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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


21 gennaio 2013

Diario Precario dal 16/1 al 20/1

Data. Dal 16/1 al 20/1

Note.

Interrogazioni, lezioni.

Correzioni simulazione terza prova.

Piove, giornate nuvolose, umide, fredde.

Contratto firmato per le ore di lavoro riguardanti l’attività d’insegnamento alternativa all’ora di religione.

 

Considerazioni

Nell’ultimo scritto ho considerato come la struttura intima del sistema di produzione e consumo porti a una forma di vita incentrata sulla solitudine e sul seguire modi e costumi collettivi dettati o ispirati dalla pubblicità o dalle diverse forme di spettacolo e intrattenimento. Folle di consumatori, più o meno in grado di soddisfare i loro desideri del momento, intimamente soli sono il dato evidente del sistema. Ora la questione è come una massa di soggetti soli e in prospettiva amareggiati e disillusi possa dar luogo a qualche tipo di movimento politico o sociale. Il dato materiale non basta per smuovere la mente umana, occorre qualcosa che sostituisca nell’immaginario e  nelle speranze il posto delle promesse di potere e benessere che esprime il consumo di beni e la forza del denaro. Questo qualcosa mi par di delinearlo come una qualche forma di religione che si fa politica. Non necessariamente una religione con preti, libro sacro, alti sacerdoti, paramenti sacri e simboli e cerimonie; ma qualcosa di simile negli effetti. Si tratta di sostituire una visione del mondo e del destino dell’essere umano data dall’accettazione del presente così come appare con una forte promessa di una forma diversa e sostitutiva di civiltà e di vita. Questo può aver luogo solo con qualche forma di catastrofe materiale o di orientamento politico e culturale; troppi vivono bene come gregari, dirigenti e padroni all’interno del sistema di produzione e consumo e non è pensabile che costoro siano disposti a mettere in discussione posizioni di potere e di privilegio per qualche caso o per seguire qualche moda culturale.  Per scalzare un sistema di vita e consumo che è forma e visione del mondo per miliardi ormai di esseri umani ormai parte delle diverse tipologie di civiltà industriale occorre qualcosa di più di una filosofia politica. Ci vuole una duplice combinazione di scontro tra il sistema che pretende crescita e consumi infiniti con le risorse limitate del pianeta e una possibile alternativa psicologica e di vita in grado di trasformare il consumatore condizionato dalla pubblicità e dalle abitudini in qualcosa di diverso. La catastrofe materiale può portare la trasformazione radicale e  rapida del modo di vedere se stessi e il mondo naturale e umano, ma può anche non darsi questo caso. Semplicemente le diverse civiltà umane e le potenze imperiali incapaci di trovare ragionevoli alternative potrebbero implodere o dar luogo a guerre atroci e feroci senza venir a capo dei problemi e senza rimettere assieme progresso tecno-scientifico con la soluzione del problema del limite delle risorse. Comunque si tratta di 51 miliardi di ettari perchè tanti ne conta il pianeta azzurro, 2/3 di essi acqua perlopiù salata e del resto circa 12 usati per sostenere e collocare fisicamente nello spazio le civiltà industriali attuali.  Lo schianto probabile fra crescita infinita desiderata e perseguita da finanza, industria, grande distribuzione, oligarchie di miliardari al potere e ovvio limite delle risorse del pianeta può anche causare semplicemente una riduzione del numero di esseri umani sul pianeta e la formazione di regimi autoritari e dispotici o teocratici in seguito a guerre, proteste violentissime, carestie, pandemie…

Quindi le diverse forme di civiltà umana potrebbero subire un regresso nel numero dei viventi e nelle libertà individuali e nelle prospettive di benessere e felicità senza toccare i due nodi decisivi: la capacità di orientare la ricerca e lo sviluppo in direzioni che riducano i danni dell’impatto con i limiti del pianeta azzurro e la formazione di mentalità e di consumi compatibili con i problemi di acquisizione di risorse e di beni materiali che in questo contesto sono per forza di cose limitati. Quella condizione che può toccare questi due punti è per l’appunto la creazione di qualcosa che oggi ancora non esiste, ossia una forza di persuasione simile a una fede religiosa che trasformi la mentalità e ridefinisca senso della vita e prospettive esistenziali per questi milioni di singoli umani che vivono nelle folle anonime e un po’ tristi di consumatori.  




12 gennaio 2013

Diario Precario dal 4/1 al 10/1

Data. Dal 4/1/13 al 10/01/2013

Note.

Nuovo anno, è il 2013.

Di nuovo al lavoro, a scuola.

Lavori in corso sulle scale dell’edificio, si eseguono riparazioni.

Fine del quadrimestre vicina. Scadenze, registrazioni, voti, interrogazioni.

