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3 agosto 2012

Le Tavole delle colpe di Madduwatta Terzo Libro. Un cocomero ben tagliato

"Segreto svelato" di I. Nappini



Il terzo libro delle tavole

Viaggio nell’Italia del remoto futuro

Il Cocomero ben tagliato

 ( anticipazione da uno scritto ancora tutto da scrivere)

Il numero due degli Xenoi mi congedò ed io lo salutai come talvolta si salutano ossia con un leggero inchino della testa e mettendo la mano aperta sul petto. Ciò fatto andai verso il comandante, l’impressione di quel breve incontro era stata enorme. Il comandante mi sembrò sereno e con aria confidenziale mi disse:”Ein Stück der Wassermelone?”, sulle prime non compresi. Aveva usato il tedesco per chiedermi se volevo andare con lui, voleva offrirmi una fetta di cocomero. Che cosa curiosa. C’era una tradizione da quelle parti, in quella città; d’estate alcune bancarelle offrivano cocomero gelato per pochi spiccioli ai passanti. Precisò:” Fa caldo, perché non ci concediamo una fetta di cocomero bella gelata, so io un posto straordinario.” Accettai subito stupito dell’offerta. Fece un cenno e la macchina si avvicinò all’uscita. Disse all’autista:” Sulla passerella, quella prima del ponte rosso”, mostrò su un tablet la mappa e una foto del punto, il tipo al volante fece un cenno di aver capito e in pochi minuti eravamo già in strada diretti dalla parte opposta della città.  Lui mi parlò con tono amichevole:” adesso la porto nei pressi del principale parco della città,  troverà ben poco di monumentale ma è comunque un posto gradevole. Personalmente mi sono cari certi luoghi popolari, semplici.” Arrivammo in un quarto d’ora, non c’era traffico sulla strada, la macchina parcheggiò presso una piazzetta e ci avvicinammo al banco del rivenditore di fette di cocomero collocato  nelle vicinanze di un ponte pedonale sul fiume, il luogo era semplice e privo di decorazioni e di cose notevoli. Il caldo era forte e la polpa rossa fredda, dissetante e dolce proprio quello che ci voleva, con due soldi il comandante mi aveva dato una piccola lezione di gastronomia da strada locale. Lo ringraziai per il gustoso sollievo, l’emozione era stata grande e un piccolo momento di calma era prezioso, la tensione si allentava; fu allora che m’invitò a far due passi, dietro il chiosco si apriva un piccolo viale alberato. Fu l’occasione per fare due passi e parlare del più e del meno, ad un certo punto della conversazione il comandante volle mostrarmi un punto dal quale s’osservava il fiume dall’alto di un argine, una pescaia, le rive sassose e il parco alberato sullo sfondo. Il tutto aveva un fascino da cartolina, da acquerello comprato in qualche negozio di souvenir. Chiesi qualche notizia su quel posto, cose comuni, se c’erano delle storie al riguardo, se c’erano racconti di battaglie…

Lui mi parlò così indicando una pescaia semplicissima sul fiume:” Vede questo  luogo è un luogo semplice, è la periferia del fiume; la parte storica della città è dall’altra parte. Questo è un quartiere dove vive la gente comune, gente semplice. Il potere che abbiamo conquistato assieme agli Xenoi viene dal conoscere queste pietre, queste case, questo fiume, questi alberi e questi prati. Viene dalle cose piccole, dalla banalità, dalla semplicità. Sapere è potere e noi come certi guerrieri d’altri tempi ci siamo messi a conoscere noi stessi, il proprio luogo di vita, la propria storia, la natura. Ci ha aiutato ad avere una disciplina, ad aprire la mente, a prepararci ai disagi della guerra e della vita in clandestinità e della normalità nella gestione del potere.”.

A quel punto compresi al volo che dovevo approfittare di questa inaspettata confidenza:” Quindi una sorta di consapevolezza interiore, di spirito guerriero, di forza morale d’altri tempi era per voi fonte d’ispirazione, di coraggio?”

