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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


9 agosto 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - il tempo del dominio

Clara Agazzi: Adesso occorre finire. Sta a te

Gaetano Linneo: Certo ho qualcosa da dire, ma non sono bravo come attore o come improvvisatore. Preferisco allora presentare un ragionamento sui tempi. Sulle differenze del tempo che siamo soliti percepire.

Franco:  Mi pare una roba strana per un esperto di fauna e flora.

Stefano Bocconi: Un argomento singolare, ma poi perché un ragionamento e non interpretare una parte.

Paolo Fantuzzi: Giusta osservazione,  c’è un motivo?

Gaetano Linneo: Certamente, perché quel che voglio comunicare in parte appartiene a una dimensione della realtà che sfugge alla possibilità di comprenderla integralmente da parte di quasi tutti gli umani. Mi sento di dover ragionare del problema della civiltà davanti allo scorrere dei secoli e dei millenni, ma per far questo devo passare dalle cose semplici da capire a cose più difficili; quindi incastrare il mio ragionamento su un solo soggetto mal si combina con quanto devo fare.

Vincenzo Pisani: Fa freddo, io dovevo già esser via. Dai fallo. Voglio finire questa notte magica sentendo qualcosa che riguarda l’eternità e la natura: Son qui, ti ascolto.

Gaetano Linneo: Per prima cosa partirò da un tempo semplice quello del quotidiano. Il tempo percepito da parte di quasi tutti noi gente incastrata nella civiltà dei consumi e della produzione è nella maggior parte dei casi il tempo quotidiano. Il tempo quotidiano è il tempo della settimana, del mese scandito dai gironi feriali e dai giorni festivi. Nei giorni feriali solitamente si consuma , si lavora, si produce, si vive nel proprio ambiente mentre nei festivi è lecito e consigliato spendere denari per viaggi, divertimenti, piccoli piaceri, attività di cultura quando ci sono. Esiste una scansione del tempo di vita e di lavoro che tende a far omologare le moltitudini per farne masse informi ma ordinate di consumatori e di lavoratori. Questo determinare il tempo di quasi tutti è uno dei principali aspetti del dominio dei pochissimi sui molti. Il dominio dei pochi sulle moltitudini definisce i tempi di vita, di lavoro, di consumo, di divertimento, di acquisizione di conoscenze, capacità, abilità, beni materiali. Il sistema sociale e lavorativo t’inquadra per fasce d’età. Ne consegue che  il lavoro, lo studio, la famiglia, il matrimonio, il tempo libero e anche lo sport hanno i loro termini d’età entro i quali è serio o idiota fare o non fare una certa cosa; talvolta se si superano certi limiti fare alcune cose è strano,  sbagliato, sconsigliato, perfino proibito. Gli esempi si sprecano ne richiamo alcuni: il soldato va fatto a partire dalla gioventù e non oltre, il diploma è opportuno prenderlo entro i vent’anni, la laurea va presa sui trenta, la moglie non oltre i quaranta, il lavoro serio che deve durare va preso non appena è disponibile. Non sono forse queste condizioni di vita che chiamano in causa il tempo? Il dominio di oggi è tale che crea tempi artificiali, innaturali, estranei al volgere delle cose in natura. Questo scandire i tempi di tutti e di tutta la società è esercizio concretissimo del potere, si tratta di una grande stregoneria che fissa dei confini immaginari e fa muovere e vivere miliardi di esseri umani entro le logiche della civiltà industriale, entro i termini di un sistema industriale e capitalistico che non s’interrompe mai nemmeno di notte; l’apparenza di tutto questo sembra ricondurre a concetti generali di efficacia, funzionalità, apparenza d’ordine.

Franco:  Aspetta un attimo, cosa vuoi dire davvero. Che il tempo è strumento di questo potere?

Gaetano Linneo: Non proprio, non siamo in presenza di orologi che hanno ingabbiato il tempo, siamo in presenza di qualcosa che ha a che fare con il rituale e con l’abitudine. Il sistema di spezzettare il tempo di vita e renderlo funzionale al sistema industriale e di commercializzazione e vendita di beni e servizi di tutti i generi è un fatto intriso di mitologia, di simboli e di riti dal vago sapore magico. Cercate di capire che la moda, i piccoli piaceri a pagamento, i divertimenti, le distrazioni, il tempo, libero organizzato, il conformismo verso i consumi sono riti sociali e sono anche regole che senza una dose d’irrazionale e di mito non potrebbero reggere. Le moltitudini devono credere che il sistema vada verso il progresso, il benessere, la pace, la dignità delle forme di vita, la sostenibilità con il pianeta azzurro, la vittoria in guerra o una cornucopia di beni regalati o scontati; solo con questa dimensione che intreccia il mito con aspetti magici di negazione della realtà a vantaggio di illusioni o verità parziali può funzionare questa divisione del tempo quotidiano e l’oppressione che genera. Perché in questi termini non è il sistema industriale e la tecnologia a esser a servizio delle moltitudini di esseri umani ma al contrario le grandi masse si ritrovano sottomessi a metodi sociali e di controllo che alla fine premiano una ristrettissima minoranza di ricchissimi che hanno nelle loro mani posizioni di privilegio e di potere. Questo dominio ha poi due grandi colonne: una si chiama rassegnazione degli anziani e l’altra il divertimento programmato dei giovani. L’ignoranza delle moltitudini di consumatori e di lavoratori intorno alle cose veramente importanti da sapere e da conoscere fa poi il resto e completa la stabilità di questo scandire il tempo di vita e di lavoro. Vi invito a considerare che il denaro perso o speso male può esser in un certo senso di nuovo guadagnato o acquisito, questo non vale per il tempo che è passato. Il tempo va in una direzione e non risulta possibile modificare questa legge universale. Se il presente avesse come orizzonte di durata l’eternità la cosa potrebbe durare, ma le cose non  stanno così perché questo tempo non solo è artificiale ma è vincolato all’esistenza della civiltà industriale oggi al suo terzo atto rivoluzionario; come è noto questo sistema sta incontrando i suoi limiti. Il pianeta ha grandi risorse, ma queste risorse non sono infinite, invece il funzionamento corretto del sistema di produzione e consumo prevede proprio risorse illimitate come sua condizione di pieno sviluppo senza collassi, crisi o guerre di grandi dimensioni. Quindi se non interviene a breve termine  una modifica sostanziale si deve ragionevolmente stimare che il sistema incontrerà i suoi limiti, se non si scatena una guerra mondiale  è ragionevole pensare a un collasso della vita sul pianeta per eccesso di sfruttamento.




7 agosto 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla il potere purificato

Vincenzo Pisani: Si è fatto tardi, anche se la nottata  è meravigliosa occorre proprio sbrigarsi perché si fa tardi. Io devo proprio andar via.

Franco:  Son rimaste solo due interventi. Per certo brevi.

Stefano Bocconi: Esatto. La notte è fonda. Qui fa pure freddo.

Clara Agazzi: In effetti ho poco da dire. Voglio presentare un mio discorso sul potere purificato. Oggi l’esercizio del potere è dominio dell’uomo sull’uomo e dell’uomo sulla natura con l’aggravante di una tendenza distruttiva e auto-distruttiva tipica dell’esercizio del potere da parte di soggetti illegittimi, di falsi profeti e falsi sovrani. Il dominio di oggi è una continua manipolazione di masse di disgraziati i quali sono il mezzo con il quale si controlla il territorio, la popolazione di uno Stato o di una federazione di Stati e le risorse del pianeta attualmente disponibili. Il controllo è una grande magia che funziona con la persuasione pubblicitaria, con la propaganda di tutti i tipi, con la sottomissione e il conformismo al modello di produzione e consumo, quando non basta c’è la religione con tutte le sue sfumature e i suoi miti salvifici di carattere individuale e le forze armate e di polizia. Ma se si può sintetizzare questo potere di oggi che è non retto, non buono, non santo, non autentico si fonda su un gigantesco plagio delle coscienze e del sapere.

Vincenzo Pisani: Inoltre, aggiungo io il denaro è il dio che salda tutto questo in un blocco unitario; il denaro è il senso della vita per milioni di umani che vivono nel quotidiano e nel bisogno. Il denaro è il mezzo per il quale viene stregato il genere umano, il denaro è ormai la consapevolezza e la coscienza di una persona qualunque, che per prima misura se stessa in termini di denaro. La casa, la famiglia, gli affetti, l’automobile, i fiori sul balcone tutto è merce e tutto ha un valore, la grande magia né stata quella di ridurre tutto e tutti a una sola misura e a un solo peso.

Stefano Bocconi: Qualcuno ha creato la magia, le cose stregate non nascono da sole.

Paolo Fantuzzi: Il mercante stanotte dà il meglio di sé. Certo. Chi è in alto, sulla parte ultima della piramide sociale sa bene che con il denaro può unire tutto ciò che è produzione, conoscenza, ricerca, innovazione, distribuzione, consumo, scarico. Il denaro è ciò che mette assieme una società umana che altrimenti sprofonderebbe nella violenza tribale e  nell’anarchia violenta tanto è amaro e forte il risentimento e la rabbia che cova nelle masse popolari delle civiltà industriali.

