male nella vita essa diventa l’idea che dall’esterno qualcosa riporta il contatore a zero. Tutti i pezzi del Risiko o del Monopoli tornano nella scatola, e a quel punto non ci sono più giocatori che hanno vinto o perso. Il gioco riparte, il punteggio è zero, le carte e i pezzi  tornano sul tavolo e i dadi sono pronti per la prossima partita.

Gaetano Linneo: Queste parole sono veritiere e mi pare  ovvio che l’ispiratore sia il nostro comune amico. Tuttavia occorre distinguere. Alcune specie animali sono, per dirla alla buona, specializzate e non possono vivere fuori da determinate condizioni ambientali, altre no. Quando nel mondo umano arrivano le grandi tragedie, i grandi cataclismi, o i grandi conflitti avvengono le trasformazioni del modo di vivere e di stare al mondo è ovvio che alcuni siano travolti e distrutti e altri no. L’uomo però non mi pare poi così flessibile, così pronto a usare la tecnologia e  la scienza per salvarsi. Forse è quest’umano di oggi il problema in quanto appare dove ignorante e povero risulta inadatto ai tempi nuovi e dove ricco, formato e istruito egli risulta spesso settario, carrierista e avido. Un essere umano maschio o femmina che sia di tipo ideale mi pare lontano da questi anni e da questo presente. Forse chissà arriverà, ma ad oggi non si vede nemmeno l’ombra di quest’uomo nuovo. Quindi occorre fare con quel che c’è a disposizione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora su quanto ho detto. Mi scuso, ma adesso mi è venuta in mente una cosa. Perché chi esercita il potere vero sulla finanza e sulla banca dovrebbe preoccuparsi se la maggior parte degli esseri umani è destinata a crepare. Se questi potentissimi sono in relazione con interessi autoreferenziale ed egoistici perchè il sistema che li vede ai vertici dovrebbe porsi il problema di masse di disgraziati e di poveracci che magari vivono ai margini delle grandi città o nelle periferie del sistema economico-industriale. Non ne hanno motivo. A cascata sulla piramide sociale nessuno dei livelli dirigenti  si preoccupa di come stanno quelli sotto. O sono utili sul piano commerciale e produttivo oppure sono un problema. Il sistema non è umano, il sistema è meccanico; è come il funzionamento di un meccanismo complesso fatto da miliardi di pezzi grandi e piccoli, non ha buonsenso e non ha morale o ragione. Produce, crea denaro, dilata la civiltà industriale; non  chiediamo ad esso un senso ultimo o un disegno etico.

Gaetano Linneo: Questi nostri discorsi sono complicati, richiedono un luogo che non è questo ponte e questa strada. Tuttavia voglio dire questo in natura esiste una cosa che si chiama resilienza, nel caso delle comunità umane è la capacità di sopravvivere come organismo sociale davanti a guerre, catastrofi, conflitti civili. Oggi a mio avviso questa capacità di reggere l’urto di condizioni avverse è drammaticamente diminuito. La complicazione della vita sociale, i legami di dipendenza con tecnologie che dipendono da fonti energetiche, l’evoluzione continua della civiltà industriale, le masse di emarginati, sottopagati e di devianti aiutano gli elementi che possono disgregare il sistema sociale. Quando l’evento traumatico supera le barriere che il potere tecnologico e sociale può costruire attorno ad esse c’è da credere imminente il collasso e la morte  del sistema sociale stesso. Questo evento in natura talvolta è chiamato estinzione.

Clara Agazzi: Questi discorsi astratti son inquietanti  ma veri. Vi ricordo che tutti noi siamo dentro questo mondo decadente e ci siamo da vivi.  Siamo qui e ora con lavoro, affetti, relazioni; quanto detto ci riguarda.




12 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Quale paese modello alternativo?

Clara Agazzi: Questa idea che della gente normale, perbene debba aspettare la catastrofe per costruire qualcosa di diverso è sinistra e un po’ folle. Insomma è mai possibile che dal bianco si debba passare al nero e dal blu al rosso senza sfumature di sorta, senza un ragionevole percorso di riforma! Non ci sono forse più uomini, donne, giovani in questa penisola?

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero è meschino, ma è vero. Nel corso di una vita troppo spesso si comprende che alcune situazioni devono esser fatte esplodere, che certe contraddizioni e iniquità devono arrivare al punto di rottura e rompersi. Quante volte nella vita umana la mediazione risulta impossibile perché davanti alla persona perbene c’è un delinquente, una persona in malafede, un calunniatore dichiarato e patentato. Troppo spesso qui nella nostra patria la gente onesta subisce violenze piccole e grandi indecenti perchè priva dei mezzi per difendersi, spesso leggi e regolamenti diventano trappole per le vittime e salvacondotti per la feccia. Allora anche la persona perbene si rifugia in una stanza, in un angolo per le preghiere, in un silenzio rotto solo da qualche gesto, o dal votare il meno peggio quando capita.

Stefano Bocconi: Infatti oggi che il denaro è tutto e lo Stato è umiliato perché  sotto la pressione del Dio-denaro  non si sente arrivare alcun modello di vita alternativo. La decadenza e l’indecenza del modello di vita e sviluppo è sotto gli occhi di tutti ma non ci sono forze o grandi personalità in grado d’offrire alternative. Si sentono solo voci di riforma, pensieri belli, grida nel deserto. Ma nulla si muove davvero. Pensare la fine e l’apocalisse diventa non solo una ragionevole istanza esistenziale ma anche un calcolo, se si vuole una previsione.

Vincenzo Pisani: Ritorno ora da voi, ma sento che ragionate di decadenza, di fine. Cari. Carissimi, ma alzate gli occhi. Qui è il caso di migrare, di andarsene. Chi può si rifaccia una vita altrove. Ragionate su questo: se è impossibile a causa della decadenza e del malcostume riformare una popolazione e uno Stato allora la persona perbene, il lavoratore, l’uomo di buon talento deve andarsene. Deve privare i suoi rivali, i suoi diffamatori, i suoi nemici consapevoli o meno del frutto del suo lavoro, delle sue tasse, della sua ostinazione, della presenza fisica. Quando la decadenza arriva ai livelli nostrani il male di vivere inquina l’anima, rovina e deforma anche i migliori aspetti del carattere di una persona. Non sto parlando di un popolo metafisico o spirituale che risente tanto della decadenza, sto parlando delle difformi genti della penisola che tutto sono tranne che spirituali, anzi piuttosto l’opposto. Eppure qui avviene questa corruzione nel modo che vi ho detto. Credetemi amici. La fuga è l’ultimo dei trentasei stratagemmi, la fuga è lecita quando sono esauriti gli altri trentacinque.

Franco: E allora con questa perla di saggezza cinese possiamo dire che a oggi noi tutti siamo a un bivio o la strada della fuga o al contrario dalla muta attesa della fine. Una scelta che potrei definire una roba da braccio della morte, o il condannato scappa o verrà giustiziato. Non vi pare di esagerare un poco.

Stefano Bocconi: No. Purtroppo il Pisani ha detto il vero. La questione di cui si dibatte è altro. Si è fra noi discusso molto di cultura, consapevolezza, coscienza. Ma insomma. Ci rendiamo conto che per i quattro quinti degli abitanti della penisola questo modo di parlare è insensato. Come possono pochi, relativamente pochi intendo, imporre amasse di plebi elettorali e sfaccendati  un progetto di vita e di comunità umana alternativo. Non in qualche film di fantascienza ma qui e ora.

