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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 gennaio 2012

Uno scritto filosofico-sociale su questo tempo

Con la gentile concessione di Carlo Gambescia pubblico questo scritto filosofico di Stefano Boninsegni. Uno scritto che descrive la società odierna formata dai processi di terza rivoluzione industriale come una giungla popolata da esseri umani tendenzialmente soli con legami sociali ridotti o di natura mercantile.

http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2012/01/lamico-stefano-bonisegni-in-questo-bel.html

enerdì, gennaio 06, 2012



L' amico Stefano Boninsegni (*), nel bel post di oggi, ci ricorda due cose fondamentali: in primo luogo, che bisogna sempre distinguere tra necessaria difesa dell’individuo e sciocca celebrazione dell’individualismo;in secondo luogo, che l’individualismo come avversione verso l’esistenza di qualsiasi forma di società intermedia tra individuo e Stato, mina le radici stesse della socialità umana. Insomma, un “ripassino” niente male.
Buona lettura. (C.G.)
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Società senza socialità
di Stefano Boninsegni

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Secondo il “reazionario” Joseph de Maistre, l'attacco alla religione e l'individualismo dei Lumi avrebbero distrutto la socialità, che l'autore francese considerava sacra e proponeva di porla sotto comando divino (si veda S. Holmes, Anatomia dell'antiliberalismo, 1995 ). Al di là delle argomentazioni, spesso ingenue, usate da Joseph de Maistre, non vi è dubbio che oggi gli uomini vivono in società sempre più atomizzate, dove la socialità è un bene sempre più scarso.
Un musicista intervistato da Giordano Casiraghi nel suo Anni 70 (2005) afferma : “se negli anni 70 parlavi di politica in un ristorante, vi era la probabilità che quelli del tavolo accanto interferissero. Oggi sarebbe inconcepibile”
Manca cioè un clima di socialità che lo renda possibile. Significativamente, sempre di più le Amministrazioni locali sono impegnate nel recupero di antiche feste, sagre ecc. Lo scopo è il recupero delle identità culturali, ma più profondamente vi è l'intento di creare socialità.
Diversa la situazione nella passata società industriale. Essa ha generato, secondo le varie fasi, una pluralità di forme di socialità che hanno svolto la funzione di sostituire i legami della società agricola, arginando l'azione socialmente dissolvente del capitalismo. Il che non toglie che in essa si siano sviluppati fenomeni di solitudine metropolitana, sulla quale tanto si è scritto e riflettuto. L'alienazione capitalista ha progredito inesorabilmente per restituire l'attuale società, spesso definita come la società dell'estraneità reciproca
Diffuso, tuttavia, fra chi ne ha l'età, il rimpianto di quando nel quartiere ci si conosceva tutti, i negozi erano luogo di conversazione e conoscenza, in un clima di disponibilità reciproca. Se una famiglia nel periodo festivo, ad esempio, incontrava in un camping un' altra famiglia che abitava nello stesso quartiere, scattava una sorta di obbligo sociale di frequentarsi. In questo caso valeva un senso di appartenenza ad un territorio. Se un comunista si imbatteva in un altro comunista, la socializzazione era garantita dal senso di appartenenza ad un popolo altro (la diversità comunista) Per quanto riguarda poi, nello specifico, gli anni Settanta, al di là del duro scontro politico che li contrassegnò, rappresentarono un festival di socialità giovanile : a fianco del quartiere che resisteva come fonte di socialità, l'ampia minoranza di giovani che si rivoltò, recuperò le piazze come luogo di incontro e socializzazione. Vi erano piazze per militanti “puri”, nonché piazze per aspiranti freaks Per inciso, sarà da questa componente che scatterà un rifiuto di una militanza repressiva e saranno avanzate istanze tutt'altro che trascurabili all'interno del processo culturale che culminerà nell'individualismo del decennio successivo
Con questo, anticipando la nostre conclusioni, vogliamo sostenere che non vi è una vera socialità in mancanza di un senso di appartenenza.
Secondo Dahrendorf ( Il conflitto sociale nella modernità , 1992 ) ciò che ha garantito socialità e solidarietà nella passata società industriale, va ricercato nel conflitto di classe. Esso ha creato solidarietà profonde nel mondo del lavoro e, direttamente e indirettamente, ha ispirato grandi aggregazioni popolari, che paradossalmente hanno costituito quella coesione sociale necessaria al capitalismo.
Ma è proprio alla fine degli anni Settanta, distinti dalla fine del movimento operaio e dell'idea socialista, che rapidamente si passa da un'atmosfera solidarista ad una mentalità individualista. E' in questa fase che si teorizza la “fine delle ideologie”, espressione mistificante nella misura in cui una soltanto ne resta in posizione egemonica, ovvero quella liberale. Il “pensiero debole”, dalla sua, teorizza che con la fine dell'ultima metafisica, il marxismo, gli uomini sono liberati dall'ossessione di ingegnarsi ad elaborare utopie. Ma la “vera” teorica di questa transizione è la stessa Signora Thatcher: allieva di Ayn Rand, era solita sostenere che “ la società non esiste, ma solo gli individui”. Per inciso, l'individualismo di ritorno, di cui ella celebra i fasti, è in realtà un individualismo malato di narcisismo, edonismo, lontano dagli ideali della scrittrice russa.
In ogni caso, la mentalità individualista che si afferma dalla fine degli anni Settanta, dissolve ogni senso di appartenenza, e con questi, inesorabilmente e tangibilmente, la socialità, fino al punto di inquietare, come abbiamo visto, le stesse “istituzioni”, perché una società che perde la sua socialità è sempre sull'orlo dell'implosione.
Questo processo ha avuto varie interpretazioni. Pietro Barcellona, che ha studiato profondamente il legame sociale ha scritto : “Ciò che è cambiato non è facilmente coglibile astrattamente, e ci costringe ad affrontare il problema della rilevanza fondativa delle pratiche sociali.E' cambiata, infatti, anzitutto quella che si direbbe la Stimmung ; il senso comune, l'immaginario. La direzione di marcia, il senso della vita, ( appunto la Stimmung del tempo ) : il tempo in cui viviamo ha un altro “senso”. E' penetrata sempre più nel senso comune una “visione singolarizzata” della nostra vita. L'immagine con la quale strutturiamo il mondo non è più “espressiva” del rapporto con l'altro” ( L'individuo sociale ,1996 ).
Alain Laurent ha avanzato un' ipotesi interessante : anche se sul piano culturale ( nel senso lato del termine ) prevalevano visioni anti-individualiste, nella vita concreta gli individui progressivamente adottavano modelli consumisti e individualisti. Ad un certo punto esplode inevitabilmente la contraddizione ( Storia dell'individualismo,1994)
Marco Revelli, che ha definito il passaggio del solidarismo degli anni Settanta all'individualismo degli Ottanta come il passaggio dall'identità collettive all'individualismo del consumismo di massa, ha il merito di aver posto fortemente l'accento sull'erosione della socialità. In passato il docente piemontese ha intravisto nel Terzo settore un possibile veicolo di socialità. In realtà, rischio che lo stesso Revelli aveva preventivato, quest'ultimo si è ridotto alle cosiddette cooperative sociali, a cui gli enti pubblici appaltano varie funzioni a scopo di risparmio. Del resto - così teorizza Revelli - "la socialità bisogna volerla o non sarà" ( La sinistra sociale, 1997 )
Ma la socialità non si può volere. Essa, date certe condizioni, sgorga spontaneamente.
Gli uomini occidentali contemporanei, al momento, come ha spiegato Lasch, sono condannati ad un “io minimo”, schiacciato sulle proprie strategie difensive, in una società colta come una giungla. ( L'io minimo, 1985 ).
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Stefano Boninsegni
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(*) Storico delle idee sociali. Si è occupato di Sorel e del sindacalismo rivoluzionario. Ha scritto saggi di argomento sociologico e filosofico sul movimento operaio, l’individualismo di massa e la crisi del legame sociale. Tra le sue opere ricordiamo in particolare New Economy (2003 ) e l'importante libro-intervista a Giano Accame e Costanzo Preve, Dove va la Destra? - Dove va la Sinistra? (2004), volumi pubblicati dalle Edizioni Settimo Sigillo.
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19 giugno 2010

