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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


11 settembre 2017

Volentieri riceviamo e volentieri pubblichiamo

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

La scuola alienata

 

 

Il libro di Iacopo Nappini, Memoria e confine. Viaggio nel mondo della scuola, con il quarto e ultimo capitolo scritto da Francesca Naldini,  ricostruisce e analizza criticamente il processo storico con cui si è arrivati allo stato attuale della scuola italiana. Nappini ripercorre con grande lucidità e competenza le vicende della scuola nella storia d’Italia, per le quali si potrebbe fare forse questa periodizzazione:  scuola liberale, fascista, prima del ‘68, dopo il ‘68 e dopo l’89 fino ad oggi. Finchè  Nappini, insieme a Naldini, approda a una denuncia radicale della condizione attuale della scuola italiana. La sua lettura mi ha sollecitato a buttar giù qualche considerazione su un tema così urgente e decisivo.

Cos’è la Scuola? La parola viene dal greco Scholè, che significa tempo libero (dal lavoro e dalla guerra). E indica quindi un tempo da dedicare a se stessi, al proprio arricchimento, avendo come fine quella che i greci chiamavano paideia.

Paideia significa educazione ma nel senso di una formazione umana completa e non professionale. La Scuola educa a diventare un essere umano, prima che un fabbro o un falegname, dà quindi una formazione globale, generale, non particolare e specialistica.

Paideia significa anche cultura, ossia la Scuola è il tempo libero dedicato a coltivare se stessi, il proprio corpo e il giardino della propria anima.

Ed essa è sì formazione, ma non nel senso di imporre alla potenzialità ancora informe del ragazzo una forma dall’esterno ma nel senso di aiutarlo a darsi da sé la propria forma dall’interno, ad essere artefice di se stesso, a scolpire da sé la propria statua.

Come ancora  paideia è educazione ma non nel senso di riempire dall’esterno la mente del ragazzo come un vaso vuoto, o in quello di raddrizzare le viti storte, bensì in quello di aiutarlo a condurre fuori da sé se stesso, le proprie idee e i propri valori, non quelli del docente, e nel senso non di raddrizzare ma di rispettare ed amare le viti storte. Da questo punto di vista ogni insegnante è una levatrice, come  Socrate.

Paideia è quindi anche insegnamento,  ma  nel senso che l’insegnante dev’essere capace non di suscitare indifferenza ma di lasciare un segno nel ragazzo, nel suo cuore, nella sua mente, nella sua vita, ossia deve saperlo affascinare accendendo in lui la fiamma del desiderio, l’amore di sapere. E l’amore per il sapere è filosofia. Ogni vero insegnamento è filosofia.

Paideia è infine anche istruzione, cioè l’attività di fornire informazioni e nozioni, senza i quali si lavora sul nulla, ma dove l’istruzione è solo una parte e non tutto e dove l’istruzione è in funzione dell’educazione e non viceversa.

Dunque la Scuola è il tempo libero che ha come scopo di aiutare la persona a diventare un essere umano, ad essere se stessa nel modo migliore. Quello che i greci chiamavano aretè, virtù. Ma cosa significa tempo libero dedicato a diventare un essere umano, ad essere  uomo nel modo migliore? Cos’è un essere umano?

Da un lato, per Aristotele un essere umano è un animale dotato di ragione: ciò che è proprio dell’uomo e lo distingue da ogni altro essere è la razionalità, il pensiero. Ma il pensiero è critica, capacità di distinguere. Dunque la Scuola è tempo libero per aiutare la persona a sviluppare una testa pensante e critica.

E dall’altro lato, per Platone, si impara solo attraverso l’amore. In questo senso la Scuola è il tempo libero dedicato ad accendere il desiderio, che è ciò che accende la vita, quindi tempo dedicato ad accendere la vita, a suscitare  la passione, l’amore di sapere, di nuovo filosofia. Ogni vera scuola è filosofia, la quale anche per Aristotele nasce di fronte a qualcosa che meraviglia e fa sorgere il desiderio, il desiderio di sapere. Qui lo scopo è formare cuori desideranti, appassionati. Il segreto della scuola è l’amore. Deve formare degli amanti. La scuola deve occuparsi solo dell’amore. Il suo compito è accendere la vita.

Ecco dunque in sintesi, raccogliendo le cose dette fin qui, la risposta alla domanda cos’ è la scuola? La scuola è il tempo libero dedicato a formare persone libere che hanno cuori desideranti e appassionati uniti a teste pensanti e critiche. Questo è tutto.

E se questo è ciò che la Scuola è, questa è l’essenza della scuola. Per indicare la Scuola fedele alla sua essenza, sto usando la parola con la lettera maiuscola. La Scuola, quella con la lettera maiuscola, è la vera Scuola, la Scuola in quanto essa è se stessa, è ciò che è. Ma ciò significa che l’essenza della scuola è intimamente conflittuale rispetto al potere (politico e quindi economico). Giacché infatti essa è filosofia, è l’attività di mettere in dubbio ciò che è dato per scontato, e dunque la realtà esistente. La Scuola è il luogo per eccellenza dove si ha cura delle condizioni del dissenso. La sua essenza è essere palestra di persone che con passione pensano e criticano il mondo. E per questo lo migliorano. La scuola è il motore del cambiamento e del progresso. E’ il luogo dove si gettano i fondamenti per imparare a dire di no. È per natura dinamica e destabilizzante laddove il potere è statico e conservativo.

Ma, se questa è l’essenza della Scuola, cos’è la scuola oggi? Come si nota, occorre subito passare alla lettera minuscola. La Scuola è la scuola ideale, la scuola come dovrebbe essere, la scuola è la scuola reale, la scuola com’è. E La scuola reale oggi è forse fedele alla propria essenza, è quello che è? Ecco, niente affatto, anzi essa è esattamente l’opposto, non è più se stessa, è diventata altro dalla sua essenza, si è alienata. E non è più indipendente dal potere e sguardo critico su di esso ma strumento del potere, totalmente asservito ad esso. Com’è avvenuto questo ribaltamento, frutto ovviamente di un lungo processo di strumentalizzazione della scuola da parte del potere, com’è successo tutto ciò?

Per limitare il discorso a tempi non troppo lontani, dopo che il ‘68, a partire da don Milani il quale, scrive Nappini, vedeva la scuola come il luogo ove si formava il senso critico e il singolo imparava a reagire ai condizionamenti e aveva denunciato il carattere classista, punitivo e selettivo della scuola italiana, funzionale all’economia capitalistica, assistiamo negli anni ‘80 (prendiamo l’89 come data simbolo) alla poderosa controffensiva del capitalismo nella sua forma più radicale e aggressiva, il neoliberismo, che non solo intende riconquistare le posizioni perdute negli anni ‘60 e ‘70 ma vuole anche stravincere abbattendo tutti gli ostacoli che pongono un limite al raggiungimento del suo scopo, cioè il profitto privato. Il capitalismo è volontà illimitata di profitto privato. Il capitalismo è senza limiti.

Ma non avere più limiti significa che il capitalismo aspira a diventare tutto, mediante il processo che ha il nome di globalizzazione ed indica l’estensione del capitalismo al mondo intero. Ossia il capitalismo, da capitalismo limitato, aspira a diventare capitalismo globale, cioè assoluto. Il che significa annientare appunto ogni limite, e i limiti  maggiori rimasti, dopo aver sconfitto quello principale, il comunismo, sono la politica, cioè lo stato, la religione, cioè la chiesa, e la cultura, cioè la scuola. Annientarli non significa fare in modo che non esistano più ma stravolgere la loro essenza per piegarli e deviarli verso un altro fine. La politica, cioè l’attività di promuovere il bene comune, diventa quella di realizzare il bene privato dei grandi poteri economici e finanziari, la religione, cioè la fede in Dio, diventa fede in quel nuovo Dio che è il denaro che, come scrive Nappini, da mezzo diviene scopo ultimo dell’esistenza, la cultura, cioè l’attività di formare  persone libere, pensanti e critiche, diventa l’attività di preparare persone acritiche adatte al mercato, a creare, come nota Naldini una futura massa di lavoratori privi di autostima, pronti a inchinarsi di fronte al datore di lavoro.

Per quanto riguarda la scuola, dunque, assistiamo alla realizzazione del poderoso progetto di progressiva distruzione capitalistica della Scuola snaturandone l’essenza con riforme nelle quali, osserva Nappini, il parere degli insegnanti di solito non è preso in considerazione dalla politica che riforma la materia dall’alto. Il momento decisivo con cui comincia questo processo è la riforma Berlinguer, proseguito poi da tutte le riforme e governi successivi, di destra e di sinistra, ormai d’accordo nella celebrazione del capitalismo come unico mondo possibile. Coerentemente con quel grandioso processo con cui la sinistra ha fatto propria l’intera ideologia della destra. Per cui, se ha un senso dire che è superata oggi l’opposizione tra destra e sinistra, è solo perché la sinistra è diventata destra (per quanto continui a chiamarsi sinistra). Ormai esiste solo la destra, in quanto ciò che si chiama sinistra e ciò che si chiama destra crescono su un terreno comune, la convinzione che il capitalismo sia  intrascendibile e anche, nonostante l’evidenza contraria, il migliore dei mondi possibili.

Il marchio di fabbrica di questo immane processo di snaturamento della scuola, alienandola dalla propria essenza, è la concezione, che s’impone con la riforma Berlinguer, della scuola come azienda. A questo punto tutto è già stato fatto e ciò che viene dopo non è altro che una logica esecuzione e conseguenza di questa premessa.

Si tratta di capire che qui avviene un plateale rovesciamento di fine. La scuola azienda ha un fine diverso dalla Scuola. Il fine della Scuola, lo abbiamo visto, è il bene di ciascun individuo come aretè,  virtù, cioè piena realizzazione di ognuno in quanto persona desiderante e pensante, quindi il  bene di tutti. La Scuola è nella sua essenza una realtà etica,  ha per fine il bene comune. Ma lo scopo dell’azienda è invece il profitto, o comunque la produzione, in ogni caso il bene dell’azienda stessa. Entrando nella logica dell’azienda dunque si entra automaticamente in una logica privata perché un’azienda cerca di fare non il bene comune ma il proprio bene in concorrenza con le altre aziende. Così si attribuisce alla scuola pubblica una logica privata. Anche la scuola pubblica  diventa una copia di quella privata. A questo punto ogni scuola è privata. Ma è ovvio che la scuola privata, l’originale, è più adatta di quella pubblica che la imita, la copia, a incarnare questa logica e dunque è ovvio che si tenda a favorire la scuola privata, foraggiandola di finanziamenti, e si svantaggi quella pubblica, togliendole fondi (e giustificando i tagli con la crisi economica, osserva Naldini). La scuola, nella logica dell’azienda, è destinata a sbilanciarsi sempre più verso quella privata.