Paolo Fantuzzi: Una Massa simile di feccia impedisce qualsiasi progresso. Attendere la fine è un fatto ragionevole. Intanto ognuno tira a campare secondo la regola generale: ognun per sé, Dio contro tutti e tutti contro Dio.

Franco:  In effetti questa posizione è persuasiva, ma non è del tutto vera. Essa è egoistica, perché presume che la fine uccida gli altri ma risparmi colui che aspetta.  In un certo qual senso chi si lascia sedurre da questa posizione esprime un desiderio inconsapevole di veder rovinati e possibilmente distrutti in futuro i suoi simili. La fuga è altresì nel caso nostro espressione di valore  individuale,perfino  di libertà; ma anche di disprezzo per chi resta e per chi prova a far qualcosa. In fondo perché queste masse di scellerati e di umani ripugnanti dovrebbe muove un dito per venir incontro a chi li vorrebbe fatti a pezzi o lasciati lontano. Se si vuole liberare dall’ignoranza e dalle tenebre della ragione milioni d’inconsapevoli rincretiniti  occorre porsi in ascolto, capire. Farsi umili in un certo senso. Non si può pensare di domare masse informi urlando nel deserto o minacciandole con una spada di gomma. Occorre conoscersi bene e capire chi sono i nostri simili, e anche accettare che di solito è la dimensione locale, il piccolo e il quotidiano il mondo politico a cui guardano queste masse malconsigliate.

Vincenzo Pisani: Scusate tanto. Ma questi che hanno fatto per noi. Sono forse portatori di miracoli, di atti di generosità, di arte, di cultura, di civiltà. Chi sono i nostri simili. Esistono? Io non voglio vivere con addosso l’evidenza di esser concittadino di amorali faccendieri, delinquenti prestati alla politica, falsi accademici, finti politici e di milioni di umani senza cultura e formazione che vivono come capita. Io non sono questi qui e non voglio aver nulla in comune con essi, qui per forza di cose fosse anche solo per il fatto di condividere le stesse strade e le stesse piazze si finisce col diventare complici.  Se il Belpaese non riesce a ritrovare se stesso io non posso inventare dal nulla un paese alternativo e parallelo a questo. Cosa dovrei fare? Costruirmi una stanzetta e mettere lì tutte le cose belle e buone mentre il Belpaese si avvolge nella corruzione e nella follia. No! Amici questa non è la mia strada e voi lo sapete bene. Meglio andarsene, e non vedere, non sapere, fare altro.

Gaetano Linneo: Queste parole sono belle. Ma denunciano un sentimento da amante tradito, da melodramma. Certe cose si fanno a freddo e con metodo. Andare via esige  metodo, sapere, capacità. Restare ancora di più. Costruire un mondo diverso è costruire prima di tutto se stessi, nella mente, nelle aspettative, nella formazione, coscienza, cultura e perfino nel corpo fisico. Questa cosa è fatica.




8 marzo 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Qualew modello alternativo per la civiltà industriale?

Gaetano Linneo: Precisamente, tu parli della rete internet. Ottima cosa. Finora hai affermato che essa ha un ruolo positivo di divulgazione del sapere, di bacheca di nobili opinioni, di luogo dove ritrovare nozioni, critiche, informazioni e cose del genere. Da qui ricavi l’idea che esso sia un luogo metafisico ove possa generarsi una qualche forma d’opposizione, di trasformazione, di ripensamento generale della società. Ascolta: poniamo che la rete possa esser paragonata a un sistema lineare di tipo orizzontale che mette in comunicazione soggetti diversi e che crea gruppi, comunicazione e interscambio d’esperienze e molto altro ancora. Poniamo anche un punto zero nel quale tutti i soggetti partono allo stesso momento. Nello scorrere del tempo la rete perfettamente bidimensionale mostra un aumento di picchi, di piramidi, di figure tridimensionali. Il denaro e segnatamente il denaro del capitale investito sulla rete diventa la terza dimensione di questo sistema egualitario tridimensionale e realizza figure geometriche, rilievi, scanalature. L’elemento egualitario viene così a perdersi e sulla rete che s’allarga si forma un panorama che è quello dato dal successo o dall’insuccesso dei denari investiti da soggetti istituzionali o privati. L’esito di tutto questo è una rete plasmata da interessi concretissimi e materiali connessi con le realtà che oggi esercitano il potere in quanto potere oggi in atto. Ne ricavo da questa mia descrizione che è piuttosto insolito e improbabile  che uno strumento plasmato e riplasmato dall’elemento del capitale possa determinare la messa in crisi e la ridefinizione di esso. Perché la questione è tutta lì, cambiare l’essere umano è anche e prima di tutto oggi trasformare la società umana da società competitiva data da masse agitate di consumatori irragionevoli a società solidale di soggetti autenticamente liberi e razionali.

Clara Agazzi: Questo è vero. C’è l’orizzonte e c’è la montagna. Se si guarda l’orizzonte si può pensare a un mondo potenzialmente egualitario che mette in contatto gente diversa, ma poi la montagna ricorda la frammentazione degli interessi, il determinarsi di gruppi, il seguire passioni e far gruppo solo con i propri simili. 

Paolo Fantuzzi:  Non solo questo. Il far gruppo, il seguire solo alcune passioni si lega al distrarsi, al soddisfare i piaceri personali. C’è chi cerca l’ultimo modello di macchinina telecomandata e chi cerca fumetti pornografici nel grande mare della rete, e questo vale per mille categorie e anche più. Una massa di componenti l’umanità spappolata in milioni d’interessi cosa può mai seguire di buono e poi come metterla assieme se non con fatti spettacolari, con canzoni, con riti di massa per le masse altamente spettacolari e di puro divertimento.

Stefano Bocconi: Giusta osservazione. A questo aggiungo che senza un progetto, un metodo, un partito politico come possono dei singoli anche se fanno gruppo ottenere qualcosa? Come è possibile pensare che milioni di singoli che si contattano singolarmente siano in grado di fare opposizione, di far massa, di far davvero squadra. Un padrone con i suoi denari per via del salario vincola i suoi sottoposti. Ma una massa d’appetiti anarchici, di gruppi divisi, di privati in preda a risentimenti o a qualche curiosità a sfondo erotico come può organizzarsi. Nella rete ormai si cerca la famosa isola di Peter Pan. Cambiare la direzione di questa realtà? E come è possibile se non ci sono gli strumenti sociali e materiali!

