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30 gennaio 2010

La città e la memoria privata



De Reditu Suo - Secondo Libro

La città e la memoria privata

Un fatto banale l’aver confuso il nome di  una struttura dove si tengono spettacoli con il nome di un’altra mi ha condotto a far un ritardo, nulla di pericoloso ma certo una cosa fastidiosa. Ho attraversato una parte della città chiedendomi del perché di un simile errore, come è stato possibile sbagliare su una cosa del genere? La città è cambiata prima quei luoghi si chiamavano diversamente e oggi che hanno un nuovo nome e li ho confusi. Per essere esatti ritornando verso casa ho avuto modo di osservare che in fin dei conti Firenze in certi suoi punti è proprio un’altra cosa. Rosticcerie e friggitorie cinesi, rivenditori di Kebab, minimarket con l’esercente asiatico alla cassa, venditori ambulanti di colore  danno  il senso di un mondo umano altro che si è incluso e incastrato in ciò che credevo di conoscere e in qualche modo capire. La mia memoria privata è in difetto perché  confonde il passato remoto dell’infanzia e della pre-adolescenza con questa faticosa maturità appena iniziata. Mi sono trovato davanti all’evidenza da me troppe volte ignorata che proprio nel mio quotidiano quel mondo che credevo di conoscere si è trasformato, ciò che ricordo talvolta non risponde a quello che c’è oggi perché la mia memoria privata rimanda al passato, alla mia esperienza personale. Questa realtà mi comunica che lo spazio che credevo anche il mio non è più tale perché si è modificato, e non ci posso far nulla; i processi che hanno fatto questo sono materialmente incommensurabili rispetto alla mia vita di singolo.  Stavolta ho sperimentato sulla mia pelle l’enorme distanza fra la vita del singolo e l’enormità di tutto ciò che lo circonda;  mi sono sentito un corpo estraneo, un soggetto isolato dentro un mondo umano dove sono solo di passaggio e dove i legami precedenti di natura culturale, storica, affettiva sono stati rimossi, tagliati o si sono ridimensionati. La diversità della città rappresenta anche la diversità degli umani che ne sono parte, non è più possibile nel Belpaese ignorare l’evidenza della presenza di comunità straniere che sono ormai parte della popolazione delle città e dei paesi, non è possibile nascondersi dietro un dito e far finta che tutto sia come venti o trent’anni fa quando tutto sembrava poggiare su qualche regola certa, su qualche patto ancestrale fra popolazioni diverse che parlavano grossomodo la stessa lingua e si son trovate a subire alcune grandi tragedie della storia. Quali che siano state le aspirazioni di coloro che sono vissuti nel passato oggi questa realtà riempie di sé tutto lo spazio e trova da sé le ragioni del suo operare e del suo trasformarsi sotto le insegne del Dio-denaro e delle illusioni della pubblicità commerciale. Non c’è un senso nelle cose  e nelle attività presenti nel qui e ora se non quello che gli umani impongono ad esse  o che s’illudono di attribuire. Quando tutto il pensiero umano è riconducibile o pesantemente condizionato dalle logiche del sedicente mercato è ovvio che ogni attività assume senso solo in relazione al profitto economico. Questo fa sì che la mia memoria si trovi a disagio quando il ricordo che viene dal passato si confronta con questo immediato presente e con la sua unica logica.

IANA per Futuroieri




19 ottobre 2009

Per un futuro possibile

La valigia dei sogni e delle illusioni

Per un futuro possibile

Il Belpaese dovrà in un lontano futuro determinare i confini di una sua propria civiltà.

 Nei fatti le difforme genti della Penisola non costituiscono una civiltà oggi come oggi perché non esistono dei valori comuni condivisi, prevale nella difforme popolazione del Belpaese o spirito di parte, l’adesione a gruppi politici o d’interesse spesso coincidenti con vicende private del singolo o familiari.

Noto anche che, a dispetto delle apparenze, la capacità di dividersi, di querelarsi attraverso gli avvocati e di far volare parole grosse non corrisponde presso le genti del Belpaese a un vero fanatismo, a quell’odio netto e puro che è l’ingrediente delle guerre di religione e dei grandi conflitti ideologici. Sì certo ci sono stati conflitti ideologici in Italia specie fra comunisti e democristiani e i loro alleati ma a ben vedere son cose del passato e dietro c’erano i poteri stranieri attivi in Italia nel periodo della guerra fredda e i conflitti sociali interni fra classi sociali che le opposte ideologie mascheravano appena. Per i leader nazionali e i loro partiti di riferimento oggi si fa il tifo, tifo da stadio. Questo non è però indice di una fedeltà sincera, di un essere parte di qualcosa che è vita e biografia delle persone, come poteva benissimo capitare alle origini della Repubblica quando il Mario Rossi di turno prendeva la tessera di un partito o sceglieva di militare in qualche formazione politica. Leggo questa condizione come l’ennesima riprova che oggi l’Italia è caduta in uno stato di decomposizione della vita morale e civile. Comunque inutile pensarci troppo, prima o poi questo dolore cesserà e questo tempo funesto della Seconda Repubblica tramonterà nel remoto passato senza aver nulla di nobile o glorioso, chi verrà dopo di noi probabilmente escluderà questi anni dalla storia Patria trattandoli come qualcosa di strano e pazzo, come un momento che della storia delle genti della Penisola nel quale qualcosa di profondo e di sano si è spezzato e dopo si è dovuto ricostruire, rigenerare far rinascere.

