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21 maggio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto- il consenso e l'essere umano

Franco Fusaro appoggia una mano su un tronco. Si sostiene. Come se ritrovasse forza nel contatto con la materia vegetale.

Franco Fusaro: La parola chiave di quanto affermo è consenso. Proprio così. Il consenso è l’accettazione da parte di grandi masse elettorali dell’ordine esistenze, delle gerarchie, delle logiche di potere, del culto del Dio-denaro, degli abusi che sempre seguono un sistema imperfetto e arbitrario frutto della contingenza storica e della necessità del momento. Il consenso è la parte emergente di una psicologia di sottomissione a quel che è e, di conseguenza,  sembra solidissimo, granitico, sacro. In natura l’animale ha un ciclo vitale, ciclo che segue lo scorrere delle stagioni, sostenute queste  dal senso delle ere che sono le frazioni di tempo degli eoni. L’eone è un ciclo di tempo che segue il ciclo del cosmo. Non c’è bisogno del consenso verso lo scorrere delle cose e il loro nascere, divenire  e finire. Ma l’essere umano è diverso, ha un tempo suo… Il suo tempo è un tempo di regni, d’imperi, di regimi repubblicani, oligarchici, tirannici, dispotici, perfino popolari, un tempo di religioni, un tempo di profeti, talvolta di messia. L’essere umano è soprattutto la sua cultura e l’accettazione dell’ordine costituito, di una gerarchia sociale, di una creazione di modelli di creazione di ricchezza e redistribuzione di essa. Il consenso è il lato buono del potere, il dominio è quello cattivo. Qui in questa terra si preferisce il consenso al potere dominante perché il dominio che è esercito, polizia, repressione, brutalità dei servizi segreti è indigesto, è nocivo per gli affari. Il consenso invece senza la durezza del potere convince con la televisione generalista, persuade con la pubblicità commerciale, indottrina con i telegiornali, distorce la realtà con il cinema, distrae con i giochi. Il consenso usa l’arma dell’immaginario collettivo, il consenso siamo noi e siamo chiamati uno per uno a rendere conto a noi stessi di ciò a cui prestiamo fede, ciò che ci persuade, ciò che domina le nostre passioni e aspirazioni

Stefano Bocconi: Giusto… Belle parole ma così chiami in causa noi stessi, chiedi molto.

Paolo Fantuzzi:  Ovvio. Ciò che ci prende, che ci sospinge verso questa o quella meta. Quello che ci fa desiderare quel paio di scarpe o quel telefonino quello è manifestazione… come dire… Dillo tu commerciante!

Stefano Bocconi: Del tuo consenso! Proprio così. Lui ci racconta che il consenso è in noi. Dentro i nostri atti quotidiani. Anche il presentare della merce ai clienti, anche un lavoro fatto bene nel settore del mercato  è atto culturale, anzi, atto di consenso culturale. L’obbedienza al sistema e ai suoi privilegi è nel quotidiano. Per questo io soffro così tanto. Non ho sfondato. Gli anni passano e non sono diventato un nababbo. Uno che ha vinto. Perché vincere è il qui e ora dell’essere ricchi e ostentare il posseduto con arroganza e clamore. Come i ricchi stranieri che finiscono sulle cronache mondane esagerati, opulenti  e ricchi.

Franco Fusaro: Manca una voce.

Clara Agazzi: La mia. Non so. Il consenso per me è anche l’abilità da parte delle minoranze al potere di trasformare i più profondi desideri dell’essere umano, di distorcere i desideri , di trasformare la mentalità, di fare del consumo uno strumento politico. Perché certe forme di consumo sono forme di consenso a un sistema di cose nel mondo ingiusto e prevaricatore. Ma senza milioni di umani esperti in ogni genere di pubbliche relazioni e pubblicità tutto questo cesserebbe d’essere in tempi brevi. Questo sistema di produzione, consumi, redistribuzione dei carichi del lavoro e della ricchezza in parti diseguali regge perché esiste la pubblicità e la televisione. Se una radiazione proveniente dallo spazio distorcesse  interrompesse il flusso di comunicazioni televisive per una settimana tutto il sistema andrebbe a pezzi; questo modello può vivere senza storia  e senza filosofia, ma non senza la pubblicità commerciale.