 

Considerazioni

Certe questioni della scuola sono ignote ai più. Ad esempio il periodo delle scadenze per i voti del quadrimestre, o trimestre a seconda dei casi, è uno dei più intensi. C’è qualcosa di meccanico in questa esigenza di arrivare al numero esatto di votazioni, e la solita questione dei ricorsi vinti per vizio di forma che volteggia invisibile sopra testa dei docenti. La cosa è comprensibile, la società italiana non è quella di trenta o quaranta anni fa e il docente nell’immaginario collettivo è una figura la cui importanza si è ridimensionata, la scuola stessa di fatto si è ridimensionata. Le figure di successo, e di conseguenza ricche e felici, che la pubblicità commerciale e il sistema d’intrattenimento e spettacolo offre al vasto pubblico non sono i docenti, gli eruditi, i filosofi. Al contrario sono ostentati e incensati professionisti dello sport, attori e attrici famose, top model, VIP vari, ereditiere giovanissime.

Nei pressi dei muri della scuola c’è la tipica scritta pseudo-anarchica in nero fatta con lo spray. Essa recita: “Gli studenti non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere”. La mia impressione è la seguente: chi scrive queste cose non ha idea di cosa sia la condizione delle scolaresche di oggi a livello di grandi numeri. La politica è quasi scomparsa dalle scuole a livello di organizzazione, creazione ideologica, studio politico della società e dei massimi sistemi. Certo che quando la politica si fa spettacolo, va in televisione, entra nella rete allora diventa fatto pubblico anche per i giovanissimi e adolescenti. Ma il fatto che si parli di argomenti più o meno politici non vuol dire che vi sia dietro esperienza, preparazione, studio dei fatti notevoli della civiltà industriale, capacità di far attivismo per questa o quella causa. Questo è avvenuto non per inesistenti repressioni del corpo docenti, presidi o chissà cosa. Semplicemente la comunicazione, lo spettacolo televisivo, i personaggi di successo proposti dai format televisivi o in generale i VIP non sono politici o non si pongono come soggetti politici portatori di speranze rivoluzionarie, riformiste, innovatrici dell’esistente. La politica di partiti e movimenti di una certa consistenza numerica entrando nel meccanismo dell’intrattenimento spettacolare e del palinsesto televisivo ha privilegiato non la formazione e la preparazione dell’attivista o dell’elettore ma il consenso dello spettatore più o meno orientato. Fa eccezione la rete, ma solo in alcuni ambiti e in alcuni casi; il più famoso è quello dei gruppi vicini a Beppe Grillo. La mia impressione è che la maggior parte della comunicazione e dell’intrattenimento che occupa tanta parte dell’immaginario collettivo degli adolescenti non sia riconducibile all’impegno politico, a istanze di trasformazione della società, a forme di auto-formazione in ambito di scienze politiche o umanistiche. Quello che viene imputato comunemente alla politicizzazione come scioperi, occupazioni, manifestazioni è spesso una reazione o un ovvio agire tipico dell’adolescenza quando emergono i contrasti con l’ordine delle cose esistente. Paradossalmente è proprio la scuola l’ambito nel quale è meno influente l’opera di omologazione culturale attuata dalla diverse forme di pubblicità commerciale e di spettacolo televisivo o peggio si spettacolo a sfondo giornalistico. La relativa autonomia da certi processi pervasivi del sistema di produzione e consumo ne fa una sorta di territorio di confine, un limite.  Credo quindi che si consumi volutamente una sorta di auto-inganno, di frode contro se stessi quando s’appiccicano sugli studenti adolescenti e sul mondo umano della scuola speranze rivoluzionarie, insurrezionali, sovversive. L’essere confine della scuola fra stagioni diverse della vita e fra generazioni crea la possibilità del fraintendere, dell’attribuire strumentalmente e ideologicamente a fatti iscritti dentro  l’ovvio andare delle cose un valore e un senso falso. La scuola in Italia resta confine fra mondi umani, linguaggi, materie, insegnamenti, generazioni. L’attivismo riformatore in materia scolastica manifestato dal potere politico, e non solo, negli ultimi due decenni dimostra quanto questo essere confine risulti indigesto, fastidioso, e cosa notevole non sempre riconducibile a questo o a quello. Chi vuole vedere il mondo con le lenti dell’ideologia o del proprio esercizio del potere su esseri umani, denari e beni è tendenzialmente infastidito dall’essere confine della scuola sia essa elementare, media o superiore. Leggo quindi l’accanimento ideologico sulla scuola, tanto di chi ha il potere e lo esercita quanto di chi non lo ha e lo vorrebbe, come il fastidio per la natura di limite e di confine interno allo stesso fare scuola.