In questo modo la scuola diventa un’azienda che vende un prodotto, chiamato formazione, comprato da studenti che dunque sono clienti, consumatori di formazione, la quale pertanto diventa merce, io te la vendo e tu me la paghi. Scrive Nappini che le nuove politiche neoliberali...hanno imposto...l’idea che sia utile passare a logiche di mercato e considerare i discenti e le loro famiglie...come consumatori di formazione. È quella che egli  chiama la logica dello studente cliente riportando Max Weber quando scrive che dell’insegnante che gli sta di fronte il giovane americano ha quest’opinione: egli mi vende le sue nozioni per il denaro di mio padre come l’erbivendolo vende i cavoli a mia madre. Così la filosofia del capitalismo diventa la filosofia della scuola e la cultura subisce totalmente la logica dell’economia. L’economia sottomette a sé la cultura. E la scuola diventa ideologica, apparato ideologico di stato, come la chiamava Althusser, strumento di trasmissione dell’unica ideologia rimasta, l’ideologia neoliberista.

Naturalmente per svolgere questa funzione la scuola ha bisogno di essere seducente perché deve vincere la competizione strappando clienti alle altre scuole, e così cerca di imbellettarsi per presentarsi con l’aspetto migliore possibile, per fare colpo, mostrandosi come una scuola  dinamica che fa mille attività, iniziative e progetti. Non importa se molti di questi sono fumo e altri sottraggono prezioso tempo di studio, importante è risultare attraenti, a costo di apparire più belli di quello che si è. È quella che chiamerei la scuola prostituta. Così la scuola, che dovrebbe essere custode di verità, diventa fonte di menzogna e fa passare il messaggio che conta l’apparire più che l’essere. Del resto, se si fanno tanti progetti e ci si mostra scuola all’avanguardia, si possono ricevere più soldi e il denaro val bene qualche piccola bugia.  Nota Naldini che  la scuola che sa essere più attraente è quella che riceve più soldi e quindi offre maggiori opportunità, con inevitabile divario tra scuole di serie A, B e C.  E Nappini constata che si agisce secondo il concetto di portare la concorrenza dentro il sistema scolastico e di far competere fra loro le scuole anche nel senso di determinarne il successo o la chiusura. Perchè la competizione fra scuole...in questa prospettiva darwiniana è una garanzia di successo dell’istituto più forte.

Ma allora è evidente che il fine della scuola non è più la formazione di persone libere, con un cuore desiderante e appassionato e una mente pensante e critica, ma la preparazione al mondo del lavoro. La scuola non è più indipendente, è dipendente dall’economia. Non è un fine in sé, deve servire il lavoro. Così la scuola diventa tutta professionale, anche i licei, perché ha fatto propria una logica professionale. Il suo fine non è più accendere il desiderio di sapere ma imparare abilità e competenze che servono al mondo del lavoro. Il fine non è più il bene (comune) ma l’utile (privato). La scuola non è più una realtà etica ma economica. E il mondo del lavoro del quale la scuola diventa semplice propedeutica non è il lavoro libero, sicuro e gratificante di una società giusta, ma quello costretto, insicuro e alienante dell'odierna società ingiusta. E' quello del capitalismo neoliberistico globale, il mercato nel quale lo studente è destinato a inserirsi come sfruttato, emarginato, precario, schiavo, secondo quella forma odierna di schiavitù che è il lavoro precario senza diritti. Che la scuola abbia per fine il lavoro è il trionfo del mercato e delle grandi forze economiche e finanziarie. Il loro progetto è riuscito.

Questo spostamento gigantesco, nella scuola, dalla cultura al mercato, si mostra nel modo più plateale nel linguaggio. Il linguaggio della Scuola è scomparso, sostituito da quello dell’azienda. Nappini lo definisce il predominio del linguaggio mercantile nelle scuole. E così  si parla di profitto, capitale umano, risorse umane, debiti, crediti, domanda e offerta formativa,  investimenti formativi, preside manager, anzi ormai nemmeno preside, parola che almeno conserva un po' di calore (colui che siede avanti e accanto) ma il più  algido dirigente, come i dirigenti d’azienda che dirigono, cioè dicono loro in che direzione e verso quale meta si deve andare, dotati, come scrive Naldini, di pieni poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane.

Ma il linguaggio non è poco, è tanto, è tutto. Il linguaggio esprime concetti, ideali, valori, visioni del mondo. Che la scuola parli il linguaggio dell’economia significa che  ha fatto propria l’ideologia dominante del capitalismo neoliberista, ha introiettato le sue idee e i suoi valori: individualismo, atomismo, produttività, performance, competizione, competenza, efficienza, principio di prestazione, mito dell’affermazione individuale, narcisismo. Come osserva Nappini: il denaro, il successo individuale, l’aspetto esteriore e l’ostentazione della ricchezza sono...misura di tutti i tipi di relazione...e sola prospettiva per gli umani rimane il successo, la fama e l’arricchimento personale. E si vede il senso della vita come un calcolo...dei costi sostenuti, profitti realizzati e piaceri ottenuti. E ancora aggiunge che l’egemonia culturale è passata saldamente in mano al pensiero unico neo-liberista. Così l’allievo smette di essere un essere umano e diventa una macchina, come un computer da riempire di file, che deve realizzare prestazioni adeguate.

 E tuttavia questi valori sono espressione di una filosofia. Anche l’ideologia ha alle spalle una filosofia e in questo caso si tratta di una grande filosofia. La sua base è l’equazione economia natura. L’economia, che oggi ha assunto la forma dominante del capitalismo finanziario, è lo sviluppo più coerente della natura umana, che è egoismo e volontà di potenza. Difatti in economia, come in natura, vale un’unica legge che è la legge del più forte, dove i deboli soccombono. L’uomo è un lupo e la vita è una lotta, di tutti contro tutti, è la giungla dove vale la legge del più forte. È quella che Nappini chiama competizione darwiniana. Dunque la giungla del mercato è naturale espressione della giungla della vita. Il mercato è naturale. Così se ne cancella la sua genesi storica; se il mercato e l’economia capitalistica sono nati nella storia infatti, come tutto ciò che nasce, sono destinati a morire, se invece sono naturali, come il fuoco che scalda, sono destinati ad esistere sempre. In quanto naturale il capitalismo viene eternizzato. È questa la filosofia dell’attuale capitalismo finanziario, ma appunto ha dietro di sé una grande tradizione filosofica, il pensiero di Callicle, Hobbes,  Locke,  Smith, Nietzsche. Non sarebbe possibile la speculazione finanziaria senza la filosofia. È sempre la filosofia che decide. Così la giungla della natura, che è la giungla del mercato, diventa anche la giungla della scuola e la filosofia del capitalismo finanziario diventa anche la filosofia della scuola.

In qualcosa questa concezione dice il vero: il mercato senza limiti è esattamente la giungla, lo stato di natura di Hobbes, dove vige solo la legge del più forte ed è l'inferno degli ultimi. Se poi qualcuno crede ancora davvero che una mano invisibile conduca la giungla degli egoismi particolari al bene generale non resta che congratularsi di tanta innocente e stupefacente ingenuità. Ma basterebbe dar voce al numero incalcolabile dei morti e gli affamati del nostro tempo per smentirlo drasticamente.

Così ai valori propri della Scuola,  cooperazione, solidarietà, relazione, incontro, valorizzazione di tutti, si sostituiscono quelli del mercato, produttività,  competizione, conflitto e così via, appunto perché la vita è una gara e una dura lotta. Guai a chi resta indietro. Si entra così, scrive Nappini, in una dimensione di dissoluzione della collettività e della socialità perché viviamo nel tempo dell’egemonia del pensiero neoliberale per cui la prospettiva individualistica...si è trasformata nell’unico orizzonte di senso.      

Questa filosofia deve entrare anche nelle teste degli insegnanti. La cosiddetta buona scuola (che si autoelogia da sola e, in quanto buona, non può essere criticata perchè se è buona qualsiasi critica ad essa non può essere che cattiva) istituisce il bonus di merito per loro. Non sia mai che gli insegnanti, umiliati e offesi, che hanno gli stipendi più bassi d’Europa e, scrive Nappini, in un mondo in cui contano le nude cifre dell’economia...sono relegati in basso nella scala della gerarchia sociale, debbano avere un adeguamento generalizzato di stipendio e una rivalutazione del loro ruolo e della loro considerazione sociale! Certo che no, solo i bravi, quelli che lo meritano. Si manifesta qui un atteggiamento di fondo di sfiducia nei confronti degli insegnanti, una diffidenza che porta a pensare, spesso a dare per scontato, che non facciano nulla, lavorino poco, figuriamoci, appena 18 ore la settimana, e che solo i pochi che meritano abbiano diritto a un premio anche economico.

In questo modo si dividono gli insegnanti, si insinua appunto tra di loro una logica di competizione, invidia, risentimento. E così si avvelena la scuola. Certo docenti divisi, che litigano tra loro, si controllano meglio, gli si fa fare più facilmente quello che si vuole. Divide et impera, ovviamente. Pertanto la scuola viene divisa tra insegnanti di serie A e di serie B, togliendo autorità, anche in classe davanti agli studenti, a quelli di serie B che, si penserà, evidentemente sono meno bravi.

In realtà non è vero nemmeno questo perché chiediamoci: in che modo si scelgono gli insegnanti che meritano? Qui tocchiamo il punto forse più centrale e più doloroso, perché si ha veramente la misura di come la Scuola sia stata snaturata. L’essenza di questo lavoro, l’insegnamento, è l’ora di lezione, secondo la felice espressione usata dal bel libro di Massimo Recalcati. L’ora di lezione è il tempo in cui l’insegnante svolge il suo lavoro di accendere il desiderio,  suscitare l’amore, il pensiero, la critica, comunicare il messaggio che è possibile vivere una vita piena di senso.

