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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


11 settembre 2017

11 settembre 1973

11 settembre Anniversario del colpo di Stato in Cile e della deposizione del governo legittimo di Salvador Allende




2 luglio 2014

Sintesi: Il Maesto - primo atto - ripensare la civiltà e ripensare l'essere umano

Clara Agazzi: Aspetta, calma. Ma questi profeti, questi maestri come si collocano; che ruolo sociale hanno. Qui si ragiona di categorie umane che sembrano calare dalle nuvole o cadere dagli alberi come i frutti. Avranno un ruolo, un mestiere, un loro posto. I maestri sono insegnanti, sono istruttori, sono educatori, cosa sono?

 Franco: Forse. Mi resta difficile indicare il posto di lavoro di un maestro di vita, di un rivelatore di valori e di ragioni dello stare al mondo in un contesto come questo dove individuo, socialità, comunità d’origine, storia personale e collettiva sono realtà dissociate ma messe artificiosamente assieme quando serve dal discorso politico o dalla pubblicità. Sicuramente è un soggetto che riesce a proiettarsi oltre i limiti del proprio tempo e a comunicare delle verità, dei valori, un sapere autentico, talvolta un mestiere; perché il mestiere è anche sapere, saggezza, conoscenza accumulata nei secoli o nei decenni e  tecnica.

Stefano Bocconi: Ma qui c’è un problema, parli di società, di tradizione, di autentica comunicazione fra generazioni quando intorno a noi tutto sembra degenerare e spegnersi in un privato egoismo e in bisogni ora primari ora voluttuari. Forse è il mio mestiere che mi porta a vedere nelle tipologie di merci che popolano il tempo libero il passaggio da generazione a generazione. Fra i soldatini di plastica o di carta di quattro decenni fa e i videogiochi in 3d di oggi c’è l’abisso. Lo stesso posso dire dei dischi in vinile e dei giradischi o messi a confronto con i telefonini tuttofare che memorizzano interi  file musicali e persino uno o due film più centinaia d’immagini. Questo è un mondo nuovo che ha fatto fare un salto che in passato avveniva solo nello scorrere dei secoli.

Paolo Fantuzzi: Hai parlato bene, ma c’è anche il negativo. Mestieri che spariscono, saperi che si perdono, precariato nel mondo del lavoro, concorrenza di operai e disperati provenienti dai quattro angoli del pianeta, e poi la dispersione di risorse e di materie prime dovute al sistema di produzione e consumo. E il relativo danno all’ecosistema del pianeta. C’è da chiedersi cosa ne sia della civiltà.

Franco: Allora ecco il punto. La civiltà!, quale civiltà? Di solito si confonde lo sviluppo tipico della civiltà industriale con la civiltà propria, ossia con quella cosa che comunemente è detta nazione. Non è la stessa cosa. La civiltà è l’insieme delle forme dell’organizzazione politica, culturale e  sociale di una popolazione che ha raggiunto una stabilità, ha assunto una forma per quanto malleabile e mutevole possa essere. Ma la civiltà non è lo sviluppo industriale, non è questo o quel genere di prodotto o di merce e neanche questo o quel capo politico o fazione politica. La civiltà è un complesso, è un sistema all’interno del quale vivono esseri umani che sono una comunità organizzata, che provengono da una o più storie comuni, che discendono dai secoli e magari hanno perfino un rapporto con il territorio che abitano. Colui che appartiene alla civiltà propria sa di non essere casuale o fortuito ma di provenire dallo scorrere dei secoli, da una sedimentazione di fatti, storie, battaglie, eventi, fondazioni, dinastie familiari, alberi genealogici. Questo tipico soggetto è oggi messo in difficoltà da un modello di civiltà industriale che punta a una massificazione dei consumi, all’omologazione, all’inquadramento dell’essere umano e del suo vivere in una logica di produzione – vendita -consumo  di beni materiali che immancabilmente, in un modo o nell’altro, diventano spazzatura . Oggi qui nel Belpaese quando si parla di civiltà occidentale si parla del nulla. La civiltà occidentale nel Mediterraneo ci fu al tempo dei Cesari quando l’Impero Romano fu diviso in due l’Oriente e l’Occidente. Chi parla di civiltà Occidentale qui in Italia dovrebbe mettere il soggetto: Stati Uniti. Tuttavia proprio la vita degli esseri umani di oggi è attraversata ogni anno da decine di migliaia di messaggi pubblicitari diretti o indiretti che modificano la percezione della realtà e la percezione della società e il senso di ciò che è davvero importante. Questo processo di consumismo indotto e secolarizzazione dei costumi  ha nel corso di cinque decenni prodotto uno svuotamento di senso delle fedi laiche nello Stato, delle tradizioni religiose, delle culture popolari, operaie, perfino contadine. L’uomo della civiltà dei consumi, oggi in decadenza e scomposizione, doveva essere un consumatore e non un cittadino, un credente, un buon uomo, un soldato di chissà quale patria. Oggi nel tempo della decadenza di questa civiltà abbiamo uomini e donne spiazzati. Il passato è finito, il presente è debolissimo e precario e il futuro sembra lontano o altrove.

Clara Agazzi: In altre parole questo è un tempo funesto. Ci sarà pure qualcosa di buono: uomini e donne che s’impegnano nel sociale, gente che fa volontariato, qualche amministratore onesto, qualche politico che non sia un ladro. Non può esser un precipitare nel vuoto come tu affermi.

Franco: Questo è un discorso difficile da confutare, ma ci proverò. Ritorno indietro all’infanzia, al tempo nel quale davano Mazinga Z in televisione. Avete presente.  

Paolo Fantuzzi: Ovvio, chi non conosce i cartoni animati giapponesi di robot dei primi anni ottanta. Ma cosa c’entra. Questa è una vera e propria follia.

Stefano Bocconi: Lascialo dire. Forse sa qualcosa che non sappiamo. O forse vuole stupirci con una parabola, farci sognare con un discorso di fantasia.

Franco: Invece no. Molto meno. Avete presente la sigla italiana di Mazinga quella che fa “Quando udrai un fragor a 1.000 decibel/ veloce e distruttore come un lampo non dà scampo…”

Stefano Bocconi: Sì ricordo. Sono vaghi ricordi.

Paolo Fantuzzi: C’erano delle immagini, mostri, città in fiamme, aerei, carri armati, e Mazinga.

Franco: Appunto le immagini. Tornate indietro negli anni. Nelle immagini finali della sigla si vedeva lo schema delle parti meccaniche del Mazinga Z, giusto! E’ importante!

Clara Agazzi: Vagamente mi ricordo di qualcosa, non era il io preferito. Cosa c’entra lo schema tecnico del Mazinga superobot peraltro fatto  immaginario e prodotto dall’industria giapponese dell’animazione?