17 ottobre 2010

La recita a soggetto II

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Le Tavole delle colpe di Madduwatta
La recita a soggetto

Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso. Io quando penso a questi ragazzi di oggi, a questi giovani mi chiedo cosa penseranno di noi; del disfacimento morale, materiale e civile che abbiamo ereditato dalla generazione dei padri e dei nonni e che lasciamo loro aggravata da ogni sorta di cosa strana e pazza. Non funzionava così prima.

Marco: Cosa hanno fatto per noi? E tu caro fratello che cosa hai fatto per loro? Contano i fatti e chi vive bene e per gli affari come noi lo sa. Concretamente del futuro di questi giovani, di questo Belpaese, di questa città, delle sue periferie cosa c’è se non la spazzatura civile e morale generosamente lasciata in eredità ai figli da parte dei padri e dei nonni. Io come la stragrande maggioranza di quelli che hanno posizione e un po’ di soldi Me Ne Frego. Non mi dire che è fascismo perché sai che non è così. Questo è il capitalismo! Esiste solo ed esclusivamente il singolo e i suoi diritti e tutto il resto è o ciò che crea profitto. Se non crea profitto è il niente e il niente non interessa. Quel che c’era prima dici. Balle! Era come oggi, anzi oggi c’è meno ipocrisia meno cattiveria, meno pugnalate al buio. Qui grazie agli stranieri e alle loro banche  tutto è semplice ci siamo noi che siamo i servi ricchi e il resto è merda sociale. Se non hai un protettore, l’elenco clienti, un amico direttore di banca, un socio occulto che fa politica non ci arrivi in alto; non conta la carta, la laurea, il master: qui conta chi conosci, coloro con i quali sei in credito e coloro con i quali sei in debito. Mi dispiace per questi ragazzi. Molti sono bravi non dico di no. Studiano, protestano, fanno volontariato, aiutano gli  anziani e altre idiozie del genere. Ma non capiscono la verità, il dato semplice e banale. Esiste solo il denaro che crea ogni vita e ogni vita salva o distrugge. Qui è peggio che altrove perché il merito non conta, non conta l’aderenza a dei valori condivisi,la razza o la Patria,  non conta il  carattere o la persona ma solo chi ti protegge e il suo  prezzo.

Francesco: Il prezzo! Dici una cosa vera. I soldi mi piacciono, ho fatto tante cose con i soldi. Viaggi, escort di lusso nei paesi dell’Est, alberghi fini, pasti da signore ho pagato io con le  carte della società, o del padrone quando lavoravo per lui. Ma tu sei una  cosa esagerata. Vedi solo ciò che ti assolve da ogni responsabilità. Gli altri sono sopra e sono più ricchi, comandano, dispongono, ordinano le regole e l’andamento degli affari e tutto diventa lecito, giusto, legittimo, giustificato. Perché il privato se vuol viver bene non può opporsi, non può dir di no al sistema, non può star fuori. Ma nello stesso tempo nessuno vuol start dentro rispondere di ciò che fa quando inquina, de localizza, sfrutta, agisce ai confini della legalità.  Allora ecco che la colpa è degli altri, di chi è sopra. La colpa può essere del banchiere che concede il prestito, della Banca Centrale Europea, dei burocrati di Bruxelles, dei cinesi, forse della Federal Reserve, perfino dei politici che ora contano meno della mafia. Mai personale, mai propria, mai nostra. Ecco io ci penso. Ogni tanto ci penso.

Marco: Che vuoi dire? Forse che sei diverso da me?  Esagero quando dico che è giusto fregarsene, che è giusto seguire ciò che esige il mercato, che è corretto andar dietro a chi controlla il mercato e decide per noi? Che responsabilità possiamo avere noi piccoli che di fatto siamo vincolati a soci ricchi o ai prestiti o peggio alle commesse di qualche grande azienda o di qualche grande catena di distribuzione? Nessuna. Assolutamente nessuna. Se Dio esiste ci deve assolvere nel giorno del giudizio: abbiamo eseguito ordini superiori.
 Ora  dimmi: che cosa hai fatto di diverso da tanti altri mediocri esecutori di ordini  quando andavi a giro con il campionario di certa gente che paga i lavoranti rumeni o albanesi una miseria, o quando hai gestito quella fabbrica di vestiario in Ucraina per certi soci padani, caro il mio fratello duro e puro.  L’Italia è davanti e contemporaneamente dentro una tempesta che si chiama esternalizzazione e in un terremoto che si chiama globalizzazione.