Franco Fusaro: La pubblicità commerciale è una parte determinante del consenso. Si tratta della prima forma d’educazione oggi. La sua potenza è enorme per masse di capitali investite, per la qualità di esperti e specialisti che la realizzano, per le competenze specifiche che associa nelle sue operazioni essa è la massa potente dell’industria dell’intrattenimento e delle pubbliche relazioni. Senza conoscere un minimo la forza specifica del pubblicità commerciale non si può capire la potenza del consenso. Le logiche, le parole, i costumi, i comportamenti, la memoria stessa è condizionata dalla pubblicità commerciale. La pubblicità commerciale è stata fortemente legata all’intrattenimento, specie a quello televisivo. Farò ora una scomoda affermazione. Oggi l’immagine della famiglia deve molto ai telefilm statunitensi degli settanta e ottanta mandati in onda ripetutamente sulle televisioni commerciali. Quel mondo del piccolo schermo frammisto alla pubblicità ha creato le forme della famiglia nella mente di migliaia di ragazzini e ragazzine di allora che oggi l’anno infine costituita. Il che non vuol dire che la serie di “Happy Days “ o di “Dallas” siano i modelli, ma lo sono stati nell’immaginario e questo pesò allora e pesa oggi. L’immagine del mondo ripetuta, ossessiva, sistematica si fissa e permane nell’essere umano, alla fine per molte vie condiziona le ricerca della felicità, del benessere e del proprio destino di vita.  Spesso le performance dell’attore Henry Winkler conosciuto da noi come “Fonzie” erano più incisive di una predica in chiesa per quel che riguarda certi atteggiamenti verso la vita, in fondo anche quella lì era l’immagine  del “sogno Americano”. Il problema è infatti l’oggi,  perché stavolta non c’è più un sogno prefabbricato chiavi in mano con attori bravi e di talento che lo propongono alle masse davvero credibile. Oggi c’è il bivio fra il credere  al sistema della persuasione dell’industria del cinema e dell’intrattenimento e della pubblicità e il cercare da soli ciò che si è e quel che si vuol essere. Non è una cosa facile. Occorre essere artisti e come artisti superare l’ombra proiettata da se stessi con un salto potente verso l’ignoto, verso la manifestazione del genio, verso il futuro possibile.

Paolo Fantuzzi:  Tu chiedi troppo. Parli difficile. Ma dimmi non credi che anche la gente semplice, la meno provvista di sapere non abbia diritto ad essere qualcosa di meglio.

Franco Fusaro: Ma questa gente di cui parli… Davvero vuol essere qualcosa di diverso da ciò che è? Vuole davvero essere in questa vita ciò che può esprimere con i suoi talenti e le sue abilità?




13 aprile 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto- il consenso all'ordine delle cose

Clara Agazzi: Quella è la cosa che sai fra meglio, leggere in ciò che è inconscio. Ti conosciamo tutti come persona capace di capire paure  e problemi altrui. Ma ti prego di parlarci in modo limpido e chiaro, senza misteri. Siamo qui per ascoltarti.

Paolo Fantuzzi: Franco credo che dovresti proprio parlare in modo più diretto e meno complesso. Non tutti hanno studiato per anni all’università come te.

Stefano Bocconi: Giusto! Parla in modo semplice, diretto.

Franco Fusaro: Non dovete aver paura. Inizierò con una favola e con un piccolo episodio di vita. La favola è questa. Immaginate una cosa da medioevo fantasy, roba da Warhammer o Dungeos&Dragons e cose simili. Un mostro simile  a un rettile dal corpo abnorme e deforme e con una testa serpentina e dal collo lungo dimora oltraggioso e pericoloso nella taverna sulla strada per la città. Tre avventurieri tentano di liberare l’edificio dalla triste presenza. Il primo con una spada di legno dopo aver tirato due o tre colpi scappa al primo mostrarsi della furia della bestia. Il secondo, una paladina, infilza più volte la spada nel corpo marcio della bestia e ne viene travolta e schiacciata dal peso. Il terzo avventuriero raccoglie la spada del secondo, studia il comportamento della creatura, osserva bene l’ambiente in cui si muove e capisce il punto. Deve tagliare la testa serpentina. Lo fa e libera quel posto dalla triste presenza. La morale è questa se si usano strumenti inutili si è forzati alla fuga, se si hanno gli strumenti giusti ma si usano male e si usano dove non serve si viene travolti e schiacciati dai problemi. Se si hanno i mezzi, anche pochi e si ha la capacità di capire quando e dove usarli, allora si può venir a capo del problema, del dubbio, dell’angoscia. Vi vedo perplessi. Ora mi chiarirò raccontando di un piccolo episodio di vita.

Mi trovai a ragionare di una cosa che avevo scritto sul mio blog con un sapiente e erudito ma in quei giorni un po’ depresso. Più o meno questo fu il dialogo. Iniziai con:ho letto un vostro commento negativo sul blog. Ne sono stupito vi conosco come una persona interessata a certi temi. Un critico del sistema capitalista e industriale.