Qui si vede il merito dell’insegnante. Ma per ottenere questo deve fare un grande lavoro, di studio a casa, di preparazione delle lezioni, di riflessione su cosa dire, come dirlo, e cosa non dire, e in che modo interessare, toccare, infiammare gli studenti, e come rivivere lui stesso in modo nuovo, rivitalizzando ogni volta, ciò che ha spiegato già mille volte, e come capire i messaggi che vengono dai ragazzi, le loro difficoltà, uno per uno, curando la relazione, più importante dei contenuti. Questo è il lavoro che merita. Questo è, nella scuola, tutto. Ma per far bene questo l’insegnante ha bisogno di tanto tempo, tempo libero a casa prima di tutto da dedicare allo studio e alla preparazione del suo lavoro. Oltre che di classi meno numerose, Naldini si chiede come è possibile garantire il diritto ad apprendere e la crescita educativa di tutti gli alunni in classi pollaio dove sono ammassati 27-30 studenti. Sarebbe facile, dateci classi di 10-12 studenti e d’un colpo la buona scuola sarà fatta.

Purtroppo però tutto questo lavoro, che è l’essenziale, è proprio quello che non si vede, l'essenziale, si sa, è invisibile agli occhi, e allora il  bonus di merito non può premiarlo, cioè il bonus di merito non può premiare il lavoro che merita. Pertanto viene assegnato a chi fa altro, iniziative, progetti, attività extracurriculari aggiuntivi, non essenziali, per i quali si sottrae tempo a ciò che è essenziale. E così spesso si premia non il merito ma il demerito.

E chi lo attribuisce il bonus di merito? C’è un comitato di valutazione di docenti, che, se dovessero decidere loro, si troverebbero quasi nella posizione di moderni Kapò della scuola, arbitri dello stipendio e della reputazione dei colleghi; in realtà però non contano nulla essendo la decisione finale esclusivamente nelle mani del Dirigente che premia spesso appunto chi non merita, in modo assai oscuro. Naldini scrive che i Dirigenti Scolastici devono valutare gli insegnanti con un comitato a loro totalmente asservito. I premiati ricevono soldi pubblici in più senza che si sappia pubblicamente chi sono, per quale motivo li abbiano presi e perché non li abbiano presi gli altri. Si sa solo che ci sono criteri di attribuzione, e quali, ma sono molto vaghi e lasciano grande spazio all’arbitrio, mentre il resto è avvolto dall’omertà, alla faccia della trasparenza della pubblica amministrazione. Naldini è lapidaria: Trasparenza è parola estranea a molti Dirigenti scolastici...

Che il Dirigente abbia tutti questi poteri, come anche la chiamata diretta dei docenti, con cui, scrive ancora Naldini, ogni possibile opposizione dei docenti neo-assunti o precari è stata definitivamente stroncata, non stupisce. La concentrazione di potere nelle mani del dirigente rende la scuola meno democratica. La democrazia è il potere che sale dal basso, una scuola in cui il potere è accentrato e scende dall’alto è meno democratica e più autoritaria. Lo stesso Nappini parla della trasformazione della scuola pubblica in senso tanto centralizzato quanto autoritario. Ma, dicevo, non stupisce. La democrazia è uno dei limiti maggiori di cui il capitalismo globale deve sbarazzarsi giacchè il fine della democrazia ossia il bene comune è diverso da quello del capitalismo cioè il profitto privato, pertanto questi ha bisogno di figure, i Dirigenti, nella scuola e nello stato, che eseguano fedelmente i suoi ordini per realizzare i suoi scopi. In questo senso non solo la cultura e la scuola ma anche la politica e lo stato oggi sono morti perché hanno perso la loro anima per diventare servi dei diktat del mercato e della finanza. Hanno venduto l’anima al diavolo, e il diavolo è il capitalismo globale. La scuola è serva della politica e la politica è serva dell’economia. Oggi l’economia è tutto, la politica, e la Scuola, sono nulla.

Naturalmente togliere tempo e riconoscimento a ciò che nella scuola è essenziale e rivolgere tempo e  riconoscimento a ciò che è inessenziale, fa scadere la qualità della scuola. L’aspetto più inquietante è che oggi l’ora di lezione, cioè l’essenziale, è ai margini, mentre mille altre cose, l’inessenziale, sono al centro. Tutto è rovesciato. La pietanza diventa contorno e il contorno pietanza. Ma, di nuovo, anche questo serve. Serve al Capitale per screditare la scuola pubblica e quindi valorizzare quella privata. Scrive Naldini che il fine...è distruggere la scuola pubblica, o meglio eliminare cultura ed istruzione, perché il mondo dell’economia e della finanza nonché i poteri militari richiedono popoli ignoranti.

Il pubblico è uno dei grandi limiti che il Capitale deve abbattere riducendolo a privato per poter scatenare indisturbato, senza limiti, la propria brama di profitto. Da qui la tendenza a privatizzare tutto, col neoliberismo, e pertanto anche la scuola. Certo la scuola è l’istituzione pubblica più resistente, per questo il lavoro ai fianchi dev’essere lento e profondo, penetrare nella testa della gente, ma la direzione è quella di sostituire la scuola privata a quella pubblica come scuola di qualità, alla maniera del mondo anglosassone, grande padre del neoliberismo, ma come avviene in parte anche in Italia dove le università eccellenti sono quelle private, per i ricchi. E' ovvio, se la logica è una logica di mercato, più spendi più compri una merce migliore.

Eppure, come sappiamo, la Scuola è prima di tutto un diritto, un diritto universale che una scuola privata, che ha natura particolare, non può soddisfare e per la quale sarebbe necessaria un’autentica scuola pubblica, a vocazione appunto universale. Mentre, scrive ancora Nappini, nei paesi di cultura anglosassone come gli Stati Uniti e il Regno Unito l’istruzione di buon livello è un bene che si può comprare e non è quindi un diritto. Negli Stati Uniti la Costituzione non riconosce il diritto allo studio, la scuola pubblica è un servizio sociale per i poveri che non possono permettersi di pagare le scuole normali. E Nappini denuncia anche in modo implacabile i tentativi, già realtà altrove, di introdurre anche nella scuola italiana le aziende  private, la pubblicità, il marketing, il branding dell’istruzione, insomma l’apertura della scuola al capitale privato che la vede come straordinaria occasione di lucro per saziare la propria comunque insaziabile voracità.

Coerente con tutto questo processo è anche la malattia, di cui  oggi la scuola soffre gravemente, dello  scientismo. È evidente, il capitalismo globale, il massimo potere della terra, può esercitare la sua forza grazie alla potenza della scienza e della tecnica. Scienza e tecnica hanno per fine il dominio  ed è grazie alla scienza e alla tecnica che il capitalismo domina il mondo. Ma il dominio  ha bisogno di specializzazione. Per dominare qualcosa la devo conoscere nei minimi dettagli e per conoscerla nei minimi dettagli devo possedere un sapere analitico fortemente specializzato. In questo modo s’impone l’ideologia scientista che il vero sapere è quello che serve e quello che serve è quello che ci permette di dominare e quello che ci permette di dominare è il sapere altamente specializzato, cioè tecnico scientifico, che pertanto è l’unico sapere utile.

Espressione evidente di questa visione neoliberista e scientista è la cosiddetta scuola delle tre i, inglese, impresa, informatica. Beh! mettere al centro della scuola l’impresa è un’evidente, spudorata  ammissione che la scuola deve servire al mercato, all’organizzazione capitalistica del lavoro. Mettere al centro l’informatica serve a integrarsi nell’attuale mondo globalizzato ma non certo a formarsene una visione complessiva e a criticarlo. E poi l’inglese.

Nessuno nega ovviamente che sia oggi importante conoscere l’inglese, che sia segno di un nostro provincialismo culturale italiano conoscerlo troppo poco e che non ci si debba chiudere in modo nazionalistico ad altre lingue e culture e in particolare alla lingua e alla cultura più diffuse del mondo. Ma occorre anche stabilire dei limiti. È giusto usare una parola inglese quando non c’è una parola italiana per esprimere o per esprimere al meglio un concetto, ma non lo è quando esiste già una parola italiana. Perché, se sostituiamo le nostre parole con parole inglesi, permettiamo che la nostra lingua sia colonizzata da un’altra. Svendiamo la nostra lingua e la nostra cultura, così dense  di tradizione e di storia, come fossero inadeguate e inferiori. Favoriamo il processo con cui il capitalismo finanziario, che parla inglese, diventa globale e colonizza il mondo. L’inglese che ci sta invadendo non è quello della cultura, non è l’inglese di Shakespeare, ma quello dell’economia, è l’inglese della finanza: governance, spread, Jobs act e così via. Il dilagare dell’inglese è oggi uno dei segni più evidenti della colonizzazione del mondo da parte del capitale finanziario.

Per non parlare del progetto CLIL. Ci può essere qualcosa di più insensato che far insegnare in lingua inglese docenti di altre materie, che conoscono la lingua meno dei propri studenti? Se si parla tanto di competenze, non dovrebbe insegnare in inglese solo chi ha la competenza per farlo? Non basta fare un rapido corso e prendere in fretta un diploma per parlare una lingua, e poi  l’insegnamento Clil, anche dove viene messo in atto, si riduce alla preparazione di un’unità didattica di mezza paginetta in un intero anno, che però costa al docente una penosa fatica. Ma l’argomento non merita nemmeno di sprecarci tempo, tanto è evidente l’assurdità. Per fortuna è un’esperienza che è già fallita sul campo, alla prova dei fatti, e non ci voleva molto per prevedere questo risultato. In conclusione quindi restiamo sì aperti all’inglese ma difendiamo anche la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra storia, la nostra identità, affinché la globalizzazione sia un arricchimento nell’unità tollerante delle differenze e non l’impoverimento di un’unità intollerante che le cancella. Se non c’è la parola italiana, sia benvenuta anche quella inglese, però, se la parola italiana c’è, allora preferiamo lei.