Franco: E dal maestro del genere  ovvero Go Nagai.  C’entra perché per fare barriera contro una forza ostile tremenda e le sue conseguenze non basta la volontà o la buona disposizione d’animo e meno che mai i buoni propositi. Ci vuole quello che si vedeva nel Cartone Animato in questione: organizzazione, un gruppo di tecnici e di specialisti, un team pronto a battersi composto di gente leale e coraggiosa, uomini e donne pronte allo scontro anche in situazioni di netta inferiorità e un simbolo che unisse tutti in quel caso Mazinga stesso. Oltre a questo gli eroi avevano  spirito di squadra, volontà di prevalere, capacità di sacrificarsi e, tornando all’immagine che ho evocato, i mezzi sofisticati. L’interno del Mazinga Z che si vede nella sigla è questo: ci vuole la potenza dei mezzi e i mezzi sono parti complesse di un corpo unitario. Invece cosa vedo in questa realtà. Tanta gente perbene, magari seria, ragionevole fa grandi proclami e poi davanti al male che arriva non fa gruppo, non fa squadra, non crea i mezzi, spesso rinuncia a combattere e cerca una via di fuga, magari studia per avere qualche espediente o qualche privilegio. Prendete Mazinga Z come metafora della difesa di una civiltà. Si può difendere una civiltà o affermarla senza le cose che ho detto? No. Questo è sicuro. Quelle buone azioni e buone prassi che esistono e di cui dici Clara sono di solito separate le une dalle altre. Come spesso capita non è uno più uno uguale due, ma uno e uno ossia due singolarità che non fanno coppia. L’individuo, il singolo staccato e dissociato da un corpo sociale di cui fa parte e dal quale in una pur minima misura è difeso e tutelato è azzerato davanti allo strapotere dei mezzi di oggi. Come può un singolo opporsi davanti a processi commerciali, industriali, economici che muovono miliardi e che ridefiniscono e scombinano la sua vita, le sue certezze, le sue possibilità economiche. Pensate alla crisi del 2008 e alle vite che ha travolto nel mondo. Basta il singolo, con il suo buonsenso, con i buoni propositi, con la sua carità aleatoria o perfino occasionale per fare barriera? Io dico di no.

Stefano Bocconi: Ma insomma, ci sarà pure un modo, un sistema. Voglio dire. E’ proprio necessario che le forze positive siano frammentate in mille pezzi mentre quelle negative sono esercito, sono unità.

Franco: Positive, negative. Che vuol dire. No non ci sbagliamo qui  non c’è una lotta fra il bene e il male come la si può intendere comunemente. Qui ci sono egoismi e desideri alimentati o indotti che producono per prima cosa consenso e a seguire fatti politici, culturali, azioni militari. Si tratta di un sistema di terza civiltà industriale oggi governata da un sistema finanziario capitalista. Non c’è un mondo buono di cavalieri della Tavola Rotonda che deve arrivare qui, il mondo che vedo è già questo. Piuttosto invece di aspettare l’eroe con il robot o con la spada divina perché non pensare di assumere qualche caratteristica positiva dell’eroe; che ne so: lo spirito di squadra, la speranza nel futuro,  un sano altruismo, la volontà di battersi…

Paolo Fantuzzi: Ovviamente questo discorso è assurdo. Certo l’immagine è suggestiva ma assumere su di sé un qualcosa di eroico fra il bollo auto e la dichiarazione dei redditi è una cosa da scemi anche solo il pensare una cosa del genere. 

Franco: Ma io non parlo di andar a giro con robot alti quanto una casa di dieci piani o di nascondere armi incredibili e partire alla ricerca di non si sa che cosa. Questo è qualcosa di manicomiale, una roba da ricovero coatto. No dico che per affrontare questo momento di sfascio di valori e di forme della vita sociale sommerse e spaccate da una ridefinizione dell’economia capitalista che volge al dominio su tutta la realtà umana da parte  della finanza, delle multinazionali e  di poche famiglie di supermiliardari occorre che chi per motivi umanitari o politici si oppone faccia gruppo, si dia un coordinamento, si ponga degli scopi altruistici. In una parola faccia propria l’evidenza che per combattere forze ostili organizzate, specializzate, amorali, dotate di enormi mezzi tecnici  e finanziari occorre far gruppo, creare una rete, diventare quello che si chiama un soggetto politico e sociale. Mille iniziative benefiche  separate le une alle altre non sono gruppo, non sono movimento, non sono trasformazione. Sono dei singoli che fanno cose simpatiche, divertenti, suggestive, magari perfino faticose. Ma singoli. Non quindi Mazinga Z che è una cosa unitaria ma tanti bulloni e viti che schizzano via in libertà. Prendo un fatto immaginario. La multinazionale XYZ in accordo con politicanti corrotti ha deciso di trasferire gli stabilimenti dalla provincia X allo provincia K che sta in un paese povero e governato da una dittatura e fa questo per non mettere agli stabilimenti i depuratori e pagare poche tasse. Chi ferma una cosa del genere che risulta essere un danno economico e un potenziale disastro ecologico? Il singolo?

Clara Agazzi: Vuoi dire che occorre creare qualcosa di simile ai vecchi partiti, strutture organizzate.

Franco: Non proprio. Occorre un senso diverso della cittadinanza. Occorre una popolazione che sia essa stessa responsabile e che sia in grado di stabilire la differenza fra ciò che è importante e ciò che non lo è e che se presa in giro o danneggiata dai grandi colossi finanziari o commerciali imponga dei politici capaci di stroncare i processi degenerativi. Occorre una tipologia di cittadino, o se si vuole di essere umano, che non è il consumatore. Certamente  il consumatore è nel suo piccolo un lavoratore specializzato, un tecnico, un detentore di un qualche sapere ma per certo esso non è quel soggetto che si mobilita per reagire alle forme perverse, pericolose e degenerative di questo modello di civiltà industriale.

Paolo Fantuzzi: Ma questo presuppone un riciclaggio, anzi una riqualificazione di milioni di esseri umani. Da consumatori a cittadini responsabili, questa è metamorfosi. Ma allora è vero che sei un mago, questo è un grande incantesimo, tu pensi in termini tali da credere possibile il cambiamento della realtà.

Franco: Io penso che nella vita sia ragionevole a un certo punto darsi uno scopo. Uno scopo vero, un disegno personale, uno scegliere un percorso di vita  e non il seguire come una pulce ammaestrata i modelli adulterati che passano nei programmi televisivi dove si vedono e si sentono le cose più strane e folli.




12 gennaio 2014

Sintesi: Immobilismo sociale e Belpaese

Una sintesi dei pensieri di questi giorni è necessaria. Il problema principale  e determinante del Belpaese sono le condizioni sociali e culturali nelle quali vive la stragrande maggioranza della popolazione. I ceti medio-bassi e bassi che formano la maggior parte delle popolazioni  della Penisola si sono sostanzialmente impoveriti  o vivono a diversi livelli e condizioni  situazioni di precarietà e disagio.  I fatti di cronaca criminale e  di cronaca politica di questi ultimi cinque anni se non fossero tragici sarebbero ridicoli, ma su questa materia c’è stata abbondanza di documentazione su quasi tutti i quotidiani del Belpaese e quindi non aggiungo altro.