Franco: Dunque. Carissimi. Voi dite che non c’è il mezzo, non ci sono gli uomini, non c’è il materiale. Tutto il reale costruito da questo modello di consumo e produzione deve percorrere la sua strada e va da sé esaurirsi. Magari finire in catastrofe epocale, perché questo è l’esito se nessuno fa nulla. Se al sistema del profitto a ogni costo s’oppongono solo eserciti di una sola persona dove ognuno parla per sé e parla solo dei suoi problemi potrà davvero accadere di tutto. Tuttavia vorrei distinguere fra coloro che cercano in rete gli Annunaki o i Supereroi e chi cerca di metter in piedi un discorso di studio, di ragionamento di condivisione. Esiste la ragionevole possibilità che dalla condivisione in rete possa nascere qualcosa di buono, certo il rischio dei simili che incontrano i simili e parlano fra simili e creano sodalizi, associazioni, gruppi fra soggetti  identici per inclinazioni e gusti è forte, ma è anche naturale. Come è naturale che la rete sia anche il punto nel quale si dà il desiderio di coloro che vogliono salvarsi da soli, chiudere la porta della stanza, circoscrivere il loro mondo e i loro interessi, mettere un muro psicologico fra se stessi e il mondo. Ma io questo lo leggo come segno del disagio e del grande disordine spirituale che oggi prende gran parte della gente del nostro paese e delle civiltà entrate nel sistema del capitalismo e dell’industria. Proprio perché i molti sono disorientati la rete e la condivisione diventano megafoni di questa mancanza di senso e di limiti. Cambiare la civiltà industriale è cambiare la vita di milioni di esseri umani che vivono in mezzo ad essa. Il mezzo relativamente accessibile alle idee meno praticate o alle critiche più forti è oggi proprio la comunicazione in rete nelle sue diverse forme, se qualche modello alternativo a questo prenderà forma dovrà per forza passare dalla rete. Aggiungo che mi pare necessario che questo processo di creazione di modelli alternativi di vita, produzione e consumo  si concretizzi in tempi rapidi, vista la pressione enorme che l’umanità della civiltà industriale esercita sulle risorse del pianeta. Mi piace pensare che alla fine la necessità, l’intelligenza e la passione di tanti soggetti convergerà sulla possibile soluzione, ed essa prenderà forma, sarà il frutto di un grande evento collettivo.

Gaetano Linneo: Per quel che mi riguarda questa è una probabilità con limitate possibilità di vita e di sviluppo. C’è nel tuo ragionamento uno spontaneismo di fondo che mi pare disarmante. Ma ti concedo che emerga questo modello alternativo. Tu non spieghi come esso potrà imporsi sull’egoismo di minoranze di supermiliardari, di capi delle grandi burocrazie, di cricche settarie di privilegiati; essi per quanto pochi di numero controllano di fatto con la manipolazione dell’informazione e con il dominio diretto e talvolta brutale gran parte dell’umanità. Si può pensare di cambiare il mondo con le idee quando chi è contro ha  in mano le maggiori banche e interi eserciti? No. Il tuo ragionamento è nobile ma ha il difetto di metter fra parentesi i concreti rapporti di forza che qui e ora guidano questa danza macabra.

Paolo Fantuzzi:  Aspettate un attimo. In realtà c’è una condizione che viene incontro alle vostre divergenti posizioni: un mutamento di mentalità  collettiva che avviene durante un catastrofe globale  e  totale.




20 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - il secondo ragionamento di Gaetano Linneo

Franco: E allora, ammettiamo che sia così. Per il piacere di parlare acconsento di sostenere l’idea che l’essere umano sia soggetto a miglioramento, a elevazione spirituale e fisica. Perché non dovrebbe esser così. Al giorno d’oggi sono viventi sul pianeta circa sette miliardi di umani, e in aumento costante. Fosse solo per una questione di statistica dovrà venir fuori qualcosa di buono.

Clara Agazzi: Questo è vero e proprio ottimismo, ma caro Franco devi spiegare perché.

Paolo Fantuzzi: Giusto perché esser in sette miliardi non dovrebbe piuttosto risolversi in un disastro tremendo; in una vera e propria apo0calisse per le risorse, in un conflitto globale di civiltà per l’egemonia e i potere nel senso più gretto e rozzo del termine.

Stefano Bocconi: Son stato a giro in pochi paesi, ma per quello che posso capire non c’è da esser ottimisti.

Franco: Dunque. Il problema è perché posso esser ottimista. Per prima cosa non confondetemi per qualcun altro. Il mio pensiero non è un facile sorriso da cartellone pubblicitario o il ragliare dell’ebete. Prendiamo in esame le tre esse  di cui si è detto prima e fra esse scegliamone una: i Soldi. Cosa muove il desiderio di far soldi se non l’avidità e  la competizione fra umani. La televisione fa vedere uomini ricchi ma vecchi ma con miliardi, ville, barche grandi, servitù e donne bellissime come amanti e l’uomo della strada preso da emulazione e invidia vorrebbe competere con questi signori del denaro. Con cinque minuti di spot sulla vita di uno di questi signori si possono spingere milioni di umani sulla strada dell’invidia, dell’emulazione e della competizione anche sleale. Eppure esiste il contrario di questa condizione che per forza di cose e porta al conflitto e a una società incattivita e competitiva. Si tratta della collaborazione. Ma qui arriva una diversa immagine, ormai rara. Uomini e donne che vivono serenamente e  si dividono le difficoltà e sopportano in gruppo il male di vivere, tendenzialmente un mondo di eguali o con uguali diritti o con compiti divisi equamente. Allora l’opposto di una società competitiva e aggressiva esiste, è concepito. Quindi questo contrario certamente troverà una sua dimensione pratica di vita quando il modello presente sarà fallito, quei sette miliardi oggi in conflitto per le risorse e  divisi dall’appartenenza a diverse e ostili civiltà potrebbero collaborare, condividere saperi, trovare soluzioni a gravi problemi di salute, sviluppo, ricerca, distribuzione delle risorse. Poi c’è il fattore non ponderabile. Esiste la possibilità se non di un miracolo di un qualche evento imprevisto che fa svoltare, che cambia la storia. Magari in modo traumatico. Potrebbero esser rese disponibili risorse materiali e di conoscenza da migliorare la condizione di vita, la salvaguardia della vita sul pianeta  e la salute. Intanto vedo quel che posso fare a io nel mio piccolo con il mio blog, nella mia zona, nel quartiere, nel Comune, faccio la mia parte per rendere meno marcio e sporco questo mondo.

Stefano Bocconi: Veramente buoni propositi. Ma sull’umanità non punterei un soldo. Perché i popoli, le civiltà, come le chiami tu, non dovrebbero regredire a una forma di conflitto permanente, perché gli umani non dovrebbero uccidersi per un fiume, una valle, una miniera di rame?

Paolo Fantuzzi: In effetti aspettando miracoli nel mondo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si son combattute decine e decine di guerre. La violenza razionale e tecnologica tende a sostituire la collaborazione, il dialogo, la ragionevole distribuzione delle risorse e delle ricompense per il lavoro svolto.