Clara Agazzi: Mi pare giusto allora che io interpreti il potere purificato. Allora fatemi concentrare. Io sono il potere purificato, un potere lecito e legittimo che rinunzia all’illusione collettiva che viene dalla manipolazione delle coscienze e dalla distorsione della verità e del sapere. Io sono un potere che non sfrutta la religione esotica o tradizionale che sia come forza mercenaria su cui poggiare i suoi abusi e le sue estorsioni. Io sono un potere fondato sulla libertà di coscienza e di autocoscienza, su un sapere autentico che è possibilità per tutti gli umani facenti parte della società di operare e collaborare con esso nella giustizia e nella libertà e nel rispetto dei bisogni e delle necessità di tutte le parti sociali. Rinunzio a far vivere i miei cittadini nel mito della competizione, della forza esercita contro soggetti deboli, che ha ripudiato il culto del Dio-denaro, che si crede parte di un cosmo e di un mondo grande e non piccolo e meschino. Io sono il potere felice perché consapevolezza e coscienza determinano autentica libertà e sapere profondo nel momento dell’azione e della decisione. Io sono la libertà politica che nasce della coscienza sana, dalla consapevolezza veritiera della realtà e dall’autocoscienza. I singoli liberi si uniscono in me in un grande energia creatrice, la volontà diventa unitaria, il metodo sano, l’opera perfetta. Io sono la via, il percorso perché la coscienza e l’autocoscienza possono esser fatte proprie solo con un percorso e una storia personale che fa emergere ciò che il singolo essere umano è e ciò che può mettere davvero in comune con gli altri. Sono il bene comune di tutti e sono tutti nello stesso tempo, per mantenermi tale occorre che tutti si predispongano nei rapporti sociali  a una condizione di volontà e di benevolenza che limita e domina la paura, l’ignoranza, l’invidia, l’avidità. Il potere diventa santo se la comunità che l’esprime è davvero formata di umani purificati; umani in grado di dominare la paura, l’ignoranza, l’avidità, l’invidia che covano dentro di sé e che devono dominare per non farsi del male e non degenerare dentro e fuori di sé. Perché il grande inganno è far federe ai singoli come ai popoli illusioni, falsi ritratti di sé per condurli nel disordine, per creare diseguaglianze sociali, per esercitare il dominio con l’arte della manipolazione della mente  e della truffa. Il potere che cade in mano a despoti e principi illegittimi è un potere dei pochi o dei pochissimi che manipolando le leggi e le coscienze e l’esercitano per esclusivo interesse e piacere dei pochi contro tutti gli altri.  Io  potere reso santo rinuncio a questo  perché sono libertà nel senso più alto del termine, sono il cerchio che si contrappone alla piramide. Io cerco l’equa divisione fra le parti di quanto è prodotto dalla società, individuo nella collaborazione la forza del processo produttivo, nel lavoro creativo e intellettuale  che si amplia e diventa e disponibile a tutti  il senso dell’economia, credo che sia il senso della società è riuscire a tener tutti dentro senza liquidare i soggetti marginali. Io sono il potere che fu puro, che purifica e che purificherà perché non è possibile che un corpo guasto torni alla sua natura precedente o a una forma sana senza che intervenga qualcosa che lo ripristina o lo trasforma in altro. Io sono il potere che ha bisogno di una forma d’umanità rinnovata nel corpo e nell’anima, gli umani di oggi ossessionati da false apparenze, dal disagio, dalla paura, da istinti e passioni violente o dannose e inoltre sono avvelenati da stili di vita e alimentari pessimi. Questi umani in massima parte  non possono esser la materia del cerchio che rende eguali tutte le parti in rapporto al centro. Io sono il potere che sarà in un tempo diverso da questo a partire da moltitudini di umani che partiranno alla ricerca di ciò che sono veramente e della possibilità di vivere esprimendo il loro essere forza creativa e  creatrice nel mondo concreto e materiale. Io sono il potere che oggi manca e di cui si ha bisogno, io sono il potere che è stato in un tempo breve e remoto.

Franco:  Brava. Come superarti ora. Davvero una prova eccellente.




29 luglio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla il tempo dell'immediato presente

Clara Agazzi: Su facciamolo concentrare.

Gaetano Linneo: Questa è davvero difficile, raccontare in prima persona questo tempo. Ma so che ci riuscirà.

Franco:  Io sono questo tempo, il tempo dell’immediato presente dove tutto è qui e ora. Questo è il tempo di quattro tenebre giganti che si son fatte mare. Questo mare oscuro si è sollevato e le sue onde si fracassano minacciose. La prima grande tenebra è l’ignoranza coltivata dai pochi ai danni dei molti. I pochi nel mio ventre nero coltivano il potere per il potere, maghi confusionari e padroni di conoscenze parziali hanno però il potere di esercitare un dominio sulle grandi masse d’ignoranti tenuti apposta in condizione di minorità e di soggezione. Nascondono sotto mille e mille parole e centomila intrighi ripetute in modo ossessivo la loro mancanza  di un progetto, di un vero disegno che non sia la presa del potere  e l’esercizio ora di un dominio ora di una egemonia. Io immediato presente con questa tenebra allontano l’uomo da sentimenti sani  e giusti e l’avvio verso la pazzia del potere illegittimo.  La seconda grande tenebra è la paura del futuro. Una paura senza nome e senza volto che schiaccia, atterrisce, dissolve speranze e volge gli umani al male, alla rabbia   e alla violenza. Pulsione che se non trova sfogo verso l’esterno inizia a farsi strada verso l’interno provocando malattia e disturbi della personalità. Io immediato presente con questa paura allontano l’umano dal suo fine, dalla ricerca di un fine ultimo, della pace interiore ed esteriore  o se si vuole di Dio. La terza  tenebra è l’apparenza e la mistificazione di ciò che è reale. Con la ricchezza, la bellezza artificiale o artefatta, l’intossicazione o l’esaltazione maschero Io immediato presente la mancanza di fini ultimi e l’impossibilità d’accettare il proprio limite  e la propria condizione mortale. Così l’umano tenderà a girare a vuoto su se stesso e a ingannarsi perdendosi in illusioni e piaceri. La quarta tenebra è l’invidia per il potere, la ricchezza, la forza altrui. Invidia che diventa malattia, patologia, pazzia, morbo contagioso. Io immediato presente uso questa tenebra per dividere e spezzare gli esseri umani, per alimentare le passioni più funeste e gli amari risentimenti. Infine Mi è compagno un vento di tempesta che scaglia con incredibile potenza questo mare di quattro tenebre e con onde enormi lo fa scendere sulla nera terra, al punto che non si può più distinguere né la terra, né il cielo. Io immediato presente con questo vento divento un mare oscuro senza limiti che non trova più il confine né in lato nel cielo, né in basso nella terra. Eppure nonostante la mia potenza Io immediato presente così come sono prima non ero. Sono il frutto marcio di contingenze e fatti storici epocali. Io sono la strada che si è aperta in questo tempo.   Quanto si è realizzato in termini di umanità rabbiosa, malata, ambiziosa e dissoluta è qualcosa del qui e ora. Il restringimento delle speranze di redenzione e di progresso che maturano con  la presenza del futuro e la fede nelle tradizioni e nei valori che dà il passato sono le condizioni per le quali si è manifestato il mio potere. Io sono la prima e unica condizione che fa prosperare le minoranze al potere sottomette masse enormi di umani. Io sono un tempo sospeso, Io sono lo sforzo di congelare il divenire della società umana mentre i meccanismi biologici, naturali e  astrali fanno il proprio corso. Sono un enorme esperimento d’ingegneria sociale fondato sull’illusione e sull’autoinganno dei pochi al potere che nel privilegio intendono restare per sempre, sono la grande stregoneria che pretende di lasciar immobile ciò che per legge fisica e cosmica è previsto che si trasformi. Io sono una strada che si è aperta e che è stata percorsa, ma così come si è aperta si chiuderà su se stessa fino a sparire.

Stefano Bocconi: Valeva proprio la pena di sentire tutto questo, un poeta-profeta

Paolo Fantuzzi: Questo argomento del tempo è tutto, perchè spiega un pò tutto. Siamo schiacciati un po’ tutti quanti  davvero in un tempo innaturale e artificiale. Il presente quando schiaccia tutto su se stesso è la rappresentazione di un sistema sociale umano corrotto e in preda a pulsioni negative. Viene meno il sapere umanistico, le ragioni ultime della convivenza, il senso stesso della vita e del destino del singolo. La vita diventa una serie di periodi della vita slegati fra loro consumati alla ricerca di beni materiali o di piccole glorie  o piaceri che il venti spazzerà via perché non lasceranno traccia. Molti dei beni acquisiti o saranno ereditati, o finiranno dispersi o in discariche e inceneritori, e della gloria effimera nessuno fra quelli che saranno in  un  giorno lontano conserverà memoria.

Vincenzo Pisani: Ottimo discorso e giusta osservazione. Ora chi si fa avanti?

Stefano Bocconi: Parlerò io, e parlerò di qualcosa che riguarda la religione.

Vincenzo Pisani: Non ti facevo credente in qualsivoglia Dio. Ecco una novità. Palerari del Dio-denaro?

Stefano Bocconi: Non intendo far la predica, voglio dire cosa ho capito del sacro e del suo divenire nel tempo e nello spazio delle varie comunità umane.

 

 

 

 

 

 

 

 




29 luglio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla il tempo dell'immediato presente

Clara Agazzi: Su facciamolo concentrare.

Gaetano Linneo: Questa è davvero difficile, raccontare in prima persona questo tempo. Ma so che ci riuscirà.

Franco:  Io sono questo tempo, il tempo dell’immediato presente dove tutto è qui e ora. Questo è il tempo di quattro tenebre giganti che si son fatte mare. Questo mare oscuro si è sollevato e le sue onde si fracassano minacciose. La prima grande tenebra è l’ignoranza coltivata dai pochi ai danni dei molti. I pochi nel mio ventre nero coltivano il potere per il potere, maghi confusionari e padroni di conoscenze parziali hanno però il potere di esercitare un dominio sulle grandi masse d’ignoranti tenuti apposta in condizione di minorità e di soggezione. Nascondono sotto mille e mille parole e centomila intrighi ripetute in modo ossessivo la loro mancanza  di un progetto, di un vero disegno che non sia la presa del potere  e l’esercizio ora di un dominio ora di una egemonia. Io immediato presente con questa tenebra allontano l’uomo da sentimenti sani  e giusti e l’avvio verso la pazzia del potere illegittimo.  La seconda grande tenebra è la paura del futuro. Una paura senza nome e senza volto che schiaccia, atterrisce, dissolve speranze e volge gli umani al male, alla rabbia   e alla violenza. Pulsione che se non trova sfogo verso l’esterno inizia a farsi strada verso l’interno provocando malattia e disturbi della personalità. Io immediato presente con questa paura allontano l’umano dal suo fine, dalla ricerca di un fine ultimo, della pace interiore ed esteriore  o se si vuole di Dio. La terza  tenebra è l’apparenza e la mistificazione di ciò che è reale. Con la ricchezza, la bellezza artificiale o artefatta, l’intossicazione o l’esaltazione maschero Io immediato presente la mancanza di fini ultimi e l’impossibilità d’accettare il proprio limite  e la propria condizione mortale. Così l’umano tenderà a girare a vuoto su se stesso e a ingannarsi perdendosi in illusioni e piaceri. La quarta tenebra è l’invidia per il potere, la ricchezza, la forza altrui. Invidia che diventa malattia, patologia, pazzia, morbo contagioso. Io immediato presente uso questa tenebra per dividere e spezzare gli esseri umani, per alimentare le passioni più funeste e gli amari risentimenti. Infine Mi è compagno un vento di tempesta che scaglia con incredibile potenza questo mare di quattro tenebre e con onde enormi lo fa scendere sulla nera terra, al punto che non si può più distinguere né la terra, né il cielo. Io immediato presente con questo vento divento un mare oscuro senza limiti che non trova più il confine né in lato nel cielo, né in basso nella terra. Eppure nonostante la mia potenza Io immediato presente così come sono prima non ero. Sono il frutto marcio di contingenze e fatti storici epocali. Io sono la strada che si è aperta in questo tempo.   Quanto si è realizzato in termini di umanità rabbiosa, malata, ambiziosa e dissoluta è qualcosa del qui e ora. Il restringimento delle speranze di redenzione e di progresso che maturano con  la presenza del futuro e la fede nelle tradizioni e nei valori che dà il passato sono le condizioni per le quali si è manifestato il mio potere. Io sono la prima e unica condizione che fa prosperare le minoranze al potere sottomette masse enormi di umani. Io sono un tempo sospeso, Io sono lo sforzo di congelare il divenire della società umana mentre i meccanismi biologici, naturali e  astrali fanno il proprio corso. Sono un enorme esperimento d’ingegneria sociale fondato sull’illusione e sull’autoinganno dei pochi al potere che nel privilegio intendono restare per sempre, sono la grande stregoneria che pretende di lasciar immobile ciò che per legge fisica e cosmica è previsto che si trasformi. Io sono una strada che si è aperta e che è stata percorsa, ma così come si è aperta si chiuderà su se stessa fino a sparire.

