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20 aprile 2009

Cieli grigi e notti nere


Il Belpaese: quarantanove passi nel delirio

Cieli grigi e notti nere.

I poteri che dominano nel Belpaese sono estranei alle difficoltà delle diverse genti del Belpaese, ultimamente questa caratteristica di banchieri, finanzieri, ambasciatori di potenze straniere, grandi faccendieri che si muovono fra la politica e i poteri economici occulti o palesi che siano, si è accentuata.  Le vicende del terremoto aquilano e le censure la Santoro per la sua trasmissione rivelano quanto l’illusione di un paese irreale e virtuale cerchi di essere più forte di qualsiasi richiamo alla realtà. Anche quando esso parte dal sistema televisivo. L’irrealtà dell’Italia rappresentata travalica la dimensione del piccolo schermo. Negli ultimi due decenni le trasformazioni dovute al crollo delle grandi narrazioni ideologiche, l’infamia che è caduta sulle classi dirigenti e sulla politica al tempo di tangentopoli, le innumerevoli mutazioni che hanno trasformato la vita quotidiana, l’incapacità di riconoscere i luoghi della propria vita sottoposti ad un’incessante cambiamento hanno rotto la continuità fra l’italiano e la sua storia personale. Il Mario Rossi di turno vive in un paese che fa fatica a riconoscere, i cambiamenti sono arrivati come arrivano i ladri negli appartamenti quando i proprietari sono in vacanza. Un bel giorno si è accorto che ciò che conosceva, che credeva, che pensava è, ed era, falso, distorto, non più parte del suo vivere.  L’amarezza per una realtà italiana difficilissima da decifrare con i suoi processi di trasformazione subiti e imposti dagli eventi e dai cambiamenti tecnologici ha preso il posto della capacità di pensarsi come parte di una realtà unitaria e forse comunitaria. Per questo la rappresentazione di un Belpaese finto, non conflittuale, non dominato dall’odio fra ceti sociali, non fazioso e disfatto nella sua capacità di star assieme, è apprezzato. La finzione irreale è un rimedio contro il male di vivere, è la grande fuga da ciò che non può più essere compreso, il Belpaese è orami indecifrabile. Così al posto della nuda verità di un mondo umano in conflitto e di egoismi sociali violenti e potenzialmente dannosi si ha una specie d’immagine rassicurante, di finzione allegorica del mondo reale, di racconto edificante e moralistico sull’Italia felice e capace, solidale, forte, rispettata nel mondo. Confesso che questo modo di rappresentare il Belpaese me lo rende odioso, preferirei assistere al nudo dramma del conflitto economico, all’esposizione delle passioni di parte, alla durezza di visioni del mondo diverse. Invece vivo al tempo della grande finzione, del racconto virtuale televisivo di un mondo che  non mi appartiene, un modo che riesce ad uscire dal televisore per inquinare il vissuto quotidiano. La finzione televisiva viene amplificata e ripetuta dai giornali, dai politici e poi diventa luogo comune, discorso banale, frasi fatte. Da anni spero di veder cambiare qualcosa ma temo che solo un risveglio traumatico e doloroso come una grande catastrofe aprirà ai molti gli occhi sulla realtà.

IANA per FuturoIeri




28 novembre 2008

LONTANI DAGLI DEI E DAGLI EROI 20

Il Belpaese per decenni ha creduto nei miracoli, alle promesse folli di una crescita infinita in presenza di risorse limitate, ai demagoghi sedicenti democratici o socialistoidi che in televisione e sui giornali favoleggiavano dell’importanza della Nazione italiana quando il mondo era spartito prima fra due blocchi e poi in uno solo a egemonia americana, ai miracoli industriali e commerciali di un paese con gravi problemi di legalità e di comune identità, al genio nazionale nonostante l’evidentissima sofferenza morale e finanziaria delle università di questa penisola. Questo popolo ha vissuto nelle allucinazioni. Non una sola delle palesi e gigantesche menzogne, evidenti come le bugie dei bambini, era credibile, eppure per decenni qui si è creduto alle favole, c’era pure chi votava DC perché pensava che quella fosse la volontà di Dio. Adesso la verità emerge con tutta la sua durezza: l’occidente è una chimera, un gioco di prestigio dei ciarlatani della televisione e della carta stampata, e il Belpaese ha perso decenni di vita inseguendo dei fantasmi e i miti sciagurati dei padroni del momento. Per noi non è una novità. Quando gli spagnoli al tempo di Don Abbondio e di Don Rodrigo facevano e disfacevano a lor piacere nella penisola la maggior parte degli italiani di alllora chinava la testa e i padroncini indigeni giocavano a vestirsi di nero come gli spagnoli e a parlottar castigliano. Mi riferisco alla versione rozza di quel “Adelante Pedro…”. che il Manzoni ha saputo immortalare nel suo gran romanzo e che qui nel Belpaese si è tradotta nello scimmiottare malamente le abitudini e la mentalità dei dominatori del momento. L’italianità che emerge da questo sessantennio repubblicano è l’ostentazione dei peggiori difetti della nostra cultura gabellati rozzamente e irresponsabilmente per pregi, a questo, a maggior pregiudizio per la causa democratica, s’aggiunge che neanche l’Unità Nazionale è stata raggiunta. Le diverse genti d’Italia sono rimaste così diverse che a stento si riesce a cogliere degli elementi comuni che non siano i quattrini gettati a pioggia per le spese pazze e folli dei nostri politicanti e perchè degli enti, sempre più entità, il 27 pagano stipendi e pensioni. La necessità di avere un cassiere in comune per sostenersi e non essere stritolati dai potenti vicini e dalla grande massa di poveri che sta arrivando dal Medio-Oriente e dall’Africa tiene assieme le nostre genti. I bei discorsi sulla cultura e sulla lingua li lascio ai delinquenti culturali e ai drogati di retorica, la riforma Gelmini è un taglio degli organici fin dalle elementari. Che rapporto può avere tutto questo con la cultura condivisa da tutti? Quale condivisione poi? Quella televisiva? Quella letteraria? Quella di Youtube? O forse mi si vuol presentare di nuovo la vicenda del Dante padre della lingua e della cultura?. L’Italia di oggi non è più l’Italia di trent’anni fa, essa è data da comunità molto diverse alcune delle quali sono per origine e cultura lontane dall’Europa, e le stesse differenze fra italiani-italiani sono clamorose. Padre Dante per tutti quindi? Io potrei esser compiaciuto da Fiorentino ma mi chiedo: “è possibile che nessuno si domandi mai se gli altri hanno le nostre stesse opinioni o le nostre stesse idee?”. Qui si dà per scontata l’esistenza di un paese ideale che esiste solo nella retorica più trombo na e roboante. C’è un paese reale oltre a quello della fantasia pubblicitaria e del cattivo gusto dei finti benpensanti. Forse esiste una risposta semplice e banale: “l’invenzione di una patria finta che esiste solo nella grande retorica è un mezzo per mascherare l’assoluta durezza della realtà.” La fuga dalla realtà delle nostre classi sedicenti dirigenti rivela l’incapacità di costruire una nazione italiana, l’Italia come Patria è di là da venire ancora oggi, questa è una cosa malfatta e provvisoria pronta a sfracellarsi sui rovesci di fortuna dei padroni Anglo-Americani, la favola dell’occidente è anche l’evidenza del nostro non essere noi stessi al di là di ogni ragionevole dubbio. Infine occidente rispetto a chi? L’occidente è prima di tutto un’espressione geografica.

IANA per FuturoIeri



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