Alle analisi e alle descrizioni lucide e chiare da parte di tanti che ragionano e cercano di capire questo presente e l’immediato futuro da molto tempo non corrispondono altrettanto lucide e chiare misure di correzione e di riforma. Il Belpaese gira su se stesso senza una direzione, in particolare quel che si può chiamare società italiana tende a riprodurre se stessa con le stesse gerarchie sociali, gli stessi ruoli e professioni che passano di padre in figlio. Questo è particolarmente vero per le professioni di maggior prestigio e guadagno. Il figlio del notaio che fa il notaio, il figlio del medico che fa il medico, il figlio del giornalista che fa il giornalista, il figlio dell'imprenditore che fa l'imprenditore, il figlio del proprietario terriero che fa il proprietario terriero, il figlio del cantante che fa il cantante sono figure ormai da barzelletta, da luogo comune. Tuttavia queste figure rappresentano una condizione reale ed esistente. Esiste, e non lo si vuol veder, un consenso trasversale a questo congelamento della mobilità sociale. Non ci sono solo le famiglie dei ceti medio-alti  direttamente interessate. A sostenere questo stato di cose  c'è una massa grigia di carattere elettorale, che pesa alle elezioni, che sa e approva. Per quel che mi riguarda è inutile cercare nelle rovine del passato e nei miti perduti  i segni di una resurrezione di non si sa bene qual regime politico, o peggio di qualche miracolo di natura riformistica. L’esistenza dell’essere umano nel qui e ora del proprio tempo  esige di pensare in questo tempo con i rapporti di forza reali e concreti in atto. Quello che manca è una forza politica, sociale, culturale realmente esistente  in grado di tradurre le troppe analisi impietose  in proposta, riforma, trasformazione. Al fondo della condizione presente c’è uno sprofondare che è una forza inconscia, una specie d’inerzia, di peso culturale che porta a ripetere gli stessi atti e a riprodurre le stesse condizioni di vita, le stesse concezioni del mondo e della vita sociale. Milioni d’italiani si sforzano di fingere che non sia cambiato nulla nel corso degli ultimi tre decenni, io vedo un gigantesco sforzo collettivo di sfuggire alla realtà  presente. Il grande sforzo di milioni di famiglie italiane è stato quello di adattarsi per quel che è possibile a qualche concetto pseudo-liberale e a due o tre parole inglesi alla moda che vengono ripetute in modo ossessivo da molti politici e dai mass-media. Questo sforzo si è però sfilacciato e disgregato: è un fatto che i partiti politici della Prima Repubblica si sono sciolti da decenni, nuovi partiti sono nati senza che la mentalità di fondo sia cambiata, spesso si tratta delle stesse persone con anni di carriera politica alle spalle. Grattando la crosta dei tanti liberali e riformisti del Belpaese di oggi a mio avviso riemerge di solito il democristiano, il conservatore, l’autoritario, l’opportunista e perfino il socialista e il comunista. Tutto cambia e tutto resta drammaticamente uguale, gelido, immobile; e tutto è drammaticamente inadeguato e senescente. Inadatto alla sfida  dei nuovi tempi del XXI secolo. Ancora una volta sono forzato alla descrizione di quel che osservo e noto, addirittura studio molti aspetti della realtà e di essi non scrivo quanto meditato e ragionato. In realtà mi sto autocensurando da tempo perché mi rendo conto che il disgusto che provo fa sbandare il mio pensiero e il mio scrivere e devo controllarmi per non offendere la sensibilità dei miei venticinque lettori.  

Alle analisi fondate, meditate, ragionate non corrisponde una risposta concreta, reale, efficace. Non corrisponde una visione del mondo, uno sforzo politico collettivo perché la realtà dei singoli italiani si è frantumata, spezzata in mille rivoli. Coalizioni politiche vigorose e leali e alleanze onorevoli  fra popolo e governanti sembrano fantasie; o peggio: roba da romanzi fantasy.  Molte soluzioni che vengono presentate in rete, e non solo, sono lucide utopie, illusioni collettive, desideri che prendono la forma di un programma politico, perfino pulsioni e passioni che prendono forme pseudo-ideologiche. Ma non trovo reali e concrete forze in grado di pensare un percorso per trasformare nel profondo la società italiana. Quello che osservo sia nei partiti politici più o meno tradizionali sia nelle proposte di quelli meno tradizionali è di fatto un necessario aggiustamento per salvare, per quel che è possibile, il presente così come è. Si tratta in fondo della continuazione e della conservazione di una società italiana a bassa se non nulla mobilità sociale verso le gerarchie che contano. I vertici del sistema, ovviamente, hanno a disposizione una capacità di acquisto di beni e servizi clamorosamente superiore alla massa che sta in fondo, quindi la questione della mobilità è un fatto sostanzialmente materiale e di calcolo economico. So che questo suona provocatorio. Ma si tratta di ciò che penso da anni. Io non vedo nell’Italia di oggi altro che calcoli di natura materiale e finanziaria, tutto si gioca qui e ora ed è concreto come la terra, l’acqua, l’aria, la casa, i figli, l’automobile, il carrello della spesa, e le scarpe nuove. Temo che la soluzione a questo immobilismo decadente non arriverà dalle forze interne del Belpaese ma da qualche disastro epocale, ossia  da qualche fatto drammatico di carattere planetario. Nei secoli passati è accaduto che eventi traumatici di dimensioni enormi hanno  forzato civiltà e popoli a rimettersi in discussione e a ricostruirsi.

IANA




19 dicembre 2013

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Si fa presto a dire scuola: tagliare dove il filo è più corto?

Ricapitolo i fatti per quel che sono: il Ministero e il ministro di centro-sinistra stanno organizzando una curiosa sperimentazione che è la presa delle misure per ridurre il liceo di un anno e tagliare altri 40.000 posti di lavoro nel settore.  Il fatto è noto al pubblico come agli esperti del settore. Al termine della mia riflessione presento una scelta dei molti scritti comparsi sulla rete sul ponderoso tema. Tuttavia a titolo strettamente personale descrivo quel che si chiama un leggerissimo sospetto con un proverbio chiaro e sintetico:” il filo si taglia dove è più corto”. Per fare tagli di cassa dei governi e dei gruppi dirigenti possono far diverse scelte. Una è la meno inquietante sul piano elettorale: “tagliare dove le forze sociali e lavorative  colpite possono mettere in campo minori ritorsioni politiche e rivendicazioni sindacali e atti che tolgono voti e consenso”.

Questo mi pare sia il caso della scuola in quanto essa è frammentata in tante realtà lavorative e sociali. Basti pensare che esistono scuole materne, elementari, medie e superiori con il loro personale, le loro esigenze, i loro problemi. A livello poi di personale che lavora nella scuola esso è diviso in ambiti di lavoro diversissimi. C’è il personale ATA  (i vecchi bidelli per capirsi) , il personale di segreteria, i docenti, i vicepresidi, il dirigente scolastico che un tempo era denominato preside,  il personale che si occupa di laboratori e aule computer, e altro ancora…

Per esempio in un liceo può far parte dello stesso consiglio di classe riunito per uno scrutinio un supplente con la prospettiva di una supplenza breve, un professore con incarico annuale magari precario da dieci o dodici anni, un docente che ha vinto un concorso nel millennio scorso (ossia nel 1999), un docente prossimo alla pensione.  Questa frammentazione aiuta a indebolire il momento della rivendicazione e della protesta sindacale e rende facile attuare tagli nel settore o intervenire sulla scuola. Aggiungo poi che i sindacati nella scuola sono più di uno e non è scontata la collaborazione fra essi. Non vedo un disegno diabolico nel trasformare e tagliare sulla scuola, o se c’è esso è il frutto di convergenze e d’opportunismo, piuttosto vedo la solita politica neoliberale tipica della destra statunitense che vede nello Stato che si occupa di sociale e di collettività il problema e nel privato la soluzione. Dal momento che sul sociale si deve tagliare ecco che la scuola appare come un terreno dove forze disperse si prestano ad esser colpite separatamente. Nulla di strano. In tempi come questi dove fra le forze politiche non c’è un terreno di valori di natura collettiva e comunitaria condivisi e stabili la politica tende a pensarla alla maniera della sofistica e ai colpi bassi e a considerare la volontà della maggioranza o del più forte la legge legittima. Usando un facile paragone mi permetto di scrivere che: “La corda della scuola è strappata in più punti. Si taglia facile. Basta recidere dove i fili sono più sottili”.