Stefano Bocconi: Valeva proprio la pena di sentire tutto questo, un poeta-profeta

Paolo Fantuzzi: Questo argomento del tempo è tutto, perchè spiega un pò tutto. Siamo schiacciati un po’ tutti quanti  davvero in un tempo innaturale e artificiale. Il presente quando schiaccia tutto su se stesso è la rappresentazione di un sistema sociale umano corrotto e in preda a pulsioni negative. Viene meno il sapere umanistico, le ragioni ultime della convivenza, il senso stesso della vita e del destino del singolo. La vita diventa una serie di periodi della vita slegati fra loro consumati alla ricerca di beni materiali o di piccole glorie  o piaceri che il venti spazzerà via perché non lasceranno traccia. Molti dei beni acquisiti o saranno ereditati, o finiranno dispersi o in discariche e inceneritori, e della gloria effimera nessuno fra quelli che saranno in  un  giorno lontano conserverà memoria.

Vincenzo Pisani: Ottimo discorso e giusta osservazione. Ora chi si fa avanti?

Stefano Bocconi: Parlerò io, e parlerò di qualcosa che riguarda la religione.

Vincenzo Pisani: Non ti facevo credente in qualsivoglia Dio. Ecco una novità. Palerari del Dio-denaro?

Stefano Bocconi: Non intendo far la predica, voglio dire cosa ho capito del sacro e del suo divenire nel tempo e nello spazio delle varie comunità umane.

 

 

 

 

 

 

 

 




21 luglio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla del tempo

Stefano Bocconi: Su dai preparati. Fa freddo e vogliamo sentire

Paolo Fantuzzi: Questo argomento è proprio difficile.  Il tempo

Franco:  Difficile. Inizio con qualcosa di facile allora. Le periferie delle città . Quello è l’inizio del discorso, Pensate a una nostra periferia non ricca, non bella, non a posto quello è il senso del nostro tempo. Il tempo può esser misurato con orologi più o meno precisi, può esser raccolto in forme di memorizzazione di fatti, situazioni, episodi, accidenti in biblioteche, emeroteche e banche dati. Ma poi c’è il tempo dell’immediato presente e questo intendo ora indagare. Questo tempo immediato è capito forse con più intuito da un adolescente o da un preadolescente, uno di quei tipi che vanno a scuola, magari per imparare qualcosa nei licei e negli istituti professionali. La differenza, e le forza dell’adolescenza, è che può guardare al futuro. Può quindi osservare il presente non con gli occhi del passato ma con quelli del futuro.  Il futuro è  un presente in divenire dove certi processi e certi eventi in atto continuano il loro esserci e il loro sviluppo. C’è una grossa differenza fra il pensare il presente portando la mente alla memoria e al passato e pensarlo rivolgendosi alla promessa di cose che divengono o che saranno.  Si chiama differenza di prospettiva. Ora vuole il caso che l’immediato presente per molti sia il disperante e desolato silenzio delle ore della profonda notte di certe periferie, dove in modo quasi plastico sembra di vedere un presente pigro, desolato, brutto e fin dalle origini senza forma. Il presente allora diventa immobile, sepolcrale, senza quella forza che potrebbe avere se esso fosse di nuovo materia, energia e volontà in divenire. Ecco perché le periferie di certe nostre città provocano talvolta angoscia o una leggera inquietudine. Perché colui che vede e che passa trova in esse il riflesso di un problema che sente lui stesso, ossia  la mancanza di un progetto autentico e non indotto dal sistema dei consumi, di uno scopo finale addirittura.  Nella mancanza di forma o nel vuoto di certe ore della notte si riflette nell’individuo pensante il suo vuoto e il suo disagio interiore; finchè c’è confusione, attività, problemi da superare, cose da fare il singolo di solito non vede le sue miserie e i suoi limiti, poi con il buio, con la penombra, con la notte, con la realtà ferma o che ha poco movimento ecco che emerge dentro il male di vivere il problema del tempo e con esso il problema delle finalità della vita. Quando uno è giovane, studia, va a scuola o fa apprendistato e prepara il futuro suo questo vuoto inquietante non lo sente perché di solito qualche speranza o l’incoscienza della gioventù a seguire sogni e desideri gli danno un fine possibile e quindi danno senso alla vita. Il tempo quando diventa solo ricordo, memoria, paura del presente, rimpianto del passato sia quello vero sia quello immaginario; allora quel tempo è nocivo alla salute. Questo tempo di oggi è quasi tutto insalubre, perché il senso del  tempo in realtà siamo noi, e noi siamo malati di silenzio, di poca spiritualità, di rassegnazione, di allucinazioni indotte dal sistema di produzione- consumo-pubblicità, di false speranze, divertimenti che stordiscono. Al contrario è bello trovare l’incoscienza o la speranza del giovane che cerca il suo posto nel mondo, quello è un tempo spesso creativo, attivo, aggressivo. Quest’immediato presente è stretto quindi fra due tipi di tempo quello che porta al subire il mondo e quello che s’impone di cambiarlo, e non sono lo stesso tempo perché cambia la prospettiva con cui s’assiste al perpetuo divenire del presente. Il tempo senza nessuna creatura cosciente che capisce il suo scorrere e il suo divenire è solo un’insieme di processi fisici e meccanici dell’Universo, di ritmi biologici di fauna e flora. Il tempo degli umani è misurato meccanicamente o classificato entro precisi termini, ma poi è storia, è memoria, è il senso della realtà.

Clara Agazzi: Scusa un attimo, Questo vuol dire che il tempo è un fatto soggettivo, è il soggetto che si vede riflesso in una realtà scandita da fatti che sono avvenuti e da fatti in quel momento in essere.

Franco:  Soggettivo è il senso che si dà al tempo, perché il tempo forza a pensare il senso della propria vita. Ancora un banale esempio: pensa a oggetti anche grandi come palazzi, stazioni, cattedrali e anche oggetti minuti come bicchieri, tavoli, lampadari e cose simili. Pensa poi a coloro che hanno creato quelle cose e che magari sono morti da secoli, l’oggetto è sopravvissuto al creatore suo, ma senza il suo artefice non ci sarebbe mai stato. Persiste nello spazio e nel tempo qualcosa che è perché qualcuno che non c’è più in vita ha dato a quella materia una forma e un senso. Il problema subito dopo diventa il seguente cosa è per te quella cosa che è il vivere ogni giorno. A seconda della risposta si ha un diverso rapporto con il tempo, perché il tempo oggettivo, meccanico, matematico, esatto serve per orientarsi nel mondo, ma serve anche porsi il problema del senso della propria vita e del suo scorrere per non trovarsi a subire il divenire delle cose. Per questo vi dico che questo tempo ci viene avvelenato, perché il presente che vogliono farci passare con quest’industria della comunicazione e dello spettacolo non porta a qualcosa di creativo, di vitale ma all’accettazione del reale così come si manifesta, al negare che questo divenire debba porre il problema di un senso della vita che nasce dal singolo ed è per il singolo. Un soggetto che si pone il problema della sua esistenza come divenire e come passaggio aldilà del conformismo di tutti i giorni e dei limiti nei quali è forzato a vivere pone se stesso nello spazio e nel tempo, e con questo delinea dei confini, stabilisce delle distanze, si riappropria della sua vita perché può trovare una sua ragione e un suo progetto. Invece oggi questo tempo è subito dai molti come lento divenire in un fatale immobilismo della fantasia , dell’agire autentico e creativo, del coraggio della conoscenza e della spiritualità autentica. Si fa del tempo una propria risorsa  se su di esso e sul divenire del reale si è in grado di proiettare la propria volontà, il proprio progetto di vita, il senso della propria esistenza. Oggi molti umani sono  come il bicchiere dell’artefice deceduto: un giorno qualcuno ti ha fatto e in un diverso giorno da qualcuno verrai disfatto. Ora presentrò per mia bocca  questo tempo del qui e ora.

 

 

 

 

 




28 giugno 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Dove parla il potere leggittimo

Stefano Bocconi: Fantastico, ecco qualcosa di nuovo:un filosofo dentro un operaio; e ragiona di borghesia addirittura! Davvero dovrò segnare questo giorno sul calendario.

Clara Agazzi: Questa tua ironia è fuori luogo. Piuttosto che fai ?. Partecipi alla sfida, ti va di dire la tua.

Gaetano Linneo: Questo discorso è quanto mai vero, il passato borghese è tramontato, oggi c’è una casta di detentori dei mezzi di produzione che sono un mondo a parte rispetto al resto dell’umanità e in loro difficilmente si può trovare qualche traccia di quel passato che pure in mezzo a tanti torti ha avuto delle idealità e le sue filosofie di riferimento.

Vincenzo Pisani: Scusate, ma a questo punto mi offro io. Però prima voglio fare una premessa a ciò che dirò

Franco:  Una premessa? Questa è nuova. Va bene ma per non alterare questo confronto che la cosa sia breve e coincisa, poi seguiremo la regola fin qui tenuta.

Vincenzo Pisani: Bene, la figura mia sarà l’ultimo re, intendo l’ultimo re legittimo e la prospettiva di un nuovo potere legittimo. Quindi il primo e ultimo re. Questa figura mi spetta perché nei miei studi di politica e di scienze sociali da tempo vado meditando sul confine fra potere legittimo e potere illegittimo. Oggi è evidente che il potere devia verso la corruzione e l’illegittimità, e per molte evidenze vedo provato questo. Si pensi ai suicidi per motivi economici, alle migliaia se non centinaia di migliaia di giovani che non studiano e non lavorano, al divario crescente fra ricchi e poveri, alla corruzione e sciatteria diffusa in tutti  i ceti, all’impossibilità di condividere una storia comune, un discorso autenticamente nazionale, anzi di popolo. Non sono forse questi i segni della mancanza di un re legittimo, ovvero di un potere vincolante questo popolo e questa nazione che sia giusto in quanto coerente con i suoi stessi decreti e finalità! Bene questo è l’inizio.