L’erudito depresso rispose che avevo tradotto e commentato un saggio su Industria alimentare, ecosistemi, parchi marini. Tutte belle parole, ben scritte, sicuramente vere.

Ma per l’erudito il pubblico in Italia in grado di capire davvero il pezzo e la sua logica. Il blog è capito davvero a suo avviso da poche decine di persone. Non solo qui mancano i grandi numeri, ma nemmeno ci sono nel Belpaese. L'umano italiano per l’erudito è di per sè una creatura chiusa e limitata, vede solo il suo strettissimo interesse e solo la via di fuga che gli è data dalla realtà in mondi virtuali da playstation, nel gioco del calcio, nella moda per chi può pagarsela e cose simili. Secondo lui solo ristrettissime minoranze di singoli attenti alle grandi questioni possono interessarsi alla questione dell'ecosistema marino, inutile dire che l'argomento tratta una questione vitale per l'essere umano nelle forme di massa con cui s'esprime nella civiltà industriale. La questione fra me e lui divenne: i milioni di divertiti e distratti vogliono cercare, capire, scoprire?  Egli credeva proprio di no perché in  Italia il non sapere, il non cercare, il non capire, il non chiedersi nulla è una rigorosa scelta di vita. L'opera buona di questo ricercare e ragionare quasi domestico deve avvenire all'ombra del grande silenzio dei molti.

Stefano Bocconi: Giusto. Se non interessa, avranno di meglio. Se uno ha il suo e gode e ha i soldi che cosa importa se il resto del mondo muore. Vale il principio che se il mondo muore ma io sono ricco e felice tutto è buono anche affogare nel Titanic. Si tratta di un grande spreco non usare la testa per far soldi o cavar piccoli piaceri dalla vita che compensino il non essere nati nababbi o diventati gente ricca e famosa.

Paolo Fantuzzi: Sei un tipo proprio diretto, può crepare il mondo ma l’importante è il tuo portafoglio.

Stefano Bocconi: Questo è come dici. Cosa ha fatto il mondo per me? Io ho dovuto strappare alla malvagità e alla durezza della natura umana ogni maledetto euro che ho guadagnato. Non amo il denaro ma è quel che sostiene la mia esistenza. Ho cercato tante volte di negare ma non è possibile. Se non avessi quei soldi sudati sarei un niente per i nove decimi dell’umanità e per la quasi totalità dei miei concittadini.  

Franco fa segno d’ascoltarlo attentamente

Franco Fusaro: Risposi all’erudito che l’egoismo individuale è contenuto in piccole dosi anche nell’altruismo che all’apparenza  può sembrare ingenuo o svampito. Scrivere sul mondo, capire i suoi dettagli, le sue connessioni è anche impadronirsi di un sapere proprio, delineare una mappa dell’agire umano e dei suoi possibili sviluppi, in una parola afferrare la realtà. Può capitare che questo passi dai parchi marini o dal futuro del prezzo del tonno inscatola nel supermercato. La domanda da porsi è cosa cercano i milioni di distratti e di confusi o di umani persi in divertimenti alienati. L’erudito rispose che cercavano una via di fuga, l’uscita di sicurezza dal presente in un mondo di fantasticherie o di favole da cronaca calcistica o rosa.  Allora risposi che il problema non era i molti che non venivano al blog o disertavano i temi dell’ecologia ma quel che cercavano davvero. Al loro male esistenziale e materiale e forse al male del mondo avevano già risposto a modo loro con una fuga dalla realtà simile però a una pausa, a una breve vacanza. Essi prendevano congedo dai loro problemi e dal quotidiano per qualche ora, per qualche giorno per placare le paure e l’angoscia e il male di vivere e poi tutto tornava come prima. Ma questa non è stupidità o scelta, ha un nome diverso. Si chiama consenso. Chi si diverte oggi spesso esprime una forma elementare e immatura di consenso verso l’ordine esistente sia pur prefigurando o ostentando altri valori, altre logiche.

Clara Agazzi: Ma come è possibile negare e confermare i valori dominanti nello stesso tempo?

Franco Fusaro: Quell’erudito ti potrebbe rispondere che non si tratta dello stesso tempo ma di due: uno della realtà e uno della sua negazione impossibile che diventa quindi consenso. Questo  perché il mondo altro, ossia  il mondo desiderato, è il mondo dei fumetti, del campionato, del cinema, delle riviste di moda.




16 aprile 2010

Una mia considerazione ripubblicata

15 Apr, 2010

De Reditu Suo - Satira e fumetti del tempo morto

Scritto da: F. Allegri In: De Reditu Suo| Professore Iacopo Nappini e letto 22 volte.