Riporto alcune fonti per provare le basi oggettive della mia riflessione:

http://www.repubblica.it/scuola/2013/10/23/news/ministro_carrozza_d_il_via_al_liceo_di_4_anni_si_risparmierebbero_1_380_mln_di_euro-69238917/

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=12706

http://www.flcgil.it/scuola/docenti/corsi-di-riconversione-su-sostegno-per-i-docenti-appartenente-ad-insegnamenti-in-esubero.flc

http://www.corriere.it/scuola/13_dicembre_01/riforma-cicli-liceo-quattro-anni-316bbfb2-5a6b-11e3-97bf-d821047c7ece.shtml

http://www.partitodemocratico.it/doc/262587/liceo-di-4-anni-carrozza-e-puglisi-perch-no.htm




4 gennaio 2013

Diario Precario dal 27/12/2012 al 3/01/2013

Data. Dal 27/12/12 al 3/01/2013

Note.

Solite cose, giornate che girano a vuoto.

Nuovo anno

Prima impressione delle folle festeggianti il passaggio: tanta voglia di dimenticare il 2012.

Seconda impressione: C’è disagio nella società e la festa collettiva in piazza ha mascherato per una notte, ma fino a un certo punto, il negativo di questo presente.

Terza impressione: il tempo che passa lascia dei ricordi materiali, una saracinesca chiusa da anni  la ritrovi e ti ricordi che era un negozio che frequentavi spesso. Si tratta di un fatto materiale, ma nello stesso tempo è anche un ricordo personale.

Considerazioni

A questo punto non penso al lavoro. Osservo. Qualche volta ascolto.

Mi sono chiesto dove sono finito. Che tempo è mai questo. La civiltà industriale sta trovando dei limiti evidenti di ogni tipo: risorse, irriducibilità di culture altre, conflitti interni, guerre, minacce all’ordine pubblico, crollo di valori e di credenze religiose o loro corruzione e perversione in forme aperte di fanatismo, incapacità del potere politico, inettitudine e avidità delle sedicenti classi dirigenti. Manca un pensiero politico realmente concreto e possibile per uscire da questa caduta e avvitamento verso il peggio. Non è che non sono state pensate forme altre di civiltà industriale, anzi. Il problema è che esse non hanno modo di diventare una probabile alternativa perché questo sistema in Europa e non solo  ha ancora la capacità di mantenere gerarchie burocratiche, plebi elettorali, forze armate e di polizia, ceti privilegiati, gruppi editoriali, interi sistemi radiotelevisivi e così via…

Il che denota una certa vitalità, ma non offre una soluzione al fatto che il pianeta azzurro è circa 51 miliardi di ettari, moltissimo. Tuttavia non è infinito e i 2/3 del pianeta sono mari, fiumi, oceani, laghi …

Questo fa sì, insieme ad altri fattori, che gli umani sviluppino le loro forme di civiltà  su poco più di 12 miliardi di ettari, prendo i dati dall’ultimo libro di Serge Latouche: “Limite”.

Pertanto il pianeta Azzurro non può sostenere una crescita illimitata di più civiltà industriali umane  in conflitto, contrasto, competizione. Questo fatto a mio avviso è il massimo sistema che sta dietro di quell’infelicità nel vivere così comune, il limite di questa civiltà c’è e viene toccato ogni giorno in molti settori. Questo è il punto da cui prende forma il disagio del vivere, un sistema che si è pensato infinito e superiore alla natura deve riconoscere di esistere entro limiti dati e ha difficoltà gigantesche a superarli, per ora cerca d’ignorarli e di tirare avanti.

I “grandi”  che esercitano il potere all’interno dei sistemi imperiali politici, finanziari, militari delle diverse forme di civiltà ad oggi sembrano intenzionati a portare avanti i loro interessi, a realizzare agende politiche, militari, economiche che sono in relazione con la situazione generale ma non sembrano prevedere risposte comuni, altruistiche, fondate sul rispetto e sull’amicizia fra i popoli. Del resto come potrebbero fidarsi di altri simili a loro, non c’è ad oggi un solo sistema di dominio e controllo di carattere imperiale che sia esente da critiche e spesso più è efficace nel perseguire i suoi scopi più si rivela poliziesco, militaresco e autoritario.

Sono quindi qui a livello di massimo sistema, ma nel mio piccolo esiste il quotidiano, il lavoro, il fatto di ogni giorno, l’orario da rispettare, le scadenze. Esiste una cascata di fatti, spesso spiacevoli, che si collegano a livello grandissimo con il quadro generale appena abbozzato. Mancano gli Dei e gli Eroi in grado di rimettere assieme la civiltà industriale con il dato materiale del pianeta, i limiti del possibile  con il pensiero illimitato, la volontà di esprimere potenza divina con la fisicità del corpo umano. La decadenza che vedo ovunque non è solo l’ordinario dato per così dire biologico interno alle leggi naturali di questo pianeta ma è anche il frutto della scoperta silenziosa ma crescente ed evidente dei limiti al progresso della civiltà industriale come è ordinariamente inteso. Questo mi pone ogni giorno la domanda intorno a quale possa essere il corretto atteggiamento davanti a questa situazione, anche ammesso che prenda corpo un generalizzato miglioramento economico questa questione dei limiti dello sviluppo e del pianeta è presente ed è il limite non riconosciuto della civiltà industriale, ossia la realtà nella quale vivo, lavoro, agisco, penso. In fondo proprio perché in quanto essere umano singolo devo pormi il problema del senso di questa totalità che è il mio mondo umano nel quale sono calato e in un certo senso parte. Di cui, per altro, conosco bene per esperienza diretta solo una piccola parte di questa totalità, ossia l’Europa.

Quanti doveri verso se stessi esistono nella vita di un precario della scuola?

 




27 dicembre 2012

Diario Precario dal 22/12/2012 al 23/12

Data. Dal 22/12/12 al 23/12/2012

Note.

Vacanze di Natale… scuola chiusa.

Periodo difficile. Otto anni di precariato ormai evidenti mi fanno avvelenare le feste.

Del resto tutto il Belpaese pare in sofferenza.

Ho visto molti negozi chiusi, molti cartelli su case e fondi con la scritta “in vendita”.

Cattivo anche il Natale di questi tempi.

 

 

Considerazioni

Osservo un fatto: il detto CHI SA FARE FA, CHI NON SA FARE INSEGNA rivela che nel Belpaese si dà per scontata la separazione fra produzione  e ricchezza e conoscenza e docenza.

Il sapere è un disvalore perché praticato da cialtroni o incapaci, questa è la sintesi del proverbio. Se non fosse così perché stacca in modo così forte il FARE dall’INSEGNARE.

In effetti questa cosa mi è venuta all’occhio da una saggia osservazione di un carissimo amico.