Ma, tornando allo scientismo, è chiaro che, se il sapere dello scientismo è analitico, non è sintetico.  Se è particolare non è globale. Se vede solo la parte non vede il tutto, e se non vede il tutto non capisce davvero. Dunque oggi la scuola vuole formare persone abili e competenti a risolvere singoli problemi, abilità e competenze da valorizzare poi nel mondo del lavoro, ma incapaci di una visione globale e quindi di vera comprensione e di critica. Persone competenti ma stupide, che sanno calcolare ma non pensare, l’ideale per gli scopi del capitale. La pedagogia delle competenze, oggi dilagante nella scuola, proprio per la sua finalizzazione al mondo del lavoro, cioè al mercato, è conservatrice, serve a inserirsi nel mondo senza criticarlo e quindi a conservarlo com’è.

A questo è finalizzato il dominio di pratiche analitico scientifiche nella scuola. Esempio l’abuso delle griglie di valutazione, che spezzettano una prova, scritta o orale, dando un singolo voto a ogni suo aspetto e poi facendo la somma. Il che è come fare l’anatomia di una persona viva: ovviamente la si uccide. Una prova, come un’interrogazione o un compito, è una totalità organica, che palpita di vita, e allora la valutazione dev’essere una valutazione sintetica, globale, nella quale conta anche l’intuizione dell’insegnante, altrimenti si perde la prova perché, tagliandola la si uccide e la si fa diventare, da cosa viva, cosa morta. Difatti la maggior parte degli insegnanti prima dà un voto globale dentro di sé alla prova e poi lo aggiusta dividendolo in giudizi parziali. Il tutto è qualcosa di più della somma delle parti, questo principio semplice della Gestalt è completamente dimenticato dai nostri pedagogisti malati di scientismo. Le griglie di valutazione sono una peste della scuola, la tendenza diabolica a voler quantificare e misurare tutto, anche ciò che non si può.

E così l’uso di somministrare questionari, test e quiz di tutti i tipi in modo da permettere una valutazione più oggettiva, per fare come gli anglosassoni, perché quello che conta non è se lo studente ha sviluppato un proprio interesse ma se sa la nozione e sa fare la crocetta giusta. Se poi azzecca tirando a caso pazienza. Conta la quantità di risposte giuste. Conta la quantità. Così quello studente lo possiamo numerare. Naldini parla di una scuola che, con gli INVALSI  ed i quizzoni obbliga i giovani al nozionismo.

Oppure la cosiddetta Unità di Apprendimento, della quale nessuno ha capito bene cosa sia. Ciò che si capisce è che si tratta di impostare in ogni materia un lavoro su un argomento specifico che comprenda una somma di unità didattiche da svolgere durante l’anno. Ma il compito della scuola, prima dell’università, è quello di fornire allo studente le strutture fondamentali di ogni materia. E una struttura è una totalità, come la struttura che sorregge un edificio. Se si fa per un certo tempo un lavoro specifico si compromette la possibilità di lavorare per formare un quadro generale. La scuola che precede l’università dev’essere sintetica, a vari livelli di difficoltà nei diversi livelli di scuola. L’università poi sarà analitica. L’Unità di Apprendimento che, in quanto lavoro analitico e specifico, ostacola, impoverisce o addirittura compromette un lavoro volto all’apprendimento di una visione globale, della struttura di una materia, lavora a formare menti che vedono solo la parte e non il tutto, e chi non vede il tutto non può né capirlo né criticarlo. Ad avere cura dell’intero è la filosofia. Se l’essenza della Scuola è filosofica, la scuola reale è antifilosofica.

Pertanto al dominio attuale dello scientismo occorre contrapporre una rivalutazione delle materie umanistiche, volte a formare l’uomo. Naldini evidenzia la tendenza a togliere ore di insegnamento a discipline che promuovono lo spirito critico e la libera riflessione come Filosofia, Storia, Diritto, materie umanistiche. E Nappini osserva un processo che tende a svalutare le materie umanistiche le quali dovrebbero, per loro natura, ampliare le capacità critiche della gioventù, far sviluppare la capacità di pensare e capire la realtà. Ciò non vuol dire trascurare o svalorizzare quelle scientifiche ma riassestare il rapporto ora troppo  sbilanciato a loro favore. Si dice che con le materie umanistiche non si trova lavoro. E dopo che faccio? Troverò lavoro? Ma già questa domanda è un  tradimento della Scuola. La Scuola vuole che tu trascorra il tuo tempo libero godendo ora della tua formazione e non pensando a quale lavoro dopo. Occorre rivalutare le materie umanistiche che danno una visione globale e quindi critica e  intelligente del mondo. Chi ha capacità di avere una visione globale, critica e intelligente sarà facilitato anche a trovare lavoro. La Scuola non è finalizzata al lavoro ma alla formazione e tuttavia la formazione di una persona appassionata e intelligente è anche lo strumento migliore per il lavoro. Eppure, scrive Nappini, le tendenze in atto sono quelle di vendere pacchetti di conoscenze per formare rapidamente tecnici da immettere nel mercato del lavoro col pericolo di porre in essere una vera e propria catastrofe culturale nel campo umanistico.

La finalizzazione della scuola al lavoro, al mercato, e non all’uomo, è evidente nell’introduzione scolastica dell’esperienza scuola  lavoro. È un’innovazione che prima di tutto mette in grande difficoltà sia gli studenti che gli insegnanti. Gli studenti sono costretti a passare un periodo, mediamente di quindici giorni, in un’azienda,  perdendo tempo di scuola, cioè libero dal lavoro, per un tempo di lavoro. E vanno là dove si riesce a trovare, uno studente qua un altro là, in modo del tutto disorganico rispetto all’attività scolastica, con la quale l'attività di scuola lavoro non c’entra niente. E’ come inserire in un organismo animale un corpo estraneo. Durante quel periodo gli studenti non studiano, per se stessi, ma lavorano gratuitamente, non pagati, per altri, che ne beneficiano. Una volta si chiamava sfruttamento, e per lo più di minori, decretato per legge. E poi magari facessero l’esperienza tutti insieme! No, un gruppo la fa un periodo un gruppo un altro, per cui i docenti si trovano in tempi diversi classi con più alunni assenti, talvolta dimezzate, e non sanno che fare, se spiegare o no, se fare verifiche o no. Mentre gli studenti perdono spiegazioni e compiti col rischio poi di ritrovarsi indietro e in difficoltà. Senza contare il tempo perso dagli insegnanti e i loro problemi nel trovare le strutture, seguire i ragazzi, raccogliere le relazioni, leggerle, valutarle e così via. Un compito oneroso e deviante che di nuovo sottrae tempo ed energie a ciò che è essenziale. La Scuola oltre che un diritto è un privilegio, tanti bambini del mondo non possono goderne, ma lo è perché è tempo di studio, libero dal lavoro, non è tempo di lavoro. Il lavoro non può rubare alla Scuola il suo tempo. L’esperienza scuola lavoro è un fallimento.

A questo proposito c’è da aggiungere anche che il tempo di lavoro degli insegnanti è enormemente aumentato negli ultimi anni, per fare riunioni di tutti i tipi di pomeriggio o  svolgere mansioni, spesso burocratiche, a casa, oltre che programmare, occuparsi di progetti, correggere i compiti e mille altre cose. In particolare la figura del coordinatore è diventata terribilmente oberata di impegni, senza che a questo aumento imponente di lavoro sia stato corrisposto riconoscimento economico se non minimo. Naturalmente così l’insegnante ha meno tempo per studiare e prepararsi le lezioni e la qualità della scuola peggiora sempre di più.

Mentre sto scrivendo vengo a sapere che la ministra Fedeli ha promosso per decreto una sperimentazione che prevede un liceo di quattro anni con le ore annuali aumentate dalle attuali 900 fino a 1100-1220 occupando ovviamente parte delle vacanze con ore di scuola o di esperienza scuola lavoro. Davvero non c’è mai fondo al peggio! Da un lato si priva i ragazzi di un anno di scuola, di tempo libero per se stessi, di arricchimento, per poterli immettere da sfruttati ancora  prima e ancora più poveri culturalmente nel mondo del lavoro, dall’altro si ruba loro il tempo, il tempo libero, il tempo di vacanza. E così si ruba loro il diritto al riposo, al recupero, alla sosta, a un tempo di indugio, di pausa, di silenzio, nel quale lavorare dentro e far sedimentare e maturare i semi del proprio rapporto emotivo e mentale con la vita. No, si deve riempire ogni vuoto, saturare tutto, produrre, produrre, essere efficienti, chi resta indietro è perduto; il tempo libero, il tempo di vacanza in fondo è tempo perso, secondo la mentalità efficientistica e produttivistica del mercato e dei nostri politici, anche di sinistra, ormai stregati dai mantra del neocapitalismo. Perché studiare un anno in più? Con la cultura non si mangia, si fanno discorsi. Se ne può fare a meno. Meglio entrare subito nel mercato, chè questa è una cosa seria, qui non si fanno chiacchiere. E allora si ruba il tempo. Si ruba il tempo. Poche cose sono peggiori.

In conclusione dunque: oggi la scuola non è la Scuola. È alienata, non è se stessa, ha perduto la propria essenza. Nel rapporto conflittuale tra Scuola e potere il potere ha stravinto. Ha fatto della Scuola il tempio del consenso alla sacralità del pensiero unico neoliberista. La Scuola, il luogo dove si coltiva il cambiamento, è il triste luogo della conservazione. La scuola reale è la scuola alienata. Scrive Nappini alla fine che la prima vittima sociale di tutto questo è il docente...l’altra vittima è la società italiana. E Naldini: quale può essere il futuro di un paese che ha demolito il libero pensiero e la possibilità di dire no?

Allora che fare? Resistere, resistere, resistere. Ma come? Dove?