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De Reditu Suo
Satira e fumetti del tempo morto

07/01/2010
Ammetto che è difficile iniziare un simile discorso, azzardare un ragionamento a partire dal proprio passato senza cadere nella trappola della nostalgia o della distorsione dei fatti.
Quanto sto per scrivere riguarda anche la mia pre - adolescenza e l’adolescenza, tuttavia prego i miei venticinque lettori di considerare il senso ampio della cosa che va oltre la riflessione autobiografica. PARTIRÒ DA LAMÙ CHE È UN GRANDE FUMETTO ED È ANCHE UNA FRA LE PIÙ FAMOSE SERIE ANIMATE MANDATE IN ONDA IN ITALIA. A beneficio di quanti non conoscono ciò di cui tratto riporterò degli stralci da Wikipedia: “Lamù (Urusei Yatsura) è un manga pubblicato in Giappone dal 1978 al 1987, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi, dal quale sono stati nel tempo tratti una serie televisiva, sei film ed undici OAV.
La vicenda in particolare ruota intorno ad Ataru Moroboshi, un ragazzo estremamente sfortunato e donnaiolo, e a Lamù, figlia del grande capo degli Oni giunta dallo spazio per invadere la Terra.Vestita unicamente di un bikini tigrato, Lamù s’innamora di Ataru dopo aver frainteso una sua frase per una proposta di matrimonio.
Le avventure sono organizzate per singoli episodi, ed in alcuni casi un episodio è diviso in più puntate.
Gli argomenti sono in genere la sfortuna e le avventure sentimentali di Ataru che si incrociano con gli insoliti alieni amici di Lamù o con i terrestri suoi “simili” dalle personalità più grottesche.
Molte delle situazioni che di volta in volta si presentano, altro non sono che parodie della società moderna e del folklore giapponesi (un po’ come sono i Simpson per il pubblico statunitense)…”.
SI PUÒ LEGGERE QUESTA SERIE FAMOSA E ARCINOTA COME UNA GRANDE PARODIA, UNA PRESA IN GIRO DELLA SOCIETÀ GIAPPONESE A PARTIRE DAL MICROCOSMO IMMAGINARIO DI UN LICEO E DI UN GRUPPO DI ADOLESCENTI CHE SI TROVANO CATAPULTATI IN STORIE E AVVENTURE EROICO - DEMENZIALI.
La realtà che costituisce il sistema dell’industria dell’intrattenimento giapponese ha permesso lo sviluppo di una serie che è anche esercizio di una capacità di critica verso la propria società e satira mordente del costume e delle fantasie popolari di natura eroica e fantascientifica.
QUELLO CHE SORPRENDE È LA CAPACITÀ D’INTEGRARE LA CRITICA NEL SISTEMA ENTRO I TERMINI DI UNA CULTURA POPOLARE LEGATA ALLA CIVILTÀ INDUSTRIALE; SE PENSO ALLO STESSO PERIODO QUI IN ITALIA OSSERVO CHE LA SATIRA DI COSTUME ERA SVOLTA IN MODO FAZIOSO E PARZIALE DA CUORE E DA TANGO PUBBLICAZIONI VICINE AL PARTITO COMUNISTA ITALIANO.

Il paragone con il modello giapponese mi svela il limite del Belpaese che è quello di aver cercato di conciliare la civiltà industriale con la sua dimensione assoluta e invasiva con logiche strapaesane e l’avidità dei vecchi partiti politici.
IL BINARIO DELLA CRITICA DOVEVA ESSER PARTE DI UNA FAZIONE, DI UNA CORRENTE, DI UN RIFERIMENTO CONFESSIONALE O POLITICO; LA SOCIETÀ CIVILE O ERA DI PARTE O NON ERA.

La satira sul costume a livello fumettistico nello Stivale non è andata oltre il ristretto ambito della sfera delle PUBBLICAZIONE POLITICHE E DI QUELLE ORIENTATE POLITICAMENTE, perfino un personaggio fuori dagli schemi precostituiti come Pazienza, in qualche misura, è stato ascritto alla sinistra che contestava il sistema di potere democristiano prima e pentapartitico poi.
Credo che il Belpaese su questa cosa sia su un binario morto: affidare l’espressione della satira e della riflessione irriverente all’ambito politico ha creato una distorsione che ancor oggi fa in modo che gli autori di certi fumetti o di vignette siano inquadrati come soggetti schierati contro qualcuno.
C’È QUALCOSA DI CADAVERICO IN QUESTO MODO ITALIANO DI PENSARE LA SATIRA E I FUMETTI, ANCHE PERCHÉ OGGI FARE POLITICA È UN VERO E PROPRIO MESTIERE E NON UNA MISSIONE MORALE.