In Italia rimane dominante  l’idea che tutto ciò che esiste sia materiale nel senso di merce da comprare e vendere. Non c’è spazio per altro e questo spiega le ossessioni e le paure degli italiani che possono ridursi a una sola: farsi fregare la roba e quindi i soldi. Del resto c’è un solo principio l’interesse del singolo è tutto, il DENARO è il DIO a cui la maggior parte degli abitanti della Penisola guarda con ammirazione, devozione, paura reverenziale. Banca e finanza si sono fatte potere politico perché la popolazione ormai in forme diverse tributa forme di culto al Dio–quattrino. Del resto come può essere altrimenti, io stesso devo ammettere che se fossi ricco, ma davvero ricco, avrei superato i tre quarti dei miei problemi semplicemente comprando le soluzioni ad essi. Non tutti certo. Ma i tre quarti sì. In effetti come potrebbe esser altrimenti. La forma dominante di comunicazione oggi è la pubblicità commerciale, essa esce da tutte la parti. Presente nella rete, in quasi tutti gli spettacoli televisivi, al cinema, in strada, in radio, dovunque in una parola. Questa comunicazione mette spesso e volentieri in relazione strettissima la felicità, il successo, la credibilità del comune essere umano con il possesso e il consumo di beni e servizi rigorosamente in vendita. Non si sfugge a questa cosa ed essa piano piano trasforma la mente, la plasma, fa dell’essere umano una bestia addomesticata asservita al senso dell’esistenza che trasmette la pubblicità commerciale. Così è normale che la vita sia in relazione non con la realtà in quanto realtà ma con la sua immagine distorta, con la sua rappresentazione più o meno consumistica. Il modello in testa è quello della pubblicità commerciale, i desideri sessuali son plasmati da decine di migliaia di immagini di modelle seminude o velate, gli oggetti desiderati sono quelli proposti con maggior insistenza o abilità, la macchina è quella del professionista con i superaccessori, la casa dei sogni è lo stereotipo della casa della classe medio-alta dei ricchi di successo ossia la villa o il villino con tetto, camino, giardino, cane, bambini biondissimi, albero con altalena, guardie private e così via... Quando mai una pubblicità mostra condomini popolari alla Fantozzi? Inoltre, a meno che non si tratti di materiale di cancelleria  o affini, quando mai compare nella pubblicità il maestro o l’insegnante?

Il modello di consumi e d’immagine dell’essere umano consumatore non è un sogno, che inteso come destino da forgiare da se stessi è scelta, è una prescrizione, quasi di tipo medico. Se esci dal modello sei uno con problemi, un tipo strano, uno che non sta alle regole con cui giocano gli altri. La “partita” che è comunemente giocata è quella di fare i soldi o almeno di trovare un lavoro per avere accesso ai beni di consumo, alla roba, al conto corrente. In breve quasi tutti inseguono gli stereotipi e i luoghi comuni della pubblicità commerciale, anche senza rendersene conto, per una forza d’inerzia e per una pigrizia mentale  presente nell’essere umano.

Quindi tornando al discorso quel pregiudizio contro il sapere e a favore del fare, come fonte di guadagno ovviamente, ben rappresentato dal proverbio si fondo con il mondo parallelo delle illusioni della pubblicità commerciale, con le immagini dell’essere ricchi e  felici. Il tutto senza nessuna mediazione, senza capacità di distinguere, di approfondire. Così l’immagine del docente diventa meschina agli occhi di milioni di umani del Belpaese; l’immagine in particolare del docente di materie umanistiche.

Io credo che questo proverbio tante volte sentito indichi proprio questa sfiducia in colui che insegna, e non è solo una consolazione tesa a svilire chi sale in cattedra. Si tratta di autentica sfiducia.

Questo è il mio problema: prendersi la credibilità. Perché è proprio la credibilità del docente l’oggetto del proverbio, l’insegnante deve dimostrare che per qualche motivo suo non rientra in quella categoria, ossia deve dimostrare e fondare con la sua quotidiana attività il senso di ciò che fa. Deve da sé creare la sua credibilità. Il che non è cosa facile e tanto precariato non aiuta.




21 dicembre 2012

Diario Precario dal 18/12/2012 al 21/12

Data. Dal 18/12/12 al 21/12/2012

Note.

Quiz. Il concorsone esito 34,5. Tragica beffa di Natale.

Ormai è argomento del telegiornale e strumento della tattica pre-elettorale dei diversi partiti e movimenti.

Domande…

 

Considerazioni

Quanto mi è capitato è, a mio avviso,  estraneo al normale lavoro che svolgo.

Questo è stato uno degli errori più grossi della mia vita finora da me compiuti. Va assieme al primo incidente d’auto, ad amori non ricambiati dell’adolescenza e cose del genere.

Dovevo rifiutarmi di farlo. Invece ho partecipato alla cosa.

Finito l’esame mi sono chiesto a che punto fossi arrivato della mia vita… anzi che storia era quella in cui mi trovavo dopo otto anni di contratti con la scuola pubblica italiana da me onorati e rispettati e non senza successo. Ero caduto in balia del caso, per un quiz in più o perfino in meno si decideva del senso di otto anni di vita e di lavoro, più i due della SSIS.

Questo mio partecipare mi ha squalificato ai miei occhi. Grave errore. Ci vorrà tempo per riparare.

Per mia enorme disgrazia non ho trovato una forza politica e sindacale abbastanza potente e credibile in grado di sostenere un NO.

Intendo un NO radicale, con concrete alternative alla partecipazione.

Così ho preso parte alla cosa durante uno dei periodi di maggior l’intensità di lavoro a scuola. Manco l’avessero fatto apposta.

O forse sì?

Il problema a questo punto è il dopo.

 Occorre anche prendere atto dell’errore compiuto, del disagio che mi sono procurato, della valanga di disistima e disprezzo che è caduta sulla categoria quando le notizie riportate in modo discutibile hanno scatenato provocatori del WEB e della carta stampata.

Qualcosa era errato, stupido, cretino. In me.

Occorre riconoscere che dentro la mia concezione del posto di lavoro è rimasto appiccicato ancora qualche residuo di corrotto buonismo, di fiducia in cose strane, di ottimismo irragionevole e stolto. Questo è male.

La presente civiltà industriale ha le sue logiche. Autentiche, perfette, comprensibili.

Se sei precario sei precario e non sei come chi può dall’alto di cattedre immaginarie o giornalistiche urlare decreti di carta contro la categoria, se sei uno che sta sotto allora  non stai  sopra; se sei fra gli esclusi allora sei  non fra coloro che sono inclusi. Quindi se sei debole in un mondo di finti forti, di finti sani, di finti liberali, di finti dotti,  di finti in generale sei in guai grossi.  

Devo ricordarmi questa cosa, tutti i giorni.