Nappini afferma che la posta in gioco è il futuro della scuola italiana: scegliere di seguire i modelli culturali nord americani o trovare una propria via? E auspica una scuola pubblica che si faccia carico del problema della libertà di pensiero. Ecco oggi il principale luogo di resistenza, quando il mondo è stato ormai conquistato dal pensiero unico in una egemonia economica che è diventata anche ideologica, è proprio la Scuola, e, per il compito universale che è chiamata a svolgere, deve essere Scuola pubblica. Essa può rappresentare l’autentico luogo di resistenza grazie alla sua natura profonda. Perché appunto al di sotto dell’uso ideologico della scuola come strumento del potere batte ancora il cuore dell’essenza della Scuola. L’insegnante è chiamato oggi a ritrovare e custodire questa essenza, a svolgere il ruolo del paladino del dissenso, del pensiero che sa dire no. Fare Scuola, cioè continuare a lavorare, dedicare tempo ed energie per svolgere al meglio l’ora di lezione, per formare cuori desideranti, amanti, appassionati, e menti libere, pensanti e critiche, è la medicina più efficace per formare giovani di valore e costruire un futuro aperto al cambiamento e a un mondo migliore e non al baratro verso cui ci conduce il dominio attuale del capitale finanziario, ossia la potenza più immensa e distruttiva che mai sia apparsa sulla faccia della terra e che, dopo aver distrutto ogni valore che non sia il profitto ammantando di nichilismo il nostro tempo, ci trascina a un mondo polare diviso tra una piccola minoranza di padroni e una grande maggioranza di schiavi oppure  verso il nulla di una catastrofe nucleare o ecologica. La Scuola può essere ancora il principale luogo di resistenza al nichilismo del nostro tempo. Come nota Nappini il senso del lavoro dell’insegnante deve essere cercato nella qualità e nella dignità del suo agire quotidiano. Il dovere del docente riposa nella sua coscienza...

 Fare Scuola vuol dire fare cultura, sviluppare l’amore per il sapere, cioè fare filosofia. Lo abbiamo visto, la Scuola, che ha cura del desiderio di sapere, è, nella sua essenza, filosofica. L’economia, che guarda la parte, non può capire al di là di se stessa, al di là della sua parte. Solo la filosofia, che ha cura del Tutto, può capire il mondo. Solo la filosofia può criticarlo. Solo la filosofia può cambiarlo.

 

                                             

 

                                                                                                                  

 

                                                                          Paolo Vannini

 

 

 

 

 

                                                                      

 

 

 

 

                                                                      

 




1 marzo 2015

Riedizione di un ricordo

Oggi ripresento ai lettori un pezzo di alcuni anni fa. Esso nonostante il tempo non  ha perduto la sua ragion d'essere, anzi. Va da sè quanto più volte ho scritto. La serie classica di Harlock è un prodotto commerciale che ha fatto per qualche ignoto miracolo un salto oltre la sua ombra e si è trasformato in opera d'arte; la censura appare quindi scontata in questo caso. Non so spiegarmi perchè è successo questo, e se dovessi trovare delle spiegazioni porterei ai miei lettori le mie considerazioni, forse banali. Tuttavia c'è un elemento tipico dell'arte ed è il fatto che il fruitore di essa trova sempre nuove valenze, nuove suggestioni. Ho rivisto la scena del Daiba che spara sulla bandiera a distanza di quasi cinque anni e mi sono accorto che essa è attuale. Oggi che qui nel Belpaese i punti di riferimento si dissolvono e in tanti si considerano traditi e svenduti  dall'Europa, dalla politica, dal centro, dalla destra, dalla sinistra la scena del Daiba e del suo secco NO a bandiere di  fedeltà morte e folli o criminali e corrutrici diventa una sorta di specchio deforme di un elementare  e infantile desiderio di chiudere i conti e ripartire da zero, forse di fuga dalla realtà ormai divenuta irrespirabile. Nel gesto elementare e radicale del personaggio inventato dal maestro del fumetto giapponese  Leiji Matsumoto scorgo un luogo comune, un desiderio represso, una volontà inconscia di dire ORA BASTA che emerge come un sogno ricorrente nella testa di tanti. Ne sono convinto. Perchè altrimenti così tanti talenti e persone di merito che cercano di andar a vivere altrove, perchè questa forte attrazione che molti sentono per epoche morte o passioni politiche di un diverso secolo, perchè al contrario molti cercano di nascondersi la realtà con suggestioni ideologiche. Il Daiba di ieri appartiene con forza all'oggi.   


Nota sulla libertà sostanziale e sull’eroe virtuale

 

La nota riguarda, manco a farlo apposta, una cosa che ho visto su youtube durante questa pasqua del 2010. Si tratta di un video che presenta uno spezzone di tre minuti sulla serie classica di Capitan Harlock andata in onda in Italia nel lontano 1979, allora ero un bambino e la serie mi fece una grande impressione.   Solo che uscì censurata e non solo per questioni morali o culturali ma anche per motivazioni vagamente politiche, l’Italia era allora nei suoi anni di piombo. Adesso che trenta lunghi anni sono passati la serie è già stata oggetto di una riedizione integrale in DVD con le parti censurate riportate in giapponese sottotitolato in lingua italiana. Fra queste parti c’è il giuramento di Daiba un giovane scienziato che per vendicare il padre assassinato dalle aliene si unisce alla ciurma di Harlock il pirata dello spazio che con la sua astronave da guerra combatte una lotta impari contro i nemici dell’Umanità. Le scene allora censurate che il video ripropone sono quella nella quale il giovane Daiba è indignato per il comportamento imbelle, scellerato e criminale del governo terreste retto da un presidente autoritario, corrotto e dissoluto; il giovane spara alla bandiera del suo paese al grido di “Tu non sei più la mia bandiera” e con un congegno chiama l’astronave pirata per farsi arruolare. La seconda scena censurata è quella del giuramento nella quale Daiba giura di combattere sotto la bandiera pirata, bandiera nera con i teschi e le tibie incrociate, per gli ideali di libertà, di giustizia e per la sua vendetta. Queste due scene davano fastidio e furono rimosse, il montaggio non rese giustizia alla puntata che davvero merita di essere vista integralmente a distanza di così tanto tempo. Oggi si può guardare al passato della Prima Repubblica con la certezza che essa temeva anche i cartoni animati giapponesi. Qui occorre fare una riflessione: o il popolo italiano aveva dei fifoni al potere oppure questo minuscolo episodio  fa pensare che il problema sia dato da una identificazione fra cittadino e  Stato debolissima, così debole da far sì che la serie classica di Harlock poteva essere un problema tale da consigliare  tagli e censure che hanno distorto il senso dell’opera nipponica in quarantadue puntate.

Per saperne di più e vedere la cosa: http://www.youtube.com/watch?v=7Cn3n-PxouE

Su Harlock e la sua recezione in Italia cfr. Elena Romanello, Capitan Harlock , Avventure ai confini dell'Universo..., Iacobelli Edizioni, Roma, 2009




12 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Sogni e bisogni di una società inquinata

Stefano Bocconi: Parli bene: controllo, denaro, esistenza, vita interiore, prigionieri di se stessi. Tuttavia a fronte di tante cose belle dette e meditate credo che ti sfugga il quotidiano più prosaico e volgare. Chi pensa al mondo futuro o al bene possibile lo fa perché ha lui dei problemi. La maggior parte di quelli che cercano soluzioni di crescita spirituale  o culturale è gente che sta guardandosi intorno per trovare un pezzo di sughero a cui aggrapparsi per galleggiare in questa vita invece di andare a fondo.  Chi si propone oggi elargitore di verità sane, di ricette per la felicità o la fortuna si troverà ben presto circondato da gente che ha bisogno e chiede e può dare molto poco. Lo so che non è un bel discorso, ma le cose oggi stanno così. Coloro che a tuo avviso potrebbero trovare una via nell’autocoscienza, nella consapevolezza, nel riscoprire un mondo migliore è spesso gente che bisogno d’aiuto. Quindi avendo bisogno d’aiuto non può aiutare gli altri, perché non ce la fa da sé e non ha risorse in più da dare.

Paolo Fantuzzi: Mi spiace dover dar ragione a Stefano su questo punto ma chi ha bisogno ha in testa il suo problema e come lo risolse o sta un po’ meglio si ferma lì. Tu caro Franco pensi che si possa elevare il singolo e questo di per sé dovrebbe portare a una crescita di tutta la società. Ogni singolo reso migliore dovrebbero diventare un piccolo esercito del bene composto da una sola persona. Questo è impossibile. I singoli che cercano l’elevazione e la cultura per migliorarsi sono persone appunto bisognose in senso morale  e materiale, quando avranno pensato a se stessi non ne avranno per gli altri. Anzi direi che proprio il fatto di sentire in modo aspro un mancato riconoscimento economico, l’aver perso una posizione nella società, l’aver rovinato una buona occasione, l’aver subito una calunnia o un torto grave è la molla che porta a cercare una qualche forma d’elevazione, di miglioramento. Chi è ricco e si diverte spendendo l’equivalente di mesi o anni di stipendio di un dipendente pubblico o privato in una vacanza o in lussi non ha il bisogno spirituale o culturale di elevarsi sopra la propria condizione umana. Il sistema offre questo: puoi esser tutto ciò che puoi comprare. Se uno ha i soldi non ha bisogno dello spirito o della magia, della religione, di nulla. Chi è oppresso, triste, risentito lui ha bisogno di cultura, spiritualità, elevazione che spesso si risolve in un modo per star un po’ meglio, per avere una compensazione immateriale di dubbia forza al posto di un concreto potere che apre le porte di negozi, supermercati, autosaloni e cose del genere.

Franco:  Sarà, ma a me non risulta che gli uomini siano Dei. Mi risulta che gli umani dei due sessi siano, cosa di cui erano convinti anche gli antichi, per l’appunto mortali. Quindi in quanto mortali essi devono sapere che la realtà nella quale sono chiamati a vivere è una realtà in mutazione e trasformazione e che alcuni oggetti e beni che sono in loro possesso resteranno interi anche quando non ci saranno più e,magari diventeranno eredità di qualcuno che viene dopo di loro. Quindi c’è un limite nel potere del denaro che qui ora si nota male perché siamo mentalmente aggrediti da continui messaggi pubblicitari e corrisponde al fatto che la vita inizia con la nascita e finisce con la morte. C’è un limite che è quello della naturale cessazione dello stare in vita e per quanto per secoli alchimisti, sapienti, stregoni e recentemente scienziati cerchino una via per evitare ciò che conduce naturalmente alla morte essa si manifesta lo stesso. Il discorso del godersi il privilegio della ricchezza vale nella misura in cui il limite dell’uomo che è il fatto di esser nella sua essenza un dato naturale è rimosso, anzi mistificato. Chi crede che il denaro sia l’unico lo fa di solito in forza dell’inganno tipico della società dei consumi per il quale all’umano naturale con il suo ciclo vitale si sostituisce un umano di fantasia, un consumatore ideale, un figurino che esiste e vive solo nella pubblicità, in televisione e al cinema. Accetto però della vostra critica la verità di fondo che spesso chi cerca lo fa perché sente un bisogno o una condizione di minorità. Credo sia vero. Del resto chi è sazio, ricco,  felice, perché dovrebbe metter in discussione se stesso e magari rifar di nuovo la sua esistenza? Chi sente che ciò che è non basta a se stesso cerca, interroga, studia.