Francesco: Appunto. C’è quel che resta della globalizzazione e della de-industrializzazione in questo Belpaese, lo so e ci vivo sopra; proprio come te. Comunque in Ucraina lavoravo sulle calzature e sulla logistica. Proprio per questo ho fatto quel che ho fatto. Un altro avrebbe subito preso il mio posto e io starei peggio e i problemi non avrebbero avuto comunque una soluzione. Tutto il male dello sfruttamento laggiù nell’Europa dell’Est e della disoccupazione da noi sarebbe stato con o senza di me. Solo che capisco e son dispiaciuto, mi scarico la coscienza.

Marco:  Potrei dire pure io che son tanto dispiaciuto e addolorato, ma chi potrebbe mai credermi. Io mi prendo la responsabilità con me stesso; se tutto questo è una merda di sistema fatto di sfruttamento, corruzione, avidità, amore per la morte e l’abuso di potere io ne faccio parte.   Che cosa dovrebbero fare questi ragazzi di cui parli? Andare in un giro con oggetti ingombranti in qualche rivolta urbana per farsi sparare dalla polizia come a quel tipo a Genova nel 2001, scioperare quando i loro contratti sono a progetto o comunque a termine e la loro vicenda lavorativa si concluderà con una forma più o meno dolce licenziamento o come si dice oggi scadenza del contratto, non comprare più beni e servizi per mettere in crisi i poteri economici, sputare in faccia ai nonni e ai padri per i problemi irrisolti e le prospettive negative di crescita della società. Fare i fascisti, i comunisti, gli anarchici, gli integralisti religiosi in una società che crede solo ed esclusivamente nel denaro, nella notorietà nella pubblicità televisiva e nei consumi di lusso?

Francesco: Parli bene. Ma come al solito pensi solo a te stesso.

Marco: Non basta darsi una spruzzata di color politico rosso o nero per esser qualcosa o per fare affermazioni significative.   Non basta!  Se uno ama queste generazioni nuove o fa qualcosa per loro o fa come faccio io. Esisto solo io qui e ora davanti al mercato e alle sue leggi di ferro, il resto è niente e il niente non esiste.

Francesco: Vivi solo per te stesso, pensi sempre  alla tua azienda, ai tuoi assegni, all’amante, alla famiglia che hai sfasciato, all’elenco clienti, alla mercedes della società da cambiare ogni due anni. Chiama  poi le cose con il loro nome, le aziende per le quali lavori de localizzano il lavoro come le altre e più delle altre se possibile. Non sei diverso perché ti piace ma perché sei qui e ora.

Marco: Siamo servi del denaro e di chi lo controlla e in questo privilegiati.


Nella stanza cala il silenzio. I due si studiano e si accomodano nell’unico divano nel corridoio, prima Francesco e poi Marco. Marco estrae un paio di monete dai pantaloni.


Marco: Questo parlare mi ha messo sete, ti va un caffè, ho un paio di pezzi da cinquanta per questo schifo del distributore automatico bastano. La macchina a monete del Vince!
Francesco: Saranno tre anni che non mi offri il caffè, ci sto! Vorrà dire che staremo in piedi tutta la notte ad aspettare. Aspetteremo con gli occhi sbarrati dalla caffeina il nostro sciagurato nipotino.

Marco mette le monete nel distributore, lo fa con studiata lentezza, quasi per assaporare un qualcosa di famiglia nell’aria.


Marco: Quanto zucchero fratello?




12 luglio 2010

Note sul tempo altro e sui giovani

 