Gaetano Linneo: Precisamente, questo è il punto. Tuttavia volevo far osservare che la rete non è poi così gratuita. Essa è il sesto continente del commercio e forse il settimo per la pubblicità e le informazioni utili a creare il profilo di gruppi di consumatori e non solo. Il fatto che gente che scrive di cose serie, di scienza, di cultura, di materie umanistiche usi la rete e i social network o altro non vuol dire che si ha il possesso di qualcosa. Per mandare avanti il sistema ci vogliono delle strutture molto concrete, interi capannoni di macchinari complessi e computer di grande potenza. Gli Hard Disk di questo mondo immateriale della rete sono di metallo e silicio, questo virtuale è molto più concreto di quanto sembra. E per mandare avanti l’industria elettronica dio consumo e tutto quello che ci gira intorno ci sono grandi multinazionali che macinano enormi profitti, milioni di utenti e consumatori felici di divertirsi e consumare e gente povera che è in fondo alla stiva a remare. Ovvero quelli che materialmente e per pochi soldi e spesso in una paese povero o autoritario lavorano per costruire quelle merci che servono per comunicare, leggere telefonare nel mondo della terza rivoluzione industriale. Inoltre c’è il problema dei dati personali che girano sulla rete i quali sono utili per creare profili. Profili di tutti i tipi: alla polizia interesserà il delinquente, alla società di pubbliche relazioni il profilo di un potenziale consumatore e così via. No la rete è qualcosa che la gente seria che vuole un miracolo di purificazione per l’umanità non controlla.  La gente solidale, buona, seria, moralmente e culturalmente filantropica di solito non ha le strutture che gestiscono i miliardi d’informazioni o data center, non ha potere sui servizi segreti, non sa quasi nulla di cosa siano davvero le macchine che usa per comunicare. La gente seria di cui si ragiona è isolata come gli altri o immessa in recinti virtuali dove parla con i suoi simili e affini. Magari in questi recinti di uguali e di amici usa magari bene e con grande capacità strumenti di comunicazione su cui non ha potere materiale. Questi recinti di gente che pensa cose belle e buone non si espandono più di tanto e il sistema nel suo complesso è e rimane incentrato sul capitalismo. Sul potere finanziario tanto per capirsi, sui grandi signori del denaro che acconsentono a una sorta d’opposizione parcellizzata e divisa che spesso si rivolge anche contro i loro nemici del momento per il semplice motivo che non temono da quella parte lì. Ci vorrebbe una massa mai vista prima  di umani che convergono su una piattaforma di rivendicazioni sindacali, ecologiche, pacifiste, considerazioni di puro buonsenso tali da colpire in profondità  il presente Dio-denaro.

Franco: Le tue considerazioni d’opposizione sono brillanti ma non nuove. E’ vero c’è quest’ambiguità di fondo. Eppure io penso che si possa lo stesso fare il salto, intendo un salto nella speranza, nella credenza che si possa dare da sé un perfezionamento dell’essere umano che sia fisico e mentale di salvezza.  Se gli umani hanno costruito un sistema di comunicazione di questa complessità perché esso non potrebbe fra le pieghe delle sue contraddizioni favorire quello che auspico, ossia il tendere alla perfezione.




16 febbraio 2015

Riedizione di una sintesi

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica
DI I. Nappini

Alcuni anni fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana. Oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e negli USA e di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese.
Questo ripubblicazione vuole dare un contributo di pensiero intorno alla questione della complessità dei processi che definiscono la memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento qui uno schema storico.

1861 - Il Risorgimento
L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861 - 1876 La destra Storica al potere
L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la  maggioranza degli italiani e le minoranze al potere di estrazione sociale aristocratica o borghese.

1876 - 1887 La Sinistra Storica
La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887 - 1896 L’età Crispina
L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere sia un nazionalismo esasperato sia forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze "liberali" che esercitano il potere in Italia.

1898 - 1900 Sangue e fango sull’Italia.
L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove l’esercito spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spenta. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901 - 1913 L’Età di Giovanni Giolitti
L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, si registrano aperture politiche  e sociali  alle forze sociali e operaie nel Centro - Nord.
Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914 L’Italia del Dubbio.
L’Italia è l’unico paese fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria - Ungheria, il parlamento è contrario alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti. Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra. La guerra è dichiarata forzando la volontà della maggior parte degli italiani e dello stesso parlamento.

1915 - 1918 L’Italia della Grande Guerra.
L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza politicizzata di nazionalisti e di estremisti politici  e di piccoli gruppi d’affaristi  e industriali a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei grossi debiti contratti e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

1919 - 1920 Il Biennio rosso
L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi progetto di creare un senso collettivo di appartenenza alla Patria. Emerge la reazione armata e terroristica fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di Patria e di Stato, una concezione mutuata dalla propaganda di guerra e priva, allora, di spessore filosofico e ideologico.


1921 - 1922  Lo squadrismo  e il Milite Ignoto
L’influenza della rivoluzione sovietica sulle masse operaie e contadine rimane forte nonostante i limitati e parziali risultati sindacali del biennio rosso. Nel 1921 il governo decide di procedere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto al Vittoriano a Roma. Tale rito  coinvolge tutta l’Italia e mette le opposizioni in difficoltà presso l’opinione pubblica sinceramente commossa per quel simbolo che rappresenta, ad oggi, i circa 600.000 morti della Grande Guerra. Si moltiplicano preso associazioni, parrocchie, istituzioni anche scolastiche le attività per ricordare i caduti della Grande Guerra con lapidi, cippi, targhe, monumenti. Il nazionalismo e la sua simbologia riprendono la scena pubblica. Intanto le squadre fasciste aggrediscono e disorganizzano il movimento operaio mentre Mussolini con una operazione trasformistica sulla destra Giolittiana riesce a far eleggere in  parlamento 35 deputati. Giocando sul tavolo della legalità e su quello dell’illegalità Mussolini cerca una via per arrivare alla presa del potere presentando il fascismo come il movimento salvatore della Nazione uscita vittoriosa dalla Grande Guerra.

1922 - 1924 Il Fascismo al potere
Mussolini riesce a trasformare i Fasci di Combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito, e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato derivato dalla “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico. Sul breve periodo hanno particolare rilievo l’istituzione dei Parchi della Rimembranza dedicati ai soldati morti nella Grande Guerra che vedono la partecipazione attiva delle scolaresche d’Italia per merito del sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi.

1925 - 1935 Il Regime fascista
Il 3 gennaio del 1925, dopo una crisi politica durissima dovuta all’omicidio del leader dell’opposizione Matteotti, Mussolini sfida apertamente  il  sistema parlamentare e riesce a schiacciarlo con il discorso del 3 gennaio; data che segna  anche dell’inizio della dittatura. Il fascismo come regime cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica. L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo, ma il fascismo deve di volta in volta attuare dei compromessi politici e sociali che riducono la forza di persuasione che può esercitare sulla popolazione italiana. Il concordato fra Stato e Chiesa Cattolica del 1929 aiuta il consolidamento del Regime e limita le possibilità d’azione delle opposizioni.

1935 - 1939 Anni Ruggenti
Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista, iniziano le prime smagliature nel consenso verso Mussolini e il fascismo. Tuttavia sul momento le vittorie in Etiopia e Spagna spengono tanta parte del dissenso. Intanto Hitler stipula un effimero e non sincero trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica per evitare la guerra su due fronti e iniziare la Seconda Guerra Mondiale con l’aggressione alla Polonia.

1940 - 1943 La guerra Fascista
Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate, guidate senza una strategia di guerra chiara  e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE. La guerra si complica con l’entrata nel conflitto della Russia Sovietica e degli Stati Uniti  e costringe il Regio Esercito Italiano a uno sforzo superiore alle sue possibilità militari. Le disfatte del biennio 1942 -1943 in Russia e Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943 - 1945 La Resistenza
Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale secondo la logica implacabile d’attribuire alla presenza della propria  forza armata sul territorio l’appartenenza di esso al sistema capitalista o a quello comunista.

1946 - 1947 Il Dopoguerra
L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto, il premier Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica. Di lì a breve si romperà anche l'unità delle forze antifasciste.

