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  noglobalizzazione [ Forum di critica alla modernita' e a questo nocivo sviluppo ]
         


16 settembre 2015

Pubblicazione di tre allegorie editate su queste pagine

Tempo fa su queste pagine furono pubblicate L’Allegoria della Seconda Repubblica, Bananìa e Bananìa alla corte dell’imperatrice di Atlantide.  Tre racconti che furono parte di una raccolta di scritti pubblicati su questo blog. Si tratta di tre allegorie di carattere fantastico e a tratti fantascientifico che intesero allora e intendono oggi delineare le inquietudini di questo presente segnato dalle nuove trasformazioni della terza rivoluzione industriale che portano a un futuro carico di poche speranze e di molte paure e denso di trasformazioni rilevantissime. Si è trattato di scrivere qualcosa di significativo lasciando libero il campo dei dati di cronaca e dell’analisi degli esperti e, al contrario, occupando quello dell’immaginario collettivo in materia di fantasy e di fantascienza e della provocazione favolistica. L’intento è quello di raccontare questo mondo contemporaneo inquieto, mutevole e pericolosissimo per mezzo di favole e parabole.
Oggi è possibile acquistarle nei vari formati: epub, cartaceo, pdf.
Quindi i 25 lettori oggi se vogliono possono contribuire anche con i denari alla fatica quotidiana di chi scrive.

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25 febbraio 2010

La favole del Belpaese

De Reditu Suo - Secondo Libro

                                              Le favole del Belpaese

 Il Belpaese sembra vivere sulla Luna, manca la consapevolezza d’essere un vaso di coccio fra vasi di ferro. In una situazione dove prendono forma nuove potenze imperiali e le vecchie declinano le genti d’Italia son turbate dallo squallore  dei comportamenti della propria sedicente classe dirigente quando viene beccata regalando lo spettacolo di una turba di magistrati indagati, di politici inquisiti, di imprenditori ai domiciliari, di amici degli amici in galera. Le favole  che cercano di nascondere il disastro di una Seconda Repubblica che non riesce a star sulle sue gambe  son tante. Quella che va per la maggiore  è che questo è un paese di ladri governato proprio da delinquenti che ripetono la natura della popolazione. A parte che per un ladro deve pur esserci un derubato e per un colpevole ci deve esser una vittima che ha subito il torto, mi chiedo: tutti, nessuno escluso?

Se così fosse il Belpaese sarebbe un massa informe di delinquenti, perfino i poppanti dovrebbero essere considerati dei criminali in formazione per il solo fatto di vivere qui e ora. Evidentemente non torna il ragionamento. L’altra favola afferma che abbiamo bisogno di minoranze al potere per essere governati, di privilegiati ricchi e isolati dalle masse di esseri umani che compongono la popolazione. Questo va bene quando si è governati da Re-sacerdoti o da principi che mantengono ed applicano una qualche sorta di diritto divino; in una Repubblica bene ordinata e collocata nella terza rivoluzione industriale l’unica aristocrazia possibile è quella che si manifesta nell’eccellenza professionale  e attraverso gli studi. Qui nel Belpaese il concetto di classe dirigente si collega alla ricchezza della famiglia di origine  e alle sue reti di relazioni sociali o talvolta alle relazioni, più o meno decenti, che il privato costruisce durante la sua vita. Si tratta di una forma d’aristocrazia scollegata da qualsiasi senso di servizio o di dovere verso lo Stato e ancor di più verso la popolazione nel suo complesso.    Si pensi agli scandali nei vari ambienti professionali e universitari documentati da decine di libri, inchieste giornalistiche  e dall’attività della magistratura nel corso degli ultimi quindici anni, e taccio sui politici di professione. L’evidenza è che non c’è nessuna aristocrazia di nessun tipo e quindi non è possibile la formazione di una classe dirigente formata da minoranze virtuose. Mi permetto inoltre di considerare che delle minoranze non virtuose dedite al loro esclusivo interesse con ogni mezzo e senza alcuna morale  prendono comunemente due definizioni: associazione a delinquere e comitato d’affari. A queste due favole, già piuttosto grossolane e mal costruite, s’aggiunge l’appello che ogni tanto risuona e chiama le disperse genti d’Italia a difendere la loro “Civiltà”.  Mi limito a questo: scrivo il mio  De Reditu Suo in questa forma proprio perché qui e ora non trovo la civiltà della gente mia. Non è bene scrivere altro, mi congedo per ora dai miei venticinque lettori.

IANA  per FuturoIeri




13 luglio 2009

Fine dei quarantanove passi

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Fine dei quarantanove passi…

Questo mio congedo da questa serie di scritti esige una riflessione. Il Belpaese oggi presenta masse diverse di esseri umani perlopiù sofferenti. Nello specifico del loro rapporto con il potere assomigliano all’umanità imbelle, scellerata, dissoluta, rincretinita e  psicologicamente svuotata che si osserva nella serie classica di Capitan Harlock del 1978.

Nel cartone animato gli umani, come in tutte le favole del genere, vengono salvati da una temibile invasione aliena dall’eroe di turno e dal suo seguito di seguaci e amici e dalla sua corrazzata spaziale, la famosa Arcadia. Qui nella realtà di una quotidianità segnata da una crisi del sistema di produzione e consumo a livello globale l’eroe non c’è e in compenso i nuovi tempi stanno disintegrando tutto quello che è stato il mondo umano e sociale che c’era prima. Credo che il processo sia arrivato a un punto tale da poter affermare che ciò che era il Belpaese al tempo della mia infanzia non esiste più, tutto è diventato altro e per sempre. Voglio quindi rammentare, per chiarire ai miei pochi pazienti lettori e lettrici, quali sono le cose alle quali mi sento d’appartenere e che sembrano essere qui e ora nonostante tutto. Metto tutto in poesia, versi liberi per maggior comodità.