Note sulla morte del vecchio mondo umano e sul nuovo

per approfondire


De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sulla morte del vecchio mondo umano e sul nuovo

 Il vecchio mondo umano nel Belpaese, e non solo, è morto; perfino il consumismo che ha stroncato ciò che era d’origine antica soffre tanto e può dare meno e offrire  a tanti esseri umani finzioni e  illusioni al posto di cose concrete. Il vecchio mondo umano era pieno di cose sbagliate e di palesi iniquità, tuttavia aveva un pregio: veniva da un passato anche comune, da una serie di vicende storiche e umane note, sofferte, comprensibili. Questo mondo umano nuovo non si può dire che sia proprio cosa delle genti disperse e infelici del Belpaese, esso è stato creato e delineato a partire dall’impero made in USA e dai suoi soci imperiali: russi, cinesi, inglesi, indiani. Tuttavia voglio dedicare questo scritto  a uno degli elementi chimici che hanno decomposto la vecchia Italia ossia i Partiti Politici della Prima Repubblica. Nella Costituzione attualmente vigente e precisamente nell’Art.49 è scritto che:”Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I partiti politici dovrebbero assolvere la funzione di organizzare la vita politica, di associare i cittadini intorno a delle proposte concrete e motivate che propongono quelle scelte che ordinariamente un regime politico democratico deve assumere. Questo almeno secondo la Costituzione. In realtà fra gli anni ottanta e questo inizio di millennio si sono trasformati in realtà che assolvono la funzione di trasformarsi in ascensori sociali, in realtà dove si contrattano carriere o peggio si  riesce a perorare la riparazione di un torto subito grazie a qualche candidato in cerca di facile consenso o in centri di collocamento paralleli a quelli dello Stato e dei servizi sociali. Mi riferisco all’evidenza che riguarda i grandi partiti travolti da Tangentopoli, essi  si erano trasformati in centri per la promozione sociale di amici degli amici, raccomandati, appaltatori, procacciatori d’affari; questo in un Belpaese dove l’ascesa sociale è di fatto bloccata si trasforma in una possibilità aperta non solo per i mascalzoni ma anche per chi non è più disposto a vedere inetti e truffatori  premiati da un sistema-Italia che è per sua intima natura estraneo al merito e alla moralità. Ora questo meccanismo immorale di promozione sociale e ascesa delle gerarchie ha decomposto il senso morale e  civile della vita politica che milioni di abitanti del Belpaese non distinguono più dalla delinquenza e  dal piccolo malaffare. La politica ufficiale si è progressivamente privata del contributo di milioni di cittadini indignati o diffidenti verso la funzione che hanno assunto i partiti politici, tale massa di cittadini mormora, non partecipa, si ritira diffidente dalle questioni pubbliche; milioni d’italiani si sono auto-esclusi dalla vita politica, questo aiuta la decomposizione.