1948-1953 L’Italia Democristiana
L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico in Europa e nel Mediterraneo.

1954 - 1963 Il Miracolo economico
L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica e politica  nel Mezzogiorno d’Italia.

1963 - 1968 Il primo Centro-Sinistra
L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori e la nascita di un nuovo Potere, con la P maiuscola, diverso da quello che si è manifestato nel primo Novecento ma non meno insidioso e totalitario.

1969 - 1976 L’Italia della Strategia della tensione
L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella, spesso opportunistica, derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976 - 1990 L’Italia di Craxi
Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito: la distanza fra masse popolari e potere politico, il famoso Palazzo si riduce. In questi anni aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo mentre il PCI viene ridimensionato e l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore sociale o umano, pesante indebitamento dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991 - 1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994 - 2000 L’Italia della Globalizzazione
Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche e dominata da una cultura mercantile del consumo e del possesso di beni superflui. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001 - 2011 L’Italia della crisi globale
Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane (e di recente fra i deserti della Libia e le foreste dell'Ucraina). Nel periodo che va dal 2003 AL 2011 gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia partecipa con sue forze a "operazioni" in Afganistan e Iraq. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

2011-2014
La cronaca di questi anni vede irrisolte le questioni di fondo di un Belpaese che ha difficoltà a ritrovare se stesso e di una situazione internazionale resa sempre più grave e pericolosa da disastri ecologici, guerre di guerriglia e per procura, crisi finanziaria internazionale, decadenza e discredito delle istituzioni democratiche nell'Unione Europea quest'ultime evidenze manifestate da risultati elettorali che premiano forze di netta contestazione dell'ordine costituito e delle politiche neoliberali. La questione dell'identità collettiva degli italiani appare ad oggi irrisolta.




10 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - ragionamento di Gaetano Linneo

Franco:  Quello che posso fare faccio. Certo che se avessi a disposizione strumenti costosi e un team di esperti ben pagati farei altrimenti. La rete e i suoi strumenti di condivisione e comunicazione sono per me una risorsa straordinaria.

Gaetano Linneo: Precisamente, il mezzo è potenzialmente democratico ma tende ad essere dispersivo. Si tratta di qualcosa che contiene le cose più diverse e nelle lingue le più diverse, apparentemente senza uno scopo preciso e senza capacità di scelta. Una vera e propria enciclopedia universale caotica, contraddittoria e sempre in evoluzione, una rappresentazione costante e capillare di cosa produce, pensa e mostra la parte dell’umanità integrata con la civiltà industriale. Ma proprio la civiltà industriale va compresa bene e con ampiezza di strumenti critici e professionali perché essa ha in sé una grave contraddizione irrisolta che come sai e sanno i tuoi lettori consiste nel pensare una crescita infinita in presenza di un pianeta dalle risorse limitate.

Franco:  Infatti, chi nega il contrario. Ma cosa mi rappresenta questo discorso.

Gaetano Linneo: Una civiltà industriale che cerca l’infinito e la soddisfazione di ambizione e piaceri infiniti in ambito limitato si condanna alla sofferenza e al dolore. Questo è il caso che si spalma sul sistema. T’invito a soffermarti per un attimo sulle tre S di cui ho detto prima. Basta togliere i filtri e gli accessi protetti a internet per far uscire dallo schermo del computer un vero ne proprio  disastro da vaso di Pandora. Le pulsioni riassumibili in Soldi, Sesso e Sangue si manifestano apertamente o in modo occulto e con intrecci fra loro. Se si osserva bene quel che vien fuori emerge un mondo umano pieno di frustrazione, ambizione, desideri inappagati, pulsioni di morte, esplosioni di odio, brama di piaceri sessuali e di grandi quantità di prodotti di lusso e denaro. Mi par di cogliere alle volte l’esplosione di fantasie contorte  di milioni e milioni di teste. Ci sono siti di fotografie  e foto con didascalie dove emerge l’idolatria del denaro e della merce, la sessualità in tutte le forme anche le più bizzarre e violente, per tacere poi di coloro che hanno passioni ideologiche o politiche violente. Perfino su blog di giornali e portali spesso fanno capolino linguaggi violenti, offese, esercizi d’aggressione fra troll votati all’offesa e normali scriventi. Posso dire che forse l’esercizio dell’offesa e dell’aggressione cercando di mascherare le pulsioni e le passioni più forti e prevaricatrici è il segno di quanto sia sepolto sotto il comunicare. Il mezzo è anche la rappresentazione di una grande frustrazione e di un grande vuoto interiore e di un diffuso analfabetismo sentimentale.

Franco:  Questo mi pare ragionevole, ma nel tuo discorso trascuri che si tratta di una parte della quantità di comunicazione e informazione. Lo scopo che mi propongo quando scrivo non è quello di suscitare quello che si chiamava  tanto tempo fa “lo spaventare i borghesi” e meno che mai di stuzzicare l’irrazionalità dei lettori attraverso le tre S. Posso dire che forse se avessi avuto l’intenzione di giocare su questo aspetto avrei finito con fare ben altro.  In fondo questa civiltà industriale ha un motore e si chiama capitalismo. C’è poco da fare. La logica è di classificare tutto in merce e in dare e avere. Del resto la rete pensata inizialmente per scopi militari, poi di comunicazione in ambito scientifico e universitario è diventata grazie all’apertura al mondo del commercio e della finanza il sesto continente dove far affari e far girare merce e capitali. Le tre S sono elementi della mente umana, spesso del livello inconscio; ma se si guarda al mezzo dietro non c’è la mente umana ma il calcolo razionale, il dare e l’avere, la distruzione creativa della civiltà industriale. Lo spazio comunicativo che è venuto a darsi nella rete è l’incontro fra concretissime esigenze della civiltà industriale e  l’essere umano con la sua complicazione mentale, passionale e metafisica.

Gaetano Linneo: L’umanità è astrazione. Gli umani presi uno per uno, per categorie concrete e reali, per identità collettive  sono cose concrete. Essi sono portatori di quella massa di passioni, desideri, ambizioni, ideologie, rabbia repressa  che vedo spalmata sulla comunicazione. C’è qualcosa nell’essere umano che sembra connotato alla sua specialissima natura.  Egli riesce sempre a esser infelice della sua condizione, e si costruisce i mezzi e gli strumenti per realizzare questo correre verso qualcosa di cui non sa. Di norma l’animale esercitate le sue funzioni vitali e placata la fame del giorno tende alla quiete.  Gli umani no. C’è sempre qualcosa nei singoli come nei gruppi collettivi che tende a fare e lavorare per ottenere di più, per godere di più, per uccidere di più, per dominare di più, per signoreggiare di più, per possedere di più. La natura umana sembra davvero una svolta singolarissima nella natura del mondo animale di questo pianeta.