 Devo evitare di trasmettere a coloro che sono vicini a me sul lavoro e nella vita privata cattive speranze, cattivi pensieri, cattive aspettative. La malvagità della calunnia è inutile quando una verità aperta e giusta si mostra. Basta la verità del presente e dei suoi reali meccanismi a rendere l’essere umano inquieto, diffidente, timoroso d’essere aggredito in diecimila  forme diverse di violenza. Nella presente civiltà industriale arrivata al suo terzo atto esiste solo una folle dimensione d’egoismo assoluto e illimitato, se necessario autodistruttivo e questo fatto che è il vero centro della vita collettiva nei grandi imperi come nei piccoli paesi è qualcosa che dall’enorme, dal grandissimo cala fino al caso più piccolo e limitato. Il singolo viene preso da meccanismi sociali e collettivi estranei a ciò che è; e se va bene questo individuo chiede solo di essere lasciato in pace o di conservare un pezzo di garage o di cantina per riporre le cose che gli sono care. Scatole e scatoloni che troppo spesso mutano nel  cenotafio, fatto di pezzi spesso finti, di vite immaginarie rivissute con le lenti del ricordo distorto e della nostalgia.  Nulla del male di vivere accade per caso, certo che avviene in tempi e modi diversi ma con sue regole. Tutto questo processo d’aggressione al singolo avviene con precisione meccanica, con passo sicuro e senza nessuna pietà; questo è un mondo meccanico e informatizzato che finge di essere altro che non è.

 

CITAZIONE

Questo è attribuito al filosofo Stirner

Tu hai diritto di essere ciò che hai il potere di essere.




21 dicembre 2012

Diario Precario dal 9/12/2012 al 17/12

Data. Dal 9/12/12 al 10/12/2012

Note.

Ho preso il 2° Dan di Judo.

Quiz. Ancora quiz.

Cerco di capire di cosa si tratta, andando a buonsenso vado verso un vicolo cieco. Quindi aprire il portafoglio e comprare un libro adatto.

Poi lavoro, attività scolastica.

 

Considerazioni

La grande cosa è avere un libro per il concorso computerizzato. Con CD poi. Ho provato e alla prima ho trovato il libro per il test. Fatto in tempi record e stampato in velocità dalle Edizioni Simone. 39 Euri, come “dicono a Livorno”. Ormai faccio fatica a scansare le contraddizioni di questa vicenda. Ora che il governo Monti è prossimo al termine la stampa e la televisione non risparmiano frecciatine al concorsone. Bella prova. Ci voleva la fine del governo per avvicinare il grosso della stampa e della televisione a quello che da mesi vanno osservando e talvolta urlando sindacalisti, insegnanti precari, comitati, studenti, associazioni…

Di nuovo è la politica da cui parte tutta la questione della scuola, perfino nella sua rappresentazione presso i mezzi di comunicazione di massa.

Anche questa è una contraddizione. La scuola interessa i grandi media solo in congiunzione con precisi momenti dell’attività politica, quasi a ribadire che non ha una sua autonomia di senso. Certo che la cifra di 330.000 fa scena, fa spettacolo, a suo modo il concorso ha riaperto la discussione sulla scuola. Ci vorrebbe Socrate. Me lo vedo davanti al grande schermo che fa: ma voi come scegliereste l’insegnate di vostro figlio? Con dei quiz?”. Non ci voleva. Il sistema scolastico italiano  non ha assorbito tanta parte dei suoi supplenti e precari e il concorsone non risolve, mischia le carte, ma non risolve e crea altri ricorsi, altre polemiche, altro disagio. Un giorno qualcuno mi spiegherà perché questa cosa è andata avanti e sta andando avanti.

Piccola soddisfazione. L’esame di judo è andato bene. Passato di livello. Sono felice per questa cosa, anche se questa aggiunge responsabilità.

 

Data. Dal 11/12/12 al 16/12/2012

Note.

Quiz. Il concorsone ha monopolizzato la mia quotidianità. Non solo la mia del resto.

Ormai è argomento del telegiornale come la guerra di Siria o la tattica pre-elettorale dei diversi partiti e movimenti.

Impegni lavorativi di continuo. Lezioni, riunione sindacale, ricevimento pomeridiano, consiglio...

Non è facile prepararsi al test lavorando e rincorrendo i fatti di ogni giorno.

 

Considerazioni

La grande informazione si dà da fare. Ormai il concorso è uno spettacolo, un fatto notevole di cronaca, e quindi sotto elezioni di cronaca politica e spuntano lettere, interviste, articoli, riflessioni erudite. La mia categoria d’insegnanti precari non è mai stata sotto i riflettori di stampa e televisione quanto in questa settimana. Mi aspetto anche qualcosa in più durante e subito dopo la pre-selezione. Comunque qualcosa non va se la scuola diventa oggetto di spettacolo e d’informazione solo in occasione di fatti notevoli e di preparazione alla campagna elettorale. Manca il suo senso. Non si ragiona di cosa sia la scuola in Italia. La si usa per fare informazione-spettacolo, per fare proprio in questi giorni  giornalismo in salsa elettorale. Cosa è la scuola oggi? Perché il concorso? Come mai 330.000 iscritti alle prove?

Eppure adesso che la stampa e la televisione sembrano aver scoperto la scuola dovrei aspettarmi mobilitazioni collettive della popolazione, un dibattito nazionale, impegni seri dei politici in campagna elettorale; dovrei, in sintesi, aspettarmi un cambiamento di mentalità a livello collettivo. Prevedo che non accadrà. Perché?

Provo a pensare la risposta: l’istruzione in Italia è slegata da reali e diffuse possibilità di ascesa nella scala sociale. Già, in passato il successo dell’istruzione era dovuto anche alla volontà di emanciparsi di masse di popolazione urbana e  rurale,  milioni d’italiani e italiane nell’Ottocento e nel Novecento vedevano nella scuola una via per vivere meglio, trovare lavori decenti o umanamente accettabili, migliorare se stessi e  gli altri. Questo è ciò che si è perduto nello scorrere del tempo. La recessione poi non aiuta. In Italia per  decenni le raccomandazioni di politici, patroni, boss di varia natura, di famiglia hanno disgregato ogni credibilità al merito e alla valorizzazione dei talenti. L’incontenibile fuga dei cervelli e dei professionisti ambiziosi in Europa e nel mondo ne è la prova più aspra e dura. L’immobilismo sociale, pratiche corporative nelle libere professioni, la corruzione, la disonestà di fondo di tanta parte della popolazione spingono molti a non aver fiducia nelle possibilità di elevazione della scuola pubblica. Certo occorre saper leggere e scrivere, aver il diploma, forse la laurea, ma il punto di svolta delle vite di milioni di persone non è ciò che sono e cosa sanno  ma chi li raccomanda, li protegge, li supporta, fa la cosa giusta per loro al momento giusto. 

Il premio desiderato è sempre il denaro, staccato anche dal senso del far bene il proprio lavoro o una qualche professione. Il punto di svolta nella testa di milioni d’italiani non è il sapere, il percorso formativo e di vita dell’individuo, ma qualcosa che è altro e altrove.

Cosa può fare la scuola in un contesto dove il primo problema è avere i soldi per farsi i fatti propri?

 La scuola dovrebbe rifare la società, la politica e l’economia? Con quali forze? Con quali denari? Con quali uomini e  donne?

Nessuno si fa la domanda, pure indispensabile, che cosa è a livello di vita sociale e di preparazione dell’individuo la scuola oggi; sì perché c’è anche la l’utenza nella scuola ossia le famiglie, gli allievi, le allieve e poi il mondo che ruota intorno ad esse. Forse questi soggetti dovrebbero essere oggetto d’attenzione da parte del sistema dei media. Sembra che il loro punto di vista non serva mai, non sia mai sensato, non abbia diritti se non quando l’informazione deve farsi spettacolo e allora devono dire qualcosa su qualcosa che turba la tranquillità, che fa sensazione. La scuola esiste nel sistema dell’informazione solo in funzione di altro, questa è l’idea che mi son fatto.