Franco:  Accidenti che fantasma che hai evocato. Un vero e proprio mostro, potrebbe oscurare perfino il profilo delle montagne ora  illuminate dalla luna e dalle stelle. Vai inizia.

Vincenzo Pisani: Primo e ultimo Re legittimo. Primo perché tornerà prima o poi anche qui un potere coerente e retto, ultimo perché ciò che è stato volge al termine e della grandezza delle origini rimane solo polvere. Il compito primo di un re legittimo che lo distingue dal tiranno e dal despota è assicurare ai suoi sudditi o cittadini una giustizia equa e imparziale, pulita da leggi e cavilli che piegano ora in favore di questo ceto, ora di questo  gruppo o interesse di parte l’azione giudiziaria e l’amministrazione delle sanzioni e delle pene. Oggi il potere è minato dal sospetto dell’interesse di parte, dalla legge fatta rito processuale dove il forte ha grande vantaggio rispetto al debole perché può permettersi avvocati costosi e talvolta la benevolenza di gente importante che volge al sì o al no la sua causa. Un potere legittimo in nome di una legge una e coerente elimina questa disparità, poiché la legge non può essere il rischio calcolato del ricco o del malvivente ma l’atto con cui il sovrano rimette ordine nel corpo sociale che deve conservare pulito e certo nello scorrere dei decenni e dei secoli. Il secondo dovere è la difesa. Il re secondo giustizia con sue armi e suoi mezzi assicura lo Stato e i suoi, mai rinuncia a un solo frammento della sua sovranità e se vi è costretto da una qualche alleanza la romperà quando non sarà più utile  per avere in mano la sua libertà incondizionata. Mai accetta basi o fortezze straniere nella sua terra poiché esse limitano per loro natura il suo esercizio della giustizia e guastano il carisma sul quale si regge il suo potere. Un potere che voglia esser santo e giusto non può far a mezzo con interessi altrui sulla sua terra e sul suo popolo. Il terzo compito di un potere regale legittimo è che esso non rompe in modo vile le alleanze che stipula, non si piega davanti alla minaccia dell’amico come del nemico. Questo perché un potere legittimo non può farsi schiacciare, deve esser più forte e più saldo delle avversità e se costretto all’errore vi pone rimedio secondo giustizia e benevolenza. Se costretto alla forza e alla guerra saprà in nome della coerenza e  della rettitudine chiamare a sé il popolo tutto e indirizzare le risorse al fine di ripristinare la giustizia e la pace. Il re legittimo, suo quarto dovere,  è vigile e cura la salute mentale  e fisica del suo popolo, piega il violento, l’inquinatore, il corruttore e lo punisce con la forza della legge e allontana dalla sua terra  lo straniero malevolo o meschino. Il re legittimo, suo quinto dovere,  è sollecito verso il benessere del suo popolo che vuol dire continuità con la tradizione, istruzione pubblica, provvedimenti per la salute pubblica e il decoro urbano, generosità verso le persone perbene e i giusti e mecenatismo verso artisti e gente di cultura e di scienza, supporto verso chi lavora e fa impresa, tasse giuste e misurate. Il re legittimo, sesto suo dovere e privilegio,  sa di poter far di conto dei suoi sudditi, non li tradisce  e da loro non sarà tradito.  Infine, ed è il  settimo punto, il re legittimo sa di dover essere, di venire al mondo come necessità e come segno dell’elevazione dell’umano sopra la bestia; il re giusto è una necessità della vita sociale come l’acqua potabile o il commercio. E ultimo, ma non  meno importante, il re legittimo è lui; non è un fantoccio nelle mani di finanzieri, avventurieri, speculatori, feccia.  Egli è ciò che deve essere e non può esser di meno. Ecco questo è il re legittimo, questo è un  potere sano. Ora parlerò per mezzo di questo potere. Io sono l’ombra di ciò che fu e di ciò che dovrà di nuovo essere. Oggi sono scomparso in oscure biblioteche o in polverose lapidi, o in monumenti dimenticati e lasciati all’usura del tempo; sono ciò che rende retto un popolo, un regno, un comando, una nazione. Sono l’incarnazione umana di un potere legittimo. Oggi non sono perché il potere è tradito ed è traditore; il potere è di tutti e di nessuno perché spezzato e diviso in troppe mani di piccoli uomini di potere, di ricchissimi, di burocrati avidi e ottusi, di demagoghi e ciarlatani che conducono gli elettori verso il si verso il no sfruttando ogni bassezza dell’essere umano. Come può un popolo e una nazione che non ha nome  e volto essere volta al bene, come può darsi questo popolo una meta, un futuro, un senso se chi esercita il potere non ha altro scopo che compiacere se stesso e  arricchirsi in modo smisurato. Se si prendono insiemi diversissimi l’intersezione che si ricava è vuota, e così è vuoto di valori condivisi lo spazio politico senza un re legittimo che metta assieme le ragioni più profonde e certe di una collettività politica.  Io sono l’ombra di ciò che poteva essere e non è stato e sarò nel futuro l’ombra di ciò che avverrà  per necessità. La caduta dentro se stessi, l’implosione di  una collettività nel vizio e nell’eccesso per compensare una crisi di senso e di fini ultimi non è una condizione fissa, essa è un ciclo. Il ciclo della degenerazione fisica e mentale di un popolo o trova la propria cura o finisce il popolo nel volgere dei decenni. Morto il popolo degenerato qualcosa di diverso ne prenderà il posto o se si vuole l’eredità. Io sarò di nuovo con queste o con un altre genti; non sono una persona fisica ma una necessità della vita sociale organizzata. Sono l’ombra che striscia appena visibile in tutti i palazzi e le istituzioni, sono la cattiva coscienza dei sudditi malevoli traditi dal sistema e dei traditori che usano il potere e la cosa pubblica per loro privilegio  e loro lucro privato. Tutti costoro, tranne i dementi e i perduti, sanno di esser nel torto. Un giorno io sarò di nuovo e loro non saranno più.     Perché a un certo punto nella vita dei singoli come delle collettività si presenta la necessità di riempire il vuoto dell’esistenza con dei fini, con uno scopo ultimo, con una forma di vita.    Quello è il mio momento, quando si pone il problema d’esistere dentro un limite, un confine, uno scopo, una legge. Io sono la forza che crea la forma politica e sociale del vivere con uno scopo, con una costituzione, con un fine ultimo. Senza un senso autentico della vita, senza regole o finalità condivise, senza un vincolo che dà senso a ogni giorno che passa il re legittimo resta ombra, ossia qualcosa che ha una forma ma non è materia e neppure luce. Quando arriverò sarò luna e sarò montagna, perché i molti vorranno così e i molti saranno un popolo, una nazione, un regno.    Quando sarà queste nostre disperse genti, se ci saranno ancora, ritroveranno se stesse e la loro ragione di vivere e d’esistere.   Perché la vita è importante e per questo ha senso, ma la fortuna della civiltà industriale è che il senso non è più scritto da un Dio o dalle stelle. Il senso dell’esistenza va costruito, va vissuto, va mantenuto da chi, davvero, esercita il potere. Se non ci fossi io si potrebbe credere che in fondo la vita è un lungo soffrire fra istanti di gioia e noia aspettando che la decadenza fisica o qualche accidente tronchi questo passaggio in vita, ma io in qualche modo ci sono e quindi il fatto che la vita dei molti come dei singoli  sia dotata di senso  è cosa fondata.    Questo è quanto avevo da dire.

Franco:  Un vero e proprio messia laico.  

Clara Agazzi: Questo è davvero non poterne più. Certo che farebbe comodo avere un potere retto, ma come si fa in un mondo corrotto e marcio.

Stefano Bocconi: Mi pare che sia stato chiaro. Il tempo del sovrano legittimo tornerà quando tutto questo che viviamo oggi sarà sparito, disperso, polvere dei secoli che cade sulle cose morte che furono. A quanto pare dobbiamo crepare tutti, magari di vecchiaia o forse di morte violenta. Poi arriverà il momento. Se non è profezia questa.

Gaetano Linneo: Questa è una grande incertezza, il tempo che verrà sarà quello dove era bene vivere. Ma il presente esige una risposta mi pare. Chi affronterà la spinosa questione del presente.

Franco:  Voi mi forzate la mano. Bene io interpreterò la totalità del presente.

Clara Agazzi: Questa è una delle tue follie! Un tempo, voi rappresentare il tempo.

Vincenzo Pisani: Lascialo fare, magari c’è perfino da imparare qualcosa.




18 maggio 2015

Sintesi: Il Maestro - terzo atto - Prima recita sul ponte

Vincenzo Pisani: Scusate amici, ma l’ora è tarda. Tuttavia mi dispiace molto dover lasciare così una tal compagnia. Prima di andare ognuno per la sua strada vi propongo un gioco, semplice. Ma chiarificatore, dove tutti noi possiamo concludere felicemente questo piacevole momento conviviale.

Gaetano Linneo: Questa è una cosa bizzarra e folle. Ma qui, in questo freddo invernale, di notte,  su un ponte  fra la ferrovia e le montagne vuoi fare un gioco? E cosa (… )sarebbe mai questo gioco?

Paolo Fantuzzi: Quindi o l’amico scherza o ha in mente qualcosa. Parla Vincenzo; cosa dobbiamo fare per giocare e schiarirci le idee.

Vincenzo Pisani: Semplice. Ognuno qui e ora interpreti un personaggio, vero o immaginario non importa. Faccia una vera e propria orazione come se attraverso di lui parlasse uno spirito o un fantasma. In questo discorso deve dal punto di vista del personaggio fare una profezia autentica su questo nostro mondo. Ovvero secondo verità e giustizia interpretare il presente, il passato e il futuro e dare delle indicazioni. Vedrete amici che la cosa è meno semplice del previsto. Si cade in contraddizione, si cade sulla natura ridicola o infantile di molti pensieri.  Provate a pensare di esser Napoleone e di ragionare di alta strategia di oggi, vedrete come è difficile far discorsi sensati. Dal momento che il tempo è poco propongo la brevità.

Franco:  In effetti è una buona idea. Chi parla prenderà un piccolo peso tipo un libro o una borsetta in mano e il braccio resterà disteso in orizzontale, quando sentirà il peso quello sarà il momento di smettere.

Paolo Fantuzzi: Questo è davvero uno strano cronometro. Accetto la sfida.