IANA per FuturoIeri




3 luglio 2009

Un nome, una storia: "generazione perduta"...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Un nome, una storia: “generazione perduta"…

 

E’ facile per un acritico entusiasta delle cose giapponesi riconoscere a quella lontana civiltà dell’estremo oriente genialità, correttezza, lucidità. Colgo l’occasione per ripensare ad una cosa letta sulla rivista “Internazionale” che traduce articoli da tutto il mondo. Si tratta di un piccolo trafiletto tratto dalla rivista AERA, e nel breve pezzo trovo con piacere:”…Il settimanale AERA riflette sui disagi della cosiddetta generazione perduta. La definizione è comparsa sui giornali alla fine degli anni novanta e si riferisce ai giovani laureati giapponesi fra i 25 e i 35 anni che faticano a trovare un lavoro e non si sentono realizzati…”.  Credo che nel lontano arcipelago si sia colto l’essenza di un cambiamento epocale, una generazione di mezzo è stata stritolata fra due estremi, fra un Novecento ancora pieno di certezze morali e politiche e un nuovo millennio creatore di cose nuove e incertissime; la società e i modi di produzione e consumo si sono trasformati velocemente, nuove potenze emergono, i vecchi imperi vedono con orrore sorgere nuovi nemici e concorrenti portar via loro risorse umane, energetiche e naturali. Le generazioni precedenti si son cullate nell’illusione di essere al disopra di ogni possibile giudizio umano e divino, in generale se ne son fregate delle conseguenze di uno sviluppo che si voleva proiettato verso l’infinito in presenza di risorse limitate. Che il mondo di prima sia stramorto e strasepolto è certissimo. Prova ne sia che il partito più vecchio presente nel parlamento italiano è ad oggi la Lega Nord; il mondo di prima è solo un ricordo e chi si ostina a credere che esso sia vivo qui ed ora si ritrova in mezzo alle ombre di un mondo perduto. Il guasto della mia generazione nasce a mio avviso dall’avere ancora in testa i modelli del mondo di prima e di vivere nell’immediato presente con le sue asprezze, la sua durezza sociale e psicologica, con le sue paure e le sue nuove guerre. La perdita d’identità è aggravata per quelli che hanno fra i 25 e i 35 anni e nessun “protettore” degno di questo nome dal fatto che nella piccola realtà del quotidiano sono entrati dei mondi umani altri e diversi, l’incapacità italiana di essere civiltà fa sì che lo straniero e il migrante porti con sé e conservi tutta la sua identità e conviva come può con il Belpaese e le sue differenze. Quindi viene meno anche la certezza della propria identità nazionale  trasformata in una delle tante possibili in un contesto sociale dove conta solo il successo e il denaro. Non importa il tuo Dio, il colore della tua pelle, la tua storia o le tue ragioni: se hai i soldi sei, altrimenti non esisti per nessuno. La “generazione perduta” ha perso il mondo di prima in cui era nata senza creare il suo, più che una “generazione perduta”, la quale evidentemente c’è, sarebbe opportuno parlare della morte di ciò che è stato prima e di una terra di nessuno che è il nostro tempo. In questo “non tempo” e in questa “non civiltà” una generazione vive con la constatazione di trovarsi senza i punti di riferimento del passato e senza i suoi valori da contrapporre a ciò che è già finito per affermarli e costruire sopra la propria realtà. Eppure io so che c’è ancora bisogno in questo tempo funesto e iniquo del Belpaese e della sua capacità di darsi una civiltà.