Vincenzo Pisani: Scusate ma mi pare che ci siamo. Arriva prima la specialità della casa.

Il padrone porta dei vassoi con la prima portata fagioli e un abbondante razione di cinghiale in umido, fa cenno che sta per arrivare il resto. Vincenzo prende il vassoio e fa le parti.

Clara Agazzi: Questo dovrebbe farvi star zitti e metter in moto le mandibole. Comunque aggiungo che esiste un cercare che è oltre il bisogno. Esiste nell’essere umano una spinta alla curiosità, alle domande esistenziali, alla ricerca di una verità che non sia l’apparenza del momento. Inoltre gli umani sono uomini e donne e i due sessi s’interrogano sul futuro, si chiedono cosa sarà di loro e dei loro affetti domani e dopodomani. Nella persona c’è una dimensione interiore che è diversa da quella animale, c’è progetto, ambizione, curiosità, voglia di manifestarsi nel mondo per mezzo dell’azione e della creatività. Che questo oggi sia piegato all’interesse economico è un dato di fatto. I poteri dominati sono economici e finanziari e impongono il loro punto di vista e la loro logica a tutti quanti. Ma in altri tempi dove non c’era questo potere o era ridimensionato da re e principi o da sacerdoti e vescovi. Allora esistevano altre concezioni della società e della condizione umana.

Paolo Fantuzzi: Questo è vero. Ma io vivo nel qui e ora e con questo tempo devo far i conti. Ora scusate che voglio finire questo pezzo di cinghiale che mi sta provocando dal piatto.

Stefano Bocconi: Non avere scrupoli, butta dentro. Roba sana. Comunque questo non risolve il problema di fondo, ovvero che oggi i molti hanno bisogno d’aiuto e con difficoltà possono darlo, si chiama individualismo e mercato selvaggio, due cose che combinante assieme creano grossi problemi e spaccano la naturale inclinazione alla solidarietà e alla collaborazione fra uomini. Questa combinazione crea le condizioni per un mercato senza una socialità e con poteri politici deboli e debitori verso i ricchissimi.

Franco: E allora proprio tu vedi il problema e lo proponi. In una società disgregata, violenta, competitiva, come è il caso nostro, per forza di cose produce coloro che cercano una via d’uscita da un modello di vita e di produzione  che è pericoloso e inquinante. Una società di singoli tenuti assieme dall’interesse materiale e dalla paura di punizioni e leggi è una società umana debole, dissoluta, cinica  e ovviamente brutta.




1 settembre 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - Denaro e illuminazione interiore

Clara Agazzi: Questo ragionamento del qui e ora è corretto fino a un certo punto.  Occorre pensare anche al futuro, specie chi ha figli, o affetti, o cose che ama. Come pensare che tutto il pensiero di una persona perbene e con la testa a posto abbia lo spazio di autonomia di pochi giorni, settimane, mesi.  Inoltre l’idea di dover affidare il proprio futuro sia pur esso lontano, anzi remoto, a esperti di qualsiasi natura lo trovo un pensiero insidioso. In fondo credo che  potrebbero le migliaia di differenti comunità siano esse forestiere o domestiche che si trovano nella penisola acconciarsi a seguire a qualche forma di seria mediazione politica per governare il futuro di tutti quanti. Come si fa ad escludere la possibilità che tante differenze non possono unirsi.

Vincenzo Pisani: Perché, e qui rispondo io, tante differenze spesso si portano dietro richieste e necessità inconciliabili fra loro e la mediazione è impossibile o minata dal reciproco sospetto, da ricatti incrociati, da compromessi umilianti o meschini e da speranze di rivalsa. Propongo un esempio dove questo è impossibile. Si consideri un territorio dove vive una comunità italiana di ceto medio ma impoverito che è la maggioranza, una minoranza di stranieri e immigrati poveri che ne formano il sottoproletariato, una minoranza d’immigrati ricchi che formano il ceto per così dire dei lavoratori specializzati e del ceto medio che si sta arricchendo, una minoranza di italiani ricchissimi che non vuole condividere nulla delle loro grandi ricchezze con i connazionali e i forestieri di ceto più basso. Pongo che in questo territorio che chiamerò X arrivi un evento funesto che chiamerò Y e che può essere in questo caso un grave incendio estivo che minaccia tutte queste categorie. Chi può pensare che da sé questi gruppi umani che pure condividono linguaggio comune e territorio s’accordino fra loro? Pensate per un attimo alle conseguenze della minoranza di ricchissimi che per salvarsi dovrebbe mettersi d’accordo  con i ceti poveri stranieri e con i ceti medi degli italiani impoveriti, in un attimo verrebbero spogliati dei loro beni in nome della salvezza comune e della pace sociale davanti al pericolo.  Senza il rigore della legge applicata dalla polizia e le punizioni severe della magistratura i poveri e i ceti medi impoveriti  scatenerebbero subito una violenta aggressione contro i ricchi e i ricchissimi; a costo di bruciare assieme in un falò gigante le componenti sociali contrapposte non s’aiuteranno. Inoltre che vantaggio hanno quelli che sono poveri o sono impoveriti a favorire il perdurare di una situazione che li vede materialmente oppressi; un grande fuoco purificatore e inceneritore li vedrebbe alla fine premiati perché dalla ricostruzione potrebbe nascere qualche occasione di far soldi  o comunque sia di mettere in discussione le gerarchie di potere che hanno subito. Per questo proprio nel bisogno e  nella difficoltà una società priva di valori, disgregata, complessa, piena di rabbia  e risentimento ha bisogno di un soggetto esterno che salva la situazione. A seconda delle emergenze si può chiamare polizia, protezione civile, esercito, ufficio tecnico di qualche istituzione, agenzia governativa. Una società umana segnata dalla precarietà, dall’odio e dall’invidia sociale, da ogni sorta di tensioni religiose e politiche non può fare autogoverno. Una struttura burocratica esterna deve intervenire come il Leviatano di Hobbes per mettere ordine e imporre una società umana dove l’uomo è diventato lupo per il suo simile e dove ormai vige la legge della giungla dove tutti hanno diritto a tutto e si combattono ferocemente fra loro.

Franco: Il Pisani mi ha rubato la risposta. Infatti da tempo mi sono convinto che il primo effetto della precarietà e dei desideri indotti dalla pubblicità commerciale sia la frammentazione del corpo sociale. L’ingresso di milioni di forestieri nella penisola lo pongo dentro il concetto di precarietà perché l’emigrazione causata da povertà o necessità di trovare lavoro da immigrato è funzionale alle forme di produzione capitalistica che preferisce avere della forza-lavoro di riserva che non s’integra con le tradizionali forme di sindacato e di rivendicazione. Queste due cose combinate hanno ridotto ai minimi termini se non addirittura distrutto le antiche forme della solidarietà  e del buon vicinato tipiche del Belpaese. Il mio come sapete è un ragionare che per forza del dialogo s’allarga per cerchi. Come dei sassi lanciati in uno specchio d’acqua il mio discorso s’allarga e diventa più ampio e complesso.  Quindi ora aggiungo qualcosa e vi dico che dovete guardare la precarietà nel senso più ampio del termine, i desideri indotti dalla pubblicità commerciale, la civiltà dello spettacolo e della comunicazione come una cosa unica. Questi tre elementi sono i termini con i quali convive ogni giorno  la stragrande maggioranza degli abitanti della penisola e dell’Europa. Chi si libera anche temporaneamente dai condizionamenti indotti da queste ombre che penetrano nella mente trova quell’istante di serenità che gli consente di capire cosa è diventato e cosa è questo mondo umano così infelice. Quello è l’istante in cui per il singolo finisce l’opera in nero di questi anni e può costruire un suo percorso di purificazione e di chiarimento. Prima però deve arrivare a vedere la complessità se non razionalmente almeno come impressione, come momento d’illuminazione.

Stefano Bocconi: Ma quando uno come me arriva al punto di vedere l’insieme del mondo in cui vive dall’esterno, anzi a vedersi in modo distaccato, analitico, quasi da scienziato cosa può fare? Rimane come è con un poco di consapevolezza in più, potrebbe perfino diventar ancor più infelice.

Paolo Fantuzzi: Magari può cercare gente che la pensa come lui, trovare sostegno per le sue idee, venire a sapere che altri approvano quel che dice e pensa. Certo il tipo che diventa consapevole deve però divulgare ciò di cui ragiona, esprimersi, discutere.  Fare qualcosa che si chiama politica.

Franco: Intanto sul momento deve prendere coscienza. Svegliarsi per così dire dalla grande illusione di vivere nell’unica realtà possibile ossia quella dell’immediato presente così come ci viene narrato dal mondo dello spettacolo e della comunicazione e della pubblicità. Da quel momento si può liberare dai condizionamenti indotti e dai persuasori più o meno occulti. A quel punto inizia la sorpresa quasi infantile di esplorare con stupore il proprio mondo con intenti e animo diversi, anzi personali e quindi autentici.

Vincenzo Pisani: Scusate ma ora faccio cenno per ordinare il secondo. Chiamo il capo e ci facciamo mostrare la bistecca, qui la cucinano in modo semplice ma vi assicuro che è buonissima.

Il padrone chiama il personale della cucina e ripete l’ordinazione presa al tavolo. Si presenta al tavolo e fa bella mostra di una bistecca di gran qualità,  Vincenzo Pisani comincia a scherzare con lui dimenticandosi della conversazione comune.

Franco: Mentre Vincenzo Pisani ragiona con il caposala per i secondi  voglio concludere il mio discorso. Senza una identità propria, forte, precisa il singolo non può trovare la sua strada e le sue ragioni di vita in un mondo di folle di soggetti individuali che si muovono fra centri commerciali, periferie più o meno brutte, posti di lavoro più o meno alienanti e da alienati. Non può. Se egli non ha fatto un lavoro su di sé e creato una forte coscienza sarà attratto di qua e di là dove lo spingono gli spettacoli più accattivanti e la comunicazione del momento. Quindi il rendersi conto di aver da trovare una propria strada e un proprio percorso di vita è un lampo. Esattamente un lampo di tempo, ossia l’istante nel quale diventa ovvio che c’è una mappa concettuale del mondo da riscrivere e disegnare di nuovo. Quando viene in essere questo diventa possibile che nel singolo si formino le forze per rimettere in discussione concetti, pregiudizi, consuetudini, logiche comportamentali. Da questa tensione interiore può nascere qualcosa di nuovo e di positivo e si possono organizzare con altri che sono sullo stesso cammino associazioni o gruppi di carattere benefico, di studio, di ricerca, di attività critica e riformatrice. Si può formare una rete di persone che si aiutano e si migliorano.