De Reditu Suo - Terzo Libro

Note sul tempo altro e sui giovani

 Il vecchio mondo umano con i suoi costumi, le sue illusioni, la sua forza civile, le sue speranze è ormai polvere di cose morte dispersa nel vento. Quello nuovo che sta prendendo forma e che muta e si altera è un tempo altro e diverso. Esso è tale perché si dibatte in una grave crisi di senso delle ragioni intime del suo sviluppo tecnologico ed economico in questi anni di crisi, è diverso perché le grandi creazioni ideologiche novecentesche sono da tre decenni in disarmo e il suo posto è stato preso dalla spettacolarizzazione della politica, è altro perché le grandi speranze del passato in Europa e nell’Impero Anglo-Americano hanno lasciato il posto alle inquietudini e a un vivere intristito tutto ripiegato sul presente. Chi fa il facile gioco retorico di proiettare il suo passato, recente o antico che sia, su questi che hanno fra i diciotto e i venticinque anni d’età commette un grave torto verso la sua intelligenza. Non è una questione di cattiveria o di condizione di minorità: i giovani semplicemente vivono in un tempo altro e diverso rispetto a quello dei padri e dei nonni di conseguenza vanno forzatamente verso prospettive diverse di lotta sociale e politica. I profeti della domenica mattina che vedono miracolose resurrezioni di ideologie fasciste o comunistoidi proiettano il loro passato, o i finti ricordi, su questo concretissimo presente. L’Italia è un Belpaese anziano e quindi milioni di anziani temono il futuro che smentirà e sbugiarderà le loro pietose menzogne e i loro tristi egoismi per anni mascherati rozzamente e falsamente da ragioni politiche o moralistiche. Il vizio antidemocratico di mascherare i propri comodi e i propri egoismi sociali con ragioni politiche altisonanti e fumigazioni retoriche è stato per troppo tempo coltivato dai vecchi partiti politici e dalle organizzazioni sociali e di categoria; oggi le vecchie invenzioni e le furberie da ciarlatani del mercato rionale si collocano in un tempo non loro dove creano confusione e dividono fra chi capisce di che cosa si tratta, chi riesce a comprendere la loro natura di cose morte e chi diffidente li prende come cose strane e pazze. Il discorso sui giovani nel Belpaese cade dall’alto, il giovane non è oggetto di comprensione o di studio ma di giudizio e a seconda della passione politica che anima il giudicante il giudicato è trattato bene o male a seconda del caso e dell’opportunità. Nel discorso che comunemente sento sui giovani manca  l’umiltà di capire da quale tempo arrivano, come vivono qui e ora e dove andranno. Odo di solito giudizi pesantissimi o lusinghieri su di loro in nome di stereotipi vecchi di trenta o quarant’anni, per fortuna l’interesse per i giovani è poco e i giudici dalla parola facile  non vengono quasi messi davanti ai loro pesanti condizionamenti ideologici e alle loro discutibili certezze.

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

La reggenza d'Italia e i fumetti

La valigia dei sogni e delle illusioni

La reggenza d’Italia e i fumetti.

 

Capita di leggere cose strane, talvolta esse fanno capire più di tanti saggi l’immediato quotidiano di questo Belpaese. Il mio pensiero va a “Politicomics, raccontare e fare politica attraverso i fumetti  di Federico Vergari edito da Tunuè  a Latina nel 2008

In Questa pubblicazione si chiede l’autore se esiste ancor oggi il fumetto politico in Italia. Può sembrare una cosa bizzarra, una distrazione da eruditi, tuttavia se si considera il fumetto come una tipica espressione artistica della civiltà industriale allora questa nota sconsolata va iscritta entro i termini di un declino delle capacità delle genti del Belpaese di guardare a sé stesse con lucidità e da parte della politica di pensare alla concreta realtà dei cittadini. Del resto c’è un pregiudizio diffuso nella Penisola che indica i fumetti come una cosa da bambini o da ragazzini e i fumetti che trattano l’attualità o la politica come dei prodotti di scarto del giornalismo e della polemica politica.

I fumetti italiani sono la solita occasione perduta di dar corpo a una cultura popolare che non sia la pura e semplice estensione della pubblicità commerciale e delle logiche da grandi magazzini; mancano i volti e le voci per dar corpo alle diverse genti d’Italia. C’è qualcosa d’arcaico e un senso d’inferiorità rispetto ai grandi processi della civiltà industriale; la quale esprime parte di una certa cultura popolare attraverso i fumetti. Questa condizione italiana è anche il portato di una ostinazione  delle generazioni anziane del Belpaese che da decenni rifiutano il dato di fatto che il mondo umano in cui vissero non esiste più e che l’apertura ai controversi e insidiosi strumenti e segni della civiltà industriale è una necessità vitale per un consorzio umano che aspiri a non essere travolto da una realtà in rapida evoluzione. E’ il senso della continuità fino alla sua fine ultima di un mondo antico in politica come negli aspetti della vita civile, un segno ulteriore della senescenza della società italiana. Eppure adesso c’è bisogno di contare le forme e le voci che emergono dalla  Penisola  e dai suoi abitanti vecchi e nuovi, le cose cambiano e questa reggenza finirà prima o poi.

Come ho scritto tante volte, e di ciò chiedo scusa ai miei lettori abituali, i vecchi poteri declinano e i nuovi ancora non prendono forma, l’Italia è come se fosse in una condizione di reggenza al tempo del Medioevo: il re è morto e deve essere sostituito dall’erede, ma il principe è troppo giovane o malato e non può prendere il potere. Al suo posto, e a seconda dei casi, governa in suo nome un cardinale o uno zio o un consiglio dei nobili o la regina-madre.

Questa crisi della politica che non riesce a darsi un nome e un volto e ricorre a tutti i travestimenti e a tutte le maschere ideologiche è il portato di una crisi di modello di riferimento e segnatamente del capitalismo finanziario senza regole e del liberismo sfrenato e senza limiti della civiltà Inglese e Statunitense. La crisi economica e l’emergere di nuove potenze finanziarie che fanno riferimento alla Cina, alla Russia, all’Europa, all’India e adesso perfino al Brasile consegnano agli Stati Uniti un solo primato: quello militare. Nei fatti solo l’enorme e smisurata potenza militare, e per mantenerla gli statunitensi sacrificano gran parte delle loro risorse umane ed economiche, sostiene la potenza dell’Impero USA nel mondo.  Essere se stessi qui e ora non è un male, è necessario.