DOVE SONO

Mi sento d’appartenere

Al buio delle periferie silenziose e ai lampioni

solitari che l’illuminano di notte

Ai profili scuri delle colline la cui forma  incornicia

il firmamento nel freddo inverno

Alle nuvole bianche spiaccicate nel cielo azzurro d’agosto

Alle pinete di pomeriggi lontani, muro verde dove

il mare incontra la terra

All’umido della pioggia che cade fitta

nel bosco da tempo secco

Al mar Tirreno al tramonto, quando sembra immenso

Alle case vecchie e nuove, con il loro tabernacolo incassato

nel muro come nel tempo antico

Ai biondi campi di grano stretti fra le colline, ai boschi e

ai filari di cipressi messi in fila a dividere il tempo degli uomini

da quello delle stagioni

Ai parchi degli antichi sovrani e padroni, oggi

aperti al pubblico

Al fiume, alle sue acque scure, ai suoi argini

alle sue rumorose piene

Ai pomeriggi di sole della mia infanzia

con le serrande semichiuse per il caldo

Alle mura, alle rovine, ai palazzi della mia città

ai resti del tempo passato, di uomini e donne

che non esistono più da generazioni

Alla piccola grande gente della mia infanzia, ai suoi miti perduti,

ai suoi rumori, alle sue parole, alle sue illusioni, alle sue cose

Ora tutti ricordi.

IANA





29 luglio 2008

NEL BELPAESE

Questo paese a forma di stivale è oggi alle prese con una crisi dell’economia mondiale dirompente. Per ora i provvedimenti più forti presi dal governo sono diretti contro i precari e contro il presunto cattivo lavoro degli statali. Gli uni aggrediti da un precariato senza futuro, gli altri trattati in blocco come problema sociale e come soggetti dei quali si deve verificare onestà e produttività. Va da sé che si tratta di un gioco delle parti. Chi difende e chi offende, chi vuole incendiare e chi fa il pompiere, chi impone e chi tratta. Così va il Belpaese, ma questo carnevale delle maschere tristi ha davanti a sé una crisi econmica che minaccia di essere tremenda, essa cade in un sistema Italia fragile e provato, ai limiti delle risorse umane e strutturali. Questo paese forte contro i deboli e debole con i forti come affronterà il peggio di questa crisi. Cercherà di scaricare delle colpe immaginarie su zingari ed extracomunitari e sui fannulloni degli uffici pubblici? E poi? E dopo? Se le cose andranno davvero male e le banche statunitensi in sofferenza trasmetteranno la crisi a tutto il mondo. Con chi se la prenderà il governo? Con i marziani? Con gli alieni della galassia di Andromeda?

Questa crisi è più di una crisi: è una strage delle illusioni, è la rivelazione della totale umanità e provvisorietà di quel culto del Dio-denaro che ha improntato di sé la realtà italiana dalla metà degli anni ottanta a oggi. Oggi quel Dio-denaro si è rivelato per ciò che è sempre stato un idolo, un feticcio che ha preteso vera adorazione e culto devoto. La crisi spero porti il buon consiglio dell’abiura di questo culto pagano, ma so che così non sarà. La civiltà industriale esige di produrre falsi idoli per una sua necessità di mascherare i limiti, per non rivelare la dubbia legittimità dei poteri che genera. I cambiamenti generati dagli sviluppi dell’economia e dell’industria creano fortune nuove e innalzano nuovi poteri di carattere finanziario che si traducono in potere politico. Questo potere che si rinnova si rigenera sulla demolizione parziale dei vecchi poteri, l’ascesa del nuovo si colloca in un contesto che non ha bisogno delle antiche consacrazioni per diventare potere legittimo. Non ne ha bisogno. Il potere che si dà è giusto in quanto tale e non chiede di essere riconosciuto come vero se non dalla sua capacità di produrre e distribuire ricchezza. Il culto del Dio-denaro con i VIP, le ville, le barche e le feste era la favola per le plebi, quello che conta è la nudità del potere in quanto tale e il suo decidere per la vita degli altri, la sua capacità di trasformare il mondo, di predare le risorse planetarie e di trasformarle, di controllare le sue interpretazioni e le sue relazioni, anche con la guerra. Molti nel Belpaese vivono questa realtà della civiltà industriale come se fosse la favola di Biancaneve e, more solito, aspettano un principe azzurro che salvi la sua amata dai malvagi della favoletta. La civiltà industriale è brutale e semplice. Essa vive di continue rivoluzioni e trasformazioni. Ne ha bisogno, è nella sua intima natura demolire il mondo per ricostruirlo in via provvisoria, in attesa di nuove demolizioni e di nuove trasformazioni e di relativi massacri culturali e sociali. In questa opera di distruzione creativa riposa tanta parte delle vite della stragrande maggioranza degli italiani. Ci vuole coraggio per vedere la nudità di questa civiltà industriale, forse per questo molti si ostinano a credere nelle favole, anche in quelle che racconta la politica nostrana.

IANA per Futuroieri

http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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