Franco:  L’essere umano è un ben strano animale, anzi sembra davvero un corpo estraneo nel contesto di questo pianeta. Tuttavia non esiste solo questa pulsione alla crescita illimitata e potenzialmente autodistruttiva, c’è anche un sia pur tenue lume di ragione nell’essere umano. Voglio dire esiste pure la capacità di contenere le spinte aggressive, impulsive, violente, temerarie dei singoli come dei molti. Oggi è vero siamo dentro un momento specialissimo di  passaggio. L’umano tipico non è cambiato in certi suoi abiti mentali ma ha acquisito in virtù della crescita numerica e produttiva  la capacità di auto-distruggersi  e di distruggere per mezzo delle armi e super-armi che gli fornisce la tecnologia della civiltà industriale. Il bene sarebbe un vero e proprio salto evolutivo verso un miglioramento della specie tale da espandere i limiti fisici e mentali e trovare così un  vaccino al pericolo di veder rovinare per qualche follia o calcolo quanto le diverse civiltà umane sono andate costruendo negli ultimi quattro secoli. Ovvero occorre un tipo di umano in grado di fare qualcosa di quasi impossibile, contraddittorio, inverosimile. Si tratta di superare se stesso e i suoi limiti per trovare il modo di uscire da questa civiltà industriale e passare oltre, verso un modello di vita associata che dia libero sfogo alle proprie passioni senza per questo dover configgere con il resto dell’umanità o con le risorse naturali limitate del pianeta. Penso sul serio a un’umanità rinascente.

Gaetano Linneo: L’umanità rinnovata. Ma questa non è utopia, questo è un bel sogno a  occhi aperti. Certamente questa tipologia di uomo, maschio o femmina che sia al confronto con il dato di fatto appare come il bizzarro barone di Munchhausen delle favole. Un tipo d’eroe capace di volare sulle palle dei cannoni, di uscire da una palude in cui è caduto afferrandosi per i capelli e tirandosi in su a più non posso. Carissimo, tu vuoi un vero e proprio miracolo, vuoi andare oltre la natura e la forma dell’essere umano.




2 febbraio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Gaetano Linneo

Terzo atto

 

Si senta la voce del padrone che  saluta i tre con frasi di circostanza, e fa due o tre battute rivolte a Franco e Vincenzo per via del fatto che Franco ha pagato anche il conto di Vincenzo. I cinque si trovano presso il ponte che porta alla stazione ferroviaria di Vernio. Notte, freddo, il panorama delle montagne  intorno è ben visibile nella fredda aria della notte.

Clara Agazzi: Questo panorama è davvero notevole. Queste montagne viste dalla prospettiva del ponte del torrente  che grazie al suo scorrere interrompe l’ambiente urbano e agricolo e apre la vista a Sud e Nord. 

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero un bello spettacolo. Il freddo rende limpida l’aria si vede per chilometri nonostante il buio.

Stefano Bocconi: Son stato proprio bene. Il fatto di aver avuto in omaggio al tavolo le bottiglie di grappa e limoncello mi ha davvero rinfrancato. Devo però prender fiato. Ho a stento messo nello stomaco il dolce. Ho bevuto e mangiato più del mio solito.

Vincenzo Pisani: In effetti i dolci sono speciali. Tempo fa avevo l’abitudine perfino di portarne  via uno e di mangiarlo il giorno dopo.

Franco: E allora, eccoci qui dopo coppe alla crema di mascarpone, mattonella al cioccolato, panna cotta… Tutto fatto bene, belli i colori, la densità, l’intensità del sapore.

Stefano Bocconi: Veramente buoni. Ma quello è il professore si è fermato al parcheggio e ragiona con  i suoi amici del Judo.

Paolo Fantuzzi: Una notte davvero magica. Abbiam fatto bene a venir fin quassù.

Franco:  In effetti anche se fa freddo le montagne, l’acqua che scorre, i boschi creano uno scenario suggestivo.

Vincenzo Pisani: Scusate, mi allontano un attimo per sentire se il professore ha bisogno di esser riaccompagnato da me o fa in altro modo.  

Franco:  Quello lo conosco. Aspetti. Mi scusi ma lei è Linneo quello che fa arti marziali con il professore.

Gaetano Linneo: Precisamente, e mi ricordo di te.  Tu sei franco quello della cittadina di Cemento, quello che scrive sulla rete.

Franco:  Infatti scrivere e far partecipare la cittadinanza e i miei lettori ai grandi problemi che scuotono la cittadinanza cosciente e presente a  sé stessa è uno dei miei vanti, come quello di aver un mio pubblico di lettori. So che siete esperto di faunistica e di scienze che riguardano la natura e un esperto di arti marziali. Oso chiedere cosa ne pensate di quel che scrivo assieme al professore e altri.

Gaetano Linneo: Una richiesta facile che esige una risposta difficile. Per prima cosa voglio dire una cosa sul mezzo che usate, ossia la rete internet. Su quel mezzo tre sono le S importanti: Sangue, Sesso, Soldi. Il grosso di quel che passa dalla rete è legato a questi tre elementi. La prima S è il simbolo di quel che è rappresentato e mostra la guerra, la violenza privata, criminale,  organizzata, i film dell’orrore, sport di contatto o di lotta e cose simili. Lo spettacolo cruento,la lotta, la guerra, l’orrore, e in particolare i videogiochi dove si combatte, si uccide, si distrugge attirano un pubblico vasto. Lo stesso posso dire dell’altra S che è il Sesso ed è la parola simbolo di ciò che può attrarre sul piano della seduzione o dello stimolo sessuale  molti di quelli che smanettano  sulla rete. Il sesso e la seduzione in tutte le loro forme sono anche meravigliosi e potenti strumenti in mano a pubblicitari esperi. La terza S rappresenta i soldi e qui si va dai casinò on-line, alle società di servizi, alla vendita di beni su internet, alle banche e così via…  Anche questo attira il pubblico per questioni d’acquisizione di beni o servizi. Le tre S sono i simboli di ciò che attrae maggiormente sulla rete. Il che non toglie che ci sia chi cerca la ricetta della torta della nonna o un riassunto di filosofia per i liceali. Ma le tre S sono le calamite più forti, si pigliano il grosso dell’utenza; spesso sono dosate in modiche quantità anche sui portali. Quello che costruite con la vostra attività è l’usare un mezzo, che si presta ad essere il megafono di pulsioni forti, inconsapevoli e aggressive dell’essere umano, per veicolare informazione, conoscenze, riflessioni. Dalla vostra parte c’è il fatto che l’essere umano ha bisogno di veder mostrato secondo uno schema credibile il suo mondo di tutti i giorni, ha bisogno di spiegazioni più o meno serie che riconducano i mille fatti di questo presente a spiegazioni coerenti, non contraddittorie. Nell’umano c’è il vedere, l’ascoltare, il contare e molto altro ancora. Ma c’è anche il bisogno di dare ai fatti piccoli e grandi una coerenza, un filo logico, una relazione di causa-effetto. Ad esempio per capire la piena di un fiume non basta osservare l’acqua che scorre e percepire l’umidità. Sarà necessario collegare assieme i giorni di pioggia della settimana, le condizioni precedenti la piena, la stagione, i lavori fatti sugli argini e decine di cose del genere. La capacità razionale di creare una spiegazione coerente e non contraddittoria di un frammento di mondo che ci riguarda è  il necessario completamento delle facoltà e dei mezzi che si hanno per osservarlo e percepirlo. Dare strumenti che vanno in questo senso è un fatto positivo. Non spaventatevi se fra i numeri dei vostri contatori di visite e quelli di una presentatrice televisiva o di un cantante alla moda troverete differenze enormi. Il superfluo e l’effimero sono i compagni di strada delle tre S di cui ragionavo prima. Il mezzo della comunicazione sulla rete ha aspetti per così dire democratici, ma alla fine occorre puntare a un pubblico preciso e con un progetto chiaro e distinto di comunicazione.