 

IANA per FuturoIeri




4 ottobre 2009

Una lettera da Nader


L'amico dottor Franco Allegri mi fa avere questa sua traduzione di uno scritto di Ralph Nader, ancora una volta devo constatare la profonda differenza che si respira quando a parlare di USA sono statunitensi dentro i fatti del loro Impero a Stelle e Strisce e non i giornalisti nostrani. C'è qualcosa di nuovo e di strano in questo scritto. Per il comune lettore italiano suona come una novità una critica dagli USA verso il presidente Obama; forse è una lezione di democrazia quella che viene da questa lettera: nessuno neanche il punto più alto del vertice del potere politico è aldilà delle critiche in un sistema democratico bene ordinato.
 Buona lettura.


IANA


 
[24 agosto 2009]

Distribuitela, grazie.

Tra la Retorica e la Realtà

Di Ralph Nader

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La Casa Bianca di Obama - piena di consiglieri politici ritenuti intelligenti guidati dal Presidente del movimento campagna del 2008 "Change You Can Believe In" - è in disordine.

Le peggiori varietà multiple e confuse del disordine provocano la confusione pubblica, il conflitto interno al Partito Democratico, e il lento ritiro della fiducia in Mr. Obama da parte dei suoi sostenitori più forti in tutto il paese.

Due dei sostenitori più tenaci sui media - gli editorialisti Paul Krugman e Bob Herbert del New York Times si stupiscono dei piani di Mr. Obama.

Krugman ha replicato l'idea del collega saggista del Sunday Times F. Rich che ha scritto sulle "sciocchezze" dette da Obama ai sostenitori a sostegno dell'adozione subdola, opposta e stupefacente delle peggiori politiche aziendali e militari di Bush. Invece B. Herbert, preso dal piacere del suo eroe politico per il ciarlare e vagheggiare di riforma sanitaria, pubblicò tale valutazione riluttante:

"Quasi ogni giorno sento uomini e donne delusi che votarono con entusiasmo per Mr. Obama. Essi credono che le banche agirono come dei banditi nei salvataggi, e che l'iniziativa sulla tutela sanitaria possa divenire un pasticcio. Il loro più grande fastidio, quello che Mr. Obama sia molle, restio o incapace a combattere con una durezza sufficiente a respingere i responsabili per il cattivo stato della nazione, è forte".

Raramente c'è stato un tempo più propizio per trasformare una leadership presidenziale.

Il capitalismo aziendale disgraziato ha frantumato l'economia.

Le condizioni di vita di milioni di lavoratori e pensionati le cui tasse furono usate per salvare questi truffatori e speculatori di Wall Street sono tetre.

Invece di esprimere rimorso, i lobbisti aziendali arroganti lavorano sul Congresso con domande feroci, alimentate da idee politiche da registratore di cassa e pagarono comizi costosi nei Distretti congressuali.

Le grandi imprese e i loro comitati d'affari non vogliono una vera riforma dell'assicurazione sanitaria che ridurrebbe i monopoli e i profitti. Non vogliono che gli standard di efficienza energetica e di progresso interferiscano con il loro squallido inquinamento e con l'inefficienza.

Non vogliono riduzioni al bilancio militare gonfiato e circondato da squallore, dalla frode e dall'abuso di ciò che il Presidente Eisenhower chiamò "il complesso militare industriale" nel suo discorso di congedo al popolo americano.

I supremi aziendali non vogliono riforme nelle leggi fiscali deliberatamente complesse e oscure per favorire gli evasori e gli elusori aziendali e i paradisi fiscali per i super ricchi. In breve, le imprese globali vogliono che Washington, D.C. continui ad essere il loro grande liberalizzatore e la vacca grassa per continuare l'abbandono dei lavoratori americani, il saccheggio del contribuente americano e la frode al consumatore americano.

Dimenticate la legge aziendale e l'ordine di reprimere l'onda del crimine aziendale.

L'armonia, il Presidente bipartisan Obama e il suo capo squadra Rahm Emanuel le hanno messe nel sacco.

Quello che sconfisse H. Clinton lo scorso anno ha avuto successo nel dividere i Congressisti Democratici in progressisti, liberali aziendali e Conservatori di Blue Dog, i Repubblicani possono credere a mala pena alla loro fortuna e sono impegnati a sfruttare questi scismi.