Clara Agazzi: Questo è un santo proposito. Ma dopo cosa accadrà. Non si può pensare che della gente perbene e saggia solo perché perbene e saggia assuma su di sé il potere d’innalzare i molti che non sono né buoni, né saggi, né sapienti ma forse proprio l’esatto contrario. Ancor meno non è chiaro come questa buona gente dovrebbe mettersi al servizio della collettività. Devono forse diventare loro stessi dei ricchi imprenditori?

Paolo Fantuzzi: Questo sarebbe coerente, nell’impossibilità di competere con forze così compatte e irresistibili uno le imita. Per la serie se non puoi batterli, unisciti a loro.

Stefano Bocconi: Non credo che voglia dir questo. Credo che Franco pensi a una sorta di conquista della consapevolezza che da piccoli numeri sale verso grandi numeri, una sorta di auto-educazione  collettiva che diventa poi associazione di liberi e consapevoli. Mi sembra però un percorso lungo, difficile, fragile in un Belpaese quale è il nostro dove per i molti il denaro è tutto e Dio è denaro.

Franco: Ma il denaro oggi cosa è mai? Anzi. Rovescio i termini e faccio un’affermazione: “oggi la felicità e la ricchezza di un singolo devono esser quantificate in termini di denaro perché è un termine numerico e quindi facilmente controllabile  e gestibile da coloro che hanno il potere di creare il denaro.”  Il denaro è anche controllo e gestione dello spazio politico e di vita sociale; il denaro non è solo la merce che acquista tutte le merci è anche una forma contemporanea del dominio dei pochi sui molti. Da qui la mia convinzione che per trovare una via d’uscita da una condizione di minorità e di sottomissione sociale occorre capire molto bene in cosa consiste questa minorità e in cosa consiste questa sottomissione lavorando su se stessi. Se si rimane ignoranti di queste cose e del senso della propria esistenza  si resta prigionieri di se stessi e l’umanità del singolo diventa una prigione.




30 agosto 2014

Sintesi: Il Maestro - secondo atto - La casta del fututo

Clara Agazzi: Qui si stanno portando via i piatti dei primi. Ora è il momento dei secondi. Allora avete le idee chiare su cosa volete?

Vincenzo Pisani: Certo, quello che ho proposto. Credetemi questo metter assieme più cose è la cosa migliore, così se a qualcuno non piace qualcosa  si può rimediare. Ma credo che tutto quanto sarà di vostro gusto. Ho capito che siete un po’ come il mio amico professore. Gente di cultura e di gusti sani e schietti. Due condizioni queste che stanno bene assieme.

Franco: Tu poco fa hai richiamato un problema. Scusa se parlo di questo mentre c’è da ragionare sul secondo. Anzi hai proposto una constatazione. L’illusione di diventare ricchi, e quindi parte di quella minoranza che sta bene, tiene in vita milioni di umani. Intendi forse dire che questo è il senso della vita oggi?

Vincenzo Pisani: Certo che non è in assoluto il senso della vita. Tuttavia, oggi, milioni di umani senza la speranza un giorno di rifarsi al gioco della vita cadrebbero preda di droga, alcolismo, violenza, delinquenza, depressione fino al suicidio o tutte queste cosa assieme. Oggi per milioni di esseri umani il denaro è Dio e quindi è tutta l’esistenza e tutta la realtà. La speranza di averne tanto in futuro, magari con un miracolo li tiene in vita, li fa lavorare, produce in loro volontà, attività, ambizione. Senza questa speranza sarebbero spenti, morti, distrutti dentro.

Stefano Bocconi: Ricordiamoci che c’è un mondo umano che non è solo l’attaccamento al quattrino. Certo per me è difficile dire che ci sono i fiori, il sole, la luna, i gattini e cose del genere. Eppure mi resta difficile accettare l’idea che il denaro è tutto, è DIO.

Paolo Fantuzzi: Questo discorso è già stato fatto mi pare. Occorre ammettere che non abbiamo fra tutti quanti un modello di società e di volontà di vivere diverso da quello della pubblicità commerciale. In breve le nostre aspettative, le nostre categorie mentali, la nostra mappa del territorio in cui ci muoviamo non è la classica isola in mezzo al mare ma una terraferma piuttosto trafficata. Piuttosto! Qualcuno fra noi ha una qualche idea di come dovrebbe essere la categoria sociale in grado di ricostruire un discorso sul mondo e sull’essere umano diverso da quello dominate?

Franco: Più che di categoria sociale oggi si dovrebbe pensare a una vera e propria casta, perché le caratteristiche che dovrebbero avere i dirigenti chiamati a recuperare una società dal disastro di un sistema economico  globale che implode o collassa dovrebbero esser simili ai re-sacerdoti e ai re-semidivini dei poemi epici degli antichi. Dovrebbero esser un gruppo compatto e omogeneo in grado di rispondere solo alle gravi necessità del momento, avere una cultura e un sapere fuori dal comune, e capacità fisiche e psichiche straordinarie e il carisma e il coraggio che sono indispensabili in tempi drammatici. In poche parole vi dico, pensate un po’, che solo quando si aprirà l’abisso del disastro più aspro e pericoloso si  avrà il momento nel quale questa cosa, che chiamo casta perché non ho altri termini, costruirà una diversa forma di vita e di civiltà. Guardate che di questo si tratta perché cambiare le forme  dell’uso e della produzione di beni ed  energia e di regolare le controversie internazionali esige il disastro delle precedenti e la sconfessione, eliminazione o la riduzione di ruolo delle precedenti minoranze al potere. Ora essendo il potere reale e concreto dei nostri giorni elitario e concentrato in un numero limitato di soggetti umani che  hanno i loro fastosi modi di vivere, i loro consumi e beni esclusivi, i loro ritmi e cose del genere è impensabile che intedano perdere la loro condizione di privilegio. richirdiamoci che questi pochi  controllano una quantità di capitali e di ricchezze semplicemente enorme e difficile da concepire per gente come noi. Immaginiamo ora che questa minoranza perda il potere. Anche rapidamente. Per colpa di una catastrofe ecologica, di uno sfacelo economico, di una nuova  guerra mondiale, di un meteorite, quello che vi pare. Chi li può sostituire se non una minoranza con diversa natura e scopo, ovviamente una  minoranza molto piccola e compatta. Quindi cari amici e amiche di fatto sto ragionando di una casta. O credete forse che quelle masse indistinte e pulsanti di desideri e passioni indotte o sollecitate dal mondo dei consumi e dello spettacolo possa saltare oltre la propria ombra e diventare esse stesse il Potere? Io lo credo impossibile. Queste masse di singoli bramosi di piaceri immediati e di piccole soddisfazioni  hanno bisogno di delegare la propria briciola di potere o peggio di farsi schiave di nuove minoranze al potere che gestiscono e comandano una società umana che fatalmente senza direzione e comando cadrebbe nella violenza e nel banditismo fino al punto di disgregarsi e di non formare più un corpo sociale articolato e complesso. Chi manda o sostiene le minoranze al potere è una massa informe di umani che non hanno autentici punti di contatto o miti in comune, una società composta da tante comunità diverse come stanno diventando le nostre qui in Europa non può far appello a miti condivisi, a valori comuni, a nobili antenati, alla storia patria. Quindi l’esercizio del potere oggi passa per l’economia e la burocrazia, il dominio  dell’uomo sull’uomo deve per forza di cose esser impersonale, meccanico  e matematico perché una massa eterogenea e  difforme senza autentici valori immateriali in comune può esser tenuta solo con uno spirito meccanicistico che fa pari tutte le differenze.  Questo  fatto avviene con il denaro che diventa unica misura e unica ragione di vita. Se non puoi pagarti il motoscafo, scusate l’esempio cretino, non è per difetto di cultura o differenza di pelle o di sangue. Si tratta della tua carta di credito. Una cosa prosaica, semplice e precisa, tutti la capiscono e universalmente è accettata. A una minoranza padrona del denaro, questo è il caso di oggi, si sostituirà una minoranza che avrà in mano il potere di effettuare e gestire la transizione a una diversa società. Quale sia questo potere e quale sia la minoranza per la verità non so. Il mio pensiero deriva dall’evidenza che se permangono così tante differenze solo con una casta nuovissima sarà possibile gestire la transizione, perché le mille origini e le mille nature della società così come è non potrebbero mai gestire il cambiamento da un modello di società fondato sul denaro a uno fondato su altri valori e principi.

Vincenzo Pisani: Mi dai ragione sulla centralità del denaro. Ma ancora non rinunci al pensiero che sia da cambiare questa società determinata e organizzata dai poteri finanziari. In te rimane l’idea che sia possibile trovare dei soggetti umani fra la massa ossessionata dai problemi quotidiani e dal disordine di questo sistema. Sul concetto generale che un sistema finito non può supportare una crescita infinita senza collassare o scatenare conflitti e sfaceli sono certissimo. Anzi i fatti economici degli ultimi anni stanno dando ragione assolutamente a quanti la pensano come me e come te e come il nostro amico professore. Il sistema della globalizzazione incontra i suoi limiti ed entra in sofferenza e provoca disoccupazione, povertà, suicidi, delinquenza, disordine morale e a questo punto credo perfino spirituale. Proprio nel senso di religioso. La casta di cui parli che caratteristiche dovrebbe avere? Sono curioso.