Il nodo da sciogliere è cosa vuol essere L’Italia. La scuola non cambierà il Belpaese, lo seguirà con i suoi tempi e le risorse che avrà.

 




8 dicembre 2012

Diario Precario dal 24/11/2012 al 30/11

Data. Dal 24/11/12 al 26/11/2012

Note.

Fine occupazione con possibilità di portar avanti la didattica, prove, interrogazioni, verifiche.

Nominato docente ora alternativa a quella di religione.

Sto costruendo un percorso di cultura e di metodo per dare sostanza all’ora alternativa.

Intanto le proteste studentesche della provincia sono finite o in via d’esaurimento.

La categoria docente rimane comunque in allarme, si percepisce preoccupazione e un continuo interrogarsi sul senso e sulla collocazione sociale della propria categoria in questi anni di trasformazioni radicali e di povertà vecchie e nuove.

La data del concorso si avvicina, il test a quiz è il mio cruccio, confesso che mi disturba l’idea di esser valutato da cinquanta risposte a crocetta in cinquanta minuti mentre deve pensare all’ordinario e a ciò che è più dell’ordinario nel mio lavoro.

 

 

Considerazioni

La scuola ritorna ai suoi ritmi e alle sue ordinarie vicende, l’istituzione pare riuscire ad assorbire i traumi del momento. Tuttavia c’è qualcosa che dovrebbe prima o poi esser argomento da precisare: cosa chiede davvero la società italiana e il territorio alla scuola? Una scuola auto-centrata su se stessa oggi nel 2012 non pare possibile. L’autonomia quali risposte soddisfa? Ci sono autentiche domande di formazione e supporto che emergono dal territorio e sono rivolte alle istituzioni scolastiche? Ci sono esigenze educative realmente nuove? Il vivere la scuola come lavoro impedisce di vedere i suoi limiti?

Queste sono domande da porsi ogni tanto.

 

Data. Dal 25/11/12 al 30/11/2012

Note.

Prime prove come docente ora alternativa a quella di religione.

Sto lavorando sui termini e sui vocaboli che dovrebbero far capire il determinarsi della complessità della presente civiltà industriale.

Intanto nuove notizie sul concorso e sulla prove del test d’ammissione, la famosa pre-selezione, si precisano i termini della cosa.

Vivo molto male l’attesa, sinceramente avrei preferito la sparizione dalla realtà del concorso; sono iscritto da anni nelle graduatorie su cui incide il concorso e se non lo passo la possibilità del ruolo si allontana di chissà quanto. Per me è la sconfessione di anni di vita, di lavoro e di studio. Dovrei provare a rovesciare questa sfortuna che si è manifestata nella mia esistenza professionale e umana, non so come in verità. Dovrei passarlo ma se ci sono 11.000 posti più o meno a fronte di oltre 300.000 candidati temo che la cosa si metterà male. Su trenta è probabile che ci sia uno più bravo, più fortunato, meglio protetto dalla sfortuna da qualche santo taumaturgo che gli fa la grazia. Questa non è una considerazione estemporanea, è un fatto abbastanza oggettivo.

 

 

Considerazioni

La condizione del Belpaese è tragica ma non definibile perché è troppo difficile, se non impossibile, osservare natura e destino della civiltà italiana. Del resto chi fra i politici parla di civiltà italiana esistente qui e ora? Quando si parla di civiltà italiana se ne parla al passato di solito il discorso cade nella lode, spesso interessata, di principi e artisti del Rinascimento e talvolta  è chiamato in causa qualche patriota dell’Ottocento, per il presente i riferimenti delle piccole minoranze al potere in Italia sono forestieri, come il loro linguaggio. La loro mentalità sembra essere l’ombra di quella di un ricco WASP di Londra o New York. Manca un senso forte di esistenza e appartenenza alla civiltà italiana da parte delle minoranza nostrane al potere, quando di patriottico si è mostrato al pubblico negli ultimi vent’anni pare il frutto di una rielaborazione del patriottismo statunitense mutuato dai telefilm e dai divi del cinema che si mettono la mano sul petto quando sventola la bandiera a stelle e strisce e parte la colonna sonora con l’inno. Del resto basta pensare a quanto arte, archeologia, scuola siano poco considerate dalle minoranze al potere il cui maggior interesse sono le proprietà immobiliari, i soldi all’estero e le case e le società nei paradisi fiscali. Di solito gli scandali di cui si occupa la patria cronaca giudiziaria coinvolgono onorevoli, proprietari delle squadre di calcio, banchieri, finanzieri, immobiliaristi, commendatori, politici si riferiscono a reati di materia fiscale o a forme più o meno fantasiose di truffa. Non ricordo di uomini italiani ricchi e potenti travolti per reati di carattere ideologico o che hanno mollato tutto per andare a sacrificarsi per qualche causa romantica o patriottica. Per la verità neppure di donne italiane di questo tipo. La civiltà italiana se sarà, sarà nel futuro. Quelle del passato son macerie e miti morti, il presente non ne ha una, o se c’è è praticamente invisibile. Ci vorrebbero esseri umani coraggiosi che con spirito profetico rimettono assieme l’aspra realtà della terza civiltà industriale con i frammenti di passati immaginari e fantasie perdute. Questi temerari dovrebbero arrivare a una sintesi del tutto nuova, a una dimensione altra, a pensare il Belpaese del XXI secolo e forse crearlo per la prima volta. Si tratterà tuttavia per questi coraggiosi di ritrovare un senso comune e di mettere assieme i pezzi di un percorso nuovo essendo quelli precedenti dissolti o schiantati. Certo che a pensarci bene far schiantare i  miti patriottici, politici, e di superiorità culturale dell’Italia è stata cosa da poco. Il supermercato e la televisione hanno distrutto le pretese della cultura alta del Belpaese, l’evidenza che l’altro che già da decenni aveva il frigo pieno, l’auto, la televisione ha spazzato via in meno dieci anni tutte le illusioni culturali prima e un decennio dopo il grosso delle allucinazioni politiche con la fine del comunismo sovietico e l'evidenza dell'affarismo in politica. Nel 1994 alla fine della Prima Repubblica c’era un solo autentico mito di massa rimasto in piedi: Il DIO-DENARO.

 




1 dicembre 2012

Diario Precario dal 16/11/2012 al 23/10

Data. 16/11/12
Note.
Assemblea istituto.
I relatori non sono arrivati, adunanza riuscita alla buona.
Invitato dagli studenti ho detto qualcosa in quella sede, mi capita alle volte.
Non dovrebbe essere la regola e per fortuna non lo è.
Fatta sorveglianza.
 
Considerazioni
La giornata mi è parsa all’insegna della beffa.
 
 
 
Data. Dal 17/11/12 al 19/11/2012
Note.
Giorni difficili perché vuoti.
Notizia di occupazione sede principale.
Ancora turbamenti personali per il concorsone.
Sul giornale notizie indigeribili, brutte, squallide.
 