L'On. Steny Hoyer, il numero due Democratico alla House, scredita il suo portavoce sul piano di "opzione pubblica" di Nancy Pelosi per l'assicurazione sanitaria.

Il Sen. M. Baucus - un Repubblicano mancato mascherato da Democratico Presidente della Senate Finance Committee - lavora d'amore e d'accordo con i Repubblicani di destra e con la Casa Bianca per varare una debole legge "bi-partisan" che creerà nuova debolezza dato che i Repubblicani aziendali aspirano ad aumentare la debolezza della Casa Bianca.

Nel frattempo, alla House dei Rappresentanti, i legislatori più progressisti accusano il loro vecchio collega, Capo di Commissione, Henry Waxman di aver venduto ad un Blue Dog spavaldo i Democratici nella sua Commissione.

Al contrario Mr. Waxman stesso deve essere seccato che persino la sua "opzione pubblica" di compromesso (che i Democratici potrebbero chiamare "scelta pubblica") sarà deragliata dalla legge che l'asse Baucus/Grassley/Obama presto svelerà al Senato. Gli elettori di Obama non conoscono quello che hanno creduto di sostenere.

Mai Obama si identificò con un'idea chiara di riforma sanitaria - per non menzionare il single payer (pieno accesso per tutti al Medicare), che lui avrebbe favorito se avesse "iniziato a legiferare".

Non c'è stato nulla per mobilitare i suoi sostenitori nel paese e radunarsi.

E' triste da dire che questo era predetto dal curriculum politico di Obama come Senatore dell'Illinois e degli USA.

Raramente lui ha preso posizione e combattuto contro i suoi avversari. Persino dopo che lui ha fatto un accordo con loro, essi continuano a indebolire la sua agenda.

Ancora, B. Herbert intuisce l'andamento disturbante:

"Sempre più il presidente è visto dai suoi sostenitori come uno che amerebbe compiacere tutti, che è incline di natura alla scelta della soluzione bipartisan, che crede che i suoi sostenitori più forti staranno sempre con lui perché essi non hanno un posto dove andare, e che si ritirerà ogni volta che i Repubblicani e la folla aziendalista lo inseguiranno". Mr. Herbert può parlare come un'autorità.

Egli ha scritto molti editoriali nei 18 mesi passati per riflettere sull'attitudine del "nessun posto dove andare". Se lui abbandonasse le battaglie di successo, molti lo seguirebbero.

Sarebbe meglio per Mr. Obama se si svegliasse e desse attenzione alla sua base prima che essa trovi un posto dove andare e/o resti a casa.

Questo accadde a Clinton nel 1994.

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Tradotto da F. Allegri il 29/09/2009




28 giugno 2009

Chi pagherà questa crisi maledetta?

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Chi pagherà questa crisi maledetta?

 

Forse è la mia solita visione, il mio percepire le cose da un punto di vista personale, ma la mia impressione è che questa non sia solo una crisi finanziaria. Questa crisi è una crisi di modello di sviluppo e politica, a un punto tale da essere così banale da non essere riconosciuta nella sua intimità. Lo sviluppo portato avanti dalla civiltà Anglo-Americana presupponeva una crescita infinita in presenza di limitate risorse planetarie, credo che sia capitata una cosa banalissima. Quando questo modello è diventato il modello globale le risorse naturali, alimentari, umane e anche i portenti della tecnica e della scienza si sono rivelate limitate e incapaci di alimentare una crescita infinita. Non ci vuole una gran mente, è una cosa banale che qualunque nonnina esperta di mercatini e acquisti arriva a capire.  Può essere riassunta la cosa in una facile analogia:spese illimitate e soldi contati non vanno d’accordo. Gli esiti di questo schifo sono povertà diffusa, precarizzazione del lavoro, delocalizzazione delle imprese in paesi del terzo mondo dove le libertà sono fantasie, siccità, cambiamenti climatici, ideologia dello scontro di civiltà, proliferazione del terrorismo e della criminalità, inquinamento materiale, sociale e morale, devastazione delle civiltà per piegarle a un modello unico di pensiero, di vita e consumo. Dalla parte positiva del piatto della bilancia c’è tuttavia qualcosa che non può essere ignorato ma che non compensa i danni. L’aver disgregato le precedenti civiltà e forme di vita ne ha rivelato la sostanziale debolezza e ha aperto le porte alla possibilità del nuovo anche se in forma traumatica, il pianeta è per sommi capi connesso da reti viarie, dalle linee aeree, da internet, l’inglese è una lingua franca che facilita la trasmissione dei dati e gli spostamenti di uomini e merci, l’altro non è più solo l’estraneo ma sempre più spesso è il vicino di casa. L’evoluzione tecnologica con l’introduzione nella quotidianità del Computer e di sistemi di telecomunicazione ha trasformato la cultura integrandola nei sistemi di produzione e consumo. Il prezzo pagato per tutto questo è abnorme e comunque questi effetti sono per così dire collaterali, dietro questa mutazione non c’è un progetto sociale o politico ma l’avidità di ristrettissime minoranze di miliardari, di politici al soldo, di super-esperti, di amministratori delegati strapagati. La crisi politica ha forse un bilancio peggiore perché l’Impero Anglo-Americano ha goduto della possibilità d’attingere alle principali risorse planetarie, ora queste sono contese da nuovi attori e il sistema si rivela per quello che è nel suo semplice darsi: un paradiso per pochissimi ricchi, l’inferno sulla terra per la maggior parte dei poveri. Questo modello è stato sostenuto dalla forza delle armi e da una propaganda della propria civiltà invadente e martellante, di fatto intere generazioni d’italiani hanno creduto al mito dell’eroe, o supereroe americano, che metteva a posto il mondo perché proveniente da una civiltà superiore. Il Belpaese in particolare ha subito moltissimo questo credere nella superiorità dell’uomo americano. Sul piano pratico le vecchie generazioni hanno ignorato il destino delle nuove si son mangiate le risorse o se ne sono fregate del futuro del Belpaese. Non è una cosa da superuomini questa ma una truffa da cialtroni, da gente che vive d’espedienti. Non basterà superare la crisi, per non pagarla due volte occorrerà una liberazione dalle antiche illusioni e il congedo dei troppi miti perduti e delle defunte ideologie ormai diventate alibi per fuggire dalla realtà.