 

IANA per FuturoIeri




2 febbraio 2009

Terza nota dal fu Regno di Francia

 

La Morte di Dio. Patria e Famiglia

Ma quando fu solo, Zarathustra parlò così al suo cuore “E’ mai possibile! Questo santo vecchio nel suo bosco non ha ancora sentito dire che dio è morto!” .( Friedrich Nietzsche, Così parlo Zarathustra )

Terza nota dal fu Regno di Francia

La Francia conosce da almeno due decenni quei processi di questa globalizzazione del mercato che portano alla creazione dei centri commerciali e alla circolazione di esseri umani provenienti da altre culture altre e da diverse forme di civiltà. Un mondo umano incentrato sul centro commerciale, sulle periferie senza nome né volto, sulla persuasione pubblicitaria, sul relativismo morale provoca una crisi della dimensione dello Stato Ottocentesco, dello Stato che pretende d’essere qualcosa che rimanda a forti identità collettive. La differenza forte col Belpaese è che la Francia Repubblicana riesce a mantenere una certa solidità grazie alla costruzione dello Stato, a quel grande vincolo, per quanto possa essere oggi fortemente indebolito, che mette insieme milioni di differenze. Il Belpaese soffre molto la mancanza di quella cosa elementare che è una comune identità, e per identità intendo qualcosa di vivo e forte che vada oltre la nazionale di calcio, i modi di dire estrapolati dalla televisione-spazzatura, il rozzo chiacchericcio sulle riviste patinate che parlano di VIP veri o presunti tali. Non è eccessivo parlare di una comune identità scritta sulla sabbia, segnata da un Risorgimento elitario e alle volte massonico visto con sospetto dalla maggioranza cattolica della Penisola, di un concetto di Patria devastato dalle due guerre mondiali e per quello che rigurada le libertà dell’individuo esse sono ormai presso i più associate alle amare delusioni della vita politica sotto queste due Repubbliche. I grandi scandali non hanno messo in crisi un concetto d’identità nazionale e di Stato nel Belpaese per il più idiota dei motivi: non c’è identità fra cittadino e Stato. Questo almeno nella stragrande maggioranza dei casi. E' un fatto di questi giorni che uno sciopero inglese dalle sfumature anti-italiane ha acquistato rilevanza internazionale e ha aperto gli occhi ai molti intorno al fatto che per gli altri gli italiani fanno parte di un paese impresentabile. Ci vuole l'arrogante provocazione dello straniero per costringere i nostri ad andare oltre una comune identità fondata sulla nazionale di calcio e a farsi qualche domanda su cosa siamo oggi.

Il Belpaese è sgretolato in tanti piccolissimi interessi quanti sono gli abitanti che lo popolano, l’essere italiani oggi non va oltre se stessi e il proprio possesso personale di beni o affetti. La popolazione sembra rimasta allo stesso livello del fascismo, persiste ancora quel popolo bambino incapace di capire che esistono gli altri, che tutto ciò che esiste non si esaurisce nel concetto di ciò che è mio, e si badi “mio” nel senso fisico che i bambini piccoli attribuiscono a questa parola. Un popolo quindi incapace di assumersi responsabilità perché non è né popolo, né Nazione, né Stato, né diritto. Si può senza esagerare paragonare la nostra gente a una massa informe di pulsioni elementari ed egoistiche, a un turbinare di egoismi individuali che non hanno nessun punto in comune fra loro se non due o tre cose assolutamente banali e superficiali che nel resto del consorzio umano non saprebbero tener assieme un’associazione ludica. Lo Stato in Italia non è debole, lo Stato è la grande finzione, è il palcoscenico dove va in scena il canovaccio vecchio e logoro di una Democrazia creata per tutti, esaltata come il bene incarnato e accettata da nessuno. Una democrazia solitamente truffata nelle sue profonde ragioni o disattesa nelle sue regole non appena l’interesse particolare del privato, che può permetterselo, reclama una correzione ad personam alla legge.

Da anni mi chiedo come andrà a finire, temo fortemente che accadrà questo: un grande sbadiglio di noia e il pubblico che reclama un nuovo spettacolo.

IANA per FuturoIeri




23 ottobre 2008

ALLE TEMPIE DELLA FINANZA UN ALTRO REVOLV...ING, LE CARTE DI CREDITO

Le hanno inventate negli Stati Uniti e là hanno una diffusione persino superiore a quella che da noi hanno i telefonini cellulari. Stiamo parlando delle carte di credito. Drizzate le orecchie, perché quelle stiamo per raccontarvi è la previsione di un altro e più terrificate crollo finanziario che sta per arrivare.

In america ognuno, dal ragazzino al pensionato, possiede almeno una carta di credito, ma la maggior parte ne ha almeno due o tre, necessarie molto spesso per pagare la o le precedenti. La usano persino al bar o dal giornalaio. Un sistema impazzito come una maionese in mani maldestre, con banche e società specializzate che hanno dato questo strumento che fa perdere la cognizione del denaro speso a mezzo mondo globalizzato. L’85% di queste “credit card” sono “revolving”, ovvero non si paga a fine mese ma il meccanismo somiglia a quello dell’accensione di una vera e propria linea di credito presso la banca (di solito a tassi con percentuali a due cifre).

La scorsa settimana la JP Morgan – 20% del proprio business dalle revolving card – ha dovuto annunciare che le sue carte in default, ovvero con crediti tardanti, insolventi o persino inesigibili, sono cresciute del 45% in un solo trimestre. Contemporaneamente Bank of America e America Express rendevano noto di dover assumere misure estreme del tipo raddoppiare i fondi accantonati per garantire ancora copertura alle transazioni.

Come è noto al rischio degli istituti di credito o delle finanziarie emettitrici vi è quello dei clienti che non hanno nessuna assicurazione.