Franco:  Questo riguarda il mezzo. Ma dietro il mezzo ci sono le idee, i pensieri, i valori immateriali.

Gaetano Linneo: Il mezzo condiziona le forme con cui si esprime il comunicare i valori immateriali.




5 gennaio 2015

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Prosecuzione del monologo

Di Ivo adesso voglio qui, poiché sono fra chi mi capisce, ricordare cose personali. Ad esempio l’accappatoio messo appeso nello spogliatoio, entravi, lo vedevi e capivi che lui era in palestra sul tappeto con quelli del turno prima. L’oggetto indicava la persona. Quando questo vecchio accappatoio mancò fu dopo la sua morte, di conseguenza nei primi mesi entravo nello spogliatoio e subito si formava in me l’idea che la palestra continuava senza di lui. Oggi c’è una teca con una delle sue vecchie cinture e alcune foto che lo ricordano sulla parete opposta all’uscita. Si tratta però di una cosa diversa. Le ombre che dalla strada si riflettevano sui vetri della palestra, per una combinazione di luci l’ombra dei passanti si spalma ancor oggi sulle vetrate poste in alto, alle volte mi capitava di fermarmi qualche istante a vedere queste ombre. Anche loro erano parte dell’insieme, come il disco delle campane delle chiesa vicino che ogni tanto si sentiva la sera, confuso con il rumore dei corpi proiettati sul tappeto o con la lezione sulle tecniche. La palestra in fondo è anche un luogo e visivo e sonoro.  Il ricordo è anche odori, suoni, luci, ombre, parole, frasi sentite tante volte. Poi c’era il suo modo di fare, mi ricordo che sedeva sulla panca vicino all’entrata vicino all’entrata e di solito parlava con gli allievi e con chi veniva a fargli visita. Magari anche per pochi minuti. Un altro suo modo era quello di sedere in osservazione sulla cassapanca a lato del tappeto e a un certo punto quando lo riteneva opportuno unirsi di nuovo agli allievi per correggere questo o quello o per mostrare una tecnica o qualche altra cosa da fare. Con il senno di poi mi son fatto l’idea che il suo esser maestro fosse anche ascolto e osservazione, entrava dentro il problema tecnico o di relazione avendo già in testa la possibile soluzione e la ragione per la quale essa era valida. Sotto certi aspetti è stato anche fortunato, infatti mi ricordo che una volta la palestra era in una situazione incredibile, era dicembre e c’erano dei lavori di manutenzione e mancava l’acqua calda, faceva freddo  e la situazione era tale che solo  in tre eravamo rimasti. In tre soli e pur di non lasciar la palestra vuota mi ricordo che feci la doccia fredda in pieno inverno. Cose di gioventù. Però fu una bella prova di carattere. Poi mi ricordo che dopo la sua morte la palestra si riempì d’acqua di fogna per via di un nubifragio e noi tutti i suoi allievi ci riunimmo per rifarla. Salvammo quel che si poteva salvare, pulimmo a fondo con una sistola le materassine del tappeto, buttammo via quelle compromesse, mi ricordo di aver fatto dei lavori perché anche il pavimento della palestra si era guastato.   In fondo aldilà di tutto credo che questo sia il beneficio ed è qualcosa che va oltre le gare, le cinture colorate e tutto il resto. Io non credo che sia comune in una palestra che i suoi iscritti e frequentanti si siano dati così tanto da fare per tenerla aperta. Alle volte penso alle critiche stupide che dai giornali e dalla televisione sono cadute sulla generazione mia intorno al  suo presunto carattere debole e sprovveduto. So che posso sembrar eccessivo ma io in palestra son stato testimone di molti esempi che smentiscono questo pregiudizio, e molti fra questi proprio in palestra. In fondo quando è ben praticato e con una guida sicura il Judo forma i caratteri e quindi le persone e oso dire che li forma in meglio. Una volta mi ripetè una frase del suo maestro Koeke. Disse che “cadere a terra è brutto”  nel senso che è brutto il cadere con il senso della sopraffazione. Uno se cade si rialza, deve dimostrare che non si  è fatto niente, che non ha subito il colpo. Ecco io nella mia ingenuità credo che questo insegnamento si formi nella testa di chi segue un maestro di arti marziali in quanto frutto delle esperienze, del mettersi alla prova, dell’esser chiamati a fare il doppio o il triplo di quel che comunemente si pensa di poter fare. Mi disse, anche, una volta che la preparazione e il concetto del Judo l’insegna la palestra e gli amici. Uno si accorge che prima si sentiva un niente ma dopo capisce mettendosi alla prova insieme agli amici che può esser bravo come gli altri. Questo dà forza, aiuta. Costruisce fisicamente e mentalmente.

Vincenzo Pisani: Adesso ha smesso. Ora parlano gli altri, penso che noi qui si possa finir d’ascoltare e ragionar dei fatti nostri.  Comunque amici ad ascoltarlo abbiam fatto freddare questo lauto pasto. Le parole del professore ci hanno preso, ma come insegnano le maschere della nostra commedia dell’arte non con l’aria fritta si riempie lo stomaco. I discorsi restano discorsi e così anche i ricordi.

Franco: Non c’è problema son di buon stomaco, saprò far fronte a miei impegni davanti a queste portate. Certo che il problema che pone il professore è grande, e tu mio caro fai male a svalutarlo. In effetti esiste qualcosa nell’educazione dell’essere umano che non sembra esser né nozione, né competenza, né abilità. La natura dell’umano e del suo vivere in  società presenta una complessità non riducibile ai grandi numeri o alle statistiche. La memoria che è elemento di base di ogni sapere e di ogni tecnica e scienza non è solo analitica ma per così dire è anche artistica, umanistica e va da sé personale. L’essere umano in questa terza rivoluzione industriale è la più fragile e la più complicata delle macchine che producono, consumano e vanno infine rottamate.

Clara Agazzi: Questo è ovvio, anche nel mondo della civiltà industriale si esiste come singoli, nella vita si fanno delle scelte, ci si orienta sul piano religioso, politico, dei gusti. Per chi crede c’è la vita dopo la morte e la responsabilità sulla propria anima.

Stefano Bocconi: Certo il problema della vita dopo la vita. Poi c’è il senso di questa vita. Quando penso che da morto cesserà il mio vivere con la carta di credito, il possesso della macchina, dei beni, dell’elenco clienti, del magazzino, della mia collezione di fumetti degli anni settanta. Mi dispiace pensare che la mia collezione di fumetti possa finire al macero o esser venduta per pochi spiccioli a copia. Strano. Ora provo affetto per quei ricordi di carta che ho messo da parte in uno stanzino, mi sembrano vivi.

Paolo Fantuzzi: Belle parole, anche le vostre. IO però che tante ne ho vissute e fatte di cose vi dico che il passato è passato. Certo circoscrive il presente, dà insegnamento, aiuta perché il vissuto è parte della coscienza del singolo, è rifugio di ricordi e ammonimenti in momenti difficili. Ma poi tutto pesa sulle spalle dei vivi che devono andar avanti e costruire il loro mondo che è sempre in divenire. Esperienze, vita vissuta, ricordi, speranze, impegni devono trovare qualcuno che se ne faccia carico, è il singolo che sceglie o che è oggetto di scelta da parte di altri e che subisce le conseguenze delle sue scelte o di quelle altrui . Per questo l’azione che si attua nel presente finisce sempre con il rivolgersi verso il futuro, il presente non è, esso diviene sempre e si trasforma in qualcosa di diverso; anche con la velocità del fulmine.