Clara Agazzi: Questa è una roba strana, ma c’è un premio

Stefano Bocconi: Giusto, quale premio.

Vincenzo Pisani: Semplicissimo, il piacere di aver detto la propria verità. Per quanto parziale possa esser. Qui nel Belpaese tutti si nascondono dietro opinioni prese un tanto la chilo dal televisore e dalle riviste patinate di donnine nude, VIP, cose strane o di moda. Tiriamo fuori le nostre ragioni, sfidiamoci, liberiamoci della responsabilità e sotto la maschera di qualcuno che non c’è per gioco iniziamo a dire qualcosa di sensato.

Gaetano Linneo: Questa è una buona idea, davvero. Una sfida così la piglio al volo.

Vincenzo Pisani: La tua opinione, che dici.

Franco:  Per me si fa. Qui ho un libro di un certo Biglino che mi hanno regalato, può far da peso. Ma chi è il primo?

Paolo Fantuzzi: Questo è mio. Sarò il primo e interpreterò il primo e l’ultimo borghese del Belpaese.

 Stefano Bocconi: Fantastico, l’operaio che fa il borghese immaginario, questa la devo sentire.

Clara Agazzi: Questa non mi pare una novità. Quante volte il mondo povero, salariato, impiegatizio è stato attirato dalla borghesia e ne ha subito il fascino. Il mondo dei consumi e dei riti del consumo e del successo sociale sono un magnete per tutti coloro che si sentono in condizioni di minorità.

Paolo Fantuzzi: Io sono il fantasma del primo e ultimo borghese di questa penisola. Primo perché oggi la borghesia è una grande illusione, ieri una promessa mai realizzata e nel futuro uno spettro, ma ultimo perché nella mistificazione di una grande classe sociale che ha creato la civiltà industriale tutti sono diventati me, quindi io ho perso la mia natura e il mio nome. Tutti borghesi ovvero nessun borghese. Invece la mia classe sociale, che qui non si è data nella sua natura, ha spezzato le catene dell’oppressione clericale e aristocratica ha costruito un diritto fondato sull’individuo e sull’autonomia del fatto economico liberandolo da Dio e dalle leggi ancestrali. Sfruttando il lavoro umano e le risorse del pianeta questa classe sociale ha creato il capitale, ossia l’incremento continuo nel tempo del profitto  che porta a creare le risorse per la moltiplicazione dei fattori di crescita economica, di sviluppo tecnologico, di capacità creative e distruttive. Questa classe sociale ha fatto meraviglie più grandi delle piramidi, degli acquedotti romani, delle cattedrali gotiche o dei palazzi dei principi del Rinascimento. Essa ha creato dalle rovine della decadente civiltà aristocratica e agricola la grande civiltà industriale che é dominio ed esercizio del potere sulla natura, sul pianeta e sull’intera umanità. Oggi questo mondo che ha creato forma, senso del mondo, destino, una sua morale borghese per l’appunto si è disfatto. Al posto del gentiluomo di un tempo magari sfruttatore e prevaricatore ma con principi, con una moralità e un senso dell’onore si son sostituiti dei personaggi privi di vita interiore. Sono burocrati, funzionari di rango, tecnici del diritto, della banca, dell’amministrazione, delle pubbliche relazioni; esseri che non vedono oltre il proprio lavoro, che vivono senza una spinta interiore macchine di società per azioni che muovono enormi profitti. Miliardi di guadagni  che vanno ad anonimi azionisti. Macchine enormi chiamate multinazionali che sono società per azioni e persone giuridiche hanno sostituito il borghese:un logo, un marchio è il suo nome, la sua storia, il senso della sua opera. Il Borghese oggi non è più un ceto sociale ma una serie di funzioni, di atti tecnici, di soluzioni operate da esperti che si traducono nel potere concretissimo di minoranze di oligarchi. Il nuovo potere sono un limitato numero di famiglie di ricchissimi, perlopiù mentalmente apolidi,  proprietari di pacchetti azionari, di banche d’affari, di multinazionali, di regni, di complessi industriali o militar-industriali sotto di loro una stratificazione di livelli dirigenziali indirizza l’intera piramide sociale. Basta chiedersi chi è il proprietario della banca, chi ha il pacchetto azionario di maggioranza della multinazionale, chi sono i personaggi che hanno l’ultima parola nel movimentare grandi capitali d’investimento dell’ordine di decine di miliardi, chi controlla il grande complesso industriale, chi è l’autocrate o il sovrano e quella domanda è la risposta al problema di chi comanda al vertice della piramide. Come ritorna il borghese, ovvero come  può tornare una classe sociale responsabile di sé e per tutta la società e consapevole di sé che può indirizzare e dirigere la civiltà industriale? Non può finchè questo è l’ordine delle cose. Se torna non torna nel senso di questa parola ma rinasce in altra forma e in altra qualità. Perché il borghese è creatore del suo mondo di ordine e progresso, quindi ci vuole un disordine estremo per  imporre l’ordine a livello universale  e  ci vuole l’arresto della civiltà per imporre il progresso che è una linea di crescita culturale, tecnica, scientifica che da un punto nello spazio e nel tempo tende a espandersi  all’infinito sfidando logica delle cose e perfino la ragione che nega all’infinito la possibilità d’esprimersi in un mondo chiuso e limitato dalla materia. La distanza fra l’infinito del possibile e del mutabile con la potenza industriale e la limitazione data dal mondo materiale del pianeta azzurro è il limite di questo soggetto; è la sua condanna a una coscienza infelice.  Mi pare evidente che una classe sociale che detiene le chiavi del progresso e dell’ordine e ha un progetto per tutta la società e per tutte le classi sia possibile solo quando questo modello fondato su pochissimi realmente potenti e dominanti si sarà esaurito.  Una classe è una cosa collettiva e complessa e non è una somma di singoli, la borghesia dovrebbe esser un grande coro di cattedrale o l’esercito di Oliver Cromwell, una cosa concreta, compatta nell’azione, che ha un progetto e la capacità tecnica e di lavoro per portarlo a buon fine. Singoli ricchi o piccoli ceti di professionisti o di tecnici chiusi nei loro egoismi e nelle loro ottuse visioni del mondo non sono una classe sociale, una classe sociale è storia e fa la storia dell’umanità; sommatorie di singoli la storia la possono solo subire. Occorre un fine, un Dio per dare ordine al mondo e questo vale anche per una classe sociale. Il Principio è la scienza e la tecnica impiegate per il benessere di tutti i ceti sociali, l’uomo deve farsi protettore e guida di se stesso in un mondo mentale scarnificato dall’assenza di principi ultimi e di finalità sacre.  La borghesia è concreta, possessiva, meschina nei fatti d’amore stretti fra piccole passioni e calcoli sui conti domestici? Allora. Nessuno è perfetto. Esseri umani perfetti, di genetica divina potrebbero pensare la sesso, alla riproduzione, alla famiglia con un fare libertino, con una ricerca ludica del piacere per il piacere,  mischiare sesso e provocazione; perfino addentrarsi nell’eros, ossia perdersi nella passione d’amore e nella contemplazione del bello. Ma questa roba non è borghesia. In fondo cosa si vuole. Esser governati dagli DEI, da una aristocrazia dal sangue blu, dove al posto del rosso sgorga un diverso liquido dalle ferite come scrive Omero il grande poeta? Se non si vuol questo occorre il rinascere di una classe sociale che detiene i mezzi di produzione, indirizza nella società umana le ricchezze prodotte, costruisce delle Repubbliche o delle Monarchie dove si vota, ci sono maggioranze e opposizioni parlamentari, c’è un libero dibattito, c’è una Costituzione rispettata e attuata, diventa possibile governare con leggi e regolamenti, esiste lo Stato di Diritto. La borghesia oggi non è una soluzione ma la necessaria composizione in un corpo unico di forze produttive e creative oggi disperse e spappolate, rese ottuse e sottomesse da una straordinaria concentrazione di ricchezze, informazioni  e di poteri in pochissime mani, e queste mani non sono in grado di determinarsi in una nuova forma di Aristocrazia che ci mette la faccia  e prende il potere. Il proprietario del pacchetto azionario, della banca, del fondo d’investimento dovrebbe lui  prendere il potere e assumersi tutte le responsabilità del caso. I ricchissimi non lo fanno usano demagoghi politici, grandi burocrati, la manipolazione finanziaria, i media, perfino i servizi segreti. Così c’è una finzione di Repubblica  un po’ ovunque e il concreto esercizio del potere per interposta persona di pochi oligarchi miliardari. Allora ecco che in questo tempo post-borghese io primo e ultimo borghese di una Belpaese che mai è riuscito a spezzare nel tempo della borghesia trionfante le catene del mondo morto nel luglio del 1789 vi dico che nel futuro o ci sarà una qualche forma di classe sociale borghese o queste genti del Belpaese saranno sempre più schiave di tutti e padrone di nulla. Ora però sono stanco di parlare. Poso il libro e passo la parola.

 

 

 

 

 




16 febbraio 2015

Riedizione di una sintesi

L’Italia e la ricostruzione della memoria pubblica
DI I. Nappini

Alcuni anni fa avviai una riflessione sulla costruzione dell’identità italiana. Oggi in tempi di crisi del sistema di produzione e consumo In Europa e negli USA e di guerre non più episodiche ma integrate nel sistema finanziario e dei complessi militar-industriali delle grandi potenze a vocazione imperiale emerge la fragilità politica e di sistema del Belpaese.
Questo ripubblicazione vuole dare un contributo di pensiero intorno alla questione della complessità dei processi che definiscono la memoria pubblica e l’appartenenza di un privato a una comunità umana. Presento qui uno schema storico.

1861 - Il Risorgimento
L’avventura dell’Italia Unita si apre a grandi speranze di gusto romantico per via della presenza di grandi eroi ottocenteschi come Mazzini e Garibaldi. Il Regno Unitario che si costituisce, e che è privo di alcune regioni del nord-est, si presenta come un nuovo Stato Nazionale su cui sono collocate molte speranze non solo italiane.

1861 - 1876 La destra Storica al potere
L’Italia passa dalla poesia alla Prosa, al posto dei grandi ideali – la poesia- emerge l’evidenza di un Risorgimento tormentato e contrastato, di una Nazione giovane con grandi masse popolari e contadine povere e poverissime, di classi dirigenti insensibili alle sofferenze quotidiane dei loro amministrati e di un popolo italiano tutto da costruire e da istruire. Intanto il brigantaggio è represso con estrema durezza e grande è la distanza fra la  maggioranza degli italiani e le minoranze al potere di estrazione sociale aristocratica o borghese.