Anche questa volta, come per i sub-prime, l’allarme non scatta e quando scatterà sarà già tardi. Ma stavolta il crack si profila molto più grave e pesante di quelle delle scorse settimane.

Adesso che le card fanno la fine delle fontanelle che si prosciugano, i consumi si stanno praticamente – e, forse, finalmente – fermando. Il denaro di plastica è passato da poco più di dieci miliardi di dollari del 1994 a circa 63 miliardi di dollari lo scorso anno, segnando un tasso di risparmio abbondantemente negativo e portando i debiti dei privati a superare il 100% del Pil.

Oggi l’America ha un debito pubblico interno pari al 60% ed esterno pari al 120%, ma i dati ufficiali si sa sono sempre un po’ taroccati per difetto.

Per concludere qualche consiglio per portare a casa la pelle.

Punto 1) se proprio non potete tenere il denaro sotto il materasso per il rischio di furti, state ben attenti a non cadere dalla padella alla brace: tenente i soldi sul conto corrente, possibilmente di una piccola banca territoriale, meglio se un paio. Punto 2): Evitate o rientrate da investimenti che hanno nel paniere i seguenti titoli: JP Morgan, BankAmerica, Citigroup, Capital One, American Express, Discover, Visa, Diners, MasterCard, CartaSì. Punto 3) Non aderite ad alcun fondo pensione o altri fondi, soprattutto chiusi, del tipo hedge-found. Punto 4) Il più importante: ripensate la vostra vita e il vostro rapporto col denaro, che Lutero non a caso definiva "sterco del demonio"!

 

FUTURO IERI - http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/vaini.htm




22 ottobre 2008

IL MOSTRO E’MORTO 2

La globalizzazione ha trovato alla fine una vecchia ricetta adattata alla sue circostanze: Stati di dimensione imperiale che sostengono in alleanza con altri, o da soli, la loro economia entrando nella stanza dei bottoni delle banche e dei grandi istituti finanziari. Non è un ritorno al passato: stavolta la sottile linea grigia che divideva lo Stato dagli interessi privati è stata annullata. Lo Stato Ottocentesco è morto al suo posto arriva un mostro che è l’incrocio dei poteri forti che per essere tali escludono i poteri deboli espressione del disagio dei ceti meno abbienti. Se nell’Ottocento i ceti poveri contadini e operai erano i più spremuti e vessati dal capitalismo trionfante ecco che in questo inizio di nuovo millennio sono i ceti medi il vitello grasso da sacrificare al Dio-denaro e le sue carni sono il piatto forte del banchetto dei suoi sacerdoti. Tuttavia quel mostro che era la globalizzazione è morto. La globalizzazione, operazione ideologica che copriva i grandi interessi di alcune caste di miliardari al potere, deve dismettere il suo essere e diventare una feroce idra che ha tante teste quanti sono i potentati che uniti al potere politico danno l’assalto alle ricchezze del pianeta. Non più una globalizzazione ma tante globalizzazioni quanti sono i nuovi poteri che sui stanno definendo e che sono già ora all’azione. Il gigante americano che aveva troneggiato dal lontano 1991 questo processo di globalizzazione è caduto sotto il peso titanico dei suoi debiti e delle malversazioni dei suoi politici e dei suoi miliardari e finanzieri. Per ora non può rialzarsi, è arrivato il momento che da quasi vent’anni i suoi nemici aspettavano per costoro è l’occasione di strappare al gigante caduto il meglio dei suoi tesori e della sua influenza globale. Quel che ne uscirà sarà un mondo più brutale e violento, dove milioni di disgraziati subiranno questa resa dei conti fra grandi potenze,, dove nuove caste di miliardari e politici al soldo cercheranno di strappare potere e dominio alle vecchie caste cadute in disgrazia. Ma il mostro è morto. Anzi è morto ed è già risorto sotto forma di un caos gonfio, d’odio e di volontà di potenza che non potrà che far danni. Il ceto medio universale argine contro gli squilibri e gli eccessi all’interno della società umana sarà la vittima designata del male che si sta formando. Eppure c’è un’ipotesi che le batte tutte per pericolosità:“il ceto medio avvilito e iniquamente punito potrebbe decidere di vendicarsi e di far pagare ai suoi nemici la sua caduta innescando chissà quali reazioni nella società”.

Il Belpaese, solito vaso di coccio fra i vasi di ferro, dovrà trovare una via per evitare di pagare anche per conto di altri il prezzo della caduta dei nostri passati padroni, adesso che il mostro è morto le differenti genti della penisola dovranno far conto di tutto il loro coraggio e di tutta la loro intelligenza.  E' in gioco qualcosa di più grande dei capitali andati in malora.