Quale potrebbe essere il futuro dopo questo tempo funesto?

L’Italia ha sempre avuto qualcosa di metafisico nel suo manifestarsi, per i patrioti del Risorgimento era una sorta di nuova Roma antica che risorgeva, Per gli Italiani della Grande Guerra era l’entità che chiedeva il sacrificio umano di intere generazioni di maschi adulti, per il Fascismo la promessa imperiale di un dominio su un pezzo del pianeta azzurro. Questo far discendere l’Italia da realtà metafisiche si è rivelato disastroso, era sottinteso in quest’atteggiamento  una volontà d’ignorare o di mettere fra parentesi il dato reale e concreto. L’Italia che sarà deve nascere dal dato brutale e concreto, da una sorta di attaccamento alla terra e solo ad essa, dalla constatazione di tante parti disperse  e diverse che devono trovare valori comuni e ragioni di star assieme. L’elemento più forte è quella cosa elementare che è l’essere parte di una realtà politica e territoriale; lo straniero identifica come italiano l’abitante della penisola, quale che siano le sue origini, questo discrimine fra loro e noi sarà molto probabilmente la prima pietra di una costruenda civiltà italiana. Dal bollo di diversità imposto dai forestieri può nascere una prima ragione d’identità che somma le comunità straniere di nuova emigrazione e quelle che in Italia vivono da secoli o da due o tre millenni.

 

.IANA per FuturoIeri




11 settembre 2009

Non vedo più il Belpaese

La valigia dei sogni e delle illusioni

Non vedo più il Belpaese

Ho sentito dire che quando qualcuno si volge indietro con la memoria e non riconosce più il posto dove vive è il segno del tempo passato e della vecchiaia. Nel mio caso opto per una lettura diversa è il Belpaese ad essere rapidamente invecchiato al punto che in  25 anni è diventato irriconoscibile. In fin dei conti togliendo alla mia età gli anni dell’infanzia e i primi segni della pre-adolescenza viene proprio quel conto in anni che corrispondeva un tempo al passaggio generazionale. In realtà la rapidità dei cambiamenti è stata tale che è come se al posto di una generazione ne fossero passate due o tre. Di sfuggita basta pensare alla grande politica: dal mondo Bipolare si è passati nel 1991 a quello monopolare a guida statunitense e dopo solo 10 anni nel 2001 si è giunti a un mondo dominato da grandi potenze in competizione fra loro.

Dove sia il Belpaese del  tempo che fu  non è noto, quel che mi si offre davanti ai miei occhi è una massa informe di singoli che si trovano assieme a far delle cose, a sbarcare il lunario, che vanno avanti con il dubbio di non poter mantenere il tenore di vita dei loro genitori, la mia generazione sembra destinata ad essere più povera della precedente, ad avere meno possibilità, a mettere al mondo meno figli. Questo è qualcosa di nuovo che prima o poi produrrà i suoi danni, non si può lasciar andare alla deriva un paio di generazioni e sperare che qualche miracolo della “Madonna dai Sette Dolori” o di “Padre Pio” metta le cose a posto. Non credo che sarebbe giusto neanche dal punto di vista cristiano. Quel che vedo è una generazione con meno possibilità, perché con la nuovissima crisi anche le possibilità di migrare all’estero, per chi può, si riducono. Ci vorrebbe la politica, e non l’elargizione di qualche mancia o elemosina più o meno spilorcia ai bisognosi di turno.  Il potere politico dovrebbe essere in grado di indicare e favorire dei percorsi di sviluppo e benessere, di dare il senso di cosa dovrebbe essere questo paese. Oggi la politica quando funziona si limita alla banale amministrazione e non ha la pretesa di spostare qualcosa. L’Italia gira a vuoto sui suoi problemi. Un fracasso di personaggi televisivi e piccole dive, di ricordi vecchi confonde un popolo già messo male pieno di rancori e frustrazioni, dove tutte le divisioni politiche e ideologiche del passato, molte delle quali vivono solo nella memoria, convivono con nuovi e concretissimi dolori. Mi riferisco  al precariato diffuso e alle nuove povertà che si fondono in una paura indistinta con il caos psicologico portato dalla presenza in Italia di nuovissime comunità che ancor oggi denominiamo straniere o di recente immigrazione. Quello che avanza è un Belpaese amareggiato e impaurito, reso duro di cuore e d’orecchio dall’idolatria del Dio-denaro e da una crisi severa e impietosa.

Devono per forza prendere forma tempi migliori, momenti un poco più felici di questo; deve esserci prima o poi un tempo nel quale il Belpaese ritornerà in qualche sua forma dispensando quel poco di felicità che è possibile distribuire agli umani.

 

IANA per FuturoIeri



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