 

IANA per FuturoIeri




28 maggio 2009

La Repubblica davanti ai misteri della vita e della morte

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

La Repubblica davanti ai misteri della vita e della morte

Il Belpaese è talmente lontano dagli Dei e dagli Eroi che il mondo antico pare una cosa forestiera tanto son disperse e morte le tracce di quelle passioni, di quelle lacerazioni, di quella dimensione vitale che aveva animato gli antichi abitanti della penisola. Proprio quel trapassato remoto fa pensare che in definitiva ogni civiltà e ogni realtà istituzionale abbia in sé il mistero della sua vita e della sua morte che viene in essere nel lento scivolare dei decenni, delle generazioni e dei secoli. In questi ultimi due decenni sciagurati la Repubblica pare aver accelerato la sua corsa verso la fine della sua storia e della sua esistenza in questo mondo materiale: queste elezioni a mio avviso trasmettono un senso di fine delle grandi dimensioni ideali, delle passioni, del senso ultimo che deve avere un potere che associa gli esseri umani fra loro. In queste elezioni emerge con forza che i candidati alle elezioni si presentano con una dose massiccia di narcisismo e con una volontà certissima di mettersi in mostra, prendono dalla pubblicità il loro linguaggio elettorale. Il candidato si presenta al suo pubblico come se fosse un frigorifero di nuova concezione o un motorino. Questo carpire l’essenza del messaggio pubblicitario crea un concetto della politica come ostentazione di merce, di volti, come presentazione non di programmi ma di personaggi che raccontano la loro "storia". La politica si fa quindi gioco di facce, mezzibusti, di cose e concetti desiderabili, di slogan da vendita di formaggini e da giochi di carte collezionabili. La scelta dei candidati assomiglia sempre più alla compravendita di merce, al prendere questo o quello dallo scaffale di un supermercato e le leggi elettorali intendono sancire più che altro la supremazia di partiti politici che sad oggi embrano strane associazioni commerciali a metà strada fra la vendita di servizi alla persona e le agenzie di lavoro interinale. Interi ceti sociali vivono del mestiere del fare politica, e non solo per la natura del potere politico che attira gli ambiziosi e gli avventurieri ma anche per la specificità di un mestiere del politico che è anche e principalmente un lavoro che non richiede per essere svolto particolari studi superiori o specializzazioni. La Repubblica deve quindi aspettarsi di trasformarsi  nel contenitore di una nuova specialissima natura commerciale del mestiere di far politica. Questo espone il modello istituzionale italiano ai rischi di un modo di far politica senza autentici ideali, senza straordinarie passioni, senza visioni di un futuro collettivo o di creazione di cose grandi. Evidentemente questo è un fattore che non mancherà di accelerare l’incontro del sistema con il suo finale di partita perché nessun regime politico può vivere sospeso fra cielo e terra senza delle ragioni profonde che lo leghino ad una civiltà o alla vita delle popolazioni che in esso si riconoscono.

Comprenderemo solo al termine di tutto questo amaro percorso il senso che ha avuto per il Belpaese e le sue genti la Repubblica Italiana.

IANA per FuturoIeri



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