Franco: Dato il caso del crollo dell’ordine delle cose come lo conosciamo, e tenendo fermo il concetto della molteplicità di culture e soggetti presenti nella penisola e in Europa solo una minoranza può gestire il caos primordiale che si scatenerà. Questa minoranza o casta può esser  elettiva o selezionata su criteri di merito o imposta per semplice efficacia nell’esercizio di una funzione amministrativa o militare. Non è importante questo se non ai fini dell’efficacia dell’azione politica e amministrativa. Faccio un esempio: c’è da razionare i combustibili e i carburanti. Davvero è credibile che una società multi-confessionale  e multirazziale  dove è crollata l’impalcatura del sistema del denaro e dei suoi banchieri possa farlo senza passare da una struttura di carattere burocratico e poliziesco? Davvero è credibile pensare che milioni d’esclusi dalle grandi ricchezze e milioni di arrabbiati e risentiti accetteranno di mettere in discussione l’accesso alle risorse vitali senza rivolte, sommosse, violenze? Ma se in certe metropoli del sedicente mondo ricco e occidentale basta un incidente più grave di altri e si scatenano atti vandalici e saccheggi. Suvvia! Occorre una casta diversa da quelle oggi dominanti. Una casta con la cultura della filosofia. Nel senso che abbia il possesso di quella capacità culturale che permette di vedere la totalità.  La totalità del pianeta e del mondo umano che vi risiede sopra e la verità. La verità nel senso autentico del termine, non di una qualche opinione o credo religioso.  Questa minoranza avendo in sé consapevolezza, chiara visione, senso del limite proprio perché minoranza sciolta da interessi personali e da interessi di gruppi di pressione o altro potrà indirizzare un corpo sociale altrimenti ingestibile perchè troppo articolato, violento e complesso.

Clara Agazzi: Questo è un discorso vecchissimo. Qui stai copiando Platone  e forse Comte. L’idea di un governo degli esperti, dei filosofi, dei tecnici è cosa nota da secoli.

Franco: Nella mia ingenuità penso a una casta che superi la sua stessa condizione e diventi per così dire mondo e umanità. Un governo illuminato e giusto, ma in nome d’interessi ecologici e umanistici. Mi sforzo di pensare a una minoranza dirigente e amministrativa che possa superare i limiti egoistici e clientelari quando non addirittura criminali e criminogeni osservati nei governi del passato e determinare se stessa secondo verità e giustizia.

Paolo Fantuzzi: Questo pensiero non vedo come possa trovare qui e ora uomini e donne per realizzarsi. Tu parli di un mondo che sarà, di un futuro remoto e fantastico. Ma è qui e ora che viviamo e dobbiamo far i conti, tutto si perde nelle tenebre quando pensiamo a un futuro che non si realizzi fra un mese o tre.




21 giugno 2011

La recita a soggetto: il terzo uomo della notte


per approfondire

Le Tavole delle colpe di Madduwatta

La recita a soggetto

Anno 2010 estate, nel villino di periferia di Vincenzo Pisani si presentano di notte lo zio Francesco e lo Zio Marco Pisani preoccupati da uno strano annuncio.  I due dopo anni si parlano di persona.

Francesco:  Certo che in Italia se non sei un signore, un notaio, un primario, figlio di onorevole o commendatore  e sbagli partito o t’infili in cause perse, bè insomma cerchi il malocchio. La sfortuna colpisce sempre quelli che sbagliano partito in Italia specie se hanno un piccolo affare. Puntualmente arriva il controllo della sanità, dei pompieri, la provincia, accertamento fiscale. Certo cose che capitano per caso, perchè c’è il malocchio.

Marco: Amuleti, contro queste magie occorrono potenti amuleti, modestamente ho avuto un piccolo affare rovinato, e da allora amuleti. Ecco qua, sotto la croce d’oro della comunione un bel piccolo corno napoletano, fatto con il corallo; roba serie, efficace.

Francesco:  Ma non mi pare una cosa così signorile, dici efficace, chissà? Comunque occorre se si ha un piccolo commercio o una piccola attività star lontani dalla politica.

Si ode un rumore, un cigolio e poi il campanello. Francesco si sposta e si dirige verso la porta.

Francesco:  Qua  sotto c’è uno che parla in inglese. Mi pare cerchi di scusarsi. Senti un po’ che vuole.

Marco: Lascia perdere, siamo italiani. Siamo gli zii di Vincenzo, cerchi lui di sicuro. Dai sali!

Francesco: Questo chi è, che vuole? Chiedi almeno chi è.

Il forestiero entra nel corridoio, si guarda attorno e poi si rilassa.

Ingegnere: Lasciate che mi presenti. Ingegner Leandro Campi, non volevo disturbare ma ho visto la luce accesa e attendevo di parlare con il titolare per una cosa…

Francesco: Fammi indovinare, ti deve dei soldi!

Ingegnere: Quasi, anzi…grossomodo è così.

 Marco: Quel matto scatenato! Hai visto la luce con qualcuno dentro e hai pensato:ora lo trovo, e invece nulla! Che fregatura. Hai trovato due che ne sanno meno di te e che l’aspettano. Ammesso che si faccia vivo stanotte. Ma chi sei, cosa fai nella vita?Scusa se sono brusco.

Ingegnere: Leandro Campi, ingegnere mi occupo di organizzazione aziendale e qualità dei materiali in una società che lavora per una multinazionale ben presente su questo territorio. Prima di un certo viaggio in Asia ho cenato con il Vince che mi  aveva invitato ma al momento finale  a causa di uno spiacevole caso ho dovuto far fronte io al conto, invero un po’ salato. Si era rimasti d’accordo che mi avrebbe restituito la cifra. Sapete per lui io sono il vicino di casa e fra noi c'era da dire intorno a quella strana iniziativa di metter un mini-campeggio nel giardino. Sapete ci tengo al decoro e volevo evitare un litigio e di metter in mano la cosa agli avvocati.

Francesco: Cerchi di capire non siamo una famiglia di mascalzoni, ma il malocchio…

Marco: Lascia perdere il malocchio, piuttosto le tasse, inflazione, la crisi dei valori e della dignità dei ceti borghesi… Questa crisi economica è una vera e propria emergenza morale!

Ingegnere: Signori, vi prego… Capisco. Capisco. Sono passati i tempi nei quali la gente comune poteva guardare con fiducia al futuro e al ruolo sociale del vicino di casa, ormai da due decenni questa nostra sfortunata patria è preda di ogni disordine. Prima poteva far paura il capitalismo con il suo creare una società razionalmente organizzata e gerarchizzata in nome del profitto, con il suo controllare i bisogni e le passioni umane attraverso la radio, la pubblicità, la televisione. Oggi siamo a un tempo diverso. Il sistema per una sua mutazione dovuta alla fine del comunismo e della socialdemocrazia europea si è trasformato in esternalizzatore di settori commerciali, di servizi e di produzioni fuori dai paesi di antica industrializzazione. Questo processo di de-industrializzazione  a verso l’Asia ha creato il disfacimento di settori industriali e manifatturieri e anche di agenzie legate ai servizi.  Il consumismo compulsivo e indotto  tipico degli Stati dell’Europa e del Nord-America si sta trasformando nel disordine di tutto un ceto medio e medio – basso che diventa povero e con poche prospettive di crescita e di salvezza individuale. Solo che non pensavo di trovarmi questa cosa nel giardino davanti casa, da buon studioso di numeri, cifre e sistemi sapevo che il fenomeno avrebbe toccato anche i paraggi del mio villino, ma questa cosa qui mi è risultata strana. Surreale. Il mio vicino di casa per lucrare un po’ ha fatto questa cosa, mi disturba da un lato e mi rende pensieroso. Cosa ci aspetta ancora da questa crisi epocale. Scusate non ho ancora chiesto…

Francesco: Francesco Pisani piccolo imprenditore, rovinato dalla guerra del 1999

Marco: Sul 1999 non ci creda troppo, io sono Marco Pisani esperto di Marketing e consulente, e un tempo  proprietario di una fabbrica. Oggi di fatto a spasso. Ma di belle speranze e con un piccolo gruzzolo.

Francesco: Ma bravo, rompi le scatole per una notte e poi si scopre che hai le pezze al culo.

Marco: Taci scemo, siamo in presenza di un visitatore e poi che ti frega, pensa alla tua fabbrica dei miracoli che dici esser sparita in Serbia sotto un bombardamento della NATO.

Francesco: Certo, sissignore. Una tragedia. Grande tragedia. Mi ascolti è andata davvero così la mia rovina è stata quella.  Solo per rispetto di questa casa non faccio un casino. La signora poi dorme, quindi ora silenzio! Ma la prego si accomodi, segga, questo è il mio posto sul divano.

Il visitatore si siede, osserva i due;  è imbarazzato

Ingegnere: Forse disturbo in fondo mi son messo a ragionare prima di una storia di una cena non pagata dal vostro nipote e poi mi son messo a ragionare di cose fra l’economia e la filosofia della scuola di Francoforte, sapete  gli argomenti sulla razionalità della società industriale e l'individuo di Adorno e Horkheimer…

Francesco: Fammi indovinare erano generali di Hitler?

Ingegnere: Assolutamente proprio l’opposto: erano filosofi e studiosi degli anni quaranta e cinquanta del Novecento…

Marco: Lo scusi è ignorante, magari ha fatto due soldi, ha delocalizzato ma non è andato oltre il liceo…

Francesco: Tu non oltre la terza media, ciarlatano; ma ora voglio onorare l’ospite, vedete questo coltellino svizzero.  Adesso vado a scassinare un cassetto di cui la signora mi ha detto e gli prendo il whisky al caro  nipote.

Lo zio Francesco si alza ed esce, Marco e Leandro rimangono soli.


Marco: Lo scusi di nuovo, è un po’ bestia; ma in fondo è buono, talmente buono da essere un po’ scemo. Pensi che i suoi amici ex comunisti una volta  al governo con i bombardamenti intelligenti gli hanno spianato nel 1999  la fabbrichetta di calzature in Serbia. Loro che tuonarono sul comunismo e la resistenza hanno spazzato via l’unico paese comunista davvero nato da una grande resistenza di popolo. Così va il mondo,il malvagio e il demoniaco  restano a galla mentre il povero e l’ingenuo affogano.

Lo zio Francesco torna silenzioso con una cosa sotto il braccio, la mostra è una bottiglia  quadrata.

Francesco: Gente, questo qui si beve il whisky giapponese, roba da non crederci e c’è mezza bottiglia per noi. Roba fina, si sente dall’odore. Minimo cinquanta euro a litro. Ora prendo tre bicchieri.

Ingegnere: Vedo che la generosità con la roba altrui è di famiglia, eppure qualcosa mi trattiene. Ditemi vi prego quale è stata la causa delle vostre disavventure imprenditoriali?



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