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Il professor Nappini cura il sito http://noglobalizzazione.ilcannocchiale.it




9 gennaio 2010

Aspettando i nuovi miracoli





De Reditu Suo

Aspettando i nuovi miracoli

Quanto tempo ci vuole perché le sciagurate genti del Belpaese intendano che il secolo vecchio è finito, non è bastato nemmeno cambiar millennio per far intendere che ciò che è stato prima sta tramontando. Il Belpaese si nasconde dietro una cortina d’illusioni e di pietose finzioni, a giro c’è talmente tanta nostalgia del trapassato da dar spago a quanti ricordano il Craxi con nostalgia. Ciò che è morto non torna dai regni delle ombre e della notte. Quel che si decompone nelle tombe non è destinato a tornare in vita. Quest’affermazione, ovviamente, non vale per chi ha una fede così forte da prendere in considerazione la resurrezione dei corpi alla fine dei tempi. In quel caso la questione non è politica o morale ma di carattere religioso o filosofico.  Mentre le disperse genti d’Italia scrutano il futuro cercando le tracce di nuovi miracoli e atti straordinari io mi ritrovo da solo a considerare il passato per comprendere qualcosa del futuro e di questo indecoroso presente. Aspetto da anni l’ennesima abiura italiana, l’ennesima rimozione collettiva, l’ennesima maledizione. Tutto è finito piuttosto male nella penisola, non c’è stato un solo regime politico del passato recente o remoto che non sia stato in qualche misura aspramente criticato o maledetto. Non credo che questo quando arriverà la sua fine questa Seconda Repubblica farà eccezione. Mi vien fatto in questi giorni di portar avanti una considerazione non da poco: quanto ha spostato il fumetto e la satira italiana in Italia e quanto al contrario il fumetto e l’animazione giapponese in Italia negli ultimi trent’anni? Credo che fra i miracoli della prima e della seconda repubblica sia presente quello negativo di aver disperso le forze culturali e civili del Belpaese che potevano associare alcuni elementi della cultura popolare alla contemporanea civiltà industriale. La mia generazione che ha subito l’influenza dei fumetti e dei cartoni animati giapponesi si è vista passare davanti allo schermo un mondo fantastico “made in Japan” proiettato perlopiù verso il futuro con robot, capitani e piloti coraggiosi, alieni, aliene, astronavi spaziali, eroi in tute futuristiche e affini.  L’Italia, tranne qualche pugno di eroi fra i quali il grande Magnus, nella sua dimensione fumettistica e d’animazione era volta perlopiù verso il passato con eroi come Tex o Mister No o verso l’inserimento del fumetto nella vicenda politica attraverso la satira di parte; e satira di parte il che voleva dire allora comunista o in generale di sinistra. Il miracolo italiano che si è prodotto è stata la concessione dell’immaginario infantile e pre-adolescenziale orientato al futuro alla potenza culturale nipponica in strana intesa con le produzioni statunitensi; ancora una volta la distanza fra cultura alta elitaria italiana e la maggior parte della popolazione ha disarticolato le possibilità di leggere un possibile futuro o di sognarlo. Parto da questa constatazione che può sembrare poco sobria per considerare che in fin dei conti in questa materia del pensare il futuro anche in termini fantastici e artistici è opportuno che si verifichi un miracolo. Le disperse genti d’Italia devono ritrovare a capacità di pensare se stesse e di guardare oltre il dato immediato del qui e ora, altrimenti la prima innovazione asiatica o statunitense ci coglierà di sorpresa e l’immagine del nostro possibile futuro apparterrà ad altri e non sarà espressione del Belpaese e di un suo eventuale contributo originale.

IANA per FuturoIeri




31 ottobre 2009

Ancora una volta su Capitan Harlock

 La valigia dei sogni e delle illusioni

Ancora una volta su Capitan Harlock

Gli anni passano, il 1979 è molto lontano e scrivere della serie classica di capitan Harlock è anche fare una fuga nell’infanzia e nel trapassato remoto.

Eppure il 28 ottobre 2009 a breve scadenza dal trentesimo ho letto quest'intervista su Tiscali, in prima pagina, l’oggetto era una scrittrice italiana che aveva pubblicato un saggio su Capitan Harlock. Devo dar ragione a quanti mi hanno fatto osservare che certi miei scritti sull’argomento avevano capito l'importanza della cosa. Mi chiedo però cosa resta di quel passato che è morto e viene evocato qui e ora come se l’eroe disegnato dal maestro Leiji Matsumoto fosse un campione immaginario, una possibilità d'eroismo e di vita mentre era ed è finzione.
Credo che quella serie ormai nota come classica, i 42 episodi contro Raflesia sono quelli che contano, sia riuscita a fare, incredibile a dirsi, il salto oltre la sua stessa ombra. Il prodotto commerciale della civiltà industriale come pinocchio si è trasformato, la merce si è fatta arte, il legno è diventato carne e sangue.
Temo che vedrò pochi di questi miracoli, forse ho assistito, e questo è un grande privilegio, a  qualcosa di raro e prezioso.