Considerazioni
La solitudine è la grande arma del potere in quanto potere sugli esseri umani di oggi. Milioni di esseri umani scissi e rinchiusi nel loro piccolo mondo d’interessi materiali e in competizione per non si sa bene quali premi e quali privilegi sono incapaci di creare modelli di comportamento e di prassi di valori altri rispetto a quelli mercantili oggi dominanti. Lo vedo guardando indietro nella mia esperienza di vita passata. La solitudine è più di una  condizione esistenziale, è forma del dominio delle merci sulla mente umana perché il soggetto solo ha bisogno di stimoli che vengono dalla moda, dalla pubblicità, da forme artefatte di socialità, sente il desiderio di seguire il gregge umano, la massa, la spinta di collettività anonime. Un milione di anime solitarie sono l’utenza fissa di ogni buon centro commerciale. Chi è l’essere umano di oggi? Chi è l’essere umano della terza civiltà industriale?
Lo squallore dei nostri tempi è anche il frutto di un a perdita di senso della vita umana, la mancanza di fini ultimi, di visioni mistiche, di grandi sistemi ideologici consegna ogni privato al suo intimo squallore privato; e si pensi al vero. Non quel che innalza a vette di comprensioni mistiche o sublimi ma allo squallidissimo interesse egoistico privato e quotidiano. Ciò che affonda l’essere umano è più forte di qualsiasi cosa lo porta in alto. L’abisso mostra la dimensione dominante dell’essere umano; è ciò che è eccelso e sublime cosa rara e difficile da prendere anche quando si presenta nella vita banale di tutti i giorni. Questo è un tempo di abissi, per carità spesso portatori di verità e di descrizioni del reale veritiere, ma il contrario dell’abisso è raro; come se fosse lì solo per confermare ciò che sprofonda e va nel torbido. Il pensiero politico dominante neo-liberale è la giustificazione del capitalismo della terza rivoluzione industriale che risulta essere globale e iper-tecnologico e nello stesso tempo attraversato da volontà di potenza di stati neo-imperiali. Ma il pensiero neo-liberale nei fatti è poco più di una giustificazione dei rapporti di forza e di dominio di una minoranza di super-ricchi e del presente sistema capitalista, non ha un disegno finale, un senso della storia, del percorso storico di una civiltà o dell’essere umano; di fatto è anche una rottura con il pensiero liberale classico che era profondamente intriso di un suo, sia pur discutibile, senso morale. Non c’è un fine nel sistema ma solo il perdurare del sistema stesso, almeno finchè durano le condizioni generali delle risorse e dei rapporti di forza militari,  politici e sociali che lo consentono.
 
Data. Dal 20/11/12 al 23/11/2012
Note.
Occupato il Liceo, occupazione con possibilità di portar avanti la didattica.
Nei limiti del possibile.
Poteva finir peggio.
Intanto le proteste studentesche della provincia sono finite sul giornale.
Socializzazione con i colleghi nell’occasione della sovversione studentesca dell’ordinario ordine di cose.
Lezioni un po’ surreali con una parte degli allievi che occupa e altri no. Spesso non-lezione con le sedie vuote nelle classi.
 
 
Considerazioni
La condizione straordinaria dell’occupazione mi ha fatto passare un po’ di tempo con i colleghi in aula docenti. Certo che un divano per i docenti in queste situazioni  non sarebbe malvagio, mi ricordo di aver trovato nella mia esperienza di precario delle aule professori con un vecchio divano un po’ sfatto ma tanto comodo. In questo mio incarico non è in dotazione. Certo che parlare di scuola con i colleghi usando il divano dà un senso di pace borghese da Primo Novecento. Riesci ad essere quasi pacato, riflessivo mentre magari parli del concorsone del 2012. I divani rendono una comodità che la sedia ordinaria, anche quella con i braccioli, non ha. Per esempio se uno si confronta con un collega di storia e  filosofia intorno alla storia della Cina Contemporanea con rivista o articolo alla mano e al successo internazionale del capitalismo autoritario creato dal partito comunista cinese è bene avere vicino un divano. Si può parlare pacatamente e con lucidità del fatto che quel modello è invidiato da fin troppi manager di colossi finanziari, commerciali e industriali in Europa e non solo, che l’autoritarismo, la tecnocrazia e il dirigismo cinese stanno facendo scuola, suscitano spirito di emulazione perché è un modello, visti i tempi, vincente. Una cosa del genere è brutto discuterla in piedi. Il divano filosofico-storico-letterario dovrebbe essere posto fra le dotazioni non necessarie ma auspicabili.
Una cosa che è opportuna, ma forse più del divano, è una seria attenzione della stampa locale per la scuola. La scuola appare magicamente sui giornali per fatti gravi di cronaca, occupazioni, eventi come adunanze straordinarie alla presenza delle autorità, sinistri nel senso di tubi rotti o soffitti che cadono. L’ordinario e il banale della scuola non compare mai, così tanti pensano che la scuola sia quella di trenta o quaranta anni fa quando al contrario è successo di tutto. Per far capire al Mario Rossi di turno cosa accade nella scuola di oggi ci vorrebbe un vocabolario minimo per termini come: “POF, pentamestre, trimestre, quadrimestre, moduli, unità didattiche, terza prova, simulazione terza prova…”. Perché di solito si occupano di scuola le signore  e per un periodo della loro vita. Il resto degli italiani, di solito, uscito da scuola si disinteressa di ciò che capita e di ciò che cambia nel sistema della scuola. Quindi è naturale che i più ignorino che nel giro di un paio di generazioni la scuola è profondamente mutata. La stampa forse dovrebbe dirlo, ma non lo fa e così anche la televisione, infatti ciò che fa spettacolo o può essere confezionato come spettacolo è preferito alla descrizione un po’ triste del mondo umano dove uno vive. Lo spettacolo fa i grandi numeri, pubblicità, fama, crea personaggi. L’ordinario, il banale, l’ovvio mette tristezza, fa pensare la tempo che scorre, al senso dell’esistenza propria e altrui. Proprio non va per la pubblicità. La pubblicità paga i giornali, programmi televisivi, riviste, tutto ciò che è comunicazione  e pretende grandi numeri. Mi chiedo come potrebbe essere la scuola vista da un marziano che con l’UFO in questi giorni capita per la provincia e osserva le occupazioni. Che potrebbe capirci? Come potrebbe fare una mappa concettuale di ciò che vede e dei meccanismi sociali e di relazione e comunicazione? Cosa potrebbe mai dire di una scuola occupata dagli studenti? Magari su Marte la scuola viene occupata da assessori, sindaci, presidi e vicepresidi e gli studenti chiamano la polizia. Oppure posso figurarmi che il marziano con l’UFO ritenga che volantinaggi, cortei e proteste per la scuola siano manifestazioni di protesta tipiche non degli studenti ma di genitori, insegnanti, dirigenti d’impresa, capi politici al governo. In fondo se l’istruzione comune va male è ragionevole pensare che in prospettiva vada male tutta la società e si fermi il progresso, la scienza, l’arte, la continuità con il passato, le manifestazioni di sapere o di creatività individuali e  collettive. 

Considerazione surreale

Oggi c’è bisogno di un marziano con l’UFO che dall’alto del suo essere alieno e superaccessoriato e tecnologico che descriva questi formicai impazziti comunemente chiamate civiltà umane ormai arrivate al tempo della decadenza della civiltà europea, sedicente occidentale, e della globalizzazione.



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