IANA per FuturoIeri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri/




3 giugno 2008

FINO AL PROSSIMO DISASTRO

Il Quotidiano City del 27/05 offre al lettore due pezzi che rivelano qualcosa di molto spiacevole sulla nostra realtà, e che riguardano i giovani e gli adolescenti. Il primo è tratto dal titolo della prima pagina ed è esplicito: “Giovani, uno su 4 rischia la povertà. In 900.000 lasciano gli studi.”, questo dato è preso da un rapporto nel quale si nota il fatto che in Italia il 24% dei minorenni è a rischio povertà, se la famiglia ha un reddito unico esso cresce al 30%, nel Sud le famiglie povere son cinque volte più numerose che nel resto del paese. Il secondo pezzo è una coraggiosa intervista a Claudio Lazzaro l’autore del Film-documentario Nazirock“. Questo documentario, che conosco direttamente, aldilà di qualche sbavatura dovuta alla diffidenza dell’autore per il fenomeno è interessante per un punto in particolare nel quale si rivela analitico e preciso: il fenomeno neo-nazista è sostanzialmente un fenomeno giovanile. Infatti Lazzaro fra le molte cose dichiara a propositodelle migliaia di giovani che affollano i raduni neo-nazi-fascisti :”…Nella maggior parte dei casi non sono dei borghesi ma dei ragazzi spaventati che appartengono alle fasce sociali più basse. Sono ragazzi che non hanno gli strumenti culturali per trarre benefiicio, cavalcare l’onda della globalizzazioine. Si ritraggono impauriti e vedono la novità come un nemico, rifugiandosi in un mondo di archetipi leggendari” L’autore conclude l’intervista con questa affermazione:"… La gente ha bisogno di miti, di certezze, di bandiere e la svastica può essere un simbolo e può diventare interessante per chi vede la società come nemica.”.

Alla fine la combinazione fra paura della povertà, inquietudine, disprezzo per un mondo costruito ad immagine e somiglianza della vita agiata di pochissimi miliardari, vita precaria e lavori malpagati si manifesta in un rigetto della stessa democrazia da parte di gruppi consistenti di giovani. Il fatto che siano presi ad esempio e simbolo le icone dei regimi totalitari del secolo scorso è indice della radicalità e di questo rifiuto. C’è da chiedersi cosa sia questo capitalismo al tempo della globalizzazione dal momento che ha trovato la condizione per rescitare e dare un corpo agli spettri di un remoto passato. Solo un mondo di mostruosità, fallimenti e sciagure può convocare quale forza consolante antichi poteri politici responsabili per massima parte degli oltre cinquanta milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale. Si potrebbe pensare al disagio di minoranze istigate al torto da cattivi maestri e dall’ignoranza, eppure questa soluzione mi sembra consolatoria e non rende conto di un rifiuto che è tanto politico quanto sociale.  Quando qualcuno indossa consapevolmente, e non per scherzo o travestimento, oggetti o capi d’abbigliamento le cui immagini rimandano ai regimi totalitari,  non solo vuol esprimere disagio sociale e morale verso questo sistema ma anche esprimere la sua estraneità nei confronti della democrazia così come si manifesta qui e ora. Certamente non si tratta di un macabro scherzo di pochi scellerati, o dell’insieme delle bravate di alcuni giovinastri istigati dai soliti cattivi.

Regalare una seconda vita a nazisti e fascisti è l’ammissione del fallimento delle democrazie rappresentative in Europa, dei loro miti di benessere e meritocrazia, della loro vuota retorica dei diritti in un contesto dove si è uomini solo se si ha molto denaro e potere sugli uomini. L'ombra nera si nutre anche dei processi di riduzione del lavoro a una cosa incerta e precaria, della dissoluzione dei valori condivisi fino a poco tempo fa, del disagio crescente dei ceti medi travolti da cambiamenti epocali.  Quale sarà la conclusione ultima e il lascito ai posteri di democrazie che si mostrano così incerte e deboli?

IANA per Futuroieri. 
http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 




30 aprile 2008

COME LEGGERE I SOGNI DI CARTA

 