In questi anni difficili, e a tratti disperati, è certissima l’esigenza di miti eroici un po’ più sobri e psicologicamente complessi di quelli ordinariamente confezionati dall’industria dell’intrattenimento. Gli eroi di oggi sono fin troppo figli dei videogames e troppo spesso sono dei macellai con la spada più potente o dal pugno devastante, o con la magia che fa l’esplosione più grande. Molto spesso  sono eccessivi nei dialoghi o con ambientazioni grottesche o esasperate, oppure si tratta di personaggi adolescenziali, fin troppo adolescenziali, al punto da sembrare infantili nella loro ingenuità. Questa mia affermazione è volutamente provocatoria e invito i miei pochi lettori a farsi la loro opinione personale.  Ritengo che quando il prodotto commerciale dell’industria dell’intrattenimento non si pone altri scopi che un facile successo di mercato cade fatalmente nel banale e nel ripetitivo. La finzione che simula qualcosa che ha a che fare con la vita e l’arte deve porsi il problema di superare i limiti dell’ovvio e stupire l’intelligenza e non solo suscitare facili emozioni.

Chi scrive è persuaso che i fumetti e i cartoni animati siano una forma d’arte, del resto non si capisce perché negare a un professionista che crea centinaia di tavole ciò che si attribuisce volentieri a uno scenografo o a un pittore. L’arte ha la sua autonomia, purtroppo oggi la civiltà industriale non accetta che vi siano realtà culturali o spirituali altre e diverse da essa.

Questo il titolo di Tiscali: Capitan Harlock, storia di un eroe molto anticonformista, A trent'anni dall'arrivo in Italia del cartone animato, Elena Romanello presenta il libro: Capitan Harlock. Avventure ai confini dell'Universo.

IANA per FuturoIeri




19 ottobre 2009

La reggenza d'Italia e i fumetti

La valigia dei sogni e delle illusioni

La reggenza d’Italia e i fumetti.

 

Capita di leggere cose strane, talvolta esse fanno capire più di tanti saggi l’immediato quotidiano di questo Belpaese. Il mio pensiero va a “Politicomics, raccontare e fare politica attraverso i fumetti  di Federico Vergari edito da Tunuè  a Latina nel 2008

In Questa pubblicazione si chiede l’autore se esiste ancor oggi il fumetto politico in Italia. Può sembrare una cosa bizzarra, una distrazione da eruditi, tuttavia se si considera il fumetto come una tipica espressione artistica della civiltà industriale allora questa nota sconsolata va iscritta entro i termini di un declino delle capacità delle genti del Belpaese di guardare a sé stesse con lucidità e da parte della politica di pensare alla concreta realtà dei cittadini. Del resto c’è un pregiudizio diffuso nella Penisola che indica i fumetti come una cosa da bambini o da ragazzini e i fumetti che trattano l’attualità o la politica come dei prodotti di scarto del giornalismo e della polemica politica.

I fumetti italiani sono la solita occasione perduta di dar corpo a una cultura popolare che non sia la pura e semplice estensione della pubblicità commerciale e delle logiche da grandi magazzini; mancano i volti e le voci per dar corpo alle diverse genti d’Italia. C’è qualcosa d’arcaico e un senso d’inferiorità rispetto ai grandi processi della civiltà industriale; la quale esprime parte di una certa cultura popolare attraverso i fumetti. Questa condizione italiana è anche il portato di una ostinazione  delle generazioni anziane del Belpaese che da decenni rifiutano il dato di fatto che il mondo umano in cui vissero non esiste più e che l’apertura ai controversi e insidiosi strumenti e segni della civiltà industriale è una necessità vitale per un consorzio umano che aspiri a non essere travolto da una realtà in rapida evoluzione. E’ il senso della continuità fino alla sua fine ultima di un mondo antico in politica come negli aspetti della vita civile, un segno ulteriore della senescenza della società italiana. Eppure adesso c’è bisogno di contare le forme e le voci che emergono dalla  Penisola  e dai suoi abitanti vecchi e nuovi, le cose cambiano e questa reggenza finirà prima o poi.