Lui fece una smorfia e disse: “ Perché tante e tante volte le genti di questa penisola hanno fallito nel corso delle loro rivolte, delle loro congiure, delle loro ribellioni? Perché andavano in ordine sparso, senza disciplina, senza logica, avendo in testa interessi personali, speranze private di ricchezza, desideri di vendetta, odio.  Per ciò che riguarda i capi le ambizioni personali, il doppiogioco, l’ indisciplina, le affinità con la delinquenza erano la regola e questa era la zavorra di tanti movimenti e gruppi politici del passato con ambizioni rivoluzionarie o sovversive. Sono miseramente affogati, la loro memoria si è perduta, le loro ambizioni dissolte, le loro speranze sparite. Noi non potevamo fallire in modo miserabile, in modo meschino come era già accaduto nel passato. Quindi ci siamo forzati alla disciplina e allo studio delle arti marziali. Troppi movimenti politici nel passato sembravano la cattiva copia della delinquenza comune, delle bande mafiose, della feccia di strada che vandalizza qualche quartiere popolare, che fa casino per svaligiare un supermercato o solo per far a botte con la polizia. Questo Belpaese  merita qualcosa di più , molto di più dell’ennesimo bivacco di ladri, teppisti e cialtroni travestiti da politici, da tribuni, da rivoluzionari. Poi c’è una cosa ancora. Erano spesso gente priva d’arte, di poesia, di filosofia , di retto e  corretto sapere. Con gente simile anche le migliori cause scadono nelle degenerazione e nel disastro“. Il comandante aveva le idee chiare e precise. Non potevo dargli torto, in fondo il vecchio ordine era pieno di cose corrotte e disastrate;  in quelle frasi vi fossero dosi forti di verità mischiate a risentimento e rabbia. Poi era anche vero che queste popolazioni erano state governate da potenze straniere, da despoti e tiranni domestici, da politici espressione della criminalità organizzata. Mi sembrava sicuro di sé. C’era un che di fastidioso nel suo fare.

Volevo smontarlo, almeno un po’; volevo approfittare della situazione venuta in essere con questo dialogo. Quindi chiesi in cosa davvero lui e i suoi amici e compagni d’arme ritenevano di essere migliore di tanti altri che avevano provato a far cose simili, a far rivolte, sommosse, rivoluzioni. In fondo con così tanti esempi cattivi del passato c’era da pensare che anche sua eccellenza potesse essere incluso nel numero dei candidati al fallimento.

La provocazione lo scosse solo un poco. Mi sorrise. Indicò il fiume, le due rive  e  la pescaia

Poi mi disse più o meno queste cose: “ Il pericolo del fallimento è forte, ma proprio per questo ci proponiamo una disciplina di partito e marziale. Si tratta di far molto di più e meglio di quanto da queste parti si è visto in passato. Vede non è che in passato mancassero buone idee o buoni ideali. Mancavano gli esseri umani in grado di realizzarli, di portarli a  buon fine. Anche il materiale umano conta. So che è una brutta espressione ma le cose stanno così. Se non liberiamo noi stessi dalla spazzatura che abbiamo in testa, dalle ambizioni sceme, dal cretinismo portato dall’egoismo falliremo di nuovo, come è successo tante volte. Ecco la necessità di fare un salto, di andare oltre grazie ai nostri alleati Xenoi. Non possiamo oggi scappare nel ricordo del passato come tante volte hanno cercato di fare i rivoluzionari, i ribelli, gli eversori. Inutile il cercare in cose morte, nei detriti di storie politiche e sociali finite da generazioni l’ispirazione per un riscatto collettivo, per una salvezza di tutti o di qualcuno. La salvezza può venire solo da una proiezione in avanti, da una rivoluzione sì; ma non come ritorno alle origini. Non c’è un paradiso perduto nel passato recente o remoto che sia, ciò che siamo e che potremo essere si decide qui e ora. Il passato serve forse a non perdersi, a capire da dove si è partiti, ma non può essere il suo ritorno la nostra causa. Vede il fiume, oggi è lento e pigro nel suo scorrere, in inverno è forte e impetuoso. Il fiume non è mai uguale e quella pescaia oggi è emersa, visibile. In altri momenti pare sparire sotto la forza delle acque. Il fiume non si ferma mai. Cercare l’acqua del fiume di venti o trent’anni fa è pazzia, ogni presente scrive da sé la sua storia. Anche il nostro presente scriverà la sua storia e costruirà da sé le sue regole. Quindi siamo forzati per così dire all’esercizio della virtù, alla disciplina, ad essere una forza che si muove tutta assieme con uno scopo collettivo; dobbiamo fare il nostro percorso, costruire un mondo materiale e umano e non rapinare i detriti di società umane rovinate e di realtà politiche scomparse. Rapinare i vinti, gli scemi e la gente ignorante è stata per secoli l’abitudine delle minoranze al potere da queste parti, ossia abitudini criminali e criminogene”.

C’era molto di vero nelle sue parole e c’era anche il desiderio di giustificare se stesso, le proprie azioni, i ricordi. Sorrisi e dissi due o tre parole di circostanza mentre ammiravo il paesaggio.



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