Recentemente nella vasta messe di notizie che quasi ogni mese raccontano la trasfigurazione cinematografica di qualche eroe dei fumetti sono comparse due notizie uno l’annuncio da parte del Cartoonist italiano Bruno Bozzetto di avere già un progetto per presentare i suoi personaggi degli anni settanta rivisti alla luce dell’anno 2008, l’altro che si sta formando una produzione nippo-coreana per portare sugli schermi il famoso Capitan Harlock. Di per sé potrebbe essere due notizie di spettacolo, quasi pubblicitarie; ma a leggerle in modo approfondito e con una breve ricerca sulla rete si scopre una grande differenza fra la cultura del Belpaese e il resto della civiltà industriale. L’intervista dell’autore italiano è nato nel 1938, proprio come Leiji Matsumoto il creatore di Capitan Harlock, e la sua opera più nota “Allegro ma non troppo” è del 1977 contemporanea quindi alla serie classica, quella contro Raflesia e le aliene Mazoniane per capirsi, del pirata spaziale. Ebbene L’italiano ha il progetto già scritto e pensato e sta aspettando il produttore, dalle notizie in rete confermate peraltro da più fonti, pare che il problema di Matsumoto sia l’opposto: vuol assicurarsi che i produttori associati non stravolgano il senso della sua opera. Quindi ha fatto sapere che quel film che dovrebbe costare sui 100 milioni di dollari non ha la sua approvazione, il che vuol dire neanche il via libera. Mi sono con la fantasia immaginato la scena: da un lato l’autore italiano che aspetta in una stanzetta la telefonata decisiva di un qualche oscuro impiegato e dall’altro il maestro del fumetto giapponese che fa fare anticamera a una processione di avvocati e procuratori d’alto livello. Fantasie. Certamente! Ma neanche più di tanto ho il sospetto. Da un lato troviamo il talento italico alle prese con problemi di cassa e d’opportunità dall’altro una sovrabbondanza di potenza industriale, tecnologica, finanziaria. Del resto lo stesso Bruno Bozzetto in una intervista rilascita al quotidiano “Il Firenze” dichiara a proposito della crisi del settore:”Il nostro difetto è non programmare la produzione. Sembra che si voglia diventare ricchi con un film. Un po’ come chi gioca alla roulette: se va male alla prima puntata smette di giocare. Non funziona così. Dobbiamo credere di più nell’animazione e mettere in piedi una produzione seriale. Anche la distribuzione deve essere ragionata, non si può sempre puntare sul periodo natalizio perché la concorrenza è spietata. E infine non bisogna considerare il genere solamente indirizzato ai bambini.” Con queste sue affermazioni Bruno Bozzetto si conferma persona estremamente acuta e sensibile, e con capacità e competenza descrive in poche parole quello che da tempo chi scrive aveva intuito: manca nel Belpaese qualcosa di più dei quattrini. Questa evidenza io la spiego con l’incapacità nostra come cultura nazionale di aderire ad una contemporanea civiltà industriale, per noi qui e ora nella penisola i lavori del Bozzetto non sono arte o possibilità di creare occasioni di veicolare una certa immagine di forza della propria cultura e di lucroso commercio di gadget e affini, ma pupazzetti, robe per bambini, cose da Natale e da buoni sentimenti. Anche se gli esperti del settore sanno che non è così la cultura dei molti è questa; è una cultura pre-industriale che s’accconcia a far compromessi con il mondo reale senza esagerare troppo e senza stravolgere le categorie di fantasia a cui è abituata. Categorie rigide almeno quanto la limitata intellligenza e la poca cultura di chi oggi esercita un potere sulle nostre sfortunate genti, e del resto perché cambiare finchè la barca va e chi gode del privilegio vive nel benessere circondato dal’invidia sociale.

Diversamente nell’Arcipelago, nonostante alcuni distinguo, il senso della civiltà industriale è stato accettato, magari per forza maggiore. Le traumatiche esperienze della Seconda Guerra Mondiale, la perdita dell’Impero e la sua riduzione all’Arcipelago più Okinawa, due bombe atomiche cadute sulla popolazione spingono più di mille altre ragioni a dotarsi di una potenza almeno industriale, economica e tecnologica. Del resto gli americani prediligono certi paesi impregnati di cultura e di antica filosofia come la Germania, L’Italia e il Giappone, e sono usi lasciare in loco diverse decine di basi militari per sottolineare l’affetto che li lega ai loro ex nemici giurati della Seconda Guerra Mondiale. L’Italia sembra esser più cara e amata del Giappone, da questo punto di vista almeno. Alcune espressioni di questa civiltà industriale nipponica spaventano i più nel Belpaese, è inutile giraci intorno, ma lo spavento è pari all’intuizione del nostro ritardo, o meglio delle cose che per viltà non si osa dire apertamente. Questa Nazione italiana è senescente, e l’anzianità nostra porta la paura e il timore di cambiare, il sospetto verso ciò che è nuovo, diffidenza culturale e auto-limitazioni. La civiltà industriale esige di per sé una dose di trasformazione permanente e di distruzione creativa ai limiti della sopportabilità dell’essere umano. Tutto questo è potenza, è mutazione, è forza che s’esprime. Si può rifiutare tutto questo solo a patto che si fondi una cultura economica e civile che sappia sostituire questo modello dove la cultura anche popolare trovi un suo ruolo, in caso contrario con questo modello di vita anche le favole dei fumetti sono merce e come merce strumento di lucro e quindi di potere. Ma l’italico chiudersi nelle proprie piccole certezze culturali e antropologiche apre le porte al disordine e alla disperazione. Come sembra essere il caso di quella donna che secondo il Quotidiano “La Repubblica” scrive al Presidente affermando che in due guadagnano in modo precario e troppo poco e sta pensando di abortire. Con questa impotenza e con questo lasciarsi andare un giorno ci troveremo culturalmente colonizzati dagli immaginari collettivi altrui al punto di non sapere più chi siamo.

Sarebbe un disastro assoluto dal mio punto di vista, perché oggi più che mai c’è bisogno di un nostro originale contributo per limitare i disastri di una globalizzazione che si sta esaurendo e si sta trasformando nella germanica legge del pugno esercitata su coloro che sono economicamente forti contro coloro che sono economicamente deboli. La Nazione italiana non può aspettare un benevolo colonizzatore che spieghi a tutti noi la differenza fra il bene e il male, o saremo ciò che dobbiamo essere oppure non saremo nulla.