Come ho scritto tante volte, e di ciò chiedo scusa ai miei lettori abituali, i vecchi poteri declinano e i nuovi ancora non prendono forma, l’Italia è come se fosse in una condizione di reggenza al tempo del Medioevo: il re è morto e deve essere sostituito dall’erede, ma il principe è troppo giovane o malato e non può prendere il potere. Al suo posto, e a seconda dei casi, governa in suo nome un cardinale o uno zio o un consiglio dei nobili o la regina-madre.

Questa crisi della politica che non riesce a darsi un nome e un volto e ricorre a tutti i travestimenti e a tutte le maschere ideologiche è il portato di una crisi di modello di riferimento e segnatamente del capitalismo finanziario senza regole e del liberismo sfrenato e senza limiti della civiltà Inglese e Statunitense. La crisi economica e l’emergere di nuove potenze finanziarie che fanno riferimento alla Cina, alla Russia, all’Europa, all’India e adesso perfino al Brasile consegnano agli Stati Uniti un solo primato: quello militare. Nei fatti solo l’enorme e smisurata potenza militare, e per mantenerla gli statunitensi sacrificano gran parte delle loro risorse umane ed economiche, sostiene la potenza dell’Impero USA nel mondo.  Essere se stessi qui e ora non è un male, è necessario.

 

IANA per FuturoIeri




29 settembre 2009

Fumetti e politica: quando ilo vernacoliere fa centro

La valigia dei sogni e delle illusioni

Fumetti e politica: quando il Vernacoliere fa centro

Il Belpaese è malato di paura, di viltà, di silenzio. Ci sono cose che non si riescono a dire, o si dicono quasi per scherzo, come mezze verità o come burle da carnevale. Talvolta le dicono in modo scomposto e disordinato i giornali che fanno satira politica e i fumetti. Il Vernacoliere è proprio questo: un mensile non direttamente politico che fa satira anche in senso alto, ossia descrivendo ed evidenziando problemi concreti e verità non dette; lo fa a modo suo con i suoi personaggi disegnati e gli editoriali di Mario Cardinali. Stavolta credo che il mensile labronico abbia fatto centro. Nel numero in vendita nelle edicole in questi ultimi giorni di settembre sotto la maschera della satira e della “bestemmia” c’è l’impietosa elencazione dei temi politici sui quali la Chiesa Cattolica ha un particolare interesse che ,a suo  modo, difende con efficacia. Dietro l’elenco si cela un non detto che emerge alla luce di una riflessione attenta: La Chiesa Cattolica sta cercando di recuperare parte del carisma perduto attraverso l’entità maggiormente sensibile al suo potere: la politica italiana. Si tratta di condizionare i dirigenti dello stato italiano per mantenere una presa sulle diverse e disperse genti d’Italia, questo è quello che ho capito dalla lettura del mensile. Non è un mistero che la società è da anni sfiduciata, i processi di scristianizzazione delle genti d’Italia sono arrivati forse al loro apice negli ultimi venti anni: edonismo, consumismo, menefreghismo, liberismo anarcoide e straccione all’insegna dell’”ognun per sé e Dio contro tutti” e tanta cattiva televisione hanno maciullato i modi antichi di essere cattolici e cristiani. E’ un processo già denunciato cinque decenni fa da Don Milani e da Pasolini, intellettuali sensibili davanti al problema delle radici cristiane d’Italia e alla loro possibile dissoluzione. Oggi che si rafforza nel Belpaese un mondo umano nuovo legato al qui e ora e al puro possesso di beni materiali, estraneo alla sacralità della morte, ostile a ogni senso del limite e a ogni moralità si  può constatare il punto al quale la società italiana è arrivata. Certi comportamenti delle caste al potere, e non si tratta solo dei politici evidentemente, rispecchiano una civiltà industriale che vuole troncare tutti i limiti, anche quelli biologici dell’essere umano; spingersi oltre in una fuga in avanti dalle prospettive incerte quando non ignote. Inoltre la recente immigrazione ha cambiato il volto dell’Italia, prima c’erano gli altri di là dal mare e dalle alpi, ora gli altri sono qui e ora e sono diversi nei costumi, nella fede, nelle logiche di fondo. La vecchia Italia è sparita e quella nuova si deve confrontare con lo straniero, il migrante, il diverso il quale è altro sul serio e non per finta; l’estraneo, divenuto in qualche modo italiano, porta nella società l’evidenza della relatività di certi comportamenti dati per certi e fa esplodere le contraddizioni di un paese che si dice cattolicissimo ma poi esprime una cultura di fondo che cristiana non è. La fede della stragrande maggioranza degli italiani sono i loro beni materiali, si tratta di ciò che può esser afferrato con la mano destra e tenuto stretto al petto con la sinistra contro tutte le truffe e tutti gli scippi. Nella condizione presente la cosa ha delle fortissime ragioni, non ultima il comportamento dei piani alti del Palazzo del Potere. Ma in queste condizioni psicologiche e sociali cosa potrà mai fare lo Stato italiano per cristianizzare di nuovo le genti del Belpaese?  Io credo poco o nulla. Forse ci sveglieranno le comunità straniere dal nostro folle dormire costringendoci a un vero confronto con qualcosa di spirituale o nell’ipotesi peggiore  con un vero sentimento d’appartenenza a un gruppo di umani che sono simili o fratelli fra di loro.