1876 - 1887 La Sinistra Storica
La sinistra storica constatando la distanza enorme fra paese legale e paese reale, fra sudditi del Regno d’Italia e la minoranza di ricchi e di nobili che di fatto governa il paese e ha i diritti politici cerca di avvicinare le masse popolari con riforme sociali ed edificando monumenti agli eroi del Risorgimento e attuando titolazioni patriottiche di piazze e vie. Intanto l’emigrazione italiana verso il Nuovo Mondo si presenta come un fenomeno inedito che coinvolge milioni d’Italiani. Tuttavia per la prima volta la minoranza al potere si pone il problema di nazionalizzare e istruire le masse che costituiscono il popolo italiano.

1887 - 1896 L’età Crispina
L’età Crispina segna l’emergere di una minoranza politica autoritaria con forti legami con i grandi industriali del Nord e i latifondisti del Sud. Da una lato aggredisce con estrema violenza poliziesca le manifestazioni di protesta operaie e contadine dall’altro coltiva un nazionalismo aggressivo e colonialista che fa presa sui ceti medi, la nuova formula di creazione degli italiani fa leva su riforme di carattere giuridico, amministrativo e sociale. La disfatta coloniale dell’esercito italiano ad Adua fa emergere sia un nazionalismo esasperato sia forze socialiste diffidenti e ostili al concetto stesso di Nazione. Emerge l’impegno politico dei cattolici in quel momento culturalmente ostili alle minoranze "liberali" che esercitano il potere in Italia.

1898 - 1900 Sangue e fango sull’Italia.
L’età Crispina cessa al momento della disfatta coloniale, la protesta sociale è soffocata nel sangue anche nella civilissima e industrializzata Milano dove l’esercito spara con i cannoni contro donne e bambini in sciopero. La repressione sociale è durissima, l’idea risorgimentale di fare gli italiani è di fatto spenta. La politica diventa terreno di terribili contrasti, per evitare la disgregazione delle libertà fondamentali l’opposizione ricorre all’ostruzionismo parlamentare. Su questo biennio di sangue e fango cade il regicidio del 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.

1901 - 1913 L’Età di Giovanni Giolitti
L’età di Giovanni Giolitti segna un periodo di riforme e di progresso sociale, economico e industriale che trasforma lentamente ma inesorabilmente l’Italia in una potenza regionale dotata di una propria potenza militare e industriale anche grazie alle innovazioni della Seconda Rivoluzione Industriale e fra queste l’energia elettrica. Le proteste contadine nel sud sono represse, si registrano aperture politiche  e sociali  alle forze sociali e operaie nel Centro - Nord.
Emerge l’impegno politico dei cattolici fino a quel momento culturalmente  ostili alle minoranze che esercitano il potere in Italia. Il suffragio universale maschile è un fatto, c’è la possibilità di avvicinare le masse popolari alla Nazione nonostante la presenza fortissima di una cultura cattolica e socialista diffidenti verso lo Stato Nazionale e le sue classi dirigenti.

1914 L’Italia del Dubbio.
L’Italia è l’unico paese fra le potenze d’Europa che evidenzia una massa popolare ostile all’entrata nella Grande Guerra, il grande massacro scientifico e industrializzato che riscriverà la storia del pianeta e della civiltà industriale. Giolitti è ostile al conflitto che comporterebbe il rovesciamento dell’alleanza con il Secondo Reich e l’Impero d’Austria - Ungheria, il parlamento è contrario alla guerra, il popolo freddo e diffidente, i ceti borghesi impauriti. Solo una minoranza di nazionalisti di varia origine è favorevole per spirito d’avventura; la Corona per motivi di prestigio internazionale e di potere è orientata a stracciare l’alleanza e a dichiarare la guerra. La guerra è dichiarata forzando la volontà della maggior parte degli italiani e dello stesso parlamento.

1915 - 1918 L’Italia della Grande Guerra.
L’Italia in tutte le sue articolazioni sociali paga un prezzo spaventoso al conflitto mondiale imposto da una minoranza politicizzata di nazionalisti e di estremisti politici  e di piccoli gruppi d’affaristi  e industriali a tutto il resto della popolazione della penisola. I morti sono più di Seicentomila, tutta l’Italia è coinvolta, lo sforzo è enorme e ipoteca il futuro del paese a causa dei grossi debiti contratti e delle perdite umane, quasi tutte le famiglie italiane direttamente o indirettamente sono toccate dal conflitto.

1919 - 1920 Il Biennio rosso
L’influenza della rivoluzione d’Ottobre e della presa del potere Comunista in Russia determina e la resa dei conti fra le forze politiche e sociali dopo la Grande Guerra determina un periodo di forte scontro sociale con accenni rivoluzionari che porta all’occupazione delle fabbriche e di alcuni latifondi incolti da parte delle masse popolari arrabbiate e impoverite. Il mito della rivoluzione Bolscevica e la disillusione per la Vittoria Mutilata sembra spegnere qualsiasi progetto di creare un senso collettivo di appartenenza alla Patria. Emerge la reazione armata e terroristica fascista che intende imporre all’Italia intera la sua concezione di Patria e di Stato, una concezione mutuata dalla propaganda di guerra e priva, allora, di spessore filosofico e ideologico.


1921 - 1922  Lo squadrismo  e il Milite Ignoto
L’influenza della rivoluzione sovietica sulle masse operaie e contadine rimane forte nonostante i limitati e parziali risultati sindacali del biennio rosso. Nel 1921 il governo decide di procedere al rito dell’inumazione del Milite Ignoto al Vittoriano a Roma. Tale rito  coinvolge tutta l’Italia e mette le opposizioni in difficoltà presso l’opinione pubblica sinceramente commossa per quel simbolo che rappresenta, ad oggi, i circa 600.000 morti della Grande Guerra. Si moltiplicano preso associazioni, parrocchie, istituzioni anche scolastiche le attività per ricordare i caduti della Grande Guerra con lapidi, cippi, targhe, monumenti. Il nazionalismo e la sua simbologia riprendono la scena pubblica. Intanto le squadre fasciste aggrediscono e disorganizzano il movimento operaio mentre Mussolini con una operazione trasformistica sulla destra Giolittiana riesce a far eleggere in  parlamento 35 deputati. Giocando sul tavolo della legalità e su quello dell’illegalità Mussolini cerca una via per arrivare alla presa del potere presentando il fascismo come il movimento salvatore della Nazione uscita vittoriosa dalla Grande Guerra.

1922 - 1924 Il Fascismo al potere
Mussolini riesce a trasformare i Fasci di Combattimento in una forza politica autorevole che ha rapporti con il Vaticano, con la Corona, con l’Esercito, e con la grande industria italiana. Nell’Ottobre del 1922 con un finto colpo di Stato derivato dalla “Marcia su Roma” comincia a costituire un modello di Stato che deve sostituire quello liberale e giolittiano attraverso un governo di coalizione che trova ampio consenso in parlamento. L’idea è usare il fascismo per creare lo Stato fascista che deve a sua volta creare l’italiano nuovo. Il fascismo manipola la scuola, lo Stato, i riti pubblici per arrivare al suo scopo politico. Sul breve periodo hanno particolare rilievo l’istituzione dei Parchi della Rimembranza dedicati ai soldati morti nella Grande Guerra che vedono la partecipazione attiva delle scolaresche d’Italia per merito del sottosegretario alla Pubblica Istruzione Dario Lupi.

1925 - 1935 Il Regime fascista
Il 3 gennaio del 1925, dopo una crisi politica durissima dovuta all’omicidio del leader dell’opposizione Matteotti, Mussolini sfida apertamente  il  sistema parlamentare e riesce a schiacciarlo con il discorso del 3 gennaio; data che segna  anche dell’inizio della dittatura. Il fascismo come regime cerca di creare il suo italiano ideale militarizzando la scuola pubblica, determinando riforme sociali, trasformando il partito in istituzione, plagiando al gioventù e distorcendo la vita quotidiana sulla base della sua demagogia patriottica. L’Italiano del futuro dovrebbe essere l’italiano del fascismo, ma il fascismo deve di volta in volta attuare dei compromessi politici e sociali che riducono la forza di persuasione che può esercitare sulla popolazione italiana. Il concordato fra Stato e Chiesa Cattolica del 1929 aiuta il consolidamento del Regime e limita le possibilità d’azione delle opposizioni.

1935 - 1939 Anni Ruggenti
Il fascismo appare vincente. Crea l’Impero a danno delle popolazioni dell’Etiopia che vengono aggredite e conquistate, sfida i grandi imperi coloniali d’Europa e la Società della Nazioni. Il prezzo per questa operazione è il legarsi ai destini del nuovo regime nazista che ha proclamato al fine della Repubblica di Weimar e la nascita del Terzo Reich. Hitler e Mussolini s’impegna nella guerra di Spagna, emerge una diffidenza fra gli italiani e il regime, stavolta la guerra del regime è ideologica e non nazionalista e colonialista, iniziano le prime smagliature nel consenso verso Mussolini e il fascismo. Tuttavia sul momento le vittorie in Etiopia e Spagna spengono tanta parte del dissenso. Intanto Hitler stipula un effimero e non sincero trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica per evitare la guerra su due fronti e iniziare la Seconda Guerra Mondiale con l’aggressione alla Polonia.

1940 - 1943 La guerra Fascista
Il fascismo e il suo Duce Mussolini s’impegnano nella guerra mondiale al fianco del Giappone e del Terzo Reich ma le forze armate italiane son mal equipaggiate, peggio comandate, guidate senza una strategia di guerra chiara  e in generale il morale è basso. L’Italia fascista e monarchica dimostra di non essere in grado di sostenere il conflitto pur essendo una delle tre potenze principali dell’ASSE. La guerra si complica con l’entrata nel conflitto della Russia Sovietica e degli Stati Uniti  e costringe il Regio Esercito Italiano a uno sforzo superiore alle sue possibilità militari. Le disfatte del biennio 1942 -1943 in Russia e Africa e l’invasione del territorio italiano da parte degli Anglo-Americani determinano la caduta del fascismo e la resa incondizionata del Regno d’Italia nel settembre del 1943.

1943 - 1945 La Resistenza
Si formano due stati in Italia, uno monarchico a Sud e uno Nazi-fascista a Nord. Uno controllato da Hitler e denominato Repubblica Sociale di cui è leader Mussolini appoggiato da una schiera di fanatici fascisti e l’altro sotto il controllo degli alleati. Si formano nell’Italia Centro-Settentrionale le forze armate partigiane antifasciste malviste dagli alleati per via della componente comunista e socialista. L’Italia diventa così un campo di battaglia, l’unità nazionale è dissolta, gli italiani si dividono e si combattono fra loro. Il futuro è incerto e legato alla prossima spartizione dell’Europa e del mondo che sarà fatta dai vincitori del Conflitto mondiale secondo la logica implacabile d’attribuire alla presenza della propria  forza armata sul territorio l’appartenenza di esso al sistema capitalista o a quello comunista.

1946 - 1947 Il Dopoguerra
L’Italia dopo una difficile e contrastata votazione diventa Repubblica e s’inizia a pensare alla sua ricostruzione. Intanto nel 1947 a Parigi le speranze italiane sono deluse, il trattato di pace è punitivo la Resistenza non viene valorizzata dai vincitori che ne hanno dopotutto tratto profitto, il premier Alcide De Gasperi si trova a dover liquidare la pesante eredità fascista e monarchica. Di lì a breve si romperà anche l'unità delle forze antifasciste.

1948-1953 L’Italia Democristiana
L’Italia diventa democristiana, nell’aprile del 1948 il responso elettorale punisce socialisti e comunisti e premia i democristiani legati agli Stati Uniti e al Vaticano. L’Italia della Democrazia Cristiana di Alcide De Gasperi fra molte contraddizioni e tanti limiti cerca di legare l’economia all’Europa del Nord e la politica estera agli Stati Uniti impegnati nella lotta contro il comunismo. Si forma una Repubblica Italiana che esce dalle emergenze e comincia a ritagliarsi un suo ruolo economico e politico in Europa e nel Mediterraneo.

1954 - 1963 Il Miracolo economico
L’Italia si trasforma in civiltà industriale, le antiche culture contadine, rionali, cittadine, popolari iniziano a dissolversi. Quanto di antico e di remoto aveva fino ad allora limitato l’azione propagandistica dei nazionalismi fascisti e monarchici si dissolve. L’Italia si trasforma rapidamente e aldilà della volontà delle classi dirigenti timorose di non controllare più la mutazione sociale ed economica in atto. La criminalità organizzata intanto diventa una potenza economica e politica  nel Mezzogiorno d’Italia.

1963 - 1968 Il primo Centro-Sinistra
L’Italia è governata con il contributo del Psi, inizia una stagione di riforme volta ad aiutare i ceti popolari, a riequilibrare le differenze sociali, a migliorare la scuola pubblica, nasce la scuola media. Ma i tempi sono aspri, il contrasto fra comunismo sovietico e regimi capitalisti è durissimo e il riflesso in Italia è pesantissimo. Intanto la televisione inizia a rideterminare e a formare la comune lingua italiana. Emerge la distanza enorme fra cultura alta e fra le masse popolari avviate al consumismo acritico e una ridefinizione di sé sulla base degli stimoli pubblicitari della società mercantile. Pasolini denunzia la trasformazione degli italiani da cittadini a consumatori e la nascita di un nuovo Potere, con la P maiuscola, diverso da quello che si è manifestato nel primo Novecento ma non meno insidioso e totalitario.

1969 - 1976 L’Italia della Strategia della tensione
L’Italia paga un prezzo spropositato alla miopia politica delle minoranze al potere e alle mire politiche degli stranieri, la contestazione di carattere sociale diventa durissima emerge un terrorismo italiano di destra e di sinistra inserito nelle logiche degli ultimi anni della guerra fredda. Per l’Italiano contano due sole identità quella, spesso opportunistica, derivata dall’appartenenza politica e quella data dalla propria collocazione entro i parametri della società dei consumi. Pasolini muore atrocemente in circostanze non chiare il 2 novembre 1975.

1976 - 1990 L’Italia di Craxi
Craxi diventa il leader indiscusso del PSI e l’ago della bilancia della Repubblica, con la presidenza Pertini avviene un fatto inaudito: la distanza fra masse popolari e potere politico, il famoso Palazzo si riduce. In questi anni aumenta il consenso per il PSI e per i partiti di governo mentre il PCI viene ridimensionato e l’Italia ascende al rango di potenza globale. Questo ha però un rovescio della medaglia: corruzione, clientelismo, disgregazione di ogni morale e di ogni valore sociale o umano, pesante indebitamento dello Stato, ingerenza di poteri illegali nella vita pubblica del paese. Il Craxismo dominate esprime una labile forma di nazionalismo garibaldino che cerca di collegarsi alle antiche glorie risorgimentali.

1991 - 1994 L’agonia della Prima Repubblica

L’Italia di Craxi si decompone, la crisi politica e morale della Repubblica italiana è evidentissima e le inchieste giudiziarie travolgono, disfano e umiliano i grandi partiti di massa che cambiano nome e ragioni ideologiche o si dissolvono. le novità internazionali successive alla Prima Guerra del Golfo del 1991 tendono a determinare il governo mondiale di una sola grande potenza gli USA e lo spostamento dei grandi affari internazionali verso l’Asia e l’Oceano Pacifico riducono l’importanza dell’Italia e del Mediterraneo. La confusione fra gli italiani è enorme perché i vecchi punti di riferimento si dissolvono.

1994 - 2000 L’Italia della Globalizzazione
Berlusconi e il suo schieramento di centro-destra e i raggruppamenti eterogenei di centro-sinistra sono i protagonisti della vicenda politica italiana. L’identità italiana malamente formata negli anni della Repubblica attraverso il mutuo riconoscimento dei partiti usciti dalla realtà della Resistenza e della creazione della Repubblica inizia a dissolversi. Lentamente si forma un quadro politico fra due grandi raggruppamenti politici contrapposti che sconfessa la molteplicità della identità politiche di parte e la crisi sociale creata dai processi di globalizzazione dissolve le identità legate al benessere e al facile consumismo. L’identità italiana sembra disgregata in una miriade di suggestioni pubblicitarie e demagogiche e dominata da una cultura mercantile del consumo e del possesso di beni superflui. Intanto la situazione internazionale peggiora partire dalla guerra del 1999, si determinano nuove potenze imperiali che contrastano gli Stati Uniti.

2001 - 2011 L’Italia della crisi globale
Il progetto di creare un Nuovo Secolo Americano pare dissolversi fra le dune irachene e le montagne afgane (e di recente fra i deserti della Libia e le foreste dell'Ucraina). Nel periodo che va dal 2003 AL 2011 gli USA sono impegnanti in due guerre logoranti contro insorti e terroristi in Medio Oriente e Asia, l’Italia partecipa con sue forze a "operazioni" in Afganistan e Iraq. La globalizzazione rallenta, le logiche imperiali sembrano più forti dei grandi interessi commerciali e finanziari, intanto emergono i guasti politici e sociali legati ai processi di globalizzazione. L’Identità italiana è oggetto di dibattito pubblico segno della sua difficoltà a collocarsi in questi anni difficili con le proprie ragioni e la propria autonomia.

2011-2014
La cronaca di questi anni vede irrisolte le questioni di fondo di un Belpaese che ha difficoltà a ritrovare se stesso e di una situazione internazionale resa sempre più grave e pericolosa da disastri ecologici, guerre di guerriglia e per procura, crisi finanziaria internazionale, decadenza e discredito delle istituzioni democratiche nell'Unione Europea quest'ultime evidenze manifestate da risultati elettorali che premiano forze di netta contestazione dell'ordine costituito e delle politiche neoliberali. La questione dell'identità collettiva degli italiani appare ad oggi irrisolta.




5 gennaio 2015

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Prosecuzione del monologo

Di Ivo adesso voglio qui, poiché sono fra chi mi capisce, ricordare cose personali. Ad esempio l’accappatoio messo appeso nello spogliatoio, entravi, lo vedevi e capivi che lui era in palestra sul tappeto con quelli del turno prima. L’oggetto indicava la persona. Quando questo vecchio accappatoio mancò fu dopo la sua morte, di conseguenza nei primi mesi entravo nello spogliatoio e subito si formava in me l’idea che la palestra continuava senza di lui. Oggi c’è una teca con una delle sue vecchie cinture e alcune foto che lo ricordano sulla parete opposta all’uscita. Si tratta però di una cosa diversa. Le ombre che dalla strada si riflettevano sui vetri della palestra, per una combinazione di luci l’ombra dei passanti si spalma ancor oggi sulle vetrate poste in alto, alle volte mi capitava di fermarmi qualche istante a vedere queste ombre. Anche loro erano parte dell’insieme, come il disco delle campane delle chiesa vicino che ogni tanto si sentiva la sera, confuso con il rumore dei corpi proiettati sul tappeto o con la lezione sulle tecniche. La palestra in fondo è anche un luogo e visivo e sonoro.  Il ricordo è anche odori, suoni, luci, ombre, parole, frasi sentite tante volte. Poi c’era il suo modo di fare, mi ricordo che sedeva sulla panca vicino all’entrata vicino all’entrata e di solito parlava con gli allievi e con chi veniva a fargli visita. Magari anche per pochi minuti. Un altro suo modo era quello di sedere in osservazione sulla cassapanca a lato del tappeto e a un certo punto quando lo riteneva opportuno unirsi di nuovo agli allievi per correggere questo o quello o per mostrare una tecnica o qualche altra cosa da fare. Con il senno di poi mi son fatto l’idea che il suo esser maestro fosse anche ascolto e osservazione, entrava dentro il problema tecnico o di relazione avendo già in testa la possibile soluzione e la ragione per la quale essa era valida. Sotto certi aspetti è stato anche fortunato, infatti mi ricordo che una volta la palestra era in una situazione incredibile, era dicembre e c’erano dei lavori di manutenzione e mancava l’acqua calda, faceva freddo  e la situazione era tale che solo  in tre eravamo rimasti. In tre soli e pur di non lasciar la palestra vuota mi ricordo che feci la doccia fredda in pieno inverno. Cose di gioventù. Però fu una bella prova di carattere. Poi mi ricordo che dopo la sua morte la palestra si riempì d’acqua di fogna per via di un nubifragio e noi tutti i suoi allievi ci riunimmo per rifarla. Salvammo quel che si poteva salvare, pulimmo a fondo con una sistola le materassine del tappeto, buttammo via quelle compromesse, mi ricordo di aver fatto dei lavori perché anche il pavimento della palestra si era guastato.   In fondo aldilà di tutto credo che questo sia il beneficio ed è qualcosa che va oltre le gare, le cinture colorate e tutto il resto. Io non credo che sia comune in una palestra che i suoi iscritti e frequentanti si siano dati così tanto da fare per tenerla aperta. Alle volte penso alle critiche stupide che dai giornali e dalla televisione sono cadute sulla generazione mia intorno al  suo presunto carattere debole e sprovveduto. So che posso sembrar eccessivo ma io in palestra son stato testimone di molti esempi che smentiscono questo pregiudizio, e molti fra questi proprio in palestra. In fondo quando è ben praticato e con una guida sicura il Judo forma i caratteri e quindi le persone e oso dire che li forma in meglio. Una volta mi ripetè una frase del suo maestro Koeke. Disse che “cadere a terra è brutto”  nel senso che è brutto il cadere con il senso della sopraffazione. Uno se cade si rialza, deve dimostrare che non si  è fatto niente, che non ha subito il colpo. Ecco io nella mia ingenuità credo che questo insegnamento si formi nella testa di chi segue un maestro di arti marziali in quanto frutto delle esperienze, del mettersi alla prova, dell’esser chiamati a fare il doppio o il triplo di quel che comunemente si pensa di poter fare. Mi disse, anche, una volta che la preparazione e il concetto del Judo l’insegna la palestra e gli amici. Uno si accorge che prima si sentiva un niente ma dopo capisce mettendosi alla prova insieme agli amici che può esser bravo come gli altri. Questo dà forza, aiuta. Costruisce fisicamente e mentalmente.