 

 




23 novembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo II

Adesso che ho mostrato la principale differenza fra la figura del maestro e quella del docente passo a considerare un secondo aspetto ossia la volontà. Seguire un maestro, i campioni che lo fanno per carriera e per denaro non sono parte dell’esempio, è impegnarsi con il corpo e la mente in una disciplina sportiva. Un giovane e così anche un praticante adulto si sottomettono a sforzi fisici e talvolta mentali con un atto di volontà. Il maestro uniforma e disciplina all’interno della palestra le mille e  mille differenze che emergono dai suoi praticanti e dagli allievi che intendono procedere con l’attività agonistica. In questa condizione di mettere assieme i diversi livelli di motivazione e d’esperienza emerge il suo carisma e il suo buonsenso nel dare una direzione al lavoro di palestra.  Quello che spesso è il frutto dell’esperienza e del buonsenso nella scuola è regolato da scadenze, programmi e da una burocrazia a tratti oppressiva. La mentalità comune ignora solitamente quanto il mestiere dell’insegnare a scuola sia vincolato a scadenze e procedure burocratiche. Non dico che sia giusto o sbagliato. Dico che l’attività del maestro e del docente sono regolate da principi diversi e si svolgono in contesti non sovrapponibili pur trattando dell’educazione  e della formazione dell’essere umano. La burocrazia che regola una palestra esiste ma non ha la natura  e l’intensità della burocrazia scolastica. Il maestro quindi può a mio avviso ritagliarsi un più ampio spazio, può creare un suo stile di conduzione della palestra e arrivare al raggiungimento dei risultati attesi con tempi e modalità suoi. Il lato spiacevole della cosa è che egli è praticamente l’unico responsabile.  Quindi i praticanti di un’arte marziale o di una qualsiasi disciplina sportiva che si trasmetta per mezzo di un maestro scelgono un percorso impegnativo per la mente e il corpo con la speranza di ricavarne dei benefici fisici, mentali  e perfino spirituali. Benefici che sono collegati all’insegnamento del proprio maestro di riferimento. In questa centralità di colui che insegna vedo il tratto caratteristico del maestro di judo, ossia il carisma. Quella capacità, che viene declinata in termini positivi, d’esercitare una forte influenza sulle persone. In effetti senza una guida è improbabile che gli esseri umani s’associno fra loro per fare cose difficili o percorsi di costruzione e definizione della propria mentalità e della propria fisicità.  

Clara Agazzi: Questo professore è un po’ scolastico però mi pare che ci pigli. Certe cose le descrive bene. Tuttavia mi pare che riveli un rapporto con il suo lavoro contradditorio. Da un lato ne sottolinea l’importanza e dall’altro ne definisce i limiti. Questa categoria del maestro di cui ragiona pare lo specchio su cui si riflettono i limiti della scuola formale e burocratica.

Paolo Fantuzzi: Aspettate. Qui devo dire qualcosa io. Ricordatevi in materia di sport di contatto e arti marziali di una grande verità di cui tutti i praticanti e gli agonisti del settore sono consapevoli: le botte fanno male. Per questo qui nel Belpaese certi sport e le arti marziali hanno poco seguito. Lo sport quando praticato è soddisfazione e fatica, ma per capire la mia affermazione pensate al pugilato o sport minori ma simili. Oggi televisione, cinema, pubblicità commerciale non fanno vedere lo sforzo della persona qualunque, la normalità della fatica dell’uomo della strada. Televisione, pubblicità commerciale, cinema, illustrazioni varie  fanno vedere i presunti VIP in barche di lusso, nei ristoranti e nei privè per gran signori, al ricevimento di questo o di quello, nella villa del tal dei tali, all’inaugurazione del locale esclusivo.  Ovvia conseguenza che tanta gente e la gioventù in particolare sia sviata da questi messaggi ripetuti fino all’ossessione e fugga quanto è fatica, percorso anonimo e silenzioso, costruzione di se stessi. Se l’esempio che gira nelle nostre periferie cittadine è il ricco o il mammifero di lusso che si gode i soldi è normale che l’impegno che ha come premio non il riconoscimento del singolo presso un pubblico ma una sua crescita fisica e mentale sia evitato. Comunque in questo discorso c’è questo che non mi torna: mi pare che in quelle parole si voglia cercare un bene e un male che non stanno nella vicenda di tutti i giorni. Il divenire del mondo non è bianco o nero come il colore dei pezzi sulla scacchiera.

Stefano Bocconi: Certamente hai della ragione dalla tua. Da anni mi chiedo se non siano folli coloro che inseguono l’idea fissa di un bene o un male assoluto, come se bene e male fossero sfere perfette, realtà metafisiche, enti angelici o demonici. Eppure credo che sia lecito cercare oggi una qualche guida, beninteso. Oggi come ieri occorre iniziare da qualche parte e darsi un punto fermo, un qualche inizio. Se questa cosa può farlo un maestro come dice quello lì. Ma perché no?

Franco: Il professore non si è smentito. Qui è bastato ascoltarlo dieci minuti e subito son fioriti i distinguo, i dubbi, le approvazioni. Ma invito qui gli amici tutti a pensare a quanto sia forte il peso specifico della quotidianità, della noia, del vivere strascicandosi di qua e di là. Quella cosa che individuate come esempio negativo della pubblicità è l’ordinaria banale conseguenza di un mondo umano che si è impoverito ma che pensa se stesso come un mondo di consumatori. Il desiderio stimolato fino al parossismo e al delirio di consumare beni e servizi in assenza di una ricchezza autentica sul piano materiale provoca nei molti disordine mentale, odio, paure irrazionali. Immaginate questo: un tale per sue ragioni di lavoro è forzato a vivere spostandosi per ore e ore in macchina in condizioni di traffico indecenti. Un giorno si trova in campagna e rimane sconvolto. Non è quello il mondo nel quale vive e capisce che qualcosa non va nel suo stile di vita, davanti a un prato fiorito rimane come bloccato da un dolore al petto. Bene questa è la condizione del traumatico risveglio dei molti che hanno fatto l’errore e d’identificarsi con una delle tante illusioni indotte dalla pubblicità in relazione a donne bellissime, consumi da signori, barche, ville, soldi facili e così via. Prima o poi qualcosa si blocca, la dura realtà batte i suoi colpi  e uno rimane con la sensazione di aver inseguito il vento, di aver fatto volar via la vita rincorrendo un miraggio.

Stefano Bocconi: Certamente è così ma non vedo il legame fra il tuo ragionamento e quello  del  professore.

Franco: Il professore credo che stia ragionando intorno al fatto che occorre costruire se stessi, conoscere se stessi  per non cadere vittima delle molte forme di manipolazione e degenerazione della presente civiltà industriale. In questa opera di chiarimento interiore le figure dei maestri da cui si è avuto una qualche impostazione e l’esempio  sono decisive.  Riconoscere esempi e insegnamenti  e la propria origine è l’inizio di una costruzione interiore e  della fondazione propria immediata consapevolezza di se stessi.



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