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3 luglio 2009

Un nome, una storia: "generazione perduta"...

Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Un nome, una storia: “generazione perduta"…

 

E’ facile per un acritico entusiasta delle cose giapponesi riconoscere a quella lontana civiltà dell’estremo oriente genialità, correttezza, lucidità. Colgo l’occasione per ripensare ad una cosa letta sulla rivista “Internazionale” che traduce articoli da tutto il mondo. Si tratta di un piccolo trafiletto tratto dalla rivista AERA, e nel breve pezzo trovo con piacere:”…Il settimanale AERA riflette sui disagi della cosiddetta generazione perduta. La definizione è comparsa sui giornali alla fine degli anni novanta e si riferisce ai giovani laureati giapponesi fra i 25 e i 35 anni che faticano a trovare un lavoro e non si sentono realizzati…”.  Credo che nel lontano arcipelago si sia colto l’essenza di un cambiamento epocale, una generazione di mezzo è stata stritolata fra due estremi, fra un Novecento ancora pieno di certezze morali e politiche e un nuovo millennio creatore di cose nuove e incertissime; la società e i modi di produzione e consumo si sono trasformati velocemente, nuove potenze emergono, i vecchi imperi vedono con orrore sorgere nuovi nemici e concorrenti portar via loro risorse umane, energetiche e naturali. Le generazioni precedenti si son cullate nell’illusione di essere al disopra di ogni possibile giudizio umano e divino, in generale se ne son fregate delle conseguenze di uno sviluppo che si voleva proiettato verso l’infinito in presenza di risorse limitate. Che il mondo di prima sia stramorto e strasepolto è certissimo. Prova ne sia che il partito più vecchio presente nel parlamento italiano è ad oggi la Lega Nord; il mondo di prima è solo un ricordo e chi si ostina a credere che esso sia vivo qui ed ora si ritrova in mezzo alle ombre di un mondo perduto. Il guasto della mia generazione nasce a mio avviso dall’avere ancora in testa i modelli del mondo di prima e di vivere nell’immediato presente con le sue asprezze, la sua durezza sociale e psicologica, con le sue paure e le sue nuove guerre. La perdita d’identità è aggravata per quelli che hanno fra i 25 e i 35 anni e nessun “protettore” degno di questo nome dal fatto che nella piccola realtà del quotidiano sono entrati dei mondi umani altri e diversi, l’incapacità italiana di essere civiltà fa sì che lo straniero e il migrante porti con sé e conservi tutta la sua identità e conviva come può con il Belpaese e le sue differenze. Quindi viene meno anche la certezza della propria identità nazionale  trasformata in una delle tante possibili in un contesto sociale dove conta solo il successo e il denaro. Non importa il tuo Dio, il colore della tua pelle, la tua storia o le tue ragioni: se hai i soldi sei, altrimenti non esisti per nessuno. La “generazione perduta” ha perso il mondo di prima in cui era nata senza creare il suo, più che una “generazione perduta”, la quale evidentemente c’è, sarebbe opportuno parlare della morte di ciò che è stato prima e di una terra di nessuno che è il nostro tempo. In questo “non tempo” e in questa “non civiltà” una generazione vive con la constatazione di trovarsi senza i punti di riferimento del passato e senza i suoi valori da contrapporre a ciò che è già finito per affermarli e costruire sopra la propria realtà. Eppure io so che c’è ancora bisogno in questo tempo funesto e iniquo del Belpaese e della sua capacità di darsi una civiltà.

 

IANA per FuturoIeri




21 marzo 2008

QUEL CHE RESTA DELLE ILLUSIONI

Vi fu, come nelle favole, un tempo remoto in cui i molti che vivevano nel Belpaese avevano molte belle credenze e certezze che nel nostro tempo sono diventate strane favole e curiosi esercizi di fantasia malata. Allora si formava proprio quell’Italia che oggi vediamo decomporsi pezzo dopo pezzo sotto i nostri occhi, e morire ogni giorno, e mai più tornerà nel mondo dei vivi. Per Fortuna!

C’è stato un tempo in cui nello stivale si credeva nell’invicibilità degli statunitensi e per motivi di cassa (per pochi finti potenti della penisola) e di pancia piena (per molti a onor del vero), nel mito dello sviluppo industriale e del progresso. Queste credenze erano rinnovate da pellegrinaggi improvvisati dei capi di Stato nostrani nella capitale del Superstato Statunitense (si fa per dire perché in verità erano forse capi ma di certo non avevano dietro uno Stato degno di questo nome), da una grancassa di laudatores pagati un tanto al chilo, da folle che passavano dall’estasi per le statue della Madonna in lacrime o sanguinanti, da certi figuri che credevano che i capi della DC fossero ispirati da DIO e non dai loro faccendieri di fiducia, alla totale ammirazione per il paginone di Playboy e per i bombardieri B-52 che polverizzavano i malvagi viet-cong. Per fortuna di tutta l’umanità, e degli USA in particolare, queste erano solo le fantasie malate della maggioranza di un piccolo popolo che era uscito traumatizzato e confuso dalla sconfitta patita nella Seconda Guerra Mondiale. Esso passò dal denigrare i nemici di ieri alla più forte e appassionata ammirazione per i medesimi, come se fra gli italiani (un tempo fascisti) e loro non fossero intercorsi mesi di violenta ostilità, di propaganda denigratoria, di conflitto militare. Coloro che non ebbero modo di compiacersi dei governi democristiani e simili fecero scelte diverse: come restare prigionieri della sconfitta fascista o si volsero verso il comunismo, l’altra ideologia che era uscita vincitrice dalla guerra assieme al modello americano di vita e consumo. Questo mondo umano di ricordi e passioni perdute è morto e assume una finzione di vita qui in Italia solo per la natura senescente e cadaverica della nostra politica, che ovviamente cerca il suo simile e può solo trovarlo solo in una tragica fuga nel trapassato prossimo. La fuga nel passato è un bene solo se è collezionismo, un passatempo erudito, una ricerca di sé nella consapevolezza che un remoto passato si è mutato in questo presente. Quando diventa ossessione, malattia mentale, problema politico ecco che qualcuno deve con il necessario coraggio gridare che il re è nudo, che la follia prevale sulla realtà, che è tempo di cambiar musica. Ieri passeggiando del parco osservavo un vecchio, certamente autorizzato, che spaccava con un’accetta un grosso tronco d’albero caduto da qualche settimana. Prima di vibrare il colpo osservava con attenzione le venature del legno e la loro posizione, quando era certo del punto vibrava il colpo. Alle volte per stroncare un ceppo grande è necessario un solo colpo basta sapere dove deve colpire, come e con che forza. Se quella persona avesse tirato colpi alla cieca mosso dalla sua fantasia o da un qualche malinteso difficilmente avrebbe raggiunto il suo scopo, le sue forze si sarebbero disperse e il legno non si sarebbe rotto. Così è per noi piccola gente d’Italia prigionieri come siamo di noi stessi e delle nostre fantasie delle nostre paure, non riusciamo a vedere dove il legno è marcio, dove la venatura è corrotta, dove il colpo d’ascia deve abbattersi. Siamo le vittime di noi stessi. Alle volte per liberarsi basta osservare ciò che abbiamo intorno a noi, e iniziare con fatica a capire chi siamo e cosa davvero vogliamo, il colpo d'ascia seguirà.

 IANA per FuturoIeri  http://digilander.libero.it/amici.futuroieri



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