Vincenzo Pisani: Adesso ha smesso. Ora parlano gli altri, penso che noi qui si possa finir d’ascoltare e ragionar dei fatti nostri.  Comunque amici ad ascoltarlo abbiam fatto freddare questo lauto pasto. Le parole del professore ci hanno preso, ma come insegnano le maschere della nostra commedia dell’arte non con l’aria fritta si riempie lo stomaco. I discorsi restano discorsi e così anche i ricordi.

Franco: Non c’è problema son di buon stomaco, saprò far fronte a miei impegni davanti a queste portate. Certo che il problema che pone il professore è grande, e tu mio caro fai male a svalutarlo. In effetti esiste qualcosa nell’educazione dell’essere umano che non sembra esser né nozione, né competenza, né abilità. La natura dell’umano e del suo vivere in  società presenta una complessità non riducibile ai grandi numeri o alle statistiche. La memoria che è elemento di base di ogni sapere e di ogni tecnica e scienza non è solo analitica ma per così dire è anche artistica, umanistica e va da sé personale. L’essere umano in questa terza rivoluzione industriale è la più fragile e la più complicata delle macchine che producono, consumano e vanno infine rottamate.

Clara Agazzi: Questo è ovvio, anche nel mondo della civiltà industriale si esiste come singoli, nella vita si fanno delle scelte, ci si orienta sul piano religioso, politico, dei gusti. Per chi crede c’è la vita dopo la morte e la responsabilità sulla propria anima.

Stefano Bocconi: Certo il problema della vita dopo la vita. Poi c’è il senso di questa vita. Quando penso che da morto cesserà il mio vivere con la carta di credito, il possesso della macchina, dei beni, dell’elenco clienti, del magazzino, della mia collezione di fumetti degli anni settanta. Mi dispiace pensare che la mia collezione di fumetti possa finire al macero o esser venduta per pochi spiccioli a copia. Strano. Ora provo affetto per quei ricordi di carta che ho messo da parte in uno stanzino, mi sembrano vivi.

Paolo Fantuzzi: Belle parole, anche le vostre. IO però che tante ne ho vissute e fatte di cose vi dico che il passato è passato. Certo circoscrive il presente, dà insegnamento, aiuta perché il vissuto è parte della coscienza del singolo, è rifugio di ricordi e ammonimenti in momenti difficili. Ma poi tutto pesa sulle spalle dei vivi che devono andar avanti e costruire il loro mondo che è sempre in divenire. Esperienze, vita vissuta, ricordi, speranze, impegni devono trovare qualcuno che se ne faccia carico, è il singolo che sceglie o che è oggetto di scelta da parte di altri e che subisce le conseguenze delle sue scelte o di quelle altrui . Per questo l’azione che si attua nel presente finisce sempre con il rivolgersi verso il futuro, il presente non è, esso diviene sempre e si trasforma in qualcosa di diverso; anche con la velocità del fulmine.

 

 




23 novembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - ricordo di un maestro di judo II

Adesso che ho mostrato la principale differenza fra la figura del maestro e quella del docente passo a considerare un secondo aspetto ossia la volontà. Seguire un maestro, i campioni che lo fanno per carriera e per denaro non sono parte dell’esempio, è impegnarsi con il corpo e la mente in una disciplina sportiva. Un giovane e così anche un praticante adulto si sottomettono a sforzi fisici e talvolta mentali con un atto di volontà. Il maestro uniforma e disciplina all’interno della palestra le mille e  mille differenze che emergono dai suoi praticanti e dagli allievi che intendono procedere con l’attività agonistica. In questa condizione di mettere assieme i diversi livelli di motivazione e d’esperienza emerge il suo carisma e il suo buonsenso nel dare una direzione al lavoro di palestra.  Quello che spesso è il frutto dell’esperienza e del buonsenso nella scuola è regolato da scadenze, programmi e da una burocrazia a tratti oppressiva. La mentalità comune ignora solitamente quanto il mestiere dell’insegnare a scuola sia vincolato a scadenze e procedure burocratiche. Non dico che sia giusto o sbagliato. Dico che l’attività del maestro e del docente sono regolate da principi diversi e si svolgono in contesti non sovrapponibili pur trattando dell’educazione  e della formazione dell’essere umano. La burocrazia che regola una palestra esiste ma non ha la natura  e l’intensità della burocrazia scolastica. Il maestro quindi può a mio avviso ritagliarsi un più ampio spazio, può creare un suo stile di conduzione della palestra e arrivare al raggiungimento dei risultati attesi con tempi e modalità suoi. Il lato spiacevole della cosa è che egli è praticamente l’unico responsabile.  Quindi i praticanti di un’arte marziale o di una qualsiasi disciplina sportiva che si trasmetta per mezzo di un maestro scelgono un percorso impegnativo per la mente e il corpo con la speranza di ricavarne dei benefici fisici, mentali  e perfino spirituali. Benefici che sono collegati all’insegnamento del proprio maestro di riferimento. In questa centralità di colui che insegna vedo il tratto caratteristico del maestro di judo, ossia il carisma. Quella capacità, che viene declinata in termini positivi, d’esercitare una forte influenza sulle persone. In effetti senza una guida è improbabile che gli esseri umani s’associno fra loro per fare cose difficili o percorsi di costruzione e definizione della propria mentalità e della propria fisicità.  

Clara Agazzi: Questo professore è un po’ scolastico però mi pare che ci pigli. Certe cose le descrive bene. Tuttavia mi pare che riveli un rapporto con il suo lavoro contradditorio. Da un lato ne sottolinea l’importanza e dall’altro ne definisce i limiti. Questa categoria del maestro di cui ragiona pare lo specchio su cui si riflettono i limiti della scuola formale e burocratica.

Paolo Fantuzzi: Aspettate. Qui devo dire qualcosa io. Ricordatevi in materia di sport di contatto e arti marziali di una grande verità di cui tutti i praticanti e gli agonisti del settore sono consapevoli: le botte fanno male. Per questo qui nel Belpaese certi sport e le arti marziali hanno poco seguito. Lo sport quando praticato è soddisfazione e fatica, ma per capire la mia affermazione pensate al pugilato o sport minori ma simili. Oggi televisione, cinema, pubblicità commerciale non fanno vedere lo sforzo della persona qualunque, la normalità della fatica dell’uomo della strada. Televisione, pubblicità commerciale, cinema, illustrazioni varie  fanno vedere i presunti VIP in barche di lusso, nei ristoranti e nei privè per gran signori, al ricevimento di questo o di quello, nella villa del tal dei tali, all’inaugurazione del locale esclusivo.  Ovvia conseguenza che tanta gente e la gioventù in particolare sia sviata da questi messaggi ripetuti fino all’ossessione e fugga quanto è fatica, percorso anonimo e silenzioso, costruzione di se stessi. Se l’esempio che gira nelle nostre periferie cittadine è il ricco o il mammifero di lusso che si gode i soldi è normale che l’impegno che ha come premio non il riconoscimento del singolo presso un pubblico ma una sua crescita fisica e mentale sia evitato. Comunque in questo discorso c’è questo che non mi torna: mi pare che in quelle parole si voglia cercare un bene e un male che non stanno nella vicenda di tutti i giorni. Il divenire del mondo non è bianco o nero come il colore dei pezzi sulla scacchiera.

Stefano Bocconi: Certamente hai della ragione dalla tua. Da anni mi chiedo se non siano folli coloro che inseguono l’idea fissa di un bene o un male assoluto, come se bene e male fossero sfere perfette, realtà metafisiche, enti angelici o demonici. Eppure credo che sia lecito cercare oggi una qualche guida, beninteso. Oggi come ieri occorre iniziare da qualche parte e darsi un punto fermo, un qualche inizio. Se questa cosa può farlo un maestro come dice quello lì. Ma perché no?

Franco: Il professore non si è smentito. Qui è bastato ascoltarlo dieci minuti e subito son fioriti i distinguo, i dubbi, le approvazioni. Ma invito qui gli amici tutti a pensare a quanto sia forte il peso specifico della quotidianità, della noia, del vivere strascicandosi di qua e di là. Quella cosa che individuate come esempio negativo della pubblicità è l’ordinaria banale conseguenza di un mondo umano che si è impoverito ma che pensa se stesso come un mondo di consumatori. Il desiderio stimolato fino al parossismo e al delirio di consumare beni e servizi in assenza di una ricchezza autentica sul piano materiale provoca nei molti disordine mentale, odio, paure irrazionali. Immaginate questo: un tale per sue ragioni di lavoro è forzato a vivere spostandosi per ore e ore in macchina in condizioni di traffico indecenti. Un giorno si trova in campagna e rimane sconvolto. Non è quello il mondo nel quale vive e capisce che qualcosa non va nel suo stile di vita, davanti a un prato fiorito rimane come bloccato da un dolore al petto. Bene questa è la condizione del traumatico risveglio dei molti che hanno fatto l’errore e d’identificarsi con una delle tante illusioni indotte dalla pubblicità in relazione a donne bellissime, consumi da signori, barche, ville, soldi facili e così via. Prima o poi qualcosa si blocca, la dura realtà batte i suoi colpi  e uno rimane con la sensazione di aver inseguito il vento, di aver fatto volar via la vita rincorrendo un miraggio.

Stefano Bocconi: Certamente è così ma non vedo il legame fra il tuo ragionamento e quello  del  professore.

Franco: Il professore credo che stia ragionando intorno al fatto che occorre costruire se stessi, conoscere se stessi  per non cadere vittima delle molte forme di manipolazione e degenerazione della presente civiltà industriale. In questa opera di chiarimento interiore le figure dei maestri da cui si è avuto una qualche impostazione e l’esempio  sono decisive.  Riconoscere esempi e insegnamenti  e la propria origine è l’inizio di una costruzione interiore e  della fondazione propria immediata consapevolezza di se stessi.



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