Per saperne di più:

http://www.animenewsnetwork.com/news/2008-04-16

http://www.animenewsnetwork.com/news/2008-04-11

Il Firenze, 28 aprile 2008, pag.4- intervista a Bruno Bozzetto

La Repubblica del 30-04-08 sulla crisi della Globalizzazione e sulla donna che vuol abortire a causa delle sue precarie condizioni di salario.

IANA per Futuroieri


http://digilander.libero.it/amici.futuroieri 




28 dicembre 2007

UNA DIVERSA CHIAVE DI LETTURA SULLA VICENDA DEGLI STUDENTI DI PERUGIA

La squallida vicenda dei ragazzini di Perugia, culminata con l'omicidio di Meredith Kercher, simboleggia meglio di un trattato di sociologia cosa significhi agli albori del terzo millennio il fenomeno epocale delle migrazioni e quello finora molto astratto dell'interculturalità.
Abbiamo letto le spiegazioni più svariate dell'episodio, da quelle criminologiche, a quelle sociali, a quelle di costume. Ma un tale abisso di perversione e abbrutimento, dato da una sessualità ancor peggio che venduta, svenduta, una depravazione degradante, non può esser letto come mero fatto di cronaca nera o come debita e auspicabile reclusione di tre o quattro imbecilli, pazzi scatenati. Occorre a nostro avviso, un elemento di analisi in più, un salto di qualità che dia quadratura vera la cerchio.
La ragazzina uccisa era inglese, la compagnuccia di casa è americana, il fidanzatino di questa un ragazzetto delle Puglie, il gestore del "pub" un giovane del Congo (sposato o solo accompagnato con una polacca), il quinto indagato un altro ragazzino della Costa d'Avorio poi ritrovato fuggiasco da amici in Germania.
Insomma, di perugini o umbri neanche l'ombra. Meglio così, data la vicenda, penseranno i cittadini di Perugia! In realtà, riflettendo con onestà, come non analizzare tutta questa vicenda come ennesimo frutto avvelenato della globalizzazione? Cioè dello sradicamento, della perdita di identità e annacquamento dei valori dati dal vissuto della propria tradizione.
Al pianto, comprensibile e dovuto, per una giovane vita tristemente cancellata, non aggiungiamoci quello da coccodrilli. This is the globalisation, baby!

                                    FUTURO IERI 
http://digilander.libero.it/amici.futuroieri




2 ottobre 2007

SE IL MONDO FOSSE UN PALAZZO DI CINQUE PIANI

Se il mondo fosse un palazzo di cinque piani

di etleboro http://etleboro.blogspot.com

 

LE NOSTRE STATISTICHE

Se il mondo fosse un palazzo di cinque piani abitato da cento persone suddivise in gruppi di venti per ogni piano, gli inquilini dell'attico avrebbero l'86% della ricchezza. Quelli subito sotto il 9%, quelli dei due successivi il 2 %, quelli del primo solo l'1%. Inoltre, se noi potessimo ridurre la popolazione del mondo intero in un villaggio di cento persone, mantenendo le proporzioni di tutti i popoli esistenti al mondo, il villaggio sarebbe composto nel modo seguente:

- 57 Asiatici

- 21 Europei

- 14 Americani (Nord Centro e Sud America)

- 8 Africani

- 52 sarebbero donne

- 48 uomini

- 70 sarebbero non bianchi

- 30 sarebbero bianchi

- 89 sarebbero eterosessuali

- 11 sarebbero omosessuali

- 6 persone statunitensi avrebbero il 59% della ricchezza del mondo

- 80 vivrebbero in case senza abitabilità

- 70 sarebbero analfabeti

- 50 soffrirebbero di malnutrizione

- 1 starebbe per morire

- 1 starebbe per nascere

- 1 avrebbe un computer

- 1 sarebbe laureato

Da questa statistica facilmente si intuisce il perché delle guerre, perché il governo globale controlla la situazione demografica globale. Gli tsunami, i "virus dei polli", così come le tempeste e le alluvioni che portano con sé migliaia di vittime, sono forse uno strumento nelle mani di coloro che trattano la popolazione mondiale come un database da gestire e manipolare. Noi siamo dati, siamo informazioni e siamo statistiche, la nostra struttura e configurazione viene programmata come se fossimo un dato contabile all'interno di un budget di impresa, perché come avviene nelle grandi imprese, esistono dei limiti nelle risorse che devono essere distribuite tra i vari paesi.

Come disse Tesla, "siamo delle formiche che si trovano su un pezzo di legno", immersi nel caos perché con esso possono meglio controllarci. E' il terrore la chiave di tutto, "la guerra è pace" scrisse Orwell, e tramite esso le nostre vite stanno cambiando: stiamo diventando una massa informe che segue l'onda di informazioni e ordini provenienti da una scatola, da un computer o una televisione. Forse che la lotta e la prevenzione al terrorismo non ci spingerà a viaggiare nudi? Strano a dirsi adesso, ma neanche molto lontana è questa eventualità, perché saremo sempre più propensi e disponibili a rinunciare alla nostra privacy pur di avere protezione e sicurezza.

ASSOCIAZIONE FUTURO IERI
( http://digilander.libero.it/amici.futuroieri )



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