IANA per FuturoIeri




28 settembre 2009

Rat-Man nei panni di Harlock: quando non basta la Parodia

La valigia dei sogni e delle illusioni

Rat-Man nei panni di Harlock: quando non basta la Parodia.

La vita è difficile. Scriverò qualcosa che a molti non suonerà bene. Ma credetemi, così è giusto.

Il Rat-Man numero 74 di Leo Ortolani si è indirizzato stavolta a colpire con la sua parodia l’opera del maestro giapponese Leiji Matsumoto. Si tratta di un rispettoso pestaggio cartaceo fatto usando con il suo personaggio di punta: Capitan Harlock. L’impianto della cosa è geniale: si prende di mira il celebre Capitan Harlock, e si badi bene solo quello della serie del 1978 contro Raflesia, disegnandolo come  il suo Topaccio vile, orbo, scemo, balordo e scimmiesco; Ortolani va oltre la figura del pirata spaziale e allarga  la sua satira per prendere pesantemente in giro anche i manga per ragazze inserendo nella parodia anche una figura femminile, sedicente transessuale, che cerca di distogliere Rat-Man dalla sua interpretazione fantozziana di Harlock per immetterlo nel loro fumetto per ragazze sull’orlo della chiusura. Si tratta di una botta a tutto ciò che è, ed è  stato, l’universo fumettistico e artistico del Matsumoto il quale si forma, fra l’altro, come autore di fumetti per ragazze.

Alcune invenzioni di Ortolani sono notevoli e meritano ammirazione fra le tante citerò Rattock che abbandona per quarantadue volte di fila la sua astronave per paura delle aliene donne-pianta, Rattock che viene rigirato come un vecchio calzino dalla Regina nemica al suo primo incontro, e la scena formidabile nella quale il protagonista del fumetto si affaccia da una vignetta per contemplare il suo pubblico constatando con sorpresa di essere letto da tanti affezionati. Inoltre c’è da sottolineare che la presa in giro s’estende alla serie animata e alle famosissime musiche che la caratterizzano. Il riferimento va sempre alla serie classica del 1978, infatti Rat-Man/Harlock può scegliere come colonna sonora nello spazio o una musica dolce e triste o le tele-prediche di Radio-Maria. Il topastro, ovviamente, si sintonizza su Radio-Maria con una radio antidiluviana. Questo numero 74 è un buon lavoro e una dissacrazione ben confezionata.

Qualcosa però non va.

Primo: Harlock è sempre in coppia con Tochiro uomo o con Tochiro-Computer, anche nella serie classica. Ortolani elimina questo fatto e si dimentica perfino della piccola Mayu su cui ruota tanta parte della vicenda del Pirata Spaziale.

Secondo: Ortolani non ha colpe in questo, sembra un tipo che ha cervello e talento, ma è troppo facile prendere in giro la colossale industria dell’animazione e del fumetto giapponese quando non si ha nulla di equivalente. E’ un fatto che la cultura popolare giapponese veicolata dai Manga, come vengono chiamati, è uno strumento potentissimo per favorire le esportazioni giapponesi, anche di beni e prodotti non direttamente collegabili ai fumetti; lo stesso potere politico s’interessa di questo settore industriale con forti ricadute culturali, economiche e di soft-power. Alle volte si ha la sensazione, lo scrivo da lettore di fumetti, che vi sia nel fare satira e nel citare gli autori giapponesi una sorta di rivalsa, di invidia mal celata, che si sfoga nella presa in giro e nel ridicolizzare. In sintesi si tratta di un complesso d’inferiorità fantozziano, ormai caratteristico delle genti del Belpaese, e che evidentemente s’estende anche al settore animazione e fumetti.

Forse in questo caso è da citare come difesa d’ufficio del maestro nipponico quella frase del celebre Fantozzi che in cura dallo psicologo della ASL chiede come può uscire dal complesso d’inferiorità. Il medico davanti a una folla di curiosi risponde che:”Lei non ha un complesso d’inferiorità. Lei è inferiore!”.

IANA